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Nuove commedie al cinema e in streaming: ecco perché le boccio 👎🏻

Sempre alla ricerca di leggerezza, come per le serie tv, ho voluto dare una chance a due commedie che sono uscite a giugno in streaming e al cinema. Metto subito le mani avanti dicendo che speravo meglio, ma se mi seguite vi racconto perché le boccio.


Office Romance (2026)


Genere: commedia sentimentale
Durata: 115 minuti
Regia: Ol Parker
Uscita in Italia: 5 Giugno 2026 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Sono fra quelli che i film di JLo li guarda volentieri, perché come attrice non la disdegno affatto, specie in ruoli leggeri, e quindi mi sono sciroppato anche Office Romance, che dal titolo però non preannunciava bene.

Jennifer Lopez (che con Netflix aveva già fatto The Mother, e su Prime Video c'era arrivata con Inarrestabile) interpreta Jackie Cruz, CEO di una compagnia aerea del New Jersey che è nota per non avere un atteggiamento accomodante e accogliente con i suoi dipendenti. Jackie però non se la passa benissimo, anzi sta affrontando una causa legale che potrebbe crearle più di qualche problema col suo ruolo dirigenziale. La donna infatti, in quanto tale, non è ben vista in questa posizione di comando, ma nulla è ancora perso. Infatti in modo del tutto inaspettato, conoscerà Daniel Blanchflower (Brett Goldstein, che, come in All of You, ha co-scritto il film), nuovo avvocato della società che si è trovato last minute a sostituire un collega. Fra i due scatterà subito una affinità, ma non sarà semplice per la loro coppia sopravvivere, specie perché nella loro compagnia vige il divieto di avere relazioni sentimentali fra colleghi.


Non mi aspettavo che Office Romance potesse essere il miglior titolo dell'anno né tantomeno la commedia più brillante che potesse arrivare sul catalogo Netflix, però è stata un bel po' al di sotto delle mie aspettative.

Il titolo anticipa già cosa andremo a vedere, e diciamo che non c'è il minimo sforzo di spostare l'asticella appena più in là da ciò che ci si aspetta. Mi è sembrato che un po' tutto il film cercasse di far leva sulla presenza di Jennifer Lopez, ma per quanto possa avere carisma, non può sostenere una sceneggiatura che appunto non le dà molto se non qualche cliché da commedia romantica.
Quando si cerca di scavare ad esempio nella personalità di Jackie, nelle sue debolezze, si trova giusto nel suo passato un tradimento che l'ha resa più dura.
Va peggio forse col personaggio di Brett Goldstein che proprio mi è sembrato monocorde e piatto, ed il suo essere inglese non viene sfruttato del tutto.

Purtroppo anche i dialoghi non aiutano entrambi, risultano banali, ed in generale non ho capito la comicità di Office Romance. Non sono infatti un tipo delicato che si scandalizza, ma qui sembra si punti ad una ironia volgare che molto spesso sembra buttata a caso. C'è una scena di una gravidanza che ho personalmente ho trovato quasi disgustosa senza motivo.

O ancora, le parentesi sulla vita in carcere della sorella di Daniel non servono a molto: dovrebbero fungere da comic relief ma è pur sempre un film leggero già di suo. Questa ulteriore parentesi allunga il minutaggio senza però darci qualche aspetto di valore.

La regia di Ol Parker, che ci riprova con le commedia da manuale dopo Ticket to Paradise, è semplice ma funziona meglio quando deve mostrarci Jackie e Daniel negli uffici che tentano di nascondere la loro relazione.
Quindi sì, Office Romance può essere la compagnia poco impegnativa di una pigra serata estiva, ma non credo possa lasciare il segno. Sta via via infatti scendendo dalla classifica Netflix e la cosa non mi stupisce.



Ricchi… da morire – Delitti in famiglia (2026)


Titolo originale: How to Make a Killing
Genere: commedia, thriller
Durata: 105 minuti
Regia: John Patton Ford
Uscita in Italia: 17 Giugno 2026 (Netflix)
Paese di produzione: Francia, UK

Becket Redfellow (Glen Powell, Tutti tranne te) non è nato sotto una buona stella. Sua madre infatti, pur essendo parte una famiglia ricchissima, verrà ripudiata proprio appena si ritroverà incinta. Tuttavia, pur non avendo contatti con i suoi parenti, Becket resta ancora nel succoso testamento del patriarca Whitelaw Redfellow (Ed Harris), ma c'è un grosso problema: ci sono infatti molti altri possibili ereditieri prima di lui.
Quando sua madre morirà prematuramente a seguito di una malattia, Becket deciderà di onorare la sua memoria andando a riconquistare tutto quello che in fondo gli spetta. È necessario però che tutti i Redfellow in linea di successione tirino le cuoia per accaparrarsi il bottino, e quindi lui farà di tutto affinché questo avvenga.

Con un cast interessante Ricchi... da morire ha suscita la mia curiosità, e poi avevo tutto sommato apprezzato il lavoro precedente di John Patton Ford, I Crimini di Emily.
Qui si muove su alcune tematiche simili, ma punta più allo stile di una black comedy con qualche picco di azione, una miscela che sulla carta funziona, ma meno nella realtà. 

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, che è a tutti gli effetti il remake di Sangue blu del 1949, inizia infatti a ritroso con lo stesso Becket che ci racconta la sua storia e non mostra alcun pentimento per ciò che ha fatto. In realtà da un punto di vista semantico il film sarebbe anche accattivante: il protagonista avrebbe tutte le motivazioni per volere una rivalsa sociale, e vorrebbe migliorare la sua condizione perché stufo di una vita che gli volta le spalle. Tuttavia sceglie la strada peggiore per farlo, come a dire che questo suo progetto per rincorrere la ricchezza, pur partendo con buone intenzioni, finirà per corrompere lui stesso, a discapito di tutto e tutti.
Il film stesso farà suo questo cinismo e forse questo è l'aspetto più interessante di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia.

Per il resto posso dirvi candidamente di essermi più volte annoiato forse perché non ho digerito due aspetti che mi sono sembrati delle forzature: non si capisce infatti come mai un uomo ricco e potente decida di tenere nel suo testamento una persona che ha ripudiato. Allo stesso modo non sappiamo come una persona alla fine normale come Becket riesca ad intrufolarsi e camuffarsi in ogni situazione.

Glen Powell, con la solita faccia tosta e sorrisetto d'ordinanza, qui mi sembra un po' inseguire il ruolo da trasformista che aveva in Hit Man - Killer per caso, aspetto che non giova a dare freschezza al film stesso. Che poi sia un attore capace ne siamo tutti abbastanza consapevoli, però ammetto che, sebbene in poche apparizioni nei panni di un lupo vestito da agnello, Margaret Qualley abbia quasi più carisma del protagonista.

Il resto del cast è composto da volti noti come Jessica Henwick (Vladimir) e Bill Camp (Presunto Innocente, Sirens, Zero Day), ma i loro personaggi hanno poco spazio di manovra e sembrano quasi figurine.

Il punto nevralgico di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia è che secondo me non sa esprimere tutti i generi che vorrebbe raccogliere. La commedia non mi è sembrata particolarmente divertente, anche se si tratta di uno humor nero, l'azione arriva a sprazzi e non sempre i colpi di scena mi hanno sorpreso. Ad esempio poteva essere divertente vedere come Becket riuscisse ad intrufolarsi in feste vip ed eventi, ma immagino avrebbe complicato le cose.
Senza contare poi che il voice over costante del protagonista alla lunga diventa fastidioso.
How to Make a Killing nel suo insieme non meriterebbe una bocciatura totale perché alla fine scorre abbastanza bene, ed ha un buon ritmo, ma mi è sembrato dimenticabile e meno incisivo di film precedenti che in certo senso lo ricordano, come Knives Out ma anche Finché morte non ci separi



Nuove serie tv "classiche" che mi hanno convinto

Avere uno stile "classico", in un mondo che cerca sempre innovazione, non deve essere per forza un minus, specie se ci sono altre caratteristiche che funzionano. Ho terminato proprio due serie tv che vivono di questa dicotomia: sono uscite di recente, non presentano qualcosa di nuovo, non rivoluzionano il genere ma sono comunque promosse.


Se è martedì, è omicidio 
Prima stagione


Se siete fan di Only murders in the building e se vi piacciono produzioni recenti che ricordano i gialli di Agatha Christie come Il Club dei Delitti del Giovedì e il franchise Knives Out, Se è martedì, è omicidio può proprio piacervi.

È una produzione Hulu uscita su Disney + con cadenza settimanale dal 31 marzo di quest'anno, ed è ambientata a Lisbona. Un gruppo di persone molto diverse fra di loro si troverà in un viaggio organizzato che non inizierà nel migliore dei modi: Fernando (Pedro Casablanc, Quella notte), uno dei vacanzieri, verrà trovato morto nella sua stanza e la polizia lo archivierà come un decesso accidentale. Ma quattro dei partecipanti al viaggio non saranno convinti e si metteranno ad investigare. Fra loro ci sono Fabio (Álex García), affascinante ma dal passato misterioso, Daniel (Biel Montoro), un ragazzo con sindrome di Asperger, Alicia (Inma Cuesta) taciturna e un po' scontrosa, e Pura (Ana Wagener), casalinga agé appassionata di misteri. 
Così il gruppetto si metterà ad indagare, ma anche le loro vite non sono esenti da ombre.

Non posso dire troppo su Se è martedì, è omicidio perché vi toglierei parte del piacere della scoperta della storia. Vi posso dire che appunto le indagini di Daniel, Fabio, Alicia e Pura si innestano inevitabilmente con le loro vite e con le motivazioni che li hanno spinti a fare questo viaggio.

Da questo punto di vista secondo me la serie tv fa un buon lavoro: da un lato abbiamo dei personaggi riconoscibili sin da subito, a tratti anche stereotipati, ma che poi sanno rivelare pezzetti delle loro storie che spostano un po' l'ago della bilancia.
Per quanto invece riguarda l'intreccio narrativo, Se è martedì, è omicidio è un whodunit che sa essere classico e contemporaneo allo stesso tempo. Infatti come accennavo, intorno ad elementi distinguibili del genere (incluso anche questo alberghetto dall'aspetto retrò), ci sono elementi più moderni. Inoltre è un costante inseguirsi di momenti di tensione, battute più divertenti, e parentesi più drammatiche.

Ho apprezzato poi molto come Lisbona faccia da scenario alle vicende, facendoci conoscere un po' della sua storia e credo che dal punto di vista tecnico generale abbiano fatto un buon lavoro. I sette episodi di cui è composta hanno la giusta misura ed il giusto ritmo per non annoiare.

Non so bene quale critica possa muovere su Si es martes, es asesinato perché secondo me è una serie tv che si prende poco sul serio, che dichiara apertamente il suo derivatismo, e che nasce per intrattenere, far sorridere e non appesantire. Potrei dire che certe scene non sono del tutto credibili o realistiche ma secondo me sta proprio nel patto che la serie stessa fa col suo pubblico. Per il resto la sceneggiatura mi sembra solida e, vista la porta aperta lasciata dal finale, spero ci possa essere una seconda stagione che ancora deve essere confermata. 



Ripple - Increspature
Prima stagione

Sempre il 31 marzo, ma questa volta su Netflix è arrivata una serie tv che potrei definire toccante, commovente, e che basa tutto sui buoni sentimenti. 
La storia in questo caso è meno lineare di quanto si possa pensare: conosciamo infatti quattro newyorkesi, ognuno con una vita differente, ma in qualche modo destinati ad incontrarsi. C'è Nate (Ian Harding, Pretty Little Liars, Our Little Secret), gestore di un pub che sta attraversando la separazione dalla moglie e che improvvisamente scopre di essere malato; c'è Walter (Frankie Faison) il quale dovrà ricostruire la sua vita dopo la morte della moglie e che troverà conforto nella fede; poi conosciamo Kris (Julia Chan) che invece ha perso il lavoro come discografica, ma sa che è quella sua passione, e infatti quando incontrerà Aria (Sydney Agudong), ne riconoscerà il talento anche se lei si è completamente chiusa in se stessa.

Ripple mi ha ricordato diverse serie tv come ad esempio This is Us, Firefly Lane, Modern Love, e tutto quel filone di titoli in cui non c'è un solo protagonista ed una storyline che ha un inizio ed una fine, ma è un flusso di eventi, incontri, occasioni che spingono i personaggi e le loro vicende. 

È insomma una serie tv che vuol celebrare e raccontare le piccole e grandi sfide della quotidianità, quelle svolte ma anche quegli intoppi, quei pezzetti di vita che un po' tutti passiamo prima o poi, ma Ripple cerca di mostrarci quell'effetto farfalla che non sempre notiamo. Le vite dei protagonisti in qualche modo si toccano, si sfiorano, si incontrano anche prima che lo facciano più direttamente. 

Questa serie tv Netflix mi ha ricordato un po' le produzioni degli anni '90 e dei primi 2000, quando la narrazione non doveva per forza puntare ad una risoluzione definitiva per non farsi sfuggire l'attenzione dello spettatore come capita adesso. In Ripple c'è un fluire di eventi più naturale, ed essendo cambiato molto il nostro approccio a film e serie tv, mi è sembrata una serie tv più classica.

Anche qui comunque ho qualche avvertimento da lasciarvi qualora non abbiate ancora visto la serie. Ad esempio sono certo che a qualcuno possa proprio non piacere questo approccio, preferendo un percorso narrativo più netto. C'è chi magari potrebbe trovarla troppo melodrammatica o stucchevole proprio perché gioca molto su questa giostra di sentimenti che si susseguono. A me personalmente ha forse lasciato perplesso più che altro come alcune dinamiche risultino un po' forzate: nell'ottica di far quadrare tutto, di coinvolgere tutti i personaggi, mi sembra che quel gioco di causa-effetto, o comunque di destino e libero arbitrio, venga a volte un po' piegato.

Ripple poi non è adatta sia per chi cerca qualcosa dal ritmo più concitato, ma soprattutto se in qualche modo state vivendo direttamente le tematiche della serie. È vero che ci sono dei momenti di conforto, dolcezza e tenerezza, ma spesso temi come la malattia e la morte vengono raccontati e mostrati e possono essere triggeranti. 

A parte questo però, che comunque credo faccia parte dello stile della serie tv stessa, Ripple è stata piacevole da seguire, scorre bene e anche in questo caso il rapporto durata ed episodi è perfettamente in linea con i contenuti.



Il Club dei Delitti del Giovedì è un film adorabile ma imperfetto, vi dico la mia

Lo attendevo con molta curiosità, visto che Il Club dei Delitti del Giovedì ha un cast che non si vede molto spesso tutto assieme, e si è ritagliato nelle ultime settimane uno spazio nella classifica dei film Netflix più visti. Quindi appena ho trovato un angolo me lo sono goduto come si deve.



Titolo originale: The Thursday Murder Club
Genere: giallo
, commedia
Durata: 118 minuti
Regia: Chris Columbus
Uscita in Italia: 28 Agosto 2025 (Netflix)
Paese di produzione: USA

Si tratta dell'adattamento del primo romanzo della saga scritta da Richard Osman, e seguiamo le vicende di tre arzilli pensionati che vivono in una lussuosa residenza per anziani, e che hanno un hobby molto particolare: indagare su alcuni cold case del passato.

In particolare conosciamo Elizabeth Best (Helen Mirren) che si prende cura del marito Stephen (Jonathan Pryce) ed è un po' vaga sul suo passato, Ron Ritchie (Pierce Brosnan, Mobland) che invece è un ex sindacalista ancora decisamente in forma, mentre Ibrahim Arif (Ben Kingsley), che faceva lo psichiatra.

I tre anziani stanno indagando in particolare su un vecchio caso di omicidio del 1975, ma ben presto si trovano coinvolti in un problema molto più vicino a loro. I proprietari della loro attuale dimora infatti, Ian Ventham (David TennantRivalsIl giro del mondo in 80 Giorni) e Tony Gurran (Geoff Bell, Mobland), vogliono radere l'edificio al suolo e costruire sopra appartamenti più redditizi. Ovviamente gli inquilini protesteranno, ma le cose andranno anche peggio quando Gurran verrà trovato morto. Così Elizebeth, Ron e Ibrahim, insieme alla nuova arrivata Joyce Meadowcroft (Celia Imrie), avranno un caso molto più "fresco" su cui indagare.

Il club dei delitti del giovedì segue un filone molto specifico e molto apprezzato anche da me in questi ultimi anni, d'altronde il romanzo da cui è tratto è stato pubblicato nel 2020.
Lo abbiamo visto con Only Murders in The Building, Knives Out, ma anche le più recenti A Man on the Inside e Matlock di Paramount (di cui vi parlo presto), tutti titoli basati su indagini investigative di casi a volte anche violenti, ma alleggerendo la narrazione con una deriva più comica, che sia per i dialoghi o per i personaggi. 

Questo già vi anticipa una cosa: se siete dei puristi del thriller, se cercate storie cupe e magari piene di suspense, questo film Netflix non fa per voi. Il Club dei Delitti del Giovedì è invece un film a tratti quasi tenerino, da vedersi in poltrona con calma, e che unisce il quadro delle indagini, a quello di personaggi a volte sopra le righe ma con una storia da raccontare.
È inevitabile che in questo caso specifico i temi siano quelli della terza età e dell'ultima fase della vita, ma i protagonisti de Il Club dei Delitti del Giovedì sovvertono e giocano con gli stereotipi legati agli anziani dimostrando che non sono affatto da "buttare".

Ci sono quindi momenti più toccanti e melanconici ma non si scade mai in pietismi stantii. La regia di Chris Columbus - regista in genere più dedito a film per ragazzi e fantasy come Harry Potter o  Qualcuno salvi il Natale 2 - ha una buona gestione dei tempi e del ritmo, ma appunto non incupisce mai troppo la visione.

Non avendo letto il libro non posso sapere se sia stata fatta una buona trasposizione generale, quel che posso dire è che la trama è piacevole da seguire, il cast direi vicino alla perfezione assoluta e ci sono tanti camei oltre ai nomi che ho già fatto; anche la messa in scena è molto gradevole, ma ci sono due aspetti che mi hanno convinto meno.

Il primo è legato proprio alla storia, perché in alcuni momenti ho avuto la sensazione che fossero necessari maggiori approfondimenti delle linee narrative. 


Sembra quasi ci fosse abbastanza materiale per rendere Il Club dei Delitti del Giovedì una miniserie da 4 episodi, e che invece ci siano stati dei tagli un po' netti alla sceneggiatura. Considerate che i casi da risolvere sono due, ed il film sfiora appena le due ore.
Soffre un po' anche il finale che sembra affrettato.

Allo stesso modo quasi tutti i personaggi di Il Club dei Delitti del Giovedì sembrano più funzionali alla trame che personalità da scoprire ed approfondire. Il ruolo di Helen Mirren per esempio spicca ed è più sfaccettato di quello di Ben Kingsley, e di conseguenza il rischio stereotipia è molto forte. 

Sono tutte imperfezioni che secondo me potevano trovare una soluzione abbastanza facilmente, per quanto non si infici poi troppo l'esperienza generale con questo film.

Visto che la saga di The Thursday Murder Club è composta da quattro romanzi, ed un quinto in uscita, sembra che all'orizzonte ci possa essere un sequel di questo film, e io devo dire che lo vedrei volentieri.





The Residence, il guilty pleasure mancato di Netflix

The Residence, la nuova produzione di casa Shondaland, ha cavalcato le classifiche di Netflix e poteva pure conquistarmi senza troppo sforzo.

L'incipit infatti è quello di un giallo quasi alla Agatha Christie che mi piace molto: alla Casa Bianca un maggiordomo (Giancarlo Esposito) è stato trovato morto durante una importante cena di Stato con la delegazione australiana. Scattano così subito le indagini, che vengono affidate all'acutissima ed eccentrica detective Cordelia Cupp (Uzo Aduba), ed è importante che nessuno lasci l'edificio. Tutti verranno ritenuti possibili colpevoli, dallo staff della White House, fino agli invitati, passando per tutti coloro che potevano avere avuto un conto in sospeso col maggiordomo.

The Residence, disponibile dal 20 Marzo, ha una immediatezza che secondo me gli ha giocato molto a favore: un giallo da camera classico, che si muove in un contesto inusuale come la Casa Bianca e che è popolato di personaggi bizzarri, a cominciare dalla investigatrice, che setta subito l'umore e lo stile della serie. 

E come in un classico whodunit, tutti sono sospettati, in un marasma di volti, nomi, possibili moventi ed eventuali alibi da verificare attraverso l'arguzia della investigatrice Cupp. Ispirandosi al birdwatching di cui è una grande fan, Cordelia resta in silenzio ed aspetta, acuisce tutti i suoi sensi osservando tutto e tutti, per arrivare alla risoluzione del caso.

Buone carte da giocare insomma, ma The Residence è davvero troppo sotto ogni punto di vista, azzoppando la comicità che dovrebbe contraddistinguerla.
Sono troppi i personaggi, le facce, i ruoli, i sospetti, gli spazi e le azioni che ti mette davanti ma che difficilmente puoi riuscire a ricordare, anche quando l'episodio si concentra su un particolare sospettato. 

Come se non bastasse si aggiungono le indagini alle indagini, in un'aula di tribunale, dove si cerca di capire come Cordelia Cupp si sia mossa per cercare di risolvere il caso.

Così, se siete fra quelli che amate fare ipotesi sul presunto assassino mentre guardate un giallo, resterete meri spettatori delle vicende, a meno che non vi mettiate a prendere appunti. D'altronde la stessa Cupp ha le foto con tanto di cartello identificativo per ciascun sospetto, figuratevi se non serve a noi. Poi ci sono tanti dettagli che ci vengono tenuti nascosti, per cui fare i detective diventa impossibile. 

Tutte le micro storie che compongono l'intreccio narrativo ci vengono raccontate con dialoghi a fiume, e con un montaggio serrato ma che non fa altro che aggiungere altra carne al fuoco. L'uso costante di flashback poi appesantisce ancora di più la visione dando l'impressione che gli autori di The Residence avessero molti soldi da spendere e quindi minutaggio da riempiere anche a vuoto.

Così otto episodi che sbrodolano i 50 minuti diventano troppi, e la puntata finale ti dà il colpo di grazia diventando un'ulteriore ripetizione di tutto quello che avevamo già visto. E sapete cosa succede quando qualcuno ripete una battuta più e più volte? Che non fa più ridere.

The Residence poi non trova il suo punto di originalità, non solo perché pesca dai gialli classici, ma perché ricorda troppo Only Murders in The Building, persino nelle musiche scelte, e la stessa Knives Out, unendo thriller a commedia. Non che questi altri titoli si siano inventati nulla, ma arrivando dopo, The Residence non riesce a smarcarsi e trovare un suo punto di forza.

Si potrebbe dire che gli attori sono bravi, ed è così, specie Uzo Aduba che si cala perfettamente in questi ruoli sopra le righe, ma la sua Cordelia Cupp ricorda per doti intellettive Morgan/Morgane di High Potential senza però un approfondimento personale che la faccia in qualche modo uscire dal caso da risolvere.

Se allargo lo sguardo al resto del cast, mi ritrovo con altrettanti personaggi strambi, a volte esagitati, altre volte completamente sconnessi dalla realtà, che non fanno altro che allontanare ancora di più l'interesse verso una loro possibile evoluzione. 

Nonostante l'ottima messa in scena, The Residence non riesce a stare nei canoni del guilty pleasure, esondando da ogni punto di vista e imbolsendosi nel bisogno di strafare. Si perde quindi la brillantezza necessaria, ma anche freschezza e la velocità che secondo me questa comicità necessitava.

Paul William Davies, creatore della serie, dice di avere tante altre idee per Cordelia Cupp, ma Netflix ha cancellato la The Residence dopo solo una stagione. Si dice che la colpa sia della concorrenza creatasi con Adolescence, ma io credo fossero due serie troppo diverse per fare a gara.




Le serie tv Netflix più viste del momento: cosa vedere e cosa skippare

Appena aprite il catalogo di Netflix è molto probabile che ancora vi ritroviate queste serie tv di cui sto per parlare nelle prime posizioni della classifica dei più visti del periodo.
Ed erano anche due delle novità che attendevo con più curiosità per questo settembre e che avrei visto a prescindere perché gli argomenti e i generi mi sono affini, ma non per questo è tutto comunque da vedere o recuperare.


The Perfect Couple
Miniserie 

Per tanto, tantissimo tempo  le celebrità di Hollywood hanno evitato di partecipare alle serie tv, ritenendole produzioni inferiori, ma con gli anni le cose sono cambiate. Lo streaming e l'intrattenimento seriale è infatti ormai gestito da colossi e la qualità è generalmente aumentata e così, anche star A-list, sono ormai habitué delle serie tv, e fra questi ormai c'è anche Nicole Kidman.
Da Big Little Lies a The Undoing, da Nine Perfect Strangers a Expats, Nicole è praticamente la regina dei prestige drama, e non poteva che essere la miglior scelta per The Perfect Couple, miniserie disponibile su Netflix dal 5 Settembre, tratta dall'omonimo romanzo di Elin Hilderbrand, che ha avuto un discreto impatto e seguito.

Kidman interpreta Greer Garrison Winbury, rigida scrittrice facoltosa di successo, sposata con Tag Winbury (Liev Schreiber), i quali sembrano avere una famiglia perfetta. Il loro secondogenito Benji (Billy Howle, già bravissimo in Chloe) sta per sposarsi con Amelia (Eve Hewson, che ho visto di recente in Bad Sisters), che viene da una famiglia meno abbiente e tutto sembra pronto per le nozze, quando però la migliore amica della sposa e damigella Merritt (Meghann Fahy) viene trovata morta proprio nella tenuta dei Winbury.

Così si inizia ad investigare, a cercare nelle crepe della famiglia così blasonata e ricca ma così piena di scheletri dell'armadio, dove nessuno in fondo è senza peccato e tutti possono essere colpevoli.

The Perfect Couple ovviamente ci farà scoprire nei suoi sei episodi tutti i sospetti e i possibili moventi, in un giallo che nel suo insieme mi è sembrato piacevole, ben messo insieme, con interpretazioni abbastanza convincenti, con un ritmo che spinge al binge watching senza troppa fatica.

È una miniserie che però non lascia molto, bisogna dirlo: al netto della coreografia iniziale che secondo me non solo è stata pensata per la viralità, ma anche setta l'intento più leggero che la storia vuol avere, The Perfect Couple è una produzione che non si distingue molto da un punto di vista puramente narrativo.

Le vibe alla The White Lotus ma anche alla Knives Out, proprio per quel sapore vagamente ironico che si miscela ad una storia drammatica e gialla appunto, sono troppi forti per poter dare anche solo la parvenza di originalità alla serie. Inoltre non c'è un lavoro particolare sia nello sviluppo della storia che in quello dei personaggi, che risultano racchiusi in un bozzolo di stereotipia. 
Il figlio maggiore dei Winbury, Tom (Jack Reynor), è lo spaccone, mentre sua moglie Abby (Dakota Fanning) si è adattata bene allo stile della famiglia; lo stesso vale per l'amica francese di famiglia Isabel Nallet (una sempre liscissima Isabelle Adjani), un po' naïf, ma in fondo ben sveglia. I genitori invece di Amelia vengono quasi abbozzati come due campagnoli mangia hamburger e patatine. 

Non voglio però che passi solo una impressione negativa di The Perfect Couple perché, sebbene sia skippabile e per quanto sia importante spingere per avere contenuti di qualità, alla fine è una miniserie giusta per il luogo attraverso cui si fruisce, e che non mi ha dato l'impressione di voler rivoluzionare il genere, ma di essere esclusivamente intrattenimento facile da seguire, che sullo sfondo parla anche di disparità socio-economiche e di famiglie disfunzionali e marce, nonostante le apparenze.

Si parla di far diventare The Perfect Couple come una serie antologica, quindi con altre storie e personaggi, visto che nasce come una serie limitata, ma sono certo che Nicole non mancherà di presenziare al prossimo gialletto con una ambientazione lussuosa. Speriamo con una parrucca migliore.


Kaos
Miniserie

 
Sulla cima dell'Olimpo c'è una magica città e i suoi abitanti sono le divinità, ma non c'è una bambina che ancora non è dea ma Zeus (Jeff Goldblum) che vive in una mega villa vestito da bibitaro arricchito e che teme l'avverarsi di una profezia che ne comporterebbe la caduta e inizia a spadroneggiare a più non posso, e insieme a lui c'è Era (Janet McTeer) moglie stilosissima, gelosa, ma anche libertina, e Dionisio (Nabhaan Rizwan) che ha preso alla lettera il suo ruolo di dio dei piaceri, passando da una discoteca all'altra, ma con la voglia di essere apprezzato dal padre, come in una qualunque famiglia disfunzionale. 

E poi ci sono i cretesi che sono ancora fortemente legati al culto degli dei, al punto che il loro presidente Minosse (Stanley Townsend), padre di Arianna (Leila Farzad), prende parte a sacrifici umani per questa o quella divinità. Fra questi cretesi seguiamo soprattutto le avventure di Orfeo (Killian Scott) ed Euridice detta "Riddy" (Aurora Perrineau), dove lui è una rock star e lei la sua fidanzata che ha una visione meno disincantata e più di rottura rispetto a questa società così credente e ottusa.

Creata da Charlie Covell, già papà di The End of the F***ing World, Kaos non ha stentato affatto a raggiungere i primi posti della classifica dei più visti di Netflix e si capisce anche perché. L'idea di rimestare i miti greci, con tutto il carrozzone di dei e dee che si portano dietro, non è operazione nuova, visto che già American Gods (che io avevo abbandonato alla seconda stagione) ci aveva provato, ovviamente sfruttando altri culti e storie, e ma Kaos ha dalla sua una scrittura più precisa, puntuale, accurata, che si traduce in una serie molto più avvincente e divertente.

Perché nel suo essere una dark comedy, ha anche i suoi momenti più brillanti, che si basano principalmente sui caratteri dei vari personaggi, che più o meno conosciamo dagli anni di scuola.
Covell infatti piega a suo favore il mito greco, non solo rendendolo più contemporaneo e calandolo in una realtà quasi identica alla nostra, ma anche spostando le pedine a suo favore, per creare una storia che funziona anche nei dettagli, e nella cura che mette in scena.

Uno degli obbiettivi di Kaos è però anche toccare temi più grandi, come i rapporti genitoriali, l'amore visto attraverso coppie che non funzionano più, e anche della contrapposizione fra potere religioso e politico rispetto al libero arbitrio. Più in generale c'è una critica rispetto all'élite che si erge come migliore del "popolino" e delle religioni che obnubilano le coscienze.
Tutto bello, ma qui arrivano le mie perplessità, che però non sono così mastodontiche, come ad esempio la scelta delle location, tipo Siviglia utilizzata per rappresentare Creta: bellissimi posti, ma non ci azzeccano forse molto, e sono troppo riconoscibili. 

Nonostante poi abbia "solo" 8 episodi che hanno una buona fluidità e colpi di scena nei punti giusti, Kaos secondo me si perde un po' nella parte centrale, quando il tempo della storia non tiene il passo al tempo del racconto, perdendosi un po' in lungaggini senza un reale scopo. 

Lungi dallo spoilerare, c'è anche un finale che, per quanto non sia completamente aperto, lascia uno spiraglio ad una seconda stagione che però non ci sarà, visto che Netflix ha cancellato il rinnovo.
O ancora, se i miti greci non vi appassionano o vi appassionano troppo potreste trovarvi da un lato a dover seguire una roba che non vi coinvolge, o dall'altro a non apprezzare tutti i cambiamenti fatti per raccontare una storia collaterale alla tradizione greca classica.

Non è un dramma, perché credo che nel suo insieme Kaos sia una delle proposte più interessanti che Netflix ha lanciato da un po' di tempo a questa parte, anche solo per quella curiosità che lascia di riprendere il manuale di mitologia e mettere insieme i pezzi di tutti i rimandi che la serie utilizza.

Gli ultimi (e nuovi) film di Giugno!

Giugno ci sta lasciando ma non è stato un mese inutile anche dal punto di vista cinematografico, e fra sequel e novità ho diversi film di cui parlare.


Caccia all'eredità (2024)


Titolo originale: Spadek
Genere: commedia, giallo
Durata: 94 minuti
Regia: Sylwester Jakimow
Uscita in Italia: 19 giugno 2024 (Netflix)
Paese di produzione: Polonia

È stato già definito come una sorta di rivale polacco di Knives Out, ma oltre ad essere entrambi derivanti da un genere come il giallo classico (quindi nessuno si è inventato niente) credo che Caccia all'eredità, uscito su Netflix il 19 Giugno, abbia la sola pretesa di essere un film godibile e ci riesce.
La storia ci viene raccontata da un certo Dawid, il quale sembra stia facendo un viaggio con la sua famiglia per la lettura del testamento del suo ricco zio Wladysla. Proprio per una sosta dal benzinaio Dawid scopre che anche i suoi cugini Karol e Natalia, che non vedeva da 30 anni, sono stati chiamati per l'occasione, e una volta arrivati alla dimora dello zio, scoprono che in realtà non è morto, ma Wladyslaw voleva riunirli per annunciargli che i suoi beni andranno in beneficenza e che loro possono aggiudicarsi, attraverso un quiz, i brevetti delle sue invenzioni, che hanno comunque un valore economico importante.


Peccato che il giorno seguente il caro zio Wladyslaw verrà ritrovato davvero morto, e visto che una tormenta di neve non consente di uscire, l'assassino non può che essere in casa e toccherà scoprirlo. 

Quello che caratterizza Caccia All'eredità è un insieme di generi, perché si parte con il classico giallo come dicevo alla ricerca del "chi è stato?", e poi si sfocia nella commedia, toccando quasi il genere slapstick. Si susseguono quindi una serie di giochi, di tranelli, di luoghi da cui tentare di fuggire, e di colpi di scena che accompagnano lungo tutto il film, e, come dicevo, alla fine funziona perché fa sorridere e mantiene viva quella curiosità fino all'epilogo, senza però obbligare lo spettatore a scervellarsi, ma solo a badare a qualche dettaglio.
La coralità ad esempio è ben bilanciata visto che ognuno ha la sua storia, ognuno ha il suo ruolo attivo, ma, quando serve, le linee narrative si separano o semplicemente qualcuno fa un passo indietro (soprattutto Karol secondo me).

È vero che Caccia all'Eredità è alla fine si basa sull'unione di idee già più o meno note, eppure nel loro insieme riescono ad incastrarsi bene creando una storia fluida, con un buon ritmo e delle buone interpretazioni, sebbene un po' chiuse nello stereotipo del genere. 
Come dicevo le idee sono parecchie, e a volte sembrano un po' troppo caotiche o esagerate, ma alla fine tutto torna e la storia di per sé risulta chiara e comprensibile.

Ho come l'impressione che Caccia all'eredità sarebbe stato un ottimo film di Natale, con qualche accorgimento sarebbe potuto essere festivo ma originale, perché ha un mood e una atmosfera comunque invernale, da film da vedere sotto la coperta, e perché comunque il suo tema di fondo è positivo e confortante. 
Un confronto con Knives Out secondo me, per quanto fattibile, non porterebbe nulla: sono entrambi film derivativi che si guardano, e si riguardano volentieri, ma se Cena con delitto ha qualche sottigliezza in più e una generale qualità, ma entrambe hanno il "mero" scopo di intrattenere non di rivoluzionare il genere. 


Inside Out 2 (2024)


Genere: animazione, commedia, fantastico
Durata: 96 minuti
Regia: Kelsey Mann
Uscita in Italia: 19 Giugno 2024 (Cinema)
Paese di produzione: Stati Uniti D'America

A distanza di quasi 10 anni è arrivato un sequel che sta facendo chiacchierare ma i cui incassi stanno risollevando le recenti sorti di Pixar e aiutando il cinema in periodo di magra come quello estivo. Inside Out 2 si è fatto attendere e credo sia uno di quei secondi capitoli riusciti.
Ritroviamo Riley con tutte le sue emozioni, Gioia, Tristezza, Rabbia e Disgusto e Paura, ma ovviamente la ragazza non è più una bambina, e non solo le si pongono davanti nuove sfide, come l'arrivo di nuove amicizie e l'occasione di poter migliorare nello sport che ama, l'hockey, ma sta acquisendo più "Senso di Sé", maggiore insomma consapevolezza della sua personalità e dei suoi punti di forza.

Il fatto è che però Riley ha ormai 13 anni, e quando la pubertà all'improvviso bussa alla porta del suo cervello, le cinque emozioni si ritroveranno altri quattro colleghi con cui avere a che fare. Invidia, Imbarazzo, Ennui (noia, dal francese, che noi tradurremmo meglio in "scazzo") e soprattutto Ansia prenderanno il sopravvento. Riuscirà a tornare la Gioia?

Crescere è una fatica e l'adolescenza è forse il periodo più spinoso, anche da raccontare al cinema, ancora di più se l'intento è quello di accontentare un pubblico ampio, dai più piccoli ai più grandi, e Inside Out 2 riesce nell'impresa. Un sequel che non fa troppo rimpiangere il primo capitolo, ma che ne è un naturale proseguo, e che con altrettanta consequenzialità non può che ispessirsi e per certi versi farsi più serio, perché affacciarsi al mondo degli adulti può non essere semplice. 
E la Pixar ha trovato il modo per raccontarcelo senza drammatizzare troppo le cose, ma intensificando il suo tratto emotivo e narrativo dove serve, anche trovando soluzioni grafiche che rendono bene le fasi più delicate dell'adolescenza (e dello stato emotivo umano in generale, visto che certe emozioni non ci lasciano mai).

Ci sono aspetti che ho apprezzato molto in questo Inside Out 2, e altri che invece avrei voluto fossero stati diversi.
È la grafica e la traduzione animata del difficile mondo interiore secondo me la parte più vincente e convincente di questo film perché ci sono tante idee ben sviluppate e spesso simpatiche (la prigione dei segreti forse è la migliore).

È anche il tema di fondo a convincermi ed è molto più complesso di quanto possa sembrare: se in Inside Out 1 si cercava un equilibrio fra luce ed ombra, fra gioia e tristezza, nel sequel si cerca di raccontare la ricerca dell'accettazione di se stessi in modo più ampio e appunto complesso, imparando a gestire quei lati del carattere, che man mano si sviluppa, che possono non essere positivi.

C'è ancora un ritmo che si tiene alto per buona parte del film, che comunque ha anche una durata giusta col suo scopo. 
Ho un po' di perplessità invece sul pubblico a cui si riferisce: personalmente non esporrei la fascia più giovane alle problematiche che possono avere i ragazzi un po' più grandi. D'altronde se non hanno mai sentito parlare di ansia (si spera) perché fargliela conoscere? Senza contare che la trama interna ed esterna è molto lineare, quindi possono essere attirati dai colori ma non tanto dalle avventure.

Allo stesso tempo gli adolescenti potrebbero in linea generale preferire contenuti differenti, ma se fossi un adulto li spingerei a dare una chance a Inside Out 2 perché è a loro che si fa riferimento. 
Mi aspettavo poi che le varie emozioni arrivassero in modo più interessante ed originale, e che avessero un maggiore impatto, invece ad esempio Ennui è quasi completamente ai margini della storia.
Ammetto poi che non ricordo tantissimo del primo Inside Out, ma ricordo che lo avevo apprezzato anche per l'ironia, qui invece i dialoghi mi sono sembrati meno brillanti e leggermente meno divertenti.
Fra i tanti sequel comunque che ho visto nel tempo, penso che quello di Inside Out non sia solo comunque riuscito, ma forse anche quello più "necessario" visto che il film si presta ad offrire ancora molti altri spunti. 


Maschile Plurale (2024)

Genere: commedia 
Durata: 105 minuti
Regia: Alessandro Guida
Uscita in Italia: 15 febbraio 2024  (cinema)/ 20 Giugno (Prime Video 
Paese di produzione: Italia

Meno atteso e indubbiamente meno chiacchierato il sequel di Maschile Singolare, film di Alessandro Guida uscito ormai tre anni fa, e che prende il titolo di Maschile Plurale. Come protagonista torna Antonio (Giancarlo Commare) che proprio tre anni dopo la morte del suo amico Denis si è rimboccato le maniche diventando un pasticciere dal discreto successo sui social, supportato dalla sua amica e commercialista Cristina (Michela Giraud). Quando però si ripresenta nella sua vita Luca (Gianmarco Saurino), Antonio perde un po' l'equilibrio pensando che siano rimasti fra di loro strascichi del passato. Peccato però che Luca si sia rifatto una vita con Tancredi (Andrea Fuorto) e lo aiuti nella gestione di una casa di accoglienza per ragazzi queer che stanno affrontando un periodo di difficoltà.

Antonio così dovrà fare un passo indietro non solo per capire cosa realmente vuole, ma anche per lasciare che gli altri siano liberi delle loro scelte.

Un secondo capitolo di Maschile Singolare non mi sembrava una cattiva idea, sebbene non sia mai diventato uno dei miei film preferiti, ma la storia di Antonio e Luca aveva lasciato uno spiraglio aperto e approfondire le vite di entrambi non mi sembrava una cattiva idea. Maschile Plurale però non mi ha convinto esattamente come il primo film, ma per ragioni differenti.
Se infatti nel primo capitolo mi sembrava ci fosse un ping pong fra stereotipie e superficialità, qui è proprio la banalizzazione generale che mi è pesata. È vero che si tratta pur sempre di una commedia ma nemmeno il suo risvolto più leggero riesce ad essere particolarmente divertente.
Infatti credo che il tentativo di rendere Antonio in qualche modo una sorta di Bridget Jones sfigato che tenta di riconquistare il suo ex, si traduce in azioni infantili ed egoistiche, rendendolo antipatico da inizio a fine. 

Non ne esce meglio Luca, che assurdamente non sembra conscio che le cose fra lui e Antonio possano essere altrettanto strane, ma che soprattutto sta per sposare un uomo a cui ha nascosto una parte di lui, seppur passata.

Tutte le reazioni di gelosia mi sono sembrate quelle di un teen drama, e la cosa mi fa forse doppiamente male perché i personaggi di Maschile Plurale dovrebbero essere miei coetanei, e quindi non proprio ragazzini, ma la mia generazione credo abbia bisogno di personaggi più interessanti e rappresentativi.
È vero che l'argomento di fondo, di apertura verso la pluralità a cui il titolo fa riferimento, è positivo e rincuorante e che appunto i personaggi avranno una crescita, ma il percorso per arrivarci è tortuoso. Salvo però Riky (Francesco Gheghi), un ragazzo "problematico" del centro di accoglienza in cui lavora Luca, che è un personaggio complesso e ben interpretato, ed anche l'evoluzione di Cristina, che finalmente ha più spazio, diventando quella amica che un po' tutti vorremmo. 

Scavando un po' più a fondo, anche la storia della costruzione della nuova pasticceria mi è sembrata semplicistica ed irreale (avete mai visto un posto che espone i dolci in quel modo?), una sorta di americanata dove con un cacciavite e due assi di legni costruiscono una casa a due piani.
È per queste ragioni che non ho avuto particolare feeling con questo Maschile Plutale: è vero che il cinema queer è sempre meno popolato rispetto a quello etero, ed è anche vero che si tratta di una operazione che non fa male a nessuno, sicuramente meno peggio di altre, ma non è purtroppo figlio della cinematografia italiana, spesso lontana dalla realtà. 




Le mie riflessioni su Baby Reindeer, cosa non funziona in Mary & George e altre novità in streaming

Si continua con le nuove serie tv terminate, seppur il ritmo di visione sia stato rallentato da viaggi e dalla messa in onda settimanale che a volte non aiuta. 


Based on a True Story
Prima stagione

Credo che RaiPlay abbia fatto un buon colpo ad aggiudicarsi i diritti per Based on a true story, resa disponibile in streaming dal 29 Marzo di quest'anno.
A disdetta del titolo non si tratta in questo caso di una storia vera, ma è vero (perdonate il gioco di parole) che rovistare nei fatti degli altri ci piace sempre tanto, e a volte ci dà quel brivido, quella scossa, che ci aiuta a superare giornate noiose, rutinarie e fiacche.

È un po' questo il motore delle vicende di Ava (Kaley Cuoco) e suo marito Nathan (Chris Messina): la prima fa l'agente immobiliare non senza difficoltà, e soprattutto aspetta un figlio, il secondo invece sta avendo un po' una crisi di mezza età, visto che dopo una carriera da tennista professionista si è ritrovato "declassato" ad istruttore per bambini. Entrambi sono indubbiamente annoiati dalla vita, hanno problemi economici, e la loro relazione è un po' in un momento di stallo in attesa che evolva, ma tutto cambia quando un idraulico belloccio di nome Matt si presenta alla loro porta per alcuni guasti da riparare. Per caso Ava scopre che questo misterioso idraulico sembra avere una doppia, macabra vita: pare essere un serial killer.

La donna però, invece di denunciare Matt, rinchiudersi in casa con un coltello sempre a portata di mano, decide che può cogliere l'occasione per sfruttarla a suo vantaggio e creare un podcast. D'altronde quale miglior occasione se non raccontare una storia basata su fatti reali. Ma come si può gestire un uomo instabile e potenzialmente pericoloso?

Quelli più bravi di me li chiamano crimedy, questi prodotti che uniscono storie thriller e appunto crime con generi più leggeri e comici, e credo che Based on a true story sia un buon esempio della categoria ma non perfetto. 
Knives Out e Only Murders in the Building hanno aperto la strada e questa nuova serie tv su Raiplay secondo me ha alcune qualità. È divisa in otto episodi da mezzora circa l'uno, che non solo appunto fondono generi diversi, oscillando fra il comico e il thriller, ma con una vena vagamente splatter che rende il tutto meno smaliziato e più di impatto, e non mancano anche i momenti di suspense più o meno riusciti.

Kaley Cuoco arriva dritta da The Flight Attendant in un ruolo decisamente simile ma che le sta molto bene, e Messina e Tom Bateman nei panni di Matt, riescono a starle dietro senza sembrare di annaspare. Anzi quest'ultimo è davvero spesso inquietante. 

Based on a true story è comunque una serie tv che si lascia seguire, ma non è la produzione migliore del decennio. Va presa come una commedia in cui l'aderenza alla realtà a volte salta, e che a me ha dato l'impressione di essere, talvolta, un po' troppo studiata, come se si vedesse in modo scafato la costruzione di quei momenti di tensione e quei cliffhanger che casualmente arrivano a fine episodio.
Pochi i riferimenti più riflessivi, come ad esempio quello dell'impatto dei social e della tendenza comune a paragonarsi agli altri, ma in fondo non è lo scopo della serie.

È insomma un prodotto godibile senza mai picchi di particolare rilievo, che trova la sua giusta collocazione nello streaming gratuito su Raiplay, e ha avuto una seconda stagione di cui ho parlato qui.



Mary & George
miniserie

Attesissima almeno da me e divorata con curiosità, Mary & George è stata più o meno a livello delle mie aspettative, con qualche piccola pecca.
Andata in onda su Sky e Now, e terminata il 28 Aprile scorso, si basa sulla storia vera (questa volta davvero) di Mary Villiers (Julianne Moore) una donna arguta, dal carattere forte e indomabile, ma di umili origini, la quale, per sopravvivere alla dura vita dell'Inghilterra del '600, decise di fare di tutto per scalare la società ed arrivare alla vetta più alta: entrare nelle grazie di re Giacomo I (Tony Curran). Conoscendo i gusti del regnante per i giovani bei ragazzi, Mary fece in modo che il suo secondogenito George (Nicholas Galitzine reduce da Rosso, bianco & sangue blu) potesse diventare un perfetto uomo di corte, e sedurre il sovrano per poter acquisire prestigio, potere e denaro. 

Non sarà però un progetto semplice da realizzare, e non basterà la grazia di George, che aveva altre idee per la sua vita, a farlo progredire in questa missione. La corte è infatti un luogo spietato, che porterà da un lato Mary ad impiegare metodi leciti e non pur di far avanzare suo figlio, dall'altro George, verrà completamente assorbito dalla vita di sfarzi che gli consentirà essere il favorito del re, ma a discapito del rapporto con la madre.

Pur basandosi su una storia vera, Mary & George si innesta in una zona grigia per cui da un lato non è rigidamente storiografia, seppur costumi e scenografie seguano rigorosamente lo stile dell'epoca, dall'altro romanza dove necessario, ma senza diventare una sorta di Bridgerton stantia. È vero, non mancano le scene di sesso più o meno esplicite e diciamo che in questo la serie si dilunga anche troppo, a discapito di un finale che è forse il neo più grande di Mary and George.
Se infatti i primi episodi si perdono in questi amoreggiamenti, per così dire, la seconda parte finisce per dover mettere il piede sull'acceleratore per poter arrivare al finale. Inutile dire che non posso fare spoiler perché vi basterebbe leggere anche Wikipedia per scoprire cosa sia successo a George Villiers e alla sua famiglia, però posso dire che la sforbiciata temporale che porta alla conclusione dei fatti, mi è sembrata un po' troppo incisiva per poter spiegare gli ultimi anni della figura del favorito.

È come se la serie si concentrasse molto, con una buona manciata di drammatizzazione, sui risvolti interni ai palazzi, mentre quando doveva espandere la sua prospettiva, e darci l'opinione e le reazioni di un intero popolo, non lo fa. Probabilmente 8 episodi canonici sarebbero stati meglio invece di questi strani 7.


In ogni caso si può chiudere un occhio, anche in questo caso dando il giusto peso a Mary & George, che ovviamente non nasce come un documentario e che ti racconta una storia che magari non conosci e puoi approfondire altrove, ma che soprattutto si concentra sul rapporto particolare, e a volte complicato, fra madre e figlio.
Dalla sua ha anche delle belle location, come dicevo una messa in scena curata, e mi è piaciuto anche il montaggio di alcuni episodi, che dà ritmo anche ad una storia che sarebbe altrimenti lineare.
Il cast poi è ottimo: Julianne Moore è forse la migliore, ma anche Tony Curran è stato un buon King James I, anche se il suo spazio di manovra è particolarmente limitato, visto che poco si racconta di quello che fu il suo impegno nel periodo storico del suo regno. 
Nicholas Galitzine per quanto adatto e carino nel ruolo di George, credo ancora debba maturare nelle aree più drammatiche dei personaggi che interpreta (ve ne parlo anche più avanti). 



Baby Reindeer 
Miniserie


Credo che su Baby Reindeer si sia detto tutto, forse anche troppo, al punto che persino le persone reali coinvolte nella storia sono venute allo scoperto con tutte le conseguenze del caso (anche legali).
La storia è quella di Donny (Richard Gadd, non solo interprete, ma anche ideatore e sceneggiatore del serial) un comico poco più che ventenne che cerca di andare avanti nella vita e nella carriera con alterne fortune. Per sbarcare il lunario lavora in un pub dove un giorno per caso arriva una donna giù di morale. Questa si presenta come Martha (Jessica Gunning), avvocato rampante ma senza denaro, all'apparenza spiritosa e sensibile, ed forse fra i pochi ad aver compreso l'ironia del comico. Peccato che in realtà Martha inizierà a perseguitare Donny, diventando una sua agguerrita stalker, e costringendo l'uomo in un calvario che sembra senza fine.
Ma non sarà solo questo: Donny infatti sta cercando il suo posto nel mondo, ha un rapporto particolare con i genitori, deve superare una relazione con la sua ex ragazza, e dovrà affrontare altre violenze e abusi che lo porteranno a mettere in discussione la propria sessualità.

Oltre alla parte più inquietante delle vicende di Baby Reindeer, la cosa che a me, e penso anche ad tanti altri ha colpito, è il taglio diverso della serie, che per una volta non parla di una storia di persecuzione "tradizionale", della vittima perfetta, magari una giovane donna che semplicemente si ritrova a subire stalking e molestie. In questo caso la vittima è un uomo ed offre una rappresentazione e una possibilità di riflessione differente, che come dicevo esce anche dalla questione del "mero" atto persecutorio, per muoversi verso una maggiore profondità fatta di traumi irrisolti e stratificati, e un ventaglio di fragilità e insicurezze. Ma anche di accettazione di se stessi e della validazione che può arrivare dall'esterno. 

Questa serie Netflix tra l'altro non gioca solo su un binario unico, ma si sdoppia: Donny è sia vittima che carnefice, spesso di se stesso e delle proprie decisioni, della propria sensibilità ed empatia, ma non è un eroe, anzi spesso è causa del suo mal. Allo stesso modo Martha non è solo la stalker tal quale, ma una donna che è stata abbandonata a se stessa dalla società. Ci sono insomma delle sfumature che nella vita di tutti i giorni possiamo vivere e che creano un maggiore effetto di empatia rispetto ai personaggi, ma a questo ci arrivo fra un po' con una riflessione che vorrei fare.

Il successo di Baby Reindeer si deve però non solo alla storia cupa e drammatica che racconta o ai risvolti che questa può avere da un punto di vista umano, ma anche per la sua onestà, per la schiettezza, e questo taglio sarcastico che a volte porta lo spettatore a ridere o sorridere anche quando le cose si fanno decisamente brutte. E poi è interpretata benissimo, non solo da Richard Gadd che giustamente ci è dentro fino al collo avendo vissuto i fatti in prima persona, ma anche Jessica Gunning che interpreta tutte le follie di Martha, ma anche i suoi momenti down senza risultare caricaturale. 
È bella anche la messa in scena e l'estetica generale, ma anche il ritmo e il montaggio che hanno fatto perché tutto risulta chiaro, coinvolgente, senza scadere nella ripetitività che degli atti persecutori possono creare. 


Tuttavia mentre guardavo la serie e mentre coglievo tutte le opinioni esterne e l'eco che si è creata, mi chiedevo, Baby Reindeer avrebbe avuto lo stesso successo se non fosse stata tratta da una vicenda reale? Si sarebbe potuto evitare questo interesse morboso di voler trovare i personaggi reali e scoprire cosa sia accaduto, se lo stesso Gadd non avesse magari sottolineato cosa poteva rivelare e cosa no della sua storia? E soprattutto il personaggio di Donny sarebbe stato compreso davvero con la stessa empatia se appunto Netflix non avesse dichiarato che si trattava di un personaggio praticamente reale? 

Perché in fondo ci troviamo, come dicevo sopra, con un protagonista ventenne (anche se ha un aspetto più maturo) che spesso è vittima di se stesso, con una ironia a tratti imbarazzante, e che fa delle scelte davvero sbagliate fino alla fine. È vero che molte delle sue decisioni possono essere spiegate attraverso i traumi che ha subito, e che gli abusi appunto lasciano dei segni, ma molte volte sembra che Donny non abbia del tutto controllo di se stesso.
Non trovando un vero arco narrativo che lo porta a cambiare, crescere e redimersi, vedi appunto ciò che accade nel finale, e l'ambiguità dell'ultima scena, è possibile che molti lo avrebbero considerato un personaggio più che negativo e di conseguenza tutta la serie come una mera spettacolarizzazione di traumi, dolori e abusi se non ci fosse stato scritto "una travolgente storia vera"?


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