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Perché Only Murders in The Building è un'occasione persa

Disney+ ha riunito Selena Gomez, Steve Martin e Martin Short in una comedy dai toni dark e mystery, intitolata Only Murders in The Building e trasmessa sulla piattaforma dal 31 agosto al 19 Ottobre, e credo che sia il caso di parlarne. 

Only Murders in the Building - Serie TV (2021) - MYmovies.it

Charles (Martin), Mabel (Gomez) e Oliver (Short) sono infatti appassionato di un podcast che si occupa su indagine di omicidi, ma diventeranno loro stessi degli arrabattati investigatori (e dei creatori di podcast) quando nel loro lussuoso condominio viene ucciso misteriosamente il giovane Tim Kono. Ovviamente non tutti i condomini prenderanno sul serio Charles, Mabel e Oliver ed il loro modo di affrontare la faccenda, ma il trio riuscirà pian piano a far luce sul delitto, ed anche ad affrontare alcuni problemucci personali.

Le mie aspettative su Only Murders In The Building erano alte ma anche vaghe: mi aspettavo infatti una sorta di live action di Scooby Doo (senza cane ovviamente), con un vibe anni '70 e '80, ma con una vena più moderna, vista la moda del podcast (io ho abbandonato il mio, troppe cose da seguire ndr.), e non mi sono del tutto sbagliato perché l'intento è quello di un giallo leggero, spesso stemperato da dialoghi ritmati e situazioni risibili. La struttura generale (che non vi rivelo, tiè) è anch'essa ben studiata, e mi è sembrata una serie tv elegante e ricercata nel suo insieme. 

Only Murders In The Building continua, al via la seconda stagione

C'erano sono tutte le carte in regola per creare una serie tv davvero simpatica, piacevole e appassionante, ed in parte lo è. Tuttavia il dosso per me più difficile da superare è stato lo svolgimento di Only Murders In The Building che ho trovato monotono e a volte tendente alla noia: non mi sono mai del tutto immerso nello scioglimento del mistero, probabilmente perché i personaggi coinvolti non sono così approfonditi ed empatizzabili.
Certo, abbiamo una sorta di scontro-incontro fra generazioni, e qualche dettaglio sul passato di Mabel e Charles, ma non è abbastanza per appassionarmi.
A rendere tutto più fruibile c'è sicuramente la durata degli episodi che tocca i 30 minuti, ma c'è stato qualcosa che non ha funzionato.

Only Murders in the Building Episode 4 Recap/Ending, Explained: Is Sting  the Killer?

Certe scelte infatti, che dovrebbero risultare comiche, oltre che telefonate, mi sono sembrare poco divertenti e trascinate troppo a lungo per mantenere i tempi comici. Un esempio, che non è uno spoiler visto che si vede anche nel trailer, è sospettare di Sting (che interpreta Sting) come presunto assassino. Questo costante cadere nell'equivoco per aggiungere carne al fuoco è una strada poco originale che alla lunga può non funzionare.
Se ve lo steste chiedendo, no, nemmeno i vari cameo di personaggi famosi sono sufficienti per me a riattivare l'attenzione su una storia dalle basi poco solide.

Only Murders in the Building': Season 1, Episode 3

È poco l'intrigo e altrettanto poche le risate, e di conseguenza sono anche pochi appigli per poter salvare Only Murders In The Building, che non sarà magari la peggior serie dell'anno, ma che è per me una occasione sprecata.
Devo fare una menzione d'onore al settimo episodio, che è uno dei più belli visti di recente, e una menzione di disonore alla recitazione di Selena Gomez, che fa un'unica faccia tutto il tempo. 
Della seconda stagione, che mi ha sorpreso, ve ne parlo qui.



Only Murders in the Building 5, un comfort show in leggera discesa

Dal 9 settembre al 28 Ottobre sono arrivati su Disney + i nuovi, dieci episodi che compongono la quinta stagione di Only Murders in the Building, che lentamente ma con costanza si è guadagnata secondo me lo status di piccolo cult. 

Quella che doveva essere una comedy con lo sfondo di un giallo, ha infatti creato un microcosmo a cui tanti (incluso il sottoscritto, lo ammetto) si sono affezionati, e che è diventata una vetrina da cui tanti attori desiderano passare.

Questa quinta stagione ci riporta all'Arconia, dopo il salto nel mondo del cinema della quarta, perché sembra che Lester (Teddy Coluca), il portiere del condominio, sia stato assassinato misteriosamente. Ovviamente Charles, Oliver e Mabel si metteranno subito all'opera per scoprire l'assassino ma con difficoltà perché la moglie di Lester, Lorraine (Dianne Wiest, I Care A Lot), non conosce chi potesse odiare il marito.
Nel frattempo i podcaster verranno contattati da Sofia Caccimelio (Téa Leoni) perché suo marito Nicky (Bobby CannavaleThe Watcher) è scomparso. Peccato però che i Caccimelio siano legati alla mafia. 

Come sempre l'Arconia nasconde tanti segreti, e Only Murders in The Building 5 usa la sua ricetta ormai tradizionale per mischiare le indagini dei crimini alla commedia. Questa stagione per certi versi è stata esattamente come me l'aspettavo e come la serie ci ha abituati. Permane infatti quel senso di "comfort show", di torpore per una storia che, per quanto nuova, sappiamo che come ci terrà compagnia e che nasce soprattutto per intrattenerci. 

I volti di Steve Martin, Martin Short e Selena Gomez sono ormai diventati familiari come se fossero nostri vicini di casa, le loro battute e il loro affiatamento sono fra gli ingredienti principali di Only Murders in the Building.
La struttura è insomma sempre quella, ad aggiungere la novità ci pensano invece colpi di scena più o meno riusciti, e tanti camei di celebrità più o meno note come Renée Zellweger, Christoph Waltz, Beanie Feldstein e Logan Lerman, in ruoli che non vi rivelo se non avete visto la stagione.

Continua poi un supporto tecnico appagante, come l'ottima regia, il montaggio, la colonna sonora, che sono stati tutti elementi distintivi e di valore pe la serie.
Tuttavia credo che rispetto alla solidità della quarta stagione, qui ci sia stato un piccolo passo indietro.

A me ad esempio è sembrata una stagione che non ha saputo trovare il suo equilibrio. Per i protagonisti principali è sicuramente un periodo di passaggio, ma mi è mancato qualche momento più tenero e riflessivo fra di loro. Allo stesso modo, il mistero da risolvere mi è sembrato più annacquato e in generale meno convincente e appassionante rispetto alle storie del passato.

I nuovi, tanti personaggi introdotti secondo me non sono stati molto decisivi: è vero che ci danno modo di pensare anche ad argomenti più seri, come la tecnologia che rimpiazza l'uomo, ma diciamo che narrativamente non stravolgono le carte al tavolo da gioco (battuta voluta). Inoltre creano anche un po' di confusione spesso inutile.
Nel corso degli episodi mi è sembrato inoltre che questa stagione richiedesse una maggiore sospensione dell'incredulità, sempre per spingere su una comicità non sempre efficace. 

Questo non significa che abbia trovato Only Murders in the Building 5 una brutta stagione, ma mi è mancato qualcosa, mi è sembrata meno appassionante, quel senso di torpore si è un po' raffreddato.
È normale per una serie tv che diventa più longeva (specie per gli standard di oggi) perdere un po' di brillantezza, e in questo caso la sua struttura la obbliga ad una certa ripetitività. 
Sono stato infatti contento di leggere che Only Murders in The Building è stata rinnovata per una sesta stagione, ma apprezzo ancora di più il fatto che dovrebbe essere ambientata a Londra, perché serve più aria nuova. Spero che i nuovi episodi però siano più orientati ad appagare lo spettatore e meno a fare appunto da vetrina al cast.


Only Murders in The Building 3: speravo meglio

Dall'8 agosto al 3 ottobre di quest'anno siamo tutti tornati all'Arconia (e non solo), e c'è un nuovo caso da risolvere, per Mabel, Charles e Oliver, non senza le difficoltà che questo può comportare e mentre la vita privata va avanti, fra nuovi rapporti, e scelte importanti.

Only Murders in the Building è tornata per una terza stagione (e tornerà per una quarta ormai confermata) non solo con un nuovo omicidio da risolvere ma anche nuove aggiunte al cast. 
Dopo una prima stagione che non mi aveva fatto appassionare nonostante le ovvie qualità, e una seconda che invece mi sembrava avesse recuperato quota e mi aveva convinto di più, il terzo capitolo aveva bisogno di trovare una strada nuova senza stravolgimenti e quindi hanno puntato su Broadway.

Oliver (Martin Short) infatti vuole mettere su uno spettacolo teatrale, e riuscirà a raccogliere un cast niente male, inclusa la star Hollywoodiana Ben Glenroy (Paul Rudd) al suo debutto teatrale, e la talentuosa Loretta Durkin (Meryl Streep) che non ha ancora trovato la sua occasione per svoltare.
E se la preparazione del musical si complicasse improvvisamente perché il protagonista maschile è misteriosamente stato ucciso?

La terza stagione di Only Murders in The Building aveva bisogno di nuova linfa ed effettivamente hanno saputo trovarla in un rinnovamento del cast, con nomi mica da poco, ed aprendo le porte dell'Arconia, spostando lo scenario altrove, ma anche mettendo un po' da parte il podcast in sé.
Ci sono insomma diverse linee narrative da seguire in questi nuovi episodi, e, lungi dal farvi spoiler, cerchiamo di esaminarle insieme.

La prima, quella del caso da risolvere, mi è piaciuta perché unisce lo spettacolo teatrale da preparare, poi diventato musical, con la ricerca del colpevole del delitto, e mi è sembrata coerente ed una buona scelta proprio per allargare gli orizzonti della serie, senza stravolgerla, e ancora una volta unendo la contemporaneità con i classici, e ovviamente ironia ad una storia tragica. A me non tutto fa ridere, anzi, ma il mood è brioso. 


Il giallo da risolvere appunto, nonostante ci venga raccontato sempre con quella sottile ironia e scorrevolezza, purtroppo secondo me non brilla per originalità né mi ha stuzzicato a tal punto da farmi sentire pienamente parte delle indagini. La colpa non è tanto degli avvenimenti, ma proprio degli escamotage che gli sceneggiatori mettono in atto per trovare i colpevoli. Per me ad esempio, e ripeto non voglio fare spoiler, gli ultimi episodi diventano un lungo spiegone a tratti anche noioso, e attraverso un escamotage in parte forzato e poco credibile (d'altronde noi sentiamo solo parte delle deposizioni dei sospettati) si arriva alla risoluzione del caso. 

Uno dei difetti di Only Murders in The Building, sia di questa terza stagione che di quelle passate, è proprio che io noto la mano dello sceneggiatore che cerca delle trovate per far accadere le cose.
E quindi, ad esempio, ci si ritrova un attore, che doveva essere morto, alla fine, solo per farci godere della sua performance, attraverso anche qui un trucco che a me da l'idea di forzatura.


La seconda linea narrativa riguarda proprio i personaggi, che si ritrovano per un periodo separati nelle indagini e alle prese con le loro cose. Charles infatti deve fare i conti con la nuova fidanzata e la sua carriera da attore, Oliver è alle prese con questo spettacolo da mettere in scena, ma anche lui ha una nuova fiamma, mentre Mabel come sempre cerca il suo posto nel mondo, continuando però a voler portare avanti il suo podcast crime.
Anche qui purtroppo ho percepito delle forzature: la divisione, letterale, del terzetto mi è sembrata basata su motivazioni un po' friabili, sebbene sia credibile che degli amici litighino per un periodo, ma ho trovato peggiore il voler affiancare tutti da dei partner, nuovi o passati che siano.
È infatti una scelta che avevamo già visto nelle passate stagioni, e che quindi risulta prevedibile, ma soprattutto non sempre sviluppata bene, come nel caso di Tobert (Jesse Williams) che risulta un po' piatto.


Per quanto riguarda le aggiunte al cast indubbiamente nulla da dire, ad eccezione appunto di Williams che si ritrova più marginale di quanto pensassi. 
Inutile anche soffermarsi sulla bravura di Meryl Streep che invece è perfetta nei panni di Loretta e che dà al suo personaggio diverse sfaccettature. 

Non si parla solo di omicidi, di musical, di amore o di amicizia in Only Murders in The Building 3, ma anche di famiglia, di maternità e questo tema è sempre raccontato in modo delicato ed elegante.
Allo stesso modo il Ben Glenroy di Paul Rudd si rivelerà molto più che semplicemente un attore egoriferito. 
È inoltre innegabile il lavoro svolto per creare a tutti gli effetti un musical, con canzoni incluse che sono anche molto belle, ma se non amate questo genere, potreste ritrovarvi delle scene che detesterete. 
Le mie speranze erano che la terza stagione di Only Murders in the Building potesse superare gli stalli che avevo incontrato nelle stagioni precedenti, ma non ci riesce del tutto.
Sono però riusciti ormai a farmi affezionare ad Oliver, Charles e Mabel, e quindi ho recuperato la quarta stagione, uscita infatti il 27 Agosto 2024, ne ho parlato qui.



Le nuove stagioni disponibili su Netflix, Raiplay e Disney+

Dopo aver esplorato ben quattro nuove serie, torno a parlare di alcuni rinnovi: ho appena concluso le nuove stagioni di alcune serie TV che seguo da tempo e di cui, di recente, sono usciti i nuovi episodi.
Le trovate su tutte le piattaforme streaming, quindi ce n'è per tutti.


Only Murders in the Building 
Quarta stagione

only murders in the building 4 recensione

Dal 27 Agosto al 29 Ottobre a cadenza settimanale, sono stati resi disponibili su Disney Plus i 10 nuovi episodi di Only Murders in the Building 4, la serie tv con Selena Gomez, Steve Martin e Martin Short che ormai è diventata una bellissima vetrina per tantissimi attori stra famosi, ma che con me ha avuto un rapporto altalenante.
Eravamo rimasti ad una terza stagione ad esempio che non mi aveva poi tanto convinto, dove mi sembrava ci fossero forzature narrative e dove mancava un po' di legante. In fondo noi abbiamo conosciuto e apprezzato Charles, Oliver e Mabel insieme, per la sinergia che hanno fra di loro, e per questo, vederli separati, ognuno alle prese con le sue cose, non mi sembrava interessante. Ma adesso si ritrovano di nuovo più affiatati per scoprire chi ha ucciso Sazz (Jane Lynch), amica e stuntwoman di Charles.

Nel mentre si paventa un'altra opportunità: Hollywood. Ai tre protagonisti infatti viene proposto di trasformare il loro podcast in un film e dovranno confrontarsi anche con gli attori scelti.

Questa quarta stagione di Only Murders in The Building è alla fine la più solida secondo me fino ad adesso. Hanno infatti trovato nuova linfa, aprendo ma non troppo le porte dell'Arconia, ma spostandosi semplicemente all'ala occidentale del palazzo, popolata da gente stramba di ogni tipo. Non è infatti semplice trovare dei collegamenti che non portino i protagonisti fuori dal condominio, venendo meno al titolo stesso della serie, eppure sono riusciti a trovare un collegamento coerente e interessante. 
Una stagione che conferma i pregi di Only Murders in The Building, ovvero la buona scrittura della parte crime, che trova la sua risoluzione alla fine, ma passa attraverso dei tasselli abbastanza solidi costruiti nel corso degli altri episodi, l'ironia dei dialoghi e di alcuni sketch, e il suo essere estremamente contemporanea, ironica e autoironica.

Tutte queste caratteristiche hanno portato tantissimi attori noti a voler farne parte, e infatti in questa quarta stagione troviamo Melissa McCarthy, Eva Longoria, Zach Galifianakis, Eugene Levy, Kumail Nanjiani, Griffin Dunne e Molly Shannon, oltre al ritorno di Meryl Streep e Paul Rudd.

In questa stagione, rispetto alla precedente, mi è sembrato ci fosse maggiore equilibrio fra la parte comica e quella drammatica, quindi fra le indagini dei podcaster e la loro vita privata, che nel terzo capitolo sembrava avesse allagato tutto. 

I limiti di Only Murders in The Building rimangono più o meno sempre quelli, ovvero il fatto che non tutto fa ridere come vorrebbe, e che non si è partecipi alle indagini in prima persona, anzi si resta un po' fuori, e più che altro si seguono i protagonisti che fanno appunto le loro ricerche.
E alla fine è una serie tv che vuole intrattenere, è estremamente contemporanea, e punta ormai molto all'affiatamento dei tre protagonisti e alla ai vari cameo, ma che resta fine a se stessa, e capisco che i tanti personaggi, i tanti intrecci, possono annoiare. 
La quinta stagione di Only Murders in The Building è disponibile su Disney + dal Settembre 2025. Ne ho parlato qui.


La legge di Lidia Poët
Seconda stagione

Si è forse un po' sgonfiata l'attesa per la seconda stagione di La legge di Lidia Poet, serie tv che ha trasformato la prima avvocata d'Italia in una sorta di Jessica Fletcher: dove c'è lei ci scappa sempre il morto.
Se la prima stagione aveva imbastito le linee guida sulla storia di Lidia (Matilda De Angelis), della sua famiglia, delle sue difficoltà ad affermarsi nel mondo dell'avvocatura italiana e anche nell'ambito amoroso-sentimental-sessuale, in questa seconda stagione, arrivata su Netflix il 30 Ottobre, si seguono praticamente i binari già posati, e proseguono le indagini dell'avvocata, non senza la sua spalla, il giornalista Jacopo Barberis (Eduardo Scarpetta).

Questa volta i due sono impegnati in un caso che riguarda una persona che entrambi conoscono che è stata trovata morta, ma non mancano altri omicidi e misteri da risolvere.
Insomma, nessuna svolta in La legge di Lidia Poët 2, in cui ancora una volta la narrazione verticale si incrocia con quella orizzontale e tutte le altre piccole diagonali più o meno interessanti che riguardano i personaggi secondari.

Potrei insomma fare un copia e incolla delle mie opinioni che avevo lasciato per la prima stagione, perché anche questi nuovi episodi (sempre 6, non si può sbagliare) hanno gli stessi pregi e difetti.
La legge di Lidia Poët nasce come serie di intrattenimento, in cui personaggi storici realmente esistiti vengono piegati per una storia differente rispetto a quanto è accaduto all'epoca. Questo aspetto forse non è stato chiaro sin dal principio, tanto che ricordo i malumori che suscitò l'anno scorso appena uscì la prima stagione, visto che molti si aspettavano un period drama rigoroso. Ma se ambientazione e costumi sono fedeli all'epoca, il linguaggio, la musica e la gestualità non è spesso a sincrono con la fine dell'800.

Comunque tornando a questa seconda stagione, Lidia Poet è ormai una rodata investigatrice e non si farà mancare ogni sorta di omicidio. Non sempre però le singole storie risultano coinvolgenti, perché lo spettatore, come dicevo su, viene lasciato un po' fuori, per scoprire alla fine come sono andate le cose.
In fondo, il tempo per costruire un giallo con tutti i crismi, non c'è né credo che la serie Netflix voglia ritagliarselo. 


A rendere il tutto gradevole è sicuramente lo stile leggero, scorrevole, ironico, i dialoghi a tratti divertenti e il carisma di Matilda De Angelis, che ormai è diventata una attrice dal fascino internazionale, e da un po' tutto il cast, ora arricchito anche da Gianmarco Saurino nei panni del procuratore Fourneau. Inoltre sarà stata una impressione, ma mi è sembrato che in questa seconda stagione bisbiglino meno nei dialoghi, scelta artistica che non capivo nei primi episodi. 
Non ho invece apprezzato, ancora una volta, questa fotografia estremamente calda, filtrata, ovattata, che secondo il mio modesto parere fa un effetto datato (non antico) e da soap. 
In estrema sintesi La legge di Lidia Poët è una serie tv cotta e mangiata, per quanto cerchi una sua profondità sempre parlando di emancipazione femminile e di parità di diritti, che come viene se ne va, adatta a chi ama le dramedy in costume, ma non troppo. 

A distanza di poco meno di due anni, ad Aprile 2026 è arrivata la terza e ultima stagione della serie tv, ne ho parlato qui.


Nudes 
Seconda stagione

Sono trascorsi tre anni dalla prima stagione di Nudes, la serie tv firmata Rai e disponibile su Raiplay, incentrata sul tema del revenge porn, delle estorsioni a sfondo sessuale e in generale del ciberbullismo, e onestamente non mi aspettavo una seconda stagione, avendo concluso tutte le linee narrative. Invece il 25 Ottobre sono arrivati altri 9 nuovi episodi, che riprendono le stesse tematiche ma da altri punti di vista.

Con tre diverse storie, in un approccio quasi antologico, Nudes 2 infatti non si rivolge solo agli adolescenti e alle vicende che li coinvolgono, ma anche alla famiglia, con tutte le sue variabili, e in generale degli adulti. Così madri, maestri, e padri diventano le vittime, e spesso sono anche gli adolescenti stessi a fargli capire che quello che gli sta accadendo, che cadere a quel ricatto, non è una cosa giusta, e fornendo una ottica diversa sullo scarto generazionale. 

Non sto qui a raccontarvi i dettagli di ogni singola storia, perché ne abbiamo tre differenti, con personaggi diversi e appunto dinamiche a parte l'una dall'altra. Si parte ad esempio con Luca (Fortunato Cerlino), un padre vedovo, vittima di catfishing, costretto a cambiare tutta la sua vita, specie nel suo lavoro di insegnante, per poi passare ad una madre, Michela (Lucia Mascino), che ha fatto una scelta importante di seguire ciò che è, trovando una nuova compagna, ma le cose si complicheranno quando salterà fuori un filmato intimo con l'ex marito. Poi c'è una storia completamente differente, quella dell'insegnante di scherma Emilio (Michele Rosiello) che avrà problemi quando uscirà un video con una sua ex allieva.

Un cambio di prospettiva più interessante secondo me della prima stagione, con molte più sfaccettature sui tipi di rapporti che vengono raccontati e appunto sulle dinamiche che possono portare al revenge porn, ma Nudes resta una serie tv educativa molto standard. 

Non ci sono ad esempio dialoghi particolarmente spontanei e curati, le interpretazioni sono abbastanza nella media, così come le scelte di regia, ma soprattutto è la prevedibilità delle storie ad azzoppare un po' la serie tv.
In particolare, per me, è stata la terza storia ad essermi sembrata la peggiore, con personaggi piatti e spesso antipatici o quantomeno poco empatizzabili. La madre di Silvia (Emma Valenti), interpretata da  Astrid Meloni, ad esempio è insopportabile e ripetitiva, e anche la figlia segue questo schema.
È vero che gli episodi brevi sono molto facili da seguire, ma appunto quella di Nudes 2 dà l'impressione di una produzione decisamente inferiore rispetto al panorama dello streaming generale, fatta guardando solo al significato e meno al significante.
Ormai anche le produzioni italiane si stanno attrezzando per avere un respiro più internazionale, quindi una serie tv simile risulta quasi anacronistica. 
Anche la prima stagione presentava queste problematiche, e a questo punto mi chiedo quanto appeal possa avere sul grande pubblico una serie con questa impostazione, che ha però invece intenti e messaggi importanti. 
Non ho letto ancora di alcun rinnovo di Nudes, ma spero che ci sarà una terza stagione, abbia uno stile diverso. 

Altre serie tv promosse...ma senza lode!

Le varie piattaforme di streaming iniziavano ad avere troppi titoli che desideravo recuperare o che pensavo potessero farmi compagnia nei momenti di noia, e pian piano sto spuntando tutte le caselline. 


Uncoupled 
Prima Stagione 


Darren Star, papà di Emily in Paris e And Just Like That..., firma una nuova serie che segue un po' lo stile dei suoi lavori precedenti, ma che vede come protagonista Michael, un agente immobiliare di quarant'anni che improvvisamente si ritrova single dopo 17 anni di relazione con Colin. Si aprirà così una nuova parentesi di vita per Michael, che dovrà destreggiarsi fra il dolore per la rottura, ma anche nuove relazioni e clienti esigenti.


Se vi appassiona il filone delle dramedy romantiche, scanzonate, leggere, con un tocco glamour e contemporanee, che non hanno poi un particolare spessore, Uncoupled è perfetta per voi, perché ha quella gradevolezza che la rende anche adatta all'estate. 
Neil Patrick Harris è credibile nei panni di Michael, e anche gli altri personaggi riescono ad avere una loro parentesi più o meno approfondita, che non sfocia in una coralità, ma sicuramente rende la serie più dinamica. Uncoupled infatti parla sì di amore, e in particolare nell'ambito LGBTQ+, ma anche di amicizia e famiglia. 
Fortunatamente inoltre mancano alcuni dei cliché che si trovano nelle serie tv che hanno omosessuali come protagonisti, e questo aiuta a rinfrescare la visione.


Dall'altro lato però non ho trovato alcun spunto particolarmente originale: la vita di Michael segue infatti la tipica parabola già vista quando si parla di rapporti sentimentali, come la sofferenza per la rottura, il dubbio che possa esserci un'altra persona nella vita del partner, e poi c'è tutta la solita tiritera sugli incontri tramite app e sul sesso con più o meno estranei. Nulla di nuovo sotto al sole se avete anche solo visto poche serie tv, e per quanto sia importante avere dei prodotti "commerciali" che possano essere più inclusivi, non è una di quelle serie tv che riesce a colpire in qualche modo.


I dialoghi infatti non risultano così comici, mentre i momenti di drammaticità non vi faranno sicuramente struggere in un pianto senza fine. 
Ma se posso chiudere un occhio sulla carente originalità, mi è spiaciuto che il protagonista di Uncoupled non abbia avuto una crescita costante da un episodio all'altro, ma solo alla fine arriva ad una sorta di illuminazione sul suo comportamento e sulle sue relazioni con gli altri.
La serie è stata ufficialmente cancellata da Netflix e ma era stata salvata da Showtime con la promessa di una seconda stagione, ma pare che anche questa ultima emittente abbia cassato l'idea di proseguire con le storie di Michael abbandonando il progetto. 


Never Have I Ever - Non Ho mai
Terza stagione

Resta godibile ma secondo me inizia ad avvertire i primi segni di cedimento Never Have I Ever, che con la terza stagione conferma molte caratteristiche che avevo scovato nella prima e nella seconda stagione, ma come è inevitabile, ha perso un po' di freschezza.
Ritroviamo infatti Devi sempre alle prese con la sua relazione con Paxton, ma quando le sue insicurezze su se stessa e sulla loro storia si metteranno di mezzo, le cose fra i due inizieranno a vacillare. Nel frattempo anche le sue amiche Eleanor e Fabiola sono alle prese con nuovi e vecchi rapporti da gestire, ma non manca anche uno sguardo al futuro visto che il tempo al liceo sta finendo. 


Contestualizzandola nel suo genere e nel suo stile, Never Have I Ever resta una serie tv carina e che ho seguito volentieri. Permangono infatti molti dei punti di forza come l'ironia ma anche l'umanità di Devi, e l'empatia che suscita a seguire le sue disavventure. 
Un cambiamento che ho notato è che i dialoghi sono forse più sboccati rispetto alle scorse stagioni, come a voler sottolineare l'inevitabile crescita dei protagonisti.
Il problema di "Non Ho Mai..." è che gira troppo intorno agli stessi argomenti e alle stesse dinamiche: il tentativo di inserire nuovi personaggi si rivela un diversivo fiacco, dal sapore di aleatorio e poco duraturo.

Non ho notato, anche rispetto alla seconda stagione, il tentativo di inserire, seppur in maniera superficiale, argomenti un po' più profondi. È vero che anche in Never Have I Ever non manca il suo tocco di inclusività e tematiche LGBTQ+, ma tutto il focus di questa terza stagione è concentrato sui rapporti dei protagonisti.
Qui potete leggere la mia recensione della quarta ed ultima stagione di Non Ho Mai...


Only Murders In The Building
Seconda stagione


Avevo definito una occasione sprecata la prima stagione di Only Murders in the building, perché nonostante ne riconoscessi l'eleganza e la buona idea, lo sviluppo non mi aveva convinto. 
Ho trovato invece più coinvolgente questa seconda stagione seppur non sia perfetta e non supera del tutto i difetti dei primi episodi.
La serie tv su Star Original con Selena Gomez riprende proprio dal finale aperto che avevamo visto con la passata stagione, e adesso tocca scoprire chi ha ucciso Bunny, la presidentessa del consiglio di amministrazione dell'Arconia, perché Charles, Oliver, e soprattutto Mabel sono fra i primi sospettati.
Al vaglio delle indagini dei tre podcaster passeranno ovviamente tutti coloro sono stati vicini alla burbera signora, ma non sarà semplice scoprire l'assassino.


Stranamente questa seconda stagione di Only Murders in The Building mi ha conquistato di più della prima sotto diversi aspetti: in primis ho trovato l'intreccio crime un po' più convincente, seppur si basi su un percorso abbastanza collaudato per il genere. È infatti un continuo twist narrativo che cresce fino a trovare la sua risoluzione e che rende secondo me la serie appassionante.
Non mancano ovviamente i momenti ironici, sebbene sia una tipologia di comicità che a me non fa ridere particolarmente perché spesso sopra le righe e nonsense. Non so come ci si possa scompisciare dal ridere ad esempio quando uno dei protagonisti minaccia l'antagonista con l'interno del pomodoro.


Ci sono anche dei momenti più seri che però non spengono la brillantezza di Only Murders in The Building, che mantiene quella eleganza e quella pulizia della messa in scena. Sono anche più sfumati, meno marcati (in senso positivo) i personaggi. Penso soprattutto a Mabel che esce da quel costante mood di musona scostante, ma anche Charles e Oliver riescono ad avere il loro sviluppo sul versante più personale. 
C'è però sempre qualcosa che non mi fa innamorare alla follia di Only Murders in The Building e  capisco come mai qui da noi non se ne parli molto da noi in Italia. 
Qui ho parlato della terza stagione della serie. 



Serie TV e Film di Novembre 2025: tante delusioni, poche promozioni

Mi dicono dalla regia che anche Novembre ci sta lasciando e quindi arriva il momento di fare un piccolo recap per vedere cosa portarci dietro e cosa invece lasciare andare con la fine del mese.

Proprio riguardando alle mie recensioni mi sono reso conto di essere stato spesso lamentoso, soprattutto sui film che ho visto. Mi è sembrato infatti che tutto sia stato al di sotto alle mie aspettative, ed alcuni titoli mi hanno deluso a 360 gradi.

Il primo che mi viene in mente, direi il più problematico, è sicuramente Material Love, di Celine Song con Pedro Pascal, Chris Evans e Dakota Johnson. 


Mi aspettavo una commedia romantica intelligente, brillante, un velo sensuale e moderna, ma mi son ritrovato con un filmetto bello da vedere esteticamente, ma banale nella narrazione e prevedibile nelle soluzioni. Ma anche i personaggi mi sono sembrati poco affascinati e che spesso tradiscono le loro stesse convinzioni. Qui trovate altre lamentele su Material Love.

Devo dire che mi è spiaciuto non aver apprezzato di più anche il nuovo film di Ari Aster, Eddington.

Anche qui il cast si fa notare per nomi altisonanti, ma la storia è così piena di tematiche che risulta quasi indigesta. Parlare poi del COVID e di tutto quello che ha portato nelle nostre vite, e nella società in generale, non è forse la scelta più interessante, nuova, o critica che si potesse fare. Con una durata poi del genere, sembra anche ripetitivo. Qui la recensione completa di Eddington. 


Fortunatamente il 7 Novembre è arrivato il Frankenstein di Guillermo del Toro e le cose sono andate decisamente meglio.


Nella mia recensione non ho potuto fare a meno di sottolineare anche i punti deboli del film, come ad esempio la lunghezza, e alcune scelte narrative che si sono dimostrate meno convincenti. Ma si becca una promozione perché non si può negare che questo Frankenstein ha il sapore di un classico da guardare durante le feste, è visivamente appagante, ben recitato e credo che possa essere uno di quei film che vale la pena vedere e che io stesso rivedrei volentieri. 

Passando alle serie tv, diciamo che non ho grossi flop o delusioni, ma più di qualcosa non ha superato l'esame (?) a pieni voti. 
Penso ad esempio alla seconda stagione di Nobody Wants This.


Dopo una prima molto convincente, questa seconda si muove più per inerzia che per reale slancio. L'impressione che ho avuto è che i creatori di Nobody Wants This non volessero far crescere troppo la loro serie tv, indagando quelle dinamiche anche più complesse, ostiche o meno simpatiche dei rapporti di coppia. Il risultato è che tutto sembra troppo leggero, troppo semplice da risolvere. Spero quindi che la terza stagione abbia più mordente. Qui le mie impressioni. 

Una leggera flessione verso il basso anche per Only Murders in the Building 5.


La serie tv Disney Plus secondo me soffre ormai il tempo che passa e l'inevitabile assottigliarsi di idee più originali, avvincenti e solide. Come per Nobody Wants This, anche Only Murders in The Building mantiene la sua aurea di comfort show carino e coccoloso a cui siamo tutti abituati, ma tocca ammettere che servono storie più forti per mantenere alta l'asticella.
La scelta di cambiare completamente la location potrebbe essere rinfrescante. Ne ho parlato in dettaglio qui.

Il versante TOP per quanto riguarda le serie tv è altrettanto scarno, ma posso nominare Sherlock & Daughter.


Non è certamente il miglior titolo dell'anno ma se amate serie tv come Miss Scarlett and The Duke o i film su Enola Holmes, questo nuovo titolo può essere un intrattenimento di vostro gradimento, seppur meno grintoso. Tutto sommato, nel suo insieme, Sherlock & Daughter è anche fatta bene, i costumi sono credibili e le interpretazioni valide. Magari la storia non è estremamente accattivante, ma butta qualche amo che può far pensare ad un proseguo, quindi da tenere d'occhio. Se volete leggerne di più ne ho parlato qui. 

Sempre con aspettative ridimensionate, potrebbe essere un binge watching piacevole anche la nuova serie tv Malice su Prime Video.


È una serie tv estremamente derivativa, che sembra prendere i passi da tanti altri telefilm visti anche quest'anno. Quindi anche qui basse aspettative, specie in ottica di originalità. Tuttavia un buon cast, qualche bella location, un ritmo costante, riescono a salvare in corner Malice, o quantomeno a spingermi di dirvi di darle almeno una chance. Che poi c'è sempre tempo per abbandonare la visione.


Dicembre dovrebbe segnare il ritorno di alcune serie tv attese, quindi vedremo che salta fuori. 

The Residence, il guilty pleasure mancato di Netflix

The Residence, la nuova produzione di casa Shondaland, ha cavalcato le classifiche di Netflix e poteva pure conquistarmi senza troppo sforzo.

L'incipit infatti è quello di un giallo quasi alla Agatha Christie che mi piace molto: alla Casa Bianca un maggiordomo (Giancarlo Esposito) è stato trovato morto durante una importante cena di Stato con la delegazione australiana. Scattano così subito le indagini, che vengono affidate all'acutissima ed eccentrica detective Cordelia Cupp (Uzo Aduba), ed è importante che nessuno lasci l'edificio. Tutti verranno ritenuti possibili colpevoli, dallo staff della White House, fino agli invitati, passando per tutti coloro che potevano avere avuto un conto in sospeso col maggiordomo.

The Residence, disponibile dal 20 Marzo, ha una immediatezza che secondo me gli ha giocato molto a favore: un giallo da camera classico, che si muove in un contesto inusuale come la Casa Bianca e che è popolato di personaggi bizzarri, a cominciare dalla investigatrice, che setta subito l'umore e lo stile della serie. 

E come in un classico whodunit, tutti sono sospettati, in un marasma di volti, nomi, possibili moventi ed eventuali alibi da verificare attraverso l'arguzia della investigatrice Cupp. Ispirandosi al birdwatching di cui è una grande fan, Cordelia resta in silenzio ed aspetta, acuisce tutti i suoi sensi osservando tutto e tutti, per arrivare alla risoluzione del caso.

Buone carte da giocare insomma, ma The Residence è davvero troppo sotto ogni punto di vista, azzoppando la comicità che dovrebbe contraddistinguerla.
Sono troppi i personaggi, le facce, i ruoli, i sospetti, gli spazi e le azioni che ti mette davanti ma che difficilmente puoi riuscire a ricordare, anche quando l'episodio si concentra su un particolare sospettato. 

Come se non bastasse si aggiungono le indagini alle indagini, in un'aula di tribunale, dove si cerca di capire come Cordelia Cupp si sia mossa per cercare di risolvere il caso.

Così, se siete fra quelli che amate fare ipotesi sul presunto assassino mentre guardate un giallo, resterete meri spettatori delle vicende, a meno che non vi mettiate a prendere appunti. D'altronde la stessa Cupp ha le foto con tanto di cartello identificativo per ciascun sospetto, figuratevi se non serve a noi. Poi ci sono tanti dettagli che ci vengono tenuti nascosti, per cui fare i detective diventa impossibile. 

Tutte le micro storie che compongono l'intreccio narrativo ci vengono raccontate con dialoghi a fiume, e con un montaggio serrato ma che non fa altro che aggiungere altra carne al fuoco. L'uso costante di flashback poi appesantisce ancora di più la visione dando l'impressione che gli autori di The Residence avessero molti soldi da spendere e quindi minutaggio da riempiere anche a vuoto.

Così otto episodi che sbrodolano i 50 minuti diventano troppi, e la puntata finale ti dà il colpo di grazia diventando un'ulteriore ripetizione di tutto quello che avevamo già visto. E sapete cosa succede quando qualcuno ripete una battuta più e più volte? Che non fa più ridere.

The Residence poi non trova il suo punto di originalità, non solo perché pesca dai gialli classici, ma perché ricorda troppo Only Murders in The Building, persino nelle musiche scelte, e la stessa Knives Out, unendo thriller a commedia. Non che questi altri titoli si siano inventati nulla, ma arrivando dopo, The Residence non riesce a smarcarsi e trovare un suo punto di forza.

Si potrebbe dire che gli attori sono bravi, ed è così, specie Uzo Aduba che si cala perfettamente in questi ruoli sopra le righe, ma la sua Cordelia Cupp ricorda per doti intellettive Morgan/Morgane di High Potential senza però un approfondimento personale che la faccia in qualche modo uscire dal caso da risolvere.

Se allargo lo sguardo al resto del cast, mi ritrovo con altrettanti personaggi strambi, a volte esagitati, altre volte completamente sconnessi dalla realtà, che non fanno altro che allontanare ancora di più l'interesse verso una loro possibile evoluzione. 

Nonostante l'ottima messa in scena, The Residence non riesce a stare nei canoni del guilty pleasure, esondando da ogni punto di vista e imbolsendosi nel bisogno di strafare. Si perde quindi la brillantezza necessaria, ma anche freschezza e la velocità che secondo me questa comicità necessitava.

Paul William Davies, creatore della serie, dice di avere tante altre idee per Cordelia Cupp, ma Netflix ha cancellato la The Residence dopo solo una stagione. Si dice che la colpa sia della concorrenza creatasi con Adolescence, ma io credo fossero due serie troppo diverse per fare a gara.




Gli altri ritorni seriali di Netflix, delusioni e poche novità

Gennaio ha suo malgrado il compito di chiudere le parentesi lasciate aperte a Dicembre, e quindi più e più volte mi sentirete parlare nel corso del mese di serie tv iniziate alla fine dello scorso anno ma che per una serie di motivi non ho potuto concludere e parlarne prima. Oltre a Stranger Things 5 ad esempio ho terminato altre serie tv Netflix che sono state disponibili dagli ultimi mesi del 2025.


Emily in Paris 
Quinta stagione

Dopo una quarta stagione che non mi aveva proprio entusiasmato (qui le mie lamentele), Emily in Paris è tornata con nuovi episodi proprio il 18 dicembre dello scorso anno. La stagione più italiana visto che continuano le avventure di Emily (Lily Collins) a Roma, sempre più impegnata con la famiglia e l'impresa dei Muratori, e soprattutto con Marcello (Eugenio Franceschini). Fra i due infatti le cose si fanno sempre più serie, tanto che il giovane imprenditore decide di presentare la nuova fidanzata alla famiglia. Sembra che così si apra una nuova fase lavorativa e privata per la nostra magnifica Emily, ma sappiamo che i disastri sono sempre dietro l'angolo in ogni campo. 
Anche gli amici più vicini infatti tirano un brutto colpo alla protagonista: Mindy (Ashley Park) si ritroverà suo malgrado sempre più vicina ad Alfie (Lucien Laviscount) ma coma può nascere qualcosa fra i due visti i trascorsi con Emily?

È ormai un appuntamento fisso che non possiamo perdere quello con Emily in Paris, e, visto il rinnovo per la sesta stagione e l'ottimo posizionamento nella classifica di Netflix, credo che ne sentiremo parlare ancora per molto. 
Credo che ormai un po' tutti conosciamo i pregi e i difetti della serie di Darren Star e pontificare su questo o quell'aspetto risulta ormai inutile ed artificioso. D'altronde Emily in Paris è una fiaba scacciapensieri che segui anche quando hai scollegato completamente le sinapsi e alla fine svolge completamente il suo ruolo.

Devo poi ammettere che questa quinta stagione mi è piaciuta anche più della quarta: la parentesi romana prima e veneziana dopo riesce a portare qualche novità, qualche nuovo personaggio che riesce ad oliare un ingranaggio ormai un po' datato nel mondo seriale.
Le avventure di Emily, fra lavorativo e privato, riescono a trovare un nuovo equilibrio che comunque, sempre nell'ottica di come ci ha abituati la serie, funziona, intrattiene e diverte.

Ho apprezzato poi che si siano resi conto che dividere in più parti una serie tv come Emily in Paris non aveva alcun senso né apportava qualche miglioramento alla narrazione.

Tocca ovviamente farsi andare bene parecchi cliché e questo continuo storpiare i nomi dei brand italiani, seppur non abbia più molto senso visti i grandi marchi come L'Oréal e Intimissimi che hanno chiaramente sponsorizzato Emily in Paris 5
L'aspetto che più mi è forse pesato in questa stagione è la mancanza di crescita di alcuni personaggi. A sorprendermi è stata Sylvie (Philippine Leroy-Beaulieu), che continua ad avere costanti evoluzioni, momenti di crescita e occasioni per mostrarsi in più vesti con gli altri personaggi. Ma tutti intorno a lei restano fossilizzati in ruoli che hanno consumato da tempo il loro range di azione. 

Mi ha lasciato perplesso invece Emily: l'aggancio con la vita di Marcello ha dato infatti l'occasione per scavare un po' di più sul suo passato, sulla sua famiglia, trovare una nuova dimensione della sua personalità. Invece la serie si lascia sfuggire l'opportunità, preferendo la deriva romantica. Anche su questo versante però Emily in Paris (o in Rome, o in Venice) non è sempre appagante, sciogliendo alcune dinamiche (che non vi dico se no faccio spoiler) nel giro di poco.
Spero, ma senza troppe aspettative, che questi approfondimenti possano arrivare con la sesta stagione, ma l'augurio più grande è che facciano tesoro di questa ritrovata linfa per non fare dei passi indietro.



A Man on The Inside 
Seconda stagione


Il 20 Novembre sempre su Netflix è arrivata la seconda stagione di A Man on The Inside, una dramedy con un po' di mistero sulle avventure di Charles Nieuwendyk interpretato da Ted Danson. Se nella prima stagione eravamo in una casa di riposo in cui si stavano compiendo misteriosi furti di gioielli, adesso Charles si ritrova in un ambiente a lui più affine: l'università. Il presidente del Wheeler College, Jack Berenger (Max Greenfield, Running Point) è infatti sotto il ricatto di una figura misteriosa. 
Tuttavia le indagini di Charles, sempre complesse, saranno ulteriormente "disturbate" da una nuova fiamma, ovvero Mona (Mary Steenburgen, moglie nella vita reale di Danson), professoressa di musica al college ma anche una donna piena di iniziative. Riuscirà anche questa volta Charles nella sua missione sotto copertura?


La prima stagione di A man on the inside per me era sfiziosa, divertente, leggera ma con un suo spessore. Forse un po' derivativa come serie tv, ma comunque in grado di intrattenere toccando più o meno velatamente tematiche interessanti e sensibili. Tutto scorreva bene, la cornice era divertente, mentre regia, interpreti, scenografie, funzionavano alla perfezione.

La seconda stagione per me invece ha dato un netto peggioramento alla serie tv. Aver creato una nuova storia, con una nuova ambientazione mi sembrava una scelta sicuramente coerente per continuare senza azzopparsi. L'abbiamo visto con Only Murders in the Building: stare chiusi in un'unica location finisce per rendere la storia inverosimile. Questa seconda stagione di A man on the inside però secondo me non ha saputo trovare una narrazione altrettanto forte, ma soprattutto non è stata gestita bene. Il giallo da risolvere viene messo spesso in secondo piano e non è così accattivante, e ci si concentra molto sulle dinamiche fra i protagonisti, sulle loro vicende personali anche passate, che però non ho trovato così interessanti.


Tutto sembra infatti abbozzato, complice anche la durata degli episodi, e le nuove aggiunte al cast non riescono ad essere incisive nonostante siano composte da attori di talento. Oltre a Mary Steenburgen ad esempio c'è anche Constance Marie, attrice indubbiamente d'esperienza ma che qui passa quasi inosservata.
La mancanza più grossa però di A man on the inside 2 è quella di una poetica, di un messaggio, di una tematica che rendesse la serie qualcosa di più che una comedy poco ispirata e poco divertente. Diciamo che è stato quasi noioso seguire questa stagione, sono mancati quei momenti teneri, profondi, visto che un personaggio maturo come Charles si presta anche a riflessioni più ampie. 
È arrivata la conferma di una terza stagione di A Man on the inside ma ammetto che la voglia di proseguire dopo questi ultimi episodi è piuttosto latitante.



Tre serie tv leggere e di compagnia terminate questo mese

Terzo ed ultimo appuntamento di Gennaio per quanto riguarda le serie tv. Non sono forse stato particolarmente celere ne terminare tutto quello che stavo vedendo e soprattutto nel recuperare tutti i titoli a cui puntavo, ma posso ritenermi soddisfatto.


Doctor Odyssey 
Prima stagione

Creata fra gli altri da Ryan Murphy e disponibile dal 28 Novembre scorso su Disney Plus, Doctor Odyssey mi ha convinto. È vero, c'è voluto Joshua Jackson affinché mi aprissi ad un medical drama, ma questa serie tv è anche altro. 

Siamo appunto sulla nave da crociera di lusso Odyssey, gestita dall'esperto comandante Robert Massey (Don Johnson), il quale vuole che i suoi passeggeri vivano le vacanze più memorabili della loro vita. Ovviamente tutto il team sulla nave deve essere all'altezza, incluso il gruppo di medici che assisteranno tutti gli ospiti. Oltre ai già rodati infermieri Avery Morgan (Phillipa Soo) e Tristan Silva (Sean Teale) si aggiungerà al team il nuovo, affascinante medico Max Bankman (Jackson appunto) che da un lato creerà anche nuove dinamiche, ma dall'altro si rivelerà anche capace e preparato.

Ogni settimana infatti la Odyssey ospita un evento o dei clienti molto particolari e le emergenze non mancano mai. 

Non è un genere di cui, forse, mi avete mai sentito parlare, perché i medical drama sono poco adatti a un ipocondriaco come me. Tuttavia, come dicevo, non solo Joshua Jackson rende tutto più invitante, ma Doctor Odyssey non è troppo chiusa in un unico genere.

Da un lato, gli episodi seguono una narrazione verticale, e ogni settimana sulla nave ci sono eventi legati ad una occasione o ad una festività, con imprevisti più o meno gravi. Queste circostanze permettono di affrontare temi molto vari, sia personali che universali, come l'accettazione di sé, i dilemmi etici in campo medico, le ambizioni, il rispetto dell'ambiente, i diritti queer, gli eccessi della chirurgia plastica, i rapporti con i genitori, le relazioni interpersonali, il lutto e le difficoltà che la vita ci pone davanti, come la malattia.

Dall'altro lato, la narrazione orizzontale si concentra sui rapporti fra i protagonisti, in particolare sul triangolo tra Avery, Max e Tristan.


È una serie ad alto fattore di intrattenimento, che fa sorridere, per poi scendere in qualche momento introspettivo, senza diventare melodrammatico, ma il punto di forza di Doctor Odyssey è sicuramente il cast e la chimica che si crea fra questi, sia sul lavoro, sia nell'ambito personale.
Joshua Jackson è credibile nel suo ruolo, è elegante e piacione al punto giusto, e nel corso delle puntate spunteranno dei camei di volti noti. 

C'è però da sospendere secondo me un po' l'incredulità, sia perché le situazioni e le emergenze che capitano sulla nave sono a volte sopra le righe, ed è frequente sentire parlare di "situazioni rare" dai nostri medici. La sensazione che ho alcune volte è che non sembra una crociera di lusso, ma più un ospedale da campo. 

In questo senso, nonostante ci vengano presentati come infermieri, Tristan e Avery sono spesso risolutivi nelle crisi mediche quasi fossero dei veri e propri dottori esperti e rodati, e per quanto non sia del settore, mi sembra poco realistico. 

Inoltre, proprio quei rapporti a cui facevo riferimento su, fra il terzetto, possono sembrare superficiali, specie all'inizio, visto che in pratica non si conoscono affatto. 
La brevità degli episodi, ed il ritmo scorrevole, fa comunque perdonare queste facilonerie in Doctor Odyssey, che resta appunto godibile.
La prima stagione della serie è stata divisa in due parti, lasciandoci intanto con un bel colpo di scena.
Qui vi ho parlato della seconda parte di Doctor Odyssey, che conclude questa serie.



A Man on The Inside
Prima stagione

È arrivata su Netflix il 21 Novembre invece A Man on the Inside, che si basa su un docufilm del 2020 dal titolo The Mole Agent.
Charles (Ted Danson) è un professore di ingegneria ormai vedovo e in pensione, e un po' annoiato dalla sua vita. Per caso un giorno scova un annuncio in cui si cerca un uomo anziano che possa fare da investigatore privato, e così si ritroverà a fare l'infiltrato all'interno di una casa di riposo in cui si stanno susseguendo strani furti di gioielli. Non senza difficoltà Charles deve mantenere la sua copertura, ma anche avvicinarsi ai degenti della residenza per capire cosa stia accadendo.

È una perfetta combinazione di commedia degli equivoci e spy story quella che troviamo in A Man on the Inside, che si muove sui binari solidi di alcune serie tv già note. Infatti, seppur in modo molto più semplicistico, mi ha dato un po' le vibe dell'ironia e dell'eleganza di Only Murders in the Building, complice anche forse il nome del protagonista, e il doppiatore italiano, Mario Cordova, in comune alle due serie. Dall'altro lato c'è anche un po' de Il Metodo Kominsky, soprattutto per le tematiche. 

La vita e l'esperienza di Charles infatti consentono di parlare di elaborazione del lutto, ma più in generale di tutte le problematiche legate alla terza età, siano esse dovute alla salute, o semplicemente alla vita in generale. Lui e appunto gli altri pazienti della casa di cura, ci danno l'occasione per riflettere sulla forse malattia più difficile da affrontare ad una certa età, ovvero la solitudine. 
Così la ricerca dei gioielli è solo un pretesto per farci guardare altro, toccare temi sensibili, dare quel sapore dolce-amaro ad A Man on The Inside.


Non diventa mai stucchevole però, ricordando la sua natura comedy e soprattutto la brevità degli episodi e il ritmo comunque incalzante non ci fa annoiare, anche quando, nella parte centrale delle otto puntate, sembra che le cose si muovano un po' in tondo. 
Il cast poi, capeggiato indubbiamente da Ted Danson, è efficace e simpatico.
A Man on the Inside è però una compagnia molto semplice, forse anche troppo per alcuni, che sa essere a volte emotivamente più toccante, ma che segue una narrazione estremamente lineare, con colpi di scena non così esaltanti e rivoluzionari, facendo forse soffrire un po' la ricerca del colpevole.

La seconda stagione di A Man on The Inside è arrivata il 20 Novembre 2025, ho avuto modo di parlarne qui.

Ilary 
Miniserie

Mi sembrava sensato, dove aver visto Unica, il docufilm sulla separazione fra Ilary Blasi e Francesco Totti, mi sembrava completamente sensato sciropparmi anche la nuova miniserie che si incentra solo sulla vita della presentatrice. In cinque brevi episodi disponili su Netflix dal 9 Gennaio di quest'anno, Ilary unisce da un lato una intervista alla conduttrice, in cui ci racconta un po' la sua vita, il suo nuovo compagno Bastian, il rapporto con le amiche e in generale la sua carriera, dall'altro però vediamo la Blasi mettersi alla prova in nuove avventure. Che sia un lancio col paracadute o l'iscriversi ad un corso universitario, tutto diventa un'occasione per Ilary per raccontarsi senza troppi filtri.

Nn c'è molto su cui possa approfondire di questa miniserie perché Ilary mi ha dato l'impressione di essere una sorta di mini The Ferragnez, ma meglio. Si ride infatti, si sorride, si viaggia e i momenti più "intimi" diventano un'occasione di riflessione ma mai diventare piagnona o smielata. E forse per questo che tutto sommato il personaggio di Ilary Blasi mi piace: pur con i suoi modi che ad alcuni sembrano bruschi o superficiali, a tratti caciaroni, sembra sempre raccontarsi senza filtri, in modo schietto, senza troppi giri di parole. 

L'impressione che ho poi avuto è che appunto queste avventure a cui si sottopone Ilary non vengano mostrate a tutti i costi come spontanee. Non si cerca di nascondere che ci sia una scrittura dietro la miniserie, non è però la protagonista che si adatta ad un copione, ma semplicemente sono state adattate alcune situazioni ad Ilary.


Non ci vedo in generale l'intento di fare un contenuto di spessore o in qualche modo "elevato" ma ci viene presentata per quello che è.
Quindi, se pure voi come me non siete dei fan particolari della protagonista in questione, tutta la serie diventa molto carina, scherzosa, di intrattenimento. Volendone ricavare qualche riflessione, potrei dire che alla fine è bella l'amicizia che ci viene raccontata fra appunto Ilary e le altre ragazze, incluse le sorelle, anche questa molto schietta, ma forte. O ancora può essere anche un buon messaggio per chiunque sta affrontando una separazione, perché la fine di una relazione, anche lunga, non deve essere la fine di tutto. 



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