Lezioni di Chimica è la serie tv da vedere su Apple Tv +? Vi dico la mia

Non so se avete notato, ma ho l'impressione che anche le piattaforme di streaming si siano riadattate a quelli che erano i ritmi televisivi di far uscire le puntate delle serie tv settimanalmente o a parti. Ad esempio è accaduto con la sesta stagione di The Crown, che mi è rimasta sospesa dopo solo 4 episodi, e così tante altre serie tv che si stanno trascinando con questa programmazione.
Ho finito però qualcosina, ad iniziare da Lezioni di Chimica, disponibile dal 13 Ottobre su Apple Tv+.

Tratta dal romanzo best seller di Bonnie Garmus, Lessons in Chemistry vede Brie Larson vestire i panni di Elizabeth Zott, una tecnica di laboratorio che vorrebbe diventare una scienziata ed essere riconosciuta per i suoi meriti da tutti i suoi colleghi. Tuttavia siamo negli anni '60 ed è ancora impensabile per le donne proseguire in carriere da sempre appannaggio per il sesso maschile. Elizabeth farà quindi molta fatica a portare avanti i suoi sogni e le sue aspirazioni, ma sembra che tutto cambi quando finalmente incontra uno scienziato, Calvin Evans, dalle idee "particolari", che non concepisce le discriminazioni di genere. Quando però tutto sembra avere finalmente preso una piega buona per la nostra scienziata, tutto verrà improvvisamente stravolto.

In Lezioni di Chimica scopriremo tutte le svolte della vita, che porteranno Elizabeth a passare dal laboratorio, alla cucina di uno studio televisivo, ma anche a mettere in gioco tutta se stessa.

Riprendendo un po' le dinamiche de Il diritto di contare ad esempio, Lezioni di chimica è un racconto al femminile, che in fondo vuole insegnarci come tocca spesso rompere gli schemi per raggiungere i propri obiettivi, e che la vita non è sempre un esperimento riuscito, ma a è necessario ripetere, provare e vedere che accade. A volte dobbiamo solo trovare il nostro legame chimico giusto affinché si crei la reazione sperata. Questo ovviamente vale ancora di più se si parla di una donna che vuole seguire il proprio percorso personale con tenacia trovandosi spesso davanti dei muri di gomma, soprattutto all'epoca, ma è impossibile non attualizzare questa storia ad oggi.
Ci sono stati però alti e bassi in questi otto episodi di Lessons in Chemisty: Brie Larson ad esempio è perfetta nei panni di Elizabeth, ma l'idea di dover caratterizzare una scienziata quasi fosse un robot, non sempre in grado, ad esempio, di avere un linguaggio spontaneo, non mi è sembrata l'idea migliore.


A volte può risultare anche divertente, ma spesso mi è sembrata innaturale, respingente e caricaturale. Lo stesso vale anche per altri personaggi ma non voglio farvi spoiler.
Alcune scelte ed escamotage narrativi poi non mi hanno convinto, spesso sono poco originali o bizzarri, come entrare nei pensieri di un cane e dedicarci un'intero episodio che diventa quasi una ripetizione, che non è quello che mi aspettavo.

Dall'altra parte è comunque una serie tv scorrevole, che intrattiene, che può anche avere momenti emotivi (a seconda di quanto siate pronti ad accoglierli), ma che cade anche in puntate più mosce, e in alcuni momenti scontati e prevedibili. 
Mi sono piaciute le storie delle altre donne che affiancano quella di Zott, ognuna con una mentalità differente, in parte anche vicina alla sua, ma non aspettatevi che i personaggi secondari abbiano grande sviluppo: sono più che altro funzionali alla protagonista, e tutto si riconduce a lei.
Anche il resto del cast bisogna dire che è azzeccato, e sono sicuro riconoscerete più di un volto, ad esempio mi ha fatto piacere ritrovare Aja Naomi King dopo Le regole del delitto perfetto.


Ne consegue che anche gli argomenti che sono legati a questi personaggi, come la lotta raziale, finiscono per essere buttati lì senza un approfondimento. Lezioni di chimica ne tocca tanti di temi sensibili, dalla maternità, al lutto, alle difficoltà lavorative e personali di una donna, e, a costo di ripetermi, non tutto ha ampio raggio di manovra e sviluppo.
In questo senso questa miniserie Apple non la prende per il sottile: è dichiaratamente schierata e il messaggio politico passa forte e chiaro, senza troppi giri di parole, per cui, se non amate le produzioni così smaccate e che magari possono sembrare più impegnate, che intrattenitive, potrebbe farvi storcere il naso.

Lezioni di Chimica ha comunque indubbiamente un'ottima messa in scena, quindi se amate le serie in costume dove è tutto curatissimo, può fare al caso vostro, ed io stesso l'ho seguita volentieri; per il resto non è una di quelle serie tv che rivedrei e che ricorderò nel tempo. 

Due prodotti corpo Bottega Verde che ricomprerei subito!

Qualche settimana fa vi avevo parlato di un prodotto Bottega Verde che era stato una quasi delusione (qui), ma stavo già usano altri due prodotti della stessa azienda, sempre per il corpo, che invece mi sono piaciuti tantissimo sin da subito.

bottega verde recensioni

Fun fact: li ho comprati per sbaglio, o meglio, uno credo fosse semplicemente in omaggio che Bottega Verde mi aveva incluso in un ordine, l'altro credevo fosse della stessa linea, ed invece mi sono reso conto dopo che avevo sbagliato. Per fortuna non sono incappato in delle sòle ma ho trovato due prodotti che riacquisterei molto volentieri.

Il primo è il Bagnodoccia Pepe Rosa Bottega Verde, che sin dall'inizio mi ha stupito.


INFO BOX
🔎 Sito dell'azienda, negozi monomarca
💸  €4.99
🏋 400 ml
🗺 Made in Italia
⏳  12 Mesi
🔬 //


La sua formulazione è semplice e molto comune, infatti nell'INCI non ci sono particolari attivi ad eccezione dell'estratto di pepe rosa, chiamato anche "falso pepe" perché differente rispetto al pepe nero, a cui sono associate proprietà tonificanti, e quello di vaniglia, generalmente ritenuto antiossidante. 
Il bagnodoccia si presenta come un gel mediamente sodo, che però subito a contatto con l'acqua si trasforma in una bella schiuma morbida, sia con le spugne tradizionali che quelle in silicone, e che corrisponde ad una azione lavante buona ma non aggressiva.
Anche con l'uso quotidiano di questo bagnodoccia Pepe Rosa non ho riscontrato un aumento della secchezza della pelle del corpo. Magari chi già di suo ha un grosso problema in questo senso, o chi ad esempio soffre di dermatite, preferisce formulazioni più emollienti e sebo affini, ma per tutti gli altri va benissimo.

Quello che mi ha stupito di questo prodotto Bottega Verde è la profumazione: viene descritta come un connubio fra pepe rosa, una fragranza in genere definita come fresca, speziata-dolce, leggermente floreale, bergamotto e vaniglia, ma vi posso dire che il naso percepisce delle note legnose per niente dure, e soprattutto la componente vanigliata non risulta stucchevole o artificiale. È davvero una profumazione che trovo avvolgente, secondo me adatta sia a uomini che a donne, e che si sprigiona nel bagno, rendendo il momento della doccia più rilassante, più luxury (pur essendo un prodotto che si trova anche scontatissimo), più coccoloso. È anche un aroma che permane un po' sulla pelle, ma senza essere invadente se poi ci vado ad applicare una crema corpo. Vorrei davvero provare tutta la linea Pepe Rosa di Bottega Verde perché se la profumazione è questa in tutte le referenze, non può che piacermi. 

Il secondo prodotto è invece una minitaglia del Latte Corpo Rosa Bottega Verde, che all'inizio avevo pensato di sfruttare ad esempio nei beauty da viaggio, ma poi me ne sono innamorato al punto da centellinarla.

bottega verde latte corpo rosa

INFO BOX
🔎 Sito dell'azienda, negozi monomarca
💸  €8.99
🏋 40 ml /200ml
🗺 Made in Italia
⏳  12 Mesi
🔬 //

Dal punto di vista dell'INCI e della formulazione posso dire che si tratta appunto di un latte idratante, perché caratterizzato da umettanti leggeri come la glicerina, e l'estratto di rosa damascena, ritenuto anche anti age, ma pure olio di mandorle dolci e tocoferolo. Non ci sono ingredienti occlusivi come siliconi o petrolati.
Non è né promette di essere un prodotto nutriente o riparativo, ma appunto un latte idratante, mediamente fluido (ma non super liquido) che infatti si stende molto bene, non fa scia bianca e si assorbe su di me molto rapidamente, senza risultare appiccicosa o untuosa. Non è un prodotto adatto a pelli molto secche e disidratate, io noto infatti che su di me ammorbidisce e lascia la pelle liscia ed elastica, ma sicuramente, in questo periodo, con una pelle più secca, preferisco altre creme corpo. Per la mezza stagione, e quindi esigenze non troppo importanti, va benissimo.

Anche nel caso del Latte Corpo Rosa Bottega Verde è stato il profumo a convincermi: l'azienda la definisce romantica proprio per la presenza di note floreali delle rose, ma su di me sono solo le note di testa. Personalmente non amo il profumo di questi fiori, ma in questo caso non è una rosa troppo erbosa, troppo pungente, e soprattutto su di me subito passa avanti tutta un altra componente dell'accordo olfattivo, che è più dolce, più avvolgente, ma sempre fresca, e che ha anche qualche accento più legnoso e deciso. È una fragranza molto equilibrata, intensa, che si percepisce molto e che persiste per diverse ore sul corpo quasi fosse un'eau de toilette. Ed è in generale un profumo che mi piace sentirmi addosso, che non mi sembra comunque invadente o troppo sguaiato. 
Sarei molto curioso di provare il bagnodoccia di questa linea Rosa Bottega Verde perché penso che possa piacermi ancora di più.


Avete provato queste collezioni di Bottega Verde? O magari avete qualche altra loro linea che dovrei provare?




Ho visto Unica, il docufilm su Ilary Blasi e la rottura con Francesco Totti

Lo abbiamo con Wanna e Il principe: non serve aver compiuto chissà quali gesta eroiche per raccontare la propria storia su una piattaforma spalmata in 180 paesi. Per questo ha senso che Ilary Blasi si togliesse qualche sassolino dalla scarpa nel docufilm Unica, su Netflix dal 24 Novembre.

unica netflix ilary blasi

Sulla rottura con Francesco Totti, che presto porterà ad un ufficiale divorzio, si è detto davvero di tutto, lo stesso Pupone non si era sottratto ad una approfondita intervista (ad Aldo Cazzullo tra l'altro) al Corriere dell'anno scorso, ma la conduttrice non aveva ancora detto la sua verità, e l'ha riversata tutta in 80 minuti di questo docufilm. 
Unica, come la scritta su quella famosa maglietta, è il racconto che Ilary Blasi fa della sua relazione, dagli inizi, fino alla rottura, passando per un gioco innocente che, per sua stessa ammissione, aveva fatto con una amica. C'entrano i caffè e lungo tutto il docufilm se ne bevono tanti, ma non per la noia.
Peccato che al capitano della Roma non sia andato affatto giù, ma soprattutto che lui aveva già una relazione con un'altra donna.
E così si sgretola un matrimonio durato 20 anni e che ha fatto sognare molti, visto che Francesco e Ilary sono un po' i nostri David e Victoria in salsa un po' più burina, eppure Unica ci dice anche altro. 

ilaru blasi unica netflix

I panni sporchi si lavano in casa, è vero, ma non c'è da stupirsi che i due protagonisti vogliano e debbano difendersi pubblicamente: sono due personaggi famosi, lui anche a livello internazionale nel settore sportivo, e infatti questa vicenda è finita anche sul New York Times mica per niente. Per cui sì, trovo coerente che Blasi abbia voluto vuotare il sacco nel modo più plateale possibile riuscendo a capovolgere una certa narrativa, o comunque a mostrare quanto sia contorta.

Roma e l'opinione pubblica infatti sembrano essere state sempre più o meno velatamente dalla parte di Totti, il capitano più amato della capitale, venerato quasi come un imperatore, e l'ex letterina non è stata più al gioco dei giornali e del gossip, che non solo la sminuivano quasi non nominando il suo nome, ma cercavano in lei la colpevole della fine del matrimonio. 
Lei deve aver fatto per prima qualcosa di sbagliato, lo dice pure un tassista in faccia alla stessa Ilary, o semplicemente doveva star zitta e risolvere le sue cose tra le pareti di casa. Eppure, magia, non deve essere per forza così.

francesco totti ilary blasi recensione

Netflix e Ilary Blasi hanno saputo raccogliere tutti gli elementi necessari per raccontare non solo che fine avessero fatto questi benedetti Rolex o dove fossero finite le sue scarpe Hermès e Chanel (anche se finalmente ci ho capito qualcosa anche io), ma un atteggiamento quasi tossico di un uomo, un marito, che continua a girare la frittata piuttosto che assumersi consapevolmente le proprie colpe, spingendo la moglie (ormai ex) anche a difenderlo pubblicamente. 
Un uomo che sembra non in grado di superare un errore, pur avendone compiuti parecchi, e che come risposta propone il controllo su quella persona che dice di amare, dicendole di lasciare amici e lavoro. È vero, Unica non ha l'intento di riscostruire ritratti psicologici, anche perché non c'è una controparte alle dichiarazioni di Ilary Blasi, ma credo che venga spontaneo riflettere su come questo comportamento da parte di un partner possa essere dannoso, oltre alla, come dicevo su, tendenza di una società patriarcale che vuole trovare nella donna la burattinaia di tutto.

Unica, nel suo genere, risulta perfetto: Ilary Blasi si mostra spontanea, emotiva a raccontare le bugie subite ma non frigna per nulla, sincera, diretta per quanto possibile (ancora la questione in tribunale non è chiusa), porta le sue prove e si assume le sue responsabilità, senza però sputare su 20 anni di una relazione che ha portato alla nascita di 3 figli, ma con l'intenzione di rispondere all'umiliazione subita e spezzare quella bolla di omertà che copre un personaggio stimato. Risulta a tutti gli effetti credibile la sua versione, anche se appunto sua. Ed è poi un'operazione commerciale che funziona sia per lei che per la sua immagine, perché d'altronde siamo in una società in cui l'apparenza ed il portafogli (purtroppo) contano.

Netflix ha saputo confezionare il tutto nel migliore dei modi, dando qualche accenno di spy e crime story, con queste musiche alla Diabolik, ma sa diventare un commedia buffa all'italiana, con l'investigatore che si fa beccare e la ricerca notturna di scarpe e borse firmate. 
Unica poi sa far parlare, unendo l'ossessione del calcio a quella per il gossip, ovvero quello che alcuni italiani cercano spiando dal buco della serratura.

Nuove maschere Viso Hyaluronic Cryo Jelly Garnier, funzionano?

Quando Garnier lancia una novità, io mi lancio altrettanto a provarla, specie se si tratta di maschere in tessuto, argomento su cui sono molto ferrati, forse i migliori nella grande distribuzione.
L'ultima volta avevo parlato delle maschere con i probiotici, ma se spulciate sul blog ho parlato di moltissime maschere Garnier. La novità, o per lo meno le ultime che ho notato sono le Hyaluronic Cryo Jelly Mask.

garnier hyaluronic cryo jelly

Declinate in patch occhi e maschere viso, questi nuovi trattamenti Garnier sono arricchiti con umettanti comuni come la glicerina, l'acido ialuronico da cui prendono il nome, il mentolo che cerca di mantenere la promessa di questa sensazione glaciale, a meno 7 gradi, ed è una sostanza che nel mondo della skincare, oltre a rinfrescare, sembra in grado di far tutto, ma alla fine può risultare irritante su alcune pelli (non su di me). Non mi è chiaro se la miscela di questi tre ingredienti o solo la glicerina raggiungano il 4%, ma in ogni caso mi sembrano una percentuale valida per questa tipologia di prodotti. Queste maschere Garnier sono poi arricchite con l'estratto di cetriolo noto per l'effetto rinfrescante, idratante e lenitivo.

Le formulazioni sono vegane. 
Al momento la linea Cryo Jelly è composta appunto da solo due prodotti, inizio con la Maschera Occhi Anti-Fatica.


INFO BOX
🔎 Grande Distribuzione, Amazon
💸 €2.19
🏋 5g
🗺 Made in Cina
⏳ 2 patch occhi monouso
🔬 //

Questi Eye Patches Garnier sono molto intrisi di un siero gelloso che alla fine ho steso praticamente per tutto il viso, tanto era abbondante. Proprio per questa quantità di siero forse esagerata per due maschere occhi, i patch tendono un po' a scivolarmi sulle guance, ma aderiscono molto bene e la forma è grande ma non gigantesca da ricoprire tutti gli zigomi. 

Purtroppo devo dire che, nonostante abbia usato la Cryo Jelly Eye Mask la sera e in questo periodo, quindi con un clima un po' più freddo, non ho sentito questo effetto ghiaccio a meno sette gradi che promette. Mi ha lasciato perplesso che ad esempio non fosse indicato di metterla in frigo prima di applicarle. Per me la sensazione è quella di un qualunque trattamento occhi in tessuto che, essendo bagnaticcio, diventa fresco sulla pelle.

Ho lasciato agire questa Maschera Cryo Jelly per penso più di mezz'ora perché il siero appunto è abbondante e denso, e devo ammettere che si è assorbito molto bene, non ho infatti notato residui e quando dopo qualche tempo ci ho applicato sopra altri prodotti, non ha creato brutti effetti.
Gli aspetti che ho apprezzato da questo trattamento sono sicuramente la ottima idratazione che ha dato al mio contorno occhi e il fatto che abbia una azione distensiva ma non lifting, quindi la pelle resta elastica e in comfort. Non l'ho specificato prima ma non c'è una fragranza particolare, e non mi ha dato fastidio agli occhi.
L'azione anti fatica posso dire che tutto sommato c'è: non hanno eliminato la parte più scura della mia occhiaia ma l'intera zona perioculare mi è sembrata un po' più chiara e luminosa. Magari chi ha molte occhiaie non noterà un beneficio così evidente, mentre chi cerca una azione decongestionante e anti fatica più ampia, magari contro i gonfiori e i piccoli segni, potrebbe considerarlo un bel prodottino. 

È tutta un'altra la situazione l'ho trovata con la Hyaluronic Cryo Jelly Sheet Mask che, sebbene abbia lo stesso INCI dei patch occhi, presenta due aspetti completamente differenti.


INFO BOX
🔎 Grande Distribuzione, Amazon
💸 €2.19
🏋 27g
🗺 Made in Cina
⏳ 1 Maschera in tessuto monouso
🔬 //


Il primo è la profumazione che vi investe appena aprite la busta, che ricorda il tipico aroma che danno ai cosmetici con estratto di cetriolo, che è fresca e gradevole, ma intensa, quindi se non amate i prodotti con fragranze o avete qualche sensibilità in questo senso, possiamo anche salutarci.

Il secondo aspetto è che questa maschera viso Garnier è davvero freschissima sulla pelle: appena messa in posa scatena subito un effetto ghiaccio che potrebbe anche non piacere a molti, ma che devo dire risponde bene alle sue promesse. Questa sensazione permane per un bel po', diciamo circa 20 minuti, ma io ho proseguito comunque la posa perché la maschera è ricca di questo siero in gel che richiede un po' di tempo per essere assorbito. Considerate che ho tolto la maschera che ancora era umida e ho dovuto massaggiare i residui sul viso. 

La forma scelta ed il tessuto sono due delle caratteristiche che Garnier ha saputo azzeccare fin da subito: il materiale infatti è morbido, sottile e leggermente elastico, mentre il taglio è molto comodo. Io ho solo dovuto dividere l'apertura sul naso per farla aderire alla perfezione, nulla di troppo complicato. 

Il risultato con questa Hyaluronic Cryo Jelly Garnier è stato su di me quello di una pelle molto ben idratata, liscia e compatta. Ho anche notato una azione schiarente e lenitiva che mi fa pensare che possa essere un prodotto da utilizzare proprio in caso di pelle non solo secca, ma anche infiammata e magari arrossata da qualcosa, come ad esempio una giornata al mare o al vento. È però secondo me più adatta a pelli secche ed esigente perché è troppo ricca per una pelle mista o grassa, e su di me c'è voluto un po' prima che sparisse la sensazione di appiccicoso. 
Dopo questa Cryo Jelly Mask ho applicato la mia skincare serale e non mi ha dato problemi, ma secondo me il suo uso ideale è proprio la sera perché non so come possa comportarsi sotto al trucco prima di una serata o semplicemente nel quotidiano. Per il resto è comunque un buon trattamento, particolare nel suo genere ed efficace al suo scopo.

Avete provato queste maschere Hyaluronic Cryo Jelly Garnier?



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|Sotto la copertina|
Due chiacchiere sui libri più letti

Sono stati in vetta alle classifiche per diverso tempo, ma non è stata solo la popolarità ad avvicinarmi verso questi libri, ma anche una personalissima curiosità sui temi trattati, per questo li ho recuperati nel corso dell'estate fino ad oggi.
Non sono propriamente romanzi in senso stretto, ma li definirei veri e propri saggi, infatti credo che a molti di voi non diranno nulla come titoli. Da spaccati storici, a racconti contemporanei, passando per biografie più o meno approfondite.

Giornalista, scrittore. podcaster, e vice direttore di Il Post, Francesco Costa si è più e più volte occupato di Stati Uniti d'America soprattutto sul suo podcast appunto, che onestamente non seguo (come praticamente qualunque altro podcast a dirla tutta), e con molta curiosità ho voluto recuperare il suo California - La fine del sogno.


Genere: saggio
Editore: Mondadori
Pagine: 204
Data di pubblicazione: settembre 2022
Prezzo: €15 / ebook €9.99

L'America e soprattutto la California, nei decenni ci sono stati raccontati come un sogno, una meta dove tutto è possibile, con uno stile di vita e una società da emulare, soprattutto per quanto riguarda l'avanzamento della tecnologia e le politiche all'avanguardia sui temi sociali. Tutto questo in realtà è solo una narrazione datata o quantomeno solo parziale di quello che sono gli USA oggi, dove in realtà tante cose sono andare storte. Gli stessi californiani stanno lasciando quella che per decenni è stata invece la destinazione più ambita, preferendovi il Texas ad esempio, perché l'economia sta lentamente cedendo, i prezzi delle abitazioni hanno raggiunto le stelle, la società è distrutta da politiche estremiste e da disoccupazioni, tossicodipendenza e razzismo dilagante e dai cambiamenti climatici che periodicamente rendono la Californi anche un luogo pericoloso.

In California Costa smonta un po' tutte quelle che sono le nostre idealizzazioni dell'America e di come questa stia cambiando, soprattutto in uno dei suoi punti nevralgici come questo stato federale. Mi ha fatto sorridere ed ho trovato curioso scoprire ad esempio come mai gli americani utilizzino tantissimo il legno per costruire le loro abitazioni (lo avrete visto sicuramente anche voi in uno dei programmi di ristrutturazioni), ma sono tanti gli aspetti che il giornalista smantella e racconta, e il tutto è racchiuso in un saggio semplice da leggere, informativo e che scorre velocemente, con uno stile di scrittura curato ma contemporaneo e alla portata di tutti.

Anche chi come me non ha mai puntato, anche solo metaforicamente, al sogno americano, secondo me può trovarlo un approfondimento utile, specie perché sono temi che, seppur trasversalmente, finiscono per toccarci o per essere simili a ciò che accade in Italia. Oppure Costa si sofferma proprio su dei confronti fra i due stati, ad esempio sul sistema scolastico. 

È vero che, in certi passaggi, California - La fine del sogno, pur essere un po' troppo superficiale, o meglio, dar per scontato che si sappiano già alcune cose, e io penso che Francesco Costa lo abbia costruito come un corollario ai suoi podcast e al suo lavoro in generale come giornalista. Non vi resteranno comunque dei dubbi impossibili da colmare con una semplice ricerca online, ma secondo me il neo di questo libro è un altro. Mi ha infatti un po' annoiato il continuo puntare il dito alle politiche dell'area democratica che da anni comanda in California, e che nel tempo si è adagiata con l'idea di non avere una reale controparte politica da battere: è chiaro che buona parte dei problemi di una nazione derivino da scelte politiche, ma non mi serve che mi venga ripetuto più e più volte da inizio a fine saggio per capirne l'importanza. Giuro, arrivato all'ennesimo riferimento alla deriva politica fallimentare della sinistra, la mia reazione era questa:


Per il resto California è una lettura approfonditiva molto valida, probabilmente non fondamentale, ma che può aprire gli occhi a molti.

Un altro saggio che ho letto, e che vuole ribaltare molte delle credenze popolari che non solo una certa fascia della popolazione italiana ha ma che sono diventate anche parte del baluardo politico di alcune fazioni è Mussolini Il Capobanda di Aldo Cazzullo.


Genere: saggio
Editore: Mondadori
Pagine: 360
Data di pubblicazione: settembre 2022
Prezzo: €16.15 / ebook €7.99

Quante volte abbiamo sentito che l'operato di Benito Mussolini non era tutto da buttare, che il problema fu l'alleanza con Hitler da cui nacquero le leggi raziali, che i treni passavano in orario e si potevano anche lasciare le porte aperte?
La realtà del ventennio fascista è però decisamente diversa, e Cazzullo ha voluto prendere queste ed altre convinzioni che si sono solidificate nel tempo, per raccontare la verità, cosa davvero accadde in quegli anni politicamente e socialmente, e chi era in realtà il duce. Questo non solo perché è importante conservare, avere e tramandare una memoria storica corretta ma perché, se il fascismo può essere considerato morto, non sono morte le ideologie che erano al suo fondamento e che portarono l'Italia intera ad uno dei suoi momenti peggiori di sempre.
Quella di Aldo Cazzullo è una ricerca quasi maniacale per ricostruire nomi e luoghi che hanno composto quel periodo, e Mussolini Il Capobanda ci ricorda anche un'altra cosa: non tutta l'Italia all'epoca era fascista, anzi erano molte le persone che hanno tentato di fermare o quantomeno rallentare lo strapotere mussoliniano. 

Non uno statista ma un uomo che basò il suo potere sulla propaganda, che non fu pronto a mantenere neppure le sue stesse promesse, e soprattutto non fu così succube del controllo nazista, anzi lui stesso era favorevole alle leggi razziali.
Questo libro è un approfondimento storico importante, che racconta snodi che onestamente non conoscevo e che penso possa essere introdotto anche nelle scuole, ma anche letto da persone un po' più adulte che appunto hanno voglia o bisogno di ricostruire alcuni dei tasselli della storia. Preparatevi però ad una lettura non semplice. Cazzullo non credo sia uno scrittore difficile da approcciare in termini stilistici, ma è pur sempre un giornalista e non uno storico e non esenta il suo lettore dai dettagli anche più cruenti di quelli che erano gli atti, le torture, le vessazioni che i fascisti mettevano in atto e tutti gli orrori della guerra. Per questo, nonostante non abbia una lunghezza esagerata, ho impiegato un bel po' per terminarlo, perché non ero sempre nello stato d'animo per affrontare la tematica. 
Io vi consiglio di dargli una chance, non solo per capire meglio del ventennio fascista, ma anche per riflettere su quanto fosse complicata quell'ideologia e cosa possiamo fare oggi per contrastarla. 

Dal serio al faceto, ho avuto anche letture meno impegnative ma altrettanto chiacchierate, e mi riferisco a Spare - Il Minore del Principe Harry.


Genere: biografico
Editore: Mondadori
Pagine: 540
Data di pubblicazione: Gennaio 2023
Prezzo: €21.25 / ebook €15.99

Si è già detto di ogni su questa biografia del duca di Sussex, che aveva fatto parlare per quelle rivelazioni che hanno fatto tremare i palazzi dei reali inglesi e che hanno portato la rottura fra il più piccolo dei figli di (ormai) re Carlo, e il resto della famiglia.
In Spare, che significa proprio il ricambio, la ruota di scorta, Harry si racconta dall'infanzia, fino all'età adulta, non saltando ovviamente i passaggi più difficili della sua vita, come la morte della madre Diana ed il suo ruolo all'interno della famiglia reale (appunto come ruota di scorta della discendenza), ma anche qualcosa di estremamente bello come la relazione con quella che divenne sua moglie, Meghan Markle. Si può dire che tutto il libro è diviso proprio in tre parti, quasi fosse un'opera dantesca.
Il leit motiv però di Harry lungo tutto Spare è l'odio verso i tabloid, ma anche la rabbia verso la famiglia, soprattutto il padre e il fratello, che non l'hanno difeso proprio dagli attacchi che la stampa ha rivolto a lui e alla sua amata, ma soprattutto quella frangia dei reali che secondo lui collaborano o comunque foraggiano la stampa cercando di portarla a loro vantaggio, anche al costo di affossare gli altri.

Per me leggere Spare era più uno sfizio, un passatempo e anche colmare alcuni tasselli lasciati dalla docuserie Netflix Harry & Meghan, e quello che mi ha lasciato, alla fine non è moltissimo. Ne esce un Harry indubbiamente con una vita complicata, ovviamente diversa rispetto ad un comune mortale, fatta di alti e bassi, fragilità e momenti di reale felicità.
È indubbiamente toccante il trauma che racconta con la perdita della madre Diana, ma se il suo intento era quello comunque di rendersi più simpatico ed empatizzabile, non sempre ci riesce perché l'Harry di Spare è spesso lagnoso, si impunta e racconta fatti che non sono del tutto interessanti, o che possono farlo uscire bene, e soprattutto spesso quasi non si mette in dubbio. 

Dipinge poi malissimo Camilla e William, e collateralmente anche la cognata Kate, che spesso, come racconta Harry, sembra abbiano ordito e complottato contro di lui, o comunque non abbiano offerto il loro supporto quando i quotidiani lo accanivano. Vengono in parte scandagliate ed esaminate quelle circostanze che poi sono finite sui giornali, e per cui Harry fornisce la sua versione, purtroppo non sempre precisa.

È indubbio che non si ha la visione oggettiva dei fatti, lo stesso principe ce lo ricorda spesso, dicendo che parte di quello che racconta può essere modificato dalla sua percezione delle vicende o della mancanza proprio di ricordi delle stesse.
Non mi soffermo invece sullo stile perché è ormai stranoto che la penna dietro al libro è il ghostwriter J. R. Moehringer, già fantasma dietro la biografia Open di Andre Agassi. L'unica cosa che posso dire è che avrei sfoltito la parte centrale del libro dove si concentra molto nel raccontarci il suo addestramento ed il suo tempo nell'esercito perché, oltre ad aver fatto danni per certe dichiarazioni, diventa la parte più noiosa. Allo stesso tempo, la parte su Meghan Markle diventa quasi risibile per come angelicamente e immacolatamente la descrive, in una versione perfetta a cui a stento si riesce a credere.

Spare è quindi il libro da leggere senza troppo impegno, magari per scaricare un po' la tensione di una giornata, ma indubbiamente non può essere letto come il tentativo di Harry di riavvicinarsi alla sua famiglia ma più come il suo voler sfruttare l'onda che lo vedeva vincente e mettere in imbarazzo i reali, non sempre riuscendoci. C'è differenza infatti fra l'essere vittima e vittimista, ed il principe purtroppo, stando a Spare, non sempre se ne rende conto.




Ho provato la nuova tinta Casting Natural Gloss di L'Oreal Paris, è davvero naturale?

Dopo la Garnier Good, ho scovato un'altra tinta per capelli che promette di essere composta dal 90% di ingredienti di origine naturale, e mi riferisco alla Casting Natural Gloss L'Oreal Paris.


INFO BOX
🔎Online, Amazon, Grande distribuzione 
💸 €5/11 
🏋 48ml, 72ml, 60ml 
🗺 //
⏳  Kit monouso/ 12 Mesi
🔬 //

Se il nome vi suona familiare è perché questa tinta è la sorella della Casting Creme Gloss, che è poi il prodotto che utilizzo da anni ormai per tingere i capelli (ne parlavo qui) e di cui mi fido perché ottengo sempre il risultato che desidero. Avevo grosse aspettative (e speranze) da questa nuova versione proposta da L'Oreal, perché già accarezzavo l'idea che l'azienda avesse potuto migliorare una sua formulazione già parecchio valida.

La Casting Natural Gloss viene presentata come una colorazione semi permanente e senza ammoniaca, che necessita solo 20 minuti di posa e promette fino a 28 lavaggi di durata, un po' come la sua sorella maggiore. Non fatevi spaventare dalle parole in lingua straniera che vedete sulla mia confezione perché questa tinta L'Oreal è disponibile anche in Italia, anche su Amazon per intenderci, ma io l'ho acquistata online come faccio di solito ed è disponibile in circa 9 tonalità di colore (anche qui, possono variare a seconda di dove acquistate). Io ho scelto la 123 Nero Fondente, che mi dava l'idea di essere vicino alla tonalità 200 Nero Ebano della Casting Creme Gloss che utilizzo di solito.

Personalmente ho dei capelli di natura bruno scuro, con ormai almeno il 40% di capelli bianchi, concentrati molto all'attaccatura e difficili da coprire: è molto probabile che la tinta che stai utilizzando in questo momento io l'abbia già provata e non ne sia rimasto entusiasta proprio perché non mi colora bene. Il mio intento è quindi di ottenere una tonalità scura ma naturale, quasi un "tono su tono" che non abbia riflessi rossi o caldi, ma nemmeno troppo freddi e bluastri, che duri almeno un mese e che appunto copra i bianchi senza creare stacchi di colore o che diventi grigio topo radioattivo dopo qualche tempo.
L'unico modo in cui metto alla prova le tinte capelli sono gli impacchi oleosi che faccio praticamente tutto l'anno sia sulle lunghezze che soprattutto sul cuoio capelluto.
Inoltre cerco una tinta che non aggredisca il mio irascibile scalpo già secco e sensibile di suo.
Non credo di volere la luna in fondo. 

Tornando alla Casting Natural Gloss, all'interno del kit trovate le due fasi da unire direttamente nel flacone dosatore, i guanti (che sono fortunatamente abbastanza grandi) e appunto il trattamento post colorazione, oltre alle istruzioni.
Parlando della formulazione, al contrario del nome, e del claim, non è una tinta per capelli naturale: contiene il 90% di ingredienti di origine naturale, ma immagino che, come per la Good, abbiano fatto rientrare in questa percentuale sia l'acqua che è contenuta in grandi quantità, come in qualunque cosmetico, sia gli ingredienti del balsamo post colorazione. 


Nell'INCI della tinta infatti noto pochi ingredienti naturali che possano essere condizionanti sul capello, come appunto il miele, e poi, nel balsamo l'olio di semi di girasole e il burro di karitè.
Oltre all'assenza di ammoniaca, mancano anche paraffina, siliconi e oli minerali.
Non prendetemi per scemo però perché ero consapevole che, essendo una tinta semi permanente, non potevo trovarci all'interno erbe e fiori appena colti, mi aspettavo solo una colorazione efficace e non troppo aggressiva. 

Sull'uso di questa Casting Natural Gloss non posso che dirne bene: come la Casting Creme Gloss, si tratta di una crema colorante facile da distribuire e da stendere, con una profumazione tutto sommato accettabile e non infestante come altre tinte chimiche e che non cola durante la posa. 
Due parole anche sul balsamo incluso: ha un buon potere districante e ammorbidente, e profuma molto di miele, un prodotto carino, ma ammetto uso poco i trattamenti già inclusi in queste tinte perché per me sono leggeri e non ho mai notato una maggiore tenuta del colore con l'utilizzo. 
Ho usato, come vedete in foto, due confezioni di questa tinta L'Oreal a distanza di tempo perché volevo essere certo della mia recensione e devo dire che non me ne sono fatto un'opinione completamente positiva. Infatti entrambe le volte questa tinta mi ha dato un leggero fastidio durante la posa, e dopo, mi sono ritrovato il cuoio capelluto decisamente più secco per qualche giorno.

Devo ammette che io sforo i tempi in cui lascio agire le tinte casalinghe non perché sia masochista ma perché so che sui miei capelli spessi e difficili da coprire è meglio "insistere" se voglio un risultato duraturo. È per lo stesso motivo che scelgo un tono di colorazione leggermente più scuro al mio, perché so già che in un paio di lavaggi i miei capelli avranno abbandonato parte dei pigmenti.
Mi limito tuttavia a circa 5/10 minuti extra di posa, quindi nulla di folle, e, come vi dicevo, con la Casting Natural Gloss può essere un problema. 

Inoltre l'ho trovata un po' ostica (soprattutto la prima volta) da sciacquare via, ma nulla che con un po' di pazienza non si possa fare. Per quanto riguarda l'effetto coprente e la tonalità finale su di me, ha la mia piena approvazione: soprattutto la prima volta l'ho utilizzata su molta ricrescita bianca e su un accumulo ormai sbiadito di vecchie tinte (fra cui la Good Garnier) e la Casting Natural Gloss mi ha dato un risultato molto bello, una colorazione omogenea e un'ottima, direi totale, copertura dei capelli bianchi. La tonalità finale per me è stato un nero neutro e abbastanza luminoso, i capelli inoltre non erano particolarmente secchi.
 
Una esperienza positiva, ma devo segnalare che rispetto alla Creme Gloss, questa nuova tinta L'Oreal mi dura un po' meno: dopo un paio di settimane infatti ho già notato come la ricrescita bianca avesse assunto una tonalità decisamente più chiara rispetto al resto delle lunghezze. Non un colore astruso o sgradevole, ma indubbiamente se avessi un taglio di capelli che mostra maggiormente la radice, dovrei intervenire. 
La Casting Natural Gloss non riesce a superare l'altra tinta L'Oreal sia per formulazione che per risultato finale. Spero però che le aziende si stiano davvero impegnando a cercare formulazioni più delicate, naturali ed efficaci.


Voi l'avete vista fra gli scaffali?


Recensioni (senza filtri) di due nuovi (ed evitabili) film Netflix

Fra la fine di Ottobre e gli inizi di Novembre, Netflix ha lanciato un paio di titoli che mi ispiravano già prima della loro uscita, per ragioni che non riguardavano strettamente la trama dei film, ma più che altro il contorno, come regia e cast.


Pain Hustlers - Il business del dolore (2023)



Genere: drammatico
Durata: 122 minuti
Regia: David Yates
Uscita in Italia: 27 Ottobre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: USA

Dopo PainKiller, Netflix è tornata a parlare della pandemia di oppiacei in America con Pain Hustler in cui ha piazzato attori del calibro di Emily Blunt, Andy Garcia e Chris Evans, ma ce ne era davvero bisogno?
La storia la conosciamo: una azienda farmaceutica in crisi tenta di recuperare il terreno perso puntando tutto su un unico farmaco e soprattutto puntando a scelte di marketing discutibili attraverso le capacità comunicative di una miriade di belle ragazze, fra cui Liza Drake (Emily Blunt appunto). Lei è una giovane madre che deve sbarcare il lunario, e che si imbarcherà in questa impresa, coinvolta da Pete Brenner (Chris Evans) non senza dubbi e reticenze, fino a quando le scoppierà fra le mani.

La logica nel riproporre di nuovo il tema della epidemia da farmaci legalmente prescritti, ma che possono causare una estrema dipendenza con la peggiore delle conseguenze, pare stia nel fatto che gli Stati Uniti stiano affrontando un'altra ondata di queste dipendenze malate. Un argomento quindi attuale, e lo stesso film si ispira a fatti realmente accaduti, ma da un punto di vista dell'intrattenimento a mio avviso bisogna saperlo sfruttare per non risultare fine a se stesso.
Ho deciso di vedere Pain Hustlers - Il business del dolore infatti perché speravo che questo nuovo film trovasse una angolazione e una chiave di lettura differente rispetto a Painkiller, ma purtroppo non ci riescono. 
Se la storia comunque è sempre la stessa, anche se cambiano gli attori, purtroppo si ripete anche la struttura e l'idea dietro al progetto, anzi fa doppiamente male leggere che la regia è di David Yates, che dopo le saghe di Harry Potter e Animali fantastici, scade in un prodotto anonimo.

Pain Hustlers non è malaccio come film, e se non avete visto la serie tv Netflix (o la precedente su Disney +) vi potrebbe pure appassionare, perché ha ritmo, tutti i passaggi son ben incastrati fra di loro e, ad eccezione di qualche eccesso di Chris Evans, è pure ben interpretato. Non si sono però posti l'obbiettivo di trovare una vera e propria nuova strada da battere: è vero che questa volta è una insider che racconta le vicende, ma ci ritroviamo sempre con questa voce fuori campo che spiega le svolte narrative e le solite parti che mimano delle interviste ai personaggi, come se fosse più un documentario che finzione. Il tutto in maniera poco credibile ovviamente perché dare un duplice aspetto allo stesso personaggio, attore e pseudo persona realmente esistita, crea ulteriore distacco.


Anche quella vaga vena ironica, cinica, e sopra le righe viene ripresa da Pain Killer, ma ho notato una differenza: infatti, credo che le tempistiche del film, al contrario della serie, abbiano ridotto all'osso la prospettiva dei pazienti che finivano, a loro insaputa, in una vera tossicodipendenza. Abbiamo però un punto di vista interno, quello di Liza appunto, che potrebbe prestare il fianco per parlare di come la crescita economica personale, l'arrivo ad ogni costo ad un traguardo, il tipico american dream, purtroppo a volte non è sostenibile se non a discapito di altre persone, ma non ci sono approfondimenti da questo punto di vista.
Per cui sì, Pain Hustlers può essere la compagnia di una sera per chi non conosce questa tematica e non ha visto le altre serie, per il resto è evitabile.


The Killer (2023)


Genere: Thriller, azione, drammatico
Durata: 118 minuti
Regia: David Fincher
Uscita in Italia: 10 Novembre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: USA

Dopo qualche anno di distanza dalle scene, Michael Fassbender ritorna sullo schermo nei panni di un killer. Un uomo misterioso, di cui non conosciamo mai il vero nome, ma che svolge il suo strano mestiere con una meticolosa e religiosa precisione, seguendo le sue regole che sembrano quasi quelle di un rituale sacro. Se non fosse un uomo assoldato per uccidere altre persone, si potrebbe dire che abbia un'etica lavorativa che punta alla perfezione, dove nulla viene lasciato al caso, e che viene assunto come sicario proprio per la sua capacità di organizzare attacchi senza lasciare traccia (o quasi). Tutto va per il meglio nella sua carriera, ma un giorno un colpo non va a segno come dovrebbe, e questo scatena un effetto domino che porterà il killer lungo una strada di vendetta.


Posso dire che noia? Avevo approcciato The Killer sperando di vedere un thriller d'azione ben fatto che potesse essere coinvolgente, non il mio genere preferito, ma qualcosa che apprezzo di tanto in tanto, ed invece mi sono ritrovato con un film lento e ripetitivo. L'incipit, per quanto risibile, visto che per tutto il tempo il voice over ci ammorba su quanto debba essere meticoloso un killer, crea quella scintilla e quella tensione che mi aspettavo, ma poi il film si adagia presto nello stile del revenge movie più tradizionale, dove il protagonista fa le sue tappe, quasi fosse una via crucis, per trovare tutti coloro che gli hanno fatto un torto.
Casualmente è sempre un passo avanti, sia quando si tratta di agire di furbizia che nello scontro fisico. Il nostro Killer non si trova mai davvero in difficoltà, e questo secondo me azzoppa quella tensione iniziale.


Inutile dire che la messa in scena è valida, la regia di Fincher è curata, e Michael Fassbender riesce a spegnere parte del suo fascino per diventare questo uomo che deve, per mestiere, passare inosservato, ma nemmeno lui può rianimare un personaggio appiattito dalla ripetitività e che ha un unico slancio istintivo solo perché gli hanno toccato la ragazza.
Anche spendere qualche parola sul restante cast è superficiale perché hanno tutti ruoli così marginali che incidono quasi nulla sul film.
Manca una trama, e tutto gira intorno al costante monologo del killer che riflette sul suo compito e, trasversalmente, sulla consumistica società contemporanea. Riflessioni che purtroppo non lasciano granché, esattamente come questo film che non fornisce spunti oltre a ciò che vedi sullo schermo. Non ho trovato pathos, dramma, spesso appunto manca di tensione per colpa di una inevitabile prevedibilità o di scelte narrative poco forti, e in generale per una mancanza di originalità.
Confesso che spesso mi trovavo a perdere di attenzione e coinvolgimento, quindi sì, secondo me The Killer è assolutamente evitabile. 

Ho provato tutti i prodotti solidi Cien Nature, ma cosa ricomprerei? 🤨

Nel corso degli ultimi mesi ho spalmato qui e lì le recensioni dei nuovi prodotti solidi di Cien Nature, che sono stati riformulati rispetto alla più piccola collezione precedente, e che da me sono arrivati soltanto da questa estate.

Visto che li ho terminati da un pezzo, e che ho provato praticamente tutti i prodotti adatti alle mie esigenze, mi sembrava carino, a mente fredda raccontarvi cosa ricomprerei, anche perché più volte li vedo fra gli scaffali Lidl e io stesso più volte mi chiedo, ma cosa riprenderei se mi servisse qualcosa?


Le nuove formulazioni in linea generale hanno un quid in più rispetto ai prodotti precedenti, non solo perché made in Italy, ma perché declinate per differenti necessità. Io ad esempio non li ho acquistati, ma ci sono anche uno shampoo ed un balsamo al The Verde e Timo pensati per capelli grassi. Dall'altro lato hanno diminuito la grammatura dei prodotti, non hanno inserito qualche prodotto idratante, come un burro solido, e soprattutto hanno scelto una forma differente, un cubotto, che va bene per alcuni prodotti, meno per altri. 
È insomma una linea limitata ma questa di Cien non mi è sembrata scadente. Ecco quindi cosa ricomprerei.


Cien Nature Detergente Viso Solido
Carbone, Pulizia Profonda

cien nature prodotti solidi detergente viso recensione

Il detergente viso al carbone è stato la vera nuova aggiunta alla gamma della skincare solida Cien Nature, ed è stato forse il prodotto che ho preferito e che certamente, se lo lasciano nella linea, riacquisterò. È un prodotto pensato per pelli secondo me miste, per cui lo ho amato molto durante l'estate, mentre con l'arrivo dell'inverno preferisco detergenti più emollienti. Con questo non voglio dire sia aggressivo ma solo che il suo potere detergente c'è. Inoltre questo detergente Cien è valido nella doppia detersione, ed uno di quei prodotti che secondo me ha senso in questa forma e peso perché si riesce ad utilizzare fino all'ultimo pezzetto. 
Qui la recensione completa. 



Cien Nature Bagno Doccia Solido Rinfrescante
Aloe Vera e Fiordaliso


I nuovi bagno doccia solidi Cien sono stati in linea generale secondo me, un passo falso rispetto alla precedente variante perché quelli avevano la giusta forma e secondo me il giusto peso, mi ricordavano un po' un sapone tradizionale. Le nuove uscite invece hanno secondo me una forma inadeguata allo scopo del bagnodoccia, e diventano presto scomodi da utilizzare quando si consuma. Inoltre producono meno schiuma e li trovo più delicati, e sicuramente adatti un po' a tutti, ma non mi hanno fatto pensare che potrebbero rimpiazzare i prodotti liquidi tradizionali. Nello specifico, il Bagnodoccia Solido Rinfrescante fallisce secondo me anche nel risultare appunto fresco sulla pelle, aspetto che avrei gradito molto specie durante l'estate. La profumazione mi sarebbe piaciuta fosse stata più intensa, quindi non lo ricomprerei. 
Qui la recensione completa.


Cien Nature Bagno Doccia Addolcente
Avena e Camomilla


Lo stesso discorso che ho fatto per il bagnodoccia rinfrescante posso farlo più o meno per questo Addolcente, anche se in questo caso il prodotto mi sembra più in linea con quello che promette, vista la delicatezza sulla pelle. Inoltre ci sento un profumo un po' più intenso e mi sembra che il prodotto faccia più schiuma. Questo significa che riacquisterei questo bagnodoccia solido Cien? Non proprio, ma se vi incuriosisce è lui quello che proverei.


Cien Nature Shampoo Solido Argan e Semi di Lino
Capelli Secchi 


Già quando ho visto che Cien aveva declinato shampoo e balsamo in base alle tipologie di capello, ho capito che c'era stato un passo avanti, ma d'altro era facile, perché i precedenti prodotti solidi erano stati per me davvero infimi. Lo shampoo Argan e Semi di Lino invece lo promuovo e quasi lo ricomprerei. Fa infatti una buona quantità di schiuma, lava bene e credo sia adatto ad un cuoio capelluto secco o normale. Inoltre anche sulle lunghezze non è un cattivo prodotto, anche se va associato ad un balsamo (a meno che non abbiate proprio capelli corti). Questo prodotto Cien Nature non è fra i più delicati della sua categoria, ma nell'uso costante non mi ha dato problemi, ed inoltre schiuma abbastanza bene.


Cien Nature Balsamo Solido Argan e Semi di Lino
Capelli Secchi


Nonostante abbia apprezzato il risultato con questo Balsamo Cien, ammetto che ci sono delle caratteristiche che mi spingono a non riacquistarlo. Intanto la durezza del panetto: sembra di non prelevarlo mai, e bisogna lavoralo un po' affinché si ammorbidisca, al punto che per velocizzare il processo preferisco fregarlo direttamente sui capelli, cosa che capisco è un po' scomoda se si hanno capelli lunghi. Inoltre ho esigenze più particolari rispetto agli effetti che riesce a darmi questo balsamo, che mi sembra districante, ammorbidente ma non esageratamente condizionante. Lo reputo più adatto a capelli solo leggermente secchi, ma tutto sommato facili da disciplinare, meno per quelli davvero crespi e spessi come i miei.
Qui la recensione completa.





Voi che esperienza avete avuto con questi prodotti solidi Cien Nature? Sono apparsi nei vostri scaffali?




Rinnovi e Novità su Apple Tv +

Apple Tv + sta lanciando alcune produzioni molto affini (almeno sulla carta) ai miei gusti, infatti ne sto seguendo diverse in questo periodo. Inizio intanto con due serie tv uscite di recente che ho terminato da poco. 
Fatemi aprire una parentesi vagamente polemica: io non sono né sarò mai (nemmeno ci provo a dirla tutta) il miglior recensore di serie tv, sono qui a dire la mia come farei fra amici, ma almeno ne parlo quando sono state pubblicate tutte le puntate e le ho viste, perché a volte leggo già pareri categorici dopo due episodi e sinceramente non so come si faccia.


The Morning Show
Terza Stagione

Le seconde stagioni possono essere per tante serie tv un po' una ghigliottina: è facile iniziare più o meno bene, ma dove si trovano la forza e gli argomenti per proseguire con un intero nuovo ciclo di episodi che siano altrettanto potenti? Ne ha sofferto anche The Morning Show, che dal principio mi è sembrata una delle migliori serie proposte da Apple Tv+ specie in un periodo in cui la piattaforma non aveva ancora tantissimi contenuti nel suo catalogo. La seconda stagione infatti della serie con Jennifer Aniston è rimasta incastrata nel suo voler raccontare ad ogni costo quanti più temi attuali, dal Covid, al movimento Me Too, diventando poco centrata e poco interessante, anche perché era arrivata un po' tardi su questi argomenti.
Con la terza stagione però arrivata dal 13 Settembre le cose cambiano.

La parentesi pandemia, l'assalto al Campidoglio e quello che è successo con Mitch Kessler (Steve Carell) non è stato dimenticato, anzi si raccolgono i risolti negativi ma anche qualche vittoria. Alex Levy è ormai sulla cresta dell'onda grazie al suo programma in streaming, ma anche Bradley Jackson (Reese Witherspoon) è riuscita ad ottenere l'ambito posto nel notiziario serale, ma c'è una nuova incognita. Andare avanti significa anche dover fronteggiare il cambiamento, e se lo streaming era una ancora di salvezza durante la pandemia, adesso si inizia ad avvertire la difficoltà per l'UBA+ di progettare a lungo periodo, come per qualunque piattaforma di contenuti online. 
Solo un nuovo investitore può salvare la situazione, ma a che costo?

Questa terza stagione di The Morning Show mi è piaciuta tantissimo, al punto che l'ho vista davvero con vorace curiosità perché, come dicevo, hanno saputo riprendere le redini degli argomenti principali, ed aggiungere lì dove serve, sia in termini di cast che di argomenti da trattare, come ad esempio le discriminazioni razziali, a volte molto sottili, nell'ambito dei media. Si passa più al dietro le telecamere che davanti, si parla di giochi di poteri, di affari, ma sempre in modo coerente ovviamente alla serie, con qualche colpo di scena azzeccato. 
Sono le due protagoniste, Alex e Bradley ad avere la parabola più interessante: la prima finalmente ha il coltello dalla parte del manico e può iniziare ad imporre la sua in vari contesti del network per cui lavora da tanti anni; la seconda invece paga lo scotto di aver fatto dei passi avanti nella sua carriera ma non saper mettere da parte il suo privato.


Il cast di The Morning Show si rivela ancora una volta adatto ai ruoli, anche se non ho amato alcuni momenti più esagerati dei personaggi di Mark Duplass e Billy Crudup, molto bravo invece come sempre Jon Hamm nei panni di un miliardario che però non sembra una macchietta.
Questa terza stagione sa comunque riflettere l'attuale in maniera precisa, tagliente e senza scendere nello ormai stereotipato wokismo, guardando anche al risvolto della medaglia.
Ho sbuffato solo un po' per il quinto episodio perché mi sembrava un po' inutile questa sorta di flashback (non vi rivelo su cosa) ma tutta la stagione ha un ottimo ritmo e non mi sono mai annoiato.
Quindi sì, sono contento che abbiano rinnovato The Morning Show per una quarta stagione e non vedo l'ora che arrivi, anche perché ci siamo fermati ad un punto interessante.



Still Up
Prima stagione

Apple Tv + ha un'altra serie ottima secondo me, che si intitola Trying e che è una commedia deliziosa, in grado di far sorridere ma anche riflettere, solo che quelli della mela morsicata non sono secondo me bravissimi in questo genere. Lo avevo già notato con Platonic, serie che finì per lasciare a metà (la nominavo qui) perché piena di situazioni pacchiane e assurde, e un po' scade in questo problema anche Still Up, ma c'è altro da dire su questa comedy disponibile sempre da settembre in streaming.
I protagonisti sono Lisa e Danny, due più o meno trentenni che hanno una amicizia virtuale, fatta di videochiamate e messaggi, non perché vivono a distanza di chilometri, ma perché Danny non esce di casa. I due tra l'altro soffrono entrambi di insonnia, quindi finiscono per fare lunghe conversazioni alle ore più disparate.
Proprio grazie al filtro degli smartphone, Lisa e Danny finiranno per aprirsi e raccontare non solo il loro quotidiano, ma anche mettere in gioco i loro sentimenti.

Still Up ha tutti gli elementi tipici delle commedie romantiche tradizionali ma tenta una doppia mossa: da un lato modernizzarla attraverso l'uso costante della tecnologia, dall'altro aggiungere il quid dell'insonnia, vedi il titolo stesso. 
In entrambi i casi questa serie tv Apple non funziona alla perfezione, perché infatti quegli stilemi della rom-com sono ormai un po' logori per cui serve un contorno che riesca a rinfrescarli. Il tema della difficoltà di comunicazione è raccontato bene: Lisa ad esempio riesce ad avere un rapporto più diretto con Danny che col compagno, perché in fondo un po' tutti ci sentiamo più a nostro agio dietro uno schermo (manco a dirlo, tutti iPhone). C'è però da dire che, almeno in principio, i due protagonisti hanno un rapporto di amicizia in divenire, per cui è più facile aprirsi e condividere anche stranezze e aspetti meno piacevoli del proprio carattere se non c'è un intento romantico di fondo.


Mi sono piaciute alcune delle svolte che hanno saputo dare alla narrazione, ma non solo si cade in situazioni esasperate e poco credibili, ma alcune spiegazioni, per quanto coerenti e congeniali, arrivano tardivamente all'ultimo episodio, che può sembrare alla fine, appunto, un grosso spiegone. Questi avvenimenti un po' sopra le righe purtroppo non sempre mi hanno strappato una risata, quindi diventano un po' fine a se stessi.
Cosa forse più grave è che non viene sfruttato e spiegato fino in fondo il motivo dello "Still Up" ovvero dell'insonnia dei due protagonisti, che diventa presto una questione collaterale, e spesso non si parla nemmeno di un'orario particolarmente tardo per giustificare il titolo dell'intera serie. Non è come ad esempio in The Flatshare, in cui c'erano ragioni pratiche per l'escamotage dei post-it, e viene messo da parte presto seguendo una logica più realistica.

Fra gli alti e bassi ci va pure la chimica fra Antonia Thomas e Craig Roberts, che sono adatti ai ruoli anche se percorrono lo stereotipo della protagonista comunque bella e tutto sommato in gamba, con lui invece meno attraente (suona cattivo, ma è così) e più impacciato, ma dal cuore tenero. I personaggi secondari sono invece molto defilati, assolutamente non costruiti e a stento utili da spalla ai comprimari.
Still Up è insomma da approcciare per quello che è: una commedia che vuol tenere compagnia, e che ci riesce anche grazie ad una messa in scena e una regia accogliente, ma secondo me nel catalogo di Apple tv è un paio di passi indietro rispetto a Trying.
Non ci sono ancora notizie su una seconda stagione. 



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