Parliamo un po' delle novità di Marzo di quest'anno su due piattaforme che utilizzo di più. Si tratta di due serie tv che hanno raggiunto i primi posti nelle classifiche di Netflix e Prime Video, e che sono state ispirate da due romanzi. Quindi vediamo cosa vale la pena recuperare e perché.
Vladimir
Miniserie
Il 5 Marzo su Netflix è arrivata la miniserie Vladimir, tratta dall'omonimo romanzo di Julia May Jonas che ho trovato sicuramente particolare.
La protagonista, che è anche la narratrice, è una professoressa universitaria di scrittura creativa interpretata da Rachel Weisz, che sta vivendo un periodo personale e professionale particolare. Il marito John (John Slattery), anche lui insegnante nello stesso campus, è stato infatti sospeso per aver avuto dei rapporti sessuali con le studentesse. In questo scandalo verrà coinvolta la stessa M, così viene chiamata la nostra protagonista, che però improvvisamente troverà una nuova vampata di passione. Ad insegnare nella sua università è infatti arrivato il sensuale Vladimir Vladinski (Leo Woodall, One Day, Bridget Jones - Un amore di ragazzo), giovane professore che metterà M in crisi sotto vari punti di vista.
A mente fredda ci sono due cose che secondo me sono importanti sottolineare di Vladimir: la prima è che non credo sia una miniserie adatta a tutti; la seconda è che è difficile delinearne il genere.
Vladimir infatti passa dall'essere una comedy, fino ad arricchirsi di sfumature dark sia satiriche, soprattutto sul mondo accademico, sia più drammatiche perché non mancano i temi più complessi.
M è infatti una protagonista sfaccettata, che da un lato vive una relazione che comunque le sta stretta: nonostante viva un matrimonio aperto, in realtà rispetto al marito lei non sembra aver mai vissuto queste libertà. Dall'altro lato la sua vita sembra aver spento anche la sua vena creativa, infatti non scrive più libri da anni. La passione, anche sessuale, le darà quella scossa per ripartire, anche al punto di mettersi i situazioni imbarazzanti. Proprio a riguardo, se trovate recensioni che descrivono Vladimir come una "miniserie ad alto tasso erotico", statene alla larga perché non è così.
La protagonista infatti fantastica, immagina, sofferma lo sguardo su parti del corpo del bellissimo Leo Woodall, e nella sua mente si crea una tensione sensuale che però è per lo più in flash, e noi la seguiamo perché è lei che ci dà la prospettiva ma appunto non immaginate nulla di così scandaloso.
Proprio il punto di vista di M, che rompe la quarta parete per venire in contatto direttamente con noi, si arricchisce di diverse sfumature, ed è una narratrice inaffidabile: a volte è convinta e decisa, altre ci fa cadere in dubbi, ma soprattutto lentamente ci mostra quella che diventa una ossessione verso Vladimir.
In questo senso ho trovato credibile l'interpretazione di Rachel Weisz che oscilla fra il trasognato e il realistico. Un po' più limitato è invece lo sviluppo di Vladimir che è spesso più che altro l'oggetto del desiderio passivo.
Come dicevo, questa nuova serie tv Netflix non è adatta a tutti, soprattutto a coloro che vogliono una trama ricca di evoluzioni narrative. Qui ci si muove più su un piano riflessivo, personale. Vladimir è inoltre una serie tv relativamente breve, otto episodi da circa 30 minuti ciascuno, tempistiche che non consentono lo sviluppo di tutte quelle tematiche che tocca. Si parla sì di sessualità in età matura e fra persone con un ampio divario d'età, ma anche e direi soprattutto, di una crisi personale, della complessità delle relazioni, e della ricerca di una propria centratura. Ci sono poi le dinamiche legate sia alla vita universitaria, e quindi le differenze di potere fra studenti e professori, ma anche a quelle fra generazioni diverse.
Vladimir quindi tende a depotenziarsi nella sua densità e complessità, ma risulta comunque godibile, curiosa e con qualche idea ben riuscita.
Non ci saranno ovviamente seconde stagioni, visto che la serie tv nasce come limitata, ma il finale, che non vi rivelo, riesce allo stesso tempo sia a concludersi che a lasciarci giustamente sospesi.
Scarpetta
Prima stagione
Dai libri di Patricia Cornwell, Prime Video ha dato vita a Kay Scarpetta con un nuovo adattamento arrivato in streaming l'11 Marzo. La lunghissima saga dei romanzi dedicati all'anatomopatologa Scarpetta è stata un po' l'ispirazione per le varie serie tv con al centro un medico legale che si occupa di risolvere i casi di crimini più efferati.
In questa prima stagione di Scarpetta seguiamo proprio la dottoressa Kay (Nicole Kidman, The Perfect Couple) impegnata in una indagine sulle orme di un probabile serial killer che trucida donne in modo brutale. Un caso complesso legato anche al primissimo impiego come patologa forense di quasi 30 anni prima, che potrebbe mettere a repentaglio la sua carriera. Scarpetta quindi si farà aiutare da Pete Marino (Bobby Cannavale, The Watcher, Only Murders in the Building) che è stato un suo collega in passato e che ha poi sposato la sorella di Kay, Dorothy (Jamie Lee Curtis, The Sticky, Ella McCay). Non è però sempre semplice unire famiglia e lavoro.
Parto col dire che Scarpetta ha sulla carta un po' tutti gli elementi che in genere mi piacciono: un cast di volti noti, un thriller che si innesta con un dramma più personale, un buon dinamismo fra le puntate che rende la visione più scorrevole, e una buona messa in scena cupa come ci sia spetta dal genere.
Non posso insomma dirvi di essermi annoiato a seguire questa prima stagione, e sono contento che ci sia il rinnovo per una seconda, perché sembra un progetto che potrebbe proseguire a lungo, se gioca bene le sue carte.
Questo esordio però tocca ammettere che non è stato dei migliori. Scarpetta infatti esonda da tutti i lati: il versante thriller delle indagini si muove su più linee temporali, con ovviamente interpreti diversi, che creano confusione. Questi salti richiedono indubbiamente attenzione non solo per appunto seguire il caso, ma anche per capire in che momento ci troviamo. Ma c'è di peggio.
È soprattutto il versante personale dei protagonisti che appesantisce la serie tv e che secondo me sbilancia i sapori.
Probabilmente nell'ottica di non creare una serie tv "monogenere", e soprattutto dare alla protagonista molti più fronti su cui "combattere", hanno inserito davvero troppe disfunzionalità familiari che spesso passano in scontri a base di urla e battibecchi. Si mescolano così vecchi e nuovi tradimenti, rancori dal passato, recenti lutti, il tutto con uno stile che personalmente non amo.
Si innesca tra l'altro un vortice in cui è difficile provare simpatia per qualcuno, e soprattutto Nicole Kidman è abbastanza algida da non aver bisogno di essere circondata da eccessi per risaltare.
Al contrario di pochi, resto coerente: come ho detestato questi dialoghi sempre dai toni accesi e concitati in The Bear, non posso che condannarli anche in Scarpetta. Mi spiace anche per Jamie Lee Curtis che sembra stia costruendo questa parte della sua carriera su ruoli eccessivi e sopra le righe.
Nella serie tv Prime Video, rispetto a quella Disney+, le cose vanno forse meglio proprio perché abbiamo anche altre storie da seguire in cui non sono richiesti altrettanti strilli. Ad esempio ho apprezzato il rapporto fra Kay e suo marito Benton (Simon Baker, La strada stretta verso il profondo Nord), in cui lo scontro fra i due trova una maggiore naturalezza e fondamento, e non sembra lì giusto per creare quel caos inutile.
Ho nutrito invece più di qualche dubbio per quanto riguarda la nipote di Kay, Lucy (Ariana DeBose), che con le sue innate abilità informatiche aiuterà la zia. Lucy infatti è la quota rainbow che nei romanzi della Cornwell poteva anche essere all'avanguardia, ma adesso suona un po' inflazionata. È però soprattutto il rapporto con l'avatar della moglie morta Janet ad avermi in qualche modo inquietato: capisco che l'intelligenza artificiale abbia fatto passi in avanti, ma qui siamo al futurismo. La voglia di staccare la presa a quello schermo diventa insomma forte.
Nonostante queste criticità, come dicevo, Scarpetta sa intrattenere ed ha i suoi assi nella manica. Non si può negare che se vogliono mantenere viva l'attenzione del pubblico per le prossime stagioni, devono limare questi angoli ridimensionandoli. Altrimenti si rischia che la stratificazione soffochi l'evoluzione.