Ryan Murphy ha saputo creare un impero mostrandoci la sua prospettiva su storie, leggende, racconti che sono già state usate da altri eppure lui a volte sembra fare meglio. O per lo meno, negli anni, ha saputo creare uno stile che è diventato un marchio di fabbrica, e che ha espanso su più piattaforme streaming risultando sempre riconoscibile, ma purtroppo già tante volte non è riuscito a superare se stesso.
Il franchise di Monster, arrivato alla quarta stagione dedicata a Lizzie Borden, ne è l'esatto specchio: una giostra di alti e bassi fra una serie e l'altra.
Dopo le buone stagioni su Jeffrey Dahmer ed Ed Gein, abbiamo dovuto prima confrontarci con quella troppo patinata, allungata e caotica sui fratelli Menendez e adesso è stata pasticciata anche la storia di Lizzie Borden.
Arrivata il 17 settembre su Netflix, questa quarta stagione di Monster partiva già un paio di piccoli vantaggi: raccontare per una volta in questa antologia le vicende di una possibile assassina donna, ma soprattutto l'assenza di una condanna giuridica per la sua protagonista.
Una vicenda al femminile che, dalla fine dell'800, quando si svolse il massacro, è diventata nel tempo fonte di tante altre produzioni e quasi un trope narrativo molto usato. La storia vera è quella di Lizzie (qui Ella Beatty) che in un caldo agosto del 1892 venne accusata di aver ucciso i suoi genitori Andrew e Abby Borden (Charlie Hunnam e Rebecca Hall).
Vittima di soprusi e vessazioni da parte soprattutto della matrigna, nella finzione Lizzie si lascia ispirare dalla domestica Bridget (Vicky Krieps) che l'aiuterà nella sanguinosa vicenda. Nella realtà invece non si è mai saputo cosa accadde ai Borden: Lizzie venne processata e scagionata da ogni accusa.
Ryan Murphy e Ian Brennan tornano con un progetto in cui, purtroppo, non hanno nemmeno tentato di uscire da quella strada che ormai hanno letteralmente asfaltato con le precedenti tre stagioni. Se da un lato infatti ha senso non voler proporre un documentario didascalico ed eccessivamente fedele alla storia, dall'altro ci dovrebbe essere un limite da porre alla fantasia degli sceneggiatori per evitare di raccontare una vicenda che diventa quasi completamente inventata o con momenti strani e poco credibili.
Quell'incertezza che l'assoluzione di una giuria ha lasciato, in Monster: La storia di Lizzie Borden diventa l'occasione per praticamente costruire dei castelli in aria, che superano persino le eventuali maldicenze e pettegolezzi dell'epoca dei fatti.
La serie infatti annienta completamente quel gioco del dubbio che avrebbe potuto sfruttare, raccontandoci per filo e per segno come e perché l'assassina abbia agito.
Qui poi si entra nel campo minato che Ryan Murphy ha sempre fatto fatica a gestire: quel confine labile fra raccontare la psicologia di un personaggio e le sue possibili motivazioni, chiedendosi se "mostri si nasce o lo si diventa", e finire per giustificarne più o meno sottilmente le azioni.
Non solo un approccio e una struttura dubbi e già usati, che tolgono freschezza alla serie, ma nel caso di Lizzie Borden si calca la mano su ogni aspetto affinché la vicenda funzioni e si crei una storyline più complessa, dando per assodato ad esempio un rapporto sentimentale fra lei e la domestica e tanti altri aspetti mai documentati.
Eppure questo non sembra bastare sia da un punto di vista narrativo che stilistico tanto che questa quarta stagione di Monster chiama in causa altre due serial killer: Elisabetta Báthory (interpretata dalla stessa Krieps), realmente vissuta a cavallo fra '500 e '600 e conosciuta come "Contessa Dracula", e Aileen Wuornos, interpretata da Sarah Paulson, una delle attrici onnipresenti nei mondi di Murphy.
Monster: La storia di Lizzie Borden non si limita però ad usare queste altre due figure come possibile confronto o per introdurre possibili anacronismi e tutto un corollario di abusi che le donne hanno sempre dovuto subire, ma dà loro molto, troppo spazio.
La presenza di Bathory e Wuornos avrebbe senso dal punto di vista creativo, ma sembra più che altro suggerire che la storia di Lizzie Borden da sola avrebbe potuto giusto coprire tre episodi. Semanticamente poi qualcosa non quadra: sono infatti tre donne che in fondo hanno avuto percorsi di vita e finali differenti. È come se Brennan le volesse far finire tutte in un mega calderone di donne represse da un sistema patriarcale, che hanno cercato a modo loro di ribellarsi, che può funzionare solo se si guardano le loro storie superficialmente, slegandole dal contesto storico. La storia di Lizzie ad esempio ci racconta quasi l'opposto: lei potrebbe aver sfruttato proprio quel sistema a suo favore, facendo leva su quelle che nell'800 erano le debolezze che gli uomini attribuivano alle donne.
Questa quarta stagione forse tenta di coprire le sue magagne grazie ad un cast di rispetto, con al centro Ella Beatty e con una altrettanto ottima ed enigmatica Vicky Krieps. Eppure anche le caratterizzazioni dei personaggi fanno cadere le braccia (se figurativamente o a colpi di ascia fate voi). Il signor Borden di Charlie Hunnam sembra quasi un Mr. Scrooge dell'orrore, ricchissimo, affamato di sesso e pronto ad affettare qualunque suo "cliente".
L'Abby Borden di Rebecca Hall è una donna greve, a tratti molto più scostumata della figliastra che trova disadattata, anche perché le sue offese non trovano riscontro nella realtà, visto che la nostra Lizzie ha gli occhi e la grazia di una cerbiatta.
Completamente schizofrenica, specie sul finale, la storyline della domestica Bridget, prima donna autonoma, matura, quasi fuori dal tempo, poi sposata con un uomo completamente random.
E poi ci sarebbe Emma, la sorella di Lizzie, ma voi l'avete trovata? È interpretata da Billie Lourd, altro volto noto nell'universo Murphy ma il cui personaggio qui è estremamente evanescente, entra ed esce di casa senza alcuna ragione, come se quasi non esistesse.
Ovviamente sono tutti attori più belli e più giovani delle reali controparti, sia mai che un volto maturo e dalla bellezza meno ellenica possa togliere l'estetica moderni alla storia.
Fortunatamente regia, fotografia, messa in scena sono quegli aspetti che non posso che inserire nella lista del buoni quando si parla di Monster e in generale delle produzioni di Ryan Murphy.
Resta il fatto che questa quarta stagione su Lizzie Borden sia per me la meno convincente di tutta l'antologia.
Qui si poteva speculare su molti aspetti realmente confermati, dall'ossessione per le porte sempre chiuse in casa Borden, ad una eredità enorme che avrebbe fatto gola a chiunque.
Ancora una volta Monster tenta invece di shockare uno spettatore ormai abituato, inventandosi relazioni saffiche, erotismo, scene splatter e collegamenti improbabili, dimenticandosi i fatti. La ricerca quasi spasmodica di una possibile tematica fulcro, di un messaggio da lasciare, crea due ulteriori problemi: fa sfuggire di mano il centro della storia, con un eccesso di digressioni che potrebbero far parte di qualunque altro personaggio inventato, ma soprattutto ci lascia una "morale" grossolana e già sentita.