Candele profumate per tutte le tasche!

La stagione delle candele profumate si sta via via spegnendo (scusate volevo proprio fare questa battuta), visto che le temperature sono in rialzo e solo l'idea di una fiamma accesa ci fa sudare, e volevo lasciarvi le mie opinioni sulle ultime che ho provato. Come la volta scorsa ho raccolto alcuni brand random che ho trovato qui e lì, principalmente nella grande distribuzione, con la speranza di darvi qualche dritta qualora ve li troviate davanti.

Ho scelto anche un range di prezzo vario, perché non serve spendere troppo per avere una candela profumata gradevole, anche se spesso si incontrano delle ciofeche.


Profissimo Candela Profumata in Vetro 


Sul sito DM non è al momento disponibile ma credo che questa candela Profissimo che si trovi ancora nei negozi fisici. Era finita in un mio ordine di qualche mese fa per pura curiosità, e anche dopo l'esperienza poco entusiasmante con i lumini dello stesso marchio speravo andasse meglio, e così è stato.
Non ci sono molte caratteristiche sul sito riguardo a questo prodotto, ma viene definita come una candela rilassante, con il tipico aroma di ammorbidente, di lana fresca di bucato, ma in questo caso con una connotazione più calda ed avvolgente. Non è insomma il profumo fresco di panni appena stesi, magari con accenti floreali, ma più rotonda, di base è vagamente legnosa con un fondo quasi dolce e vanigliato. Una di quelle profumazioni adatte ad ogni angolo della casa, sia la zona giorno che la notte e un po' per tutto l'anno.

Una profumazione che mi è piaciuta molto da lasciare accesa a lungo, anche perché questa candela Profissimo non spicca per intensità e persistenza, ma vi posso dire che si percepisce in maniera molto più decisa rispetto alle tea-light che avevo provato. Si diffonde molto bene nell'aria e appunto non essendo così forte, la si tiene accesa senza problemi. Io credo anche che duri molto più di 32 ore, e ho notato che la cera si scioglie molto bene, e che lo stoppino ha una buona qualità perché non ha annerito il bicchiere e non crea cattivo odore quando la si spegne. 
Pare, se non ho tradotto male, che anche il vetro sia foodgrade e che può essere riutilizzato, quindi non solo una candela profumata carina ed economica, ma anche riciclabile.


Magic Lights Sandalo Noir 
Giara Piccola 

Magic Lights è una piccola azienda italiana, torinese per l'esattezza, che produce candele profumate e diffusori per ambiente e che ho scovato da Splendidi e Splendenti, una catena di negozi di prodotti per la casa e la persona diffusa fra la Calabria e la Sicilia, per cui immagino che sia un marchio che si trovi in genere in questa tipologia di negozi. Ho anche notato che c'è qualcosina su Amazon, sulla pagina Ebay, e che si possa acquistare contattando l'azienda direttamente. 

La cosa che mi ha fatto soffermare su queste candele è il pack, che mi ha ricordato molto Yankee Candle, e, pur sapendo che non avrebbe potuto avere le stesse caratteristiche, ho trovato una candela gradevole.

La fragranza Sandalo Noir ha appunto queste note di sandalo, con qualcosa di legnoso ed affumicato una volta accesa, e pur non avendo una intensità alta, si distingue nell'aria, e crea una bella atmosfera, è avvolgente, e maschile, quasi sensuale direi. Infatti mi sembra una di quelle candele che si accendono più che altro nella zona notte, o magari in bagno per un momento di relax.
Anche questa candela Magic Lights non ha una particolare persistenza, ma può restare accesa a lungo senza infastidire, spandendosi nell'aria in modo rapido. Ed anche per lei mi sento di dire che le materie prime sono valide: sono sempre riuscito a creare la famosa "piscinetta" senza dislivelli nella cera, e lo stoppino non ha formato aloni o cattivi odori.
Per essere una candelina che costa meno di tre euro penso meriti una chance.


Woodwick Vanilla Musk 


Ovviamente la differenza fra brand più piccolo e marchi invece più conosciuti e "importanti" si nota, e con Woodwick (brand di cui ho già parlato qui, qui e qui) ero certo che avrei trovato una candela profumata di qualità. In realtà Vanilla Musk è stato un regalo e mi spiaceva utilizzarla, ma d'altronde i regali vanno apprezzati fino in fondo. 
Già dal nome si capisce che questa candela WoodWick ha una piramide olfattiva più complessa rispetto alle altre.
Nello specifico l'azienda dice che le note sono 

Testa: sale, bergamotto, muschio
Cuore: gelsomino, mughetto, vaniglia, foglie di tabacco
Fondo: ambra, latte di cocco, legno di sandalo, eliotropio, fave di tonka

Quello che invece sente il mio naso è un aroma vanigliato ma non troppo burroso o gourmet che si unisce, o meglio si bilancia, con note più legnose, aromatiche e vagamente ambrate, ma non pensate ad una fragranza pesante o troppo invernale, perché c'è una componente che alleggerisce il tutto, direi quasi fresca che però non riesco a distinguere. O per lo meno da spenta ci sento quelle note floreali, ma una volta accesa è come se si miscelasse al resto.

Secondo me anche in questo caso si tratta di una profumazione adatta a tutto l'anno, sebbene non sia appunto fruttata o fiorita, e ad zone giorno che notte.
La qualità di Woodwick sta anche nel modo in cui la profumazione di questa candela si spande, riempiendo più stanze velocemente e nella intensità, che trovo intensa ma ben bilanciata, in grado di non diventare stucchevole o nauseante anche dopo una combustione più lunga. C'è anche da dire che, nonostante ad esempio tenga una finestra aperta, la fragranza che questa candela profumata emana resta nell'aria per un po', quindi ha anche una buona persistenza.

Ovviamente non manca il famoso stoppino in legno, che scoppietta mentre brucia come se fosse un camino acceso, e vi posso dire che si sente molto bene, nonostante la candela sia in formato piccolo e di conseguenza lo stoppino più sottile.
La cera come sempre si è sciolta molto bene, in modo omogeneo e lo stoppino non crea cattivi odori. 
Questo formato di Woodwick non solo è perfetto per fare un piccolo regalo, ma anche per ricreare l'esperienza che il brand promette senza trovarsi con una candelona difficile o stancante da smaltire. 

Niche Beauty Lab lancia la sua Nuova linea per la Cura dei Capelli, ecco tutti i Prodotti

Nella ricerca continua di portare sul mercato prodotti sempre più interessanti e ricercati, l'azienda cosmetica spagnola Niche Beauty Lab ha messo mano alle sue linee, seguendo quello che stanno facendo diversi brand. Infatti, anziché puntare ad una vasta forchetta di marchi, ha preferito concentrarsi su tre linee principali e potenziarle con prodotti sempre più innovativi. 
È così che di recente Transparent Lab ha "assorbito" nel suo catalogo l'ex linea Hairvest, rivisitandone e valorizzandone i prodotti, e arricchendosi quindi di una serie di trattamenti per la cura dei capelli e delle ciglia.


Se fino ad adesso infatti Transparent Lab si era occupata della cura della pelle del viso (spoiler: mi sentirete ancora parlare più avanti in questo senso), con questa mossa ha ampliato il suo raggio d'azione, e quegli attivi di nuova tecnologia che fino ad adesso aveva applicato per la cute, adesso sono stati inseriti in una gamma di sieri e trattamenti che si vogliono prendere cura del cuoio capelluto e dei nostri capelli in generale. 

Sono in totale 4 i nuovi prodotti che Niche Beauty Lab ha lanciato il 12 Maggio, e vogliono occuparsi di esigenze diverse e specifiche della nostra pelle della testa (perché quello è) trattandola come se appunto fosse il nostro viso o il nostro corpo, seguendo la hair skinification.


Grazie all'azienda ho avuto modo sin dal lancio di mettere alla prova questi prodotti e man mano li sto testando, ma sapete che sono quei trattamenti che richiedono un po' di tempo prima di poter portare un risultato, quindi intanto non mi sbilancio troppo con una recensione dettagliata in cui scavo nella formulazione e in cui vi racconto gli effetti che hanno su di me. Intanto però vi presento più da vicino le novità proposte da Niche Beauty Lab.

Tutte queste nuove referenze seguono la filosofia di Transparent Lab quindi sono vegane, gluten e fragrance free. Inoltre, anche in questo caso, i singoli attivi sono stati incapsulati in liposomi, una tecnologia brevettata dalla stessa azienda che rende gli ingredienti più stabili ed efficaci, migliorandone anche l'assorbimento del follicolo addirittura fino a 10 volte di più di altri prodotti.


Transparent Lab Scalp Calming Treatment 
Siero lenitivo per cuoio capelluto


Mancava del tutto un prodotto con queste finalità all'interno del range che proponeva Hairvest e sono contento di trovarlo in Transparent Lab perché è un siero che è vicino, almeno sulla carta, alle mie esigenze
Il suo scopo è infatti quello di lenire un cuoio capelluto irritato, arrossato, secco e con possibile prurito e desquamazione, ristabilendo il microbiota cutaneo e quindi rinforzando la pelle stessa. 
Questo dovrebbe avvenire attraverso tre attivi in particolare, ovvero 
  • il 3% di Peptide Complex
  • il 2% di Defenscalp™
  • e l'1% di Olive PhytoPeptide™
In più ci sono anche pantenolo e xilitolo, entrambi ingredienti perfetti per le problematiche che lo Scalp Calming Treatment. Come vi dicevo, esplorerò meglio la formulazione al momento della recensione, ma mi ha colpito il fatto che Transparent Lab non abbia inserito alcol, cosa non così tanto comune, anche in quei sieri che dovrebbero svolgere una funzione ricostituente per il cuoio capelluto, noto spesso l'aggiunta appunto di alcool, ed è un controsenso visto che per molti è irritante e seccante, anche se rende la consistenza del prodotto più leggera, fresca e volatile. 
Per quanto riguarda l'uso di questo siero lenitivo, non c'è una posologia particolare, può essere applicato mattino e sera, su cuoi capelluto asciutto e appunto senza bisogno di risciacquare. 
Vedremo come si comporterà.
Qui maggiori informazioni.


Transparent Lab Anti-Dandruff Scalp Treatment 
Siero nutriente per il cuoio capelluto


È molto interessante anche questo siero nutriente di Niche Beauty Lab perché da un lato vuole combattere la formazione della forfora con ingredienti che vanno ad agire sulle cause principali della stessa come l'eccesso di sebo o il Malassezia Furfur, un lievito che appunto scatena la desquamazione, ma dall'altro lato cerca di prendersi cura a 360° della salute del cuoio capelluto con sostanze come la Niacinamide, lo Zinco PCA e probiotici, che lo leniscono e lo rinforzano. Nello specifico troviamo
  • il 3% di Seascalp®
  • l'1% di Olive PhytoPeptide™
  • lo 0,5% di Piroctone Olamine
Quindi l'Anti-Dandruff Scalp Treatment vuole lavorare a 360° sulle problematiche della cute della testa, con una azione a tutti gli effetti riequilibrante che possa migliorare la salute del cuoio capelluto.
Anche in questo caso l'utilizzo è il medesimo dell'altro siero Transparent Lab, e si può utilizzare mattino e sera, ma non ne farei applicazioni "a bisogno", ma se avessi un problema di forfora lo farei entrare nella mia routine quotidiana costantemente. Io, non avendo appunto vera e propria forfora, ma più una periodica desquamazione, pensavo che questo trattamento non fosse adatto a me, ed invece sono riuscito ad inserirlo nella mia routine con uno scopo leggermente diverso, sfruttandone appunto questi attivi rigeneranti. 
Ve ne parlerò presto.
Qui maggiori informazioni. 


Transparent Lab Hair Density Scalp Treatment 
Siero antietà per il cuoio capelluto


Non ho dubbi sul fatto che questo Hair Density Scalp Treatment sarà il più interessante da scoprire nel lungo periodo e mi incuriosisce molto la scienza che l'azienda ha inserito al suo interno. È infatti un siero che vuole occuparsi proprio di quelli che sono i segni dell'invecchiamento dei nostri capelli, ovvero la caduta, l'assottigliamento o comunque una minore densità e l'ingrigimento, e questo dovrebbe avvenire attraverso quattro attivi in particolare, ovvero
  • il 3% di Turmeric PhytoPeptide™
  • il 2% di Densidyl®
  • il 2% di Biotinoyl Tripeptide-1
  • l'1% di Olive PhytoPeptide™
In più troviamo anche la Caffeina, anche questa spesso usata nei prodotti anti caduta perché stimola il microcircolo e quindi rende i capelli più forti dal bulbo.
Rispetto alla formulazione dell'Hair Loss di Hairvest, mi piace molto di più questa formulazione proposta sotto Transparent Lab, sia perché hanno ridotto le percentuali di alcool (adesso si trova molto più in basso nell'INCI, sia perché è stato tolto un silicone che secondo me ha poco a che vedere per un prodotto del genere. Ma, a prescindere da questi ingredienti specifici, tutta la formulazione mi sembra potenziata. 

Già in passato avevo provato un siero che prometteva di rallentare e contrastare la perdita di pigmento dei capelli, agendo, come in questo caso, con una azione antiossidante. Sono un po' scettico in questo senso, ma vedremo come va. Ovviamente questo tipo di trattamento, più degli altri, necessita più tempo per vedere risultati soprattutto in termini di densità ed effetto sulla caduta. 
Qui maggiori informazioni. 



Transparent Lab Eyelash Growth 
Siero ridensificante per ciglia


Non solo capelli, ma anche cura della ciglia fra queste novità di Niche Beauty Lab, e da quel che ho notato, il nuovo siero ciglia ha una formulazione praticamente identica al prodotto che già proponevano con Hairvest, quindi se lo avete già provato potrebbe piacervi anche questo.
Al suo interno non troviamo prostaglandine o ormoni, ma ci sono quattro attivi in particolare, cioè
  • il 3% di Capilia Longa™
  • l'1% di Baicapil™
  • l'1% di Elaya Renova™
  • l'1% di Curcumin™
componenti che dovrebbero rendere le ciglia più lunghe e folte, e creare un film che ne protegga dalla rottura. La formulazione è oftalmologicamente testata per assicurarne la delicatezza, e l'uso è il solito dei lash serum: si applica con il pennellino all'attaccatura delle ciglia, una volta asciugato ci si può anche truccare.
Transparent Lab dice che deve restare ad agire almeno sei ore prima di lavare il viso, infatti nonostante si possa usare sia di giorno che di sera, secondo me è meglio inserirlo nella skincare serale. Quello che invece l'azienda non specifica è entro quando è possibile iniziare a vedere i primi risultati, quindi nella mia recensione farò come sempre, mostrandovi gli effetti dopo uno e due mesi, ed eventualmente quando avrò terminato il prodotto. Inutile dire anche in questo caso che i benefici non si vedono dal giorno alla notte, ma richiedono tempo, quindi ne parleremo fra qualche mese.
Qui maggiori informazioni. 


Avevate già visto queste novità di Niche Beauty Lab? Quale vi attira di più?



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Le altre cose che ho visto a Maggio su Netflix

Oltre a Baby Reindeer, la full-immertion nel mondo di Ripley, un paio di commedie leggere giusto per serate senza pensieri, e una miniserie basata su una storia vera, ho terminato anche altro dal catalogo di Netflix quindi posso finalmente sciorinare le mie opinioni. 


Hacks
Prima stagione


Risalente al 2021, ma messa in streaming su Netflix dal 15 Febbraio di quest'anno, Hacks vede Jean Smart nei panni della famosa e ricchissima comica di Las Vegas Deborah Vance, la quale, nonostante abbia raggiunto appunto un certo status e una posizione invidiabile nel mondo della stand-up comedy, vede la sua carriera in discesa. Non è infatti più così fresca per il mondo dello spettacolo, e di conseguenza i suoi spettacoli sono stati via via ridotti. Per cercare di darle una svecchiata (è brutto da dire, specie ad una donna, ma tant'è) il manager di Debra le affida una giovane autrice Ava (Hannah Einbinder), che di recente ha perso il lavoro per un suo tweet alquanto discutibile. Fra le due non sarà subito amore, ma impareranno a conoscersi, capirsi, sopportarsi e supportarsi.

Prodotta da HBO Max e vincitrice di diversi premi, fra Emmy e Golden Globes, Hacks credo sia arrivata da noi non solo in ritardo, ma anche con un bagaglio di aspettative decisamente importante, almeno per quanto mi riguarda, e dopo questi primi 10 episodi non posso dirmi del tutto appagato.

Se l'incipit infatti non spicca per originalità (due generazioni che si scontrano nel mondo del lavoro e in ambito personale, finendo anche per andare d'accordo in alcuni frangenti) è lo sviluppo a non avermi tenuto incollato allo schermo. È vero, Hacks è una di quelle serie tv che guardi volentieri perché ben recitata, ben messa insieme, con una durata giusta per un prodotto che vuole oscillare fra momenti di dark humor poco politicamente corretto, a piccole parentesi più drammatiche, specie quando si tratta del risvolto umano delle delle due protagoniste, ma non lascia molto.
Sia Debra che Ava sono infatti due donne comunque sole, la prima con un bagaglio esperienziale pesante e ricco, la seconda sfrontata verso il mondo ma con ancora molto da imparare.



Però, vedete, anche queste mie descrizioni risultano in qualche modo già viste e sentite, perché in effetti Hacks non brilla, non ha quel fattore che, oltre ad una fattura generalmente pulita, la faccia distinguere. I momenti in cui ho (sor)riso sono davvero pochissimi, e la cosa strana è che vediamo solo in pochi attimi la protagonista su un palco alle prese con le sue battute, che tra l'altro fanno ancora meno ridere dei dialoghi "normali". Quando invece arriva quella parentesi di cui sopra, in cui dovresti riflettere o sentirti in qualche modo toccato da quel che accade, dalle esperienze di Ava e Debra, capisci subito dove andranno a parare.

Per me in questo senso è emblematico l'ottavo episodio, in cui, giustamente, uno dei temi riguarda le molestie che si possono subire nel mondo dello spettacolo, dell'importanza di denunciarle, e c'è ovviamente un confronto fra due generazioni differenti che hanno approcci diversi, ma è raccontato in un modo così didascalico che vedi già alle prime battute dove finiranno.

L'accoppiata Smart - Einbinder è una versione speculare dei ruoli che interpretano, con una prima effettivamente più rodata, convincente e d'esperienza, ed una seconda praticamente sconosciuta e che ancora deve farsi le ossa. Ava infatti è spesso eccessiva nelle reazioni, non sempre mi è risultata particolarmente simpatica, e i suoi dialoghi come dicevo non risultano particolarmente brillanti.
Discorso molto simile anche per i personaggi secondari, sviluppati in modo marginale ed inutili all'economia di insieme, come Marcus (Carl Clemons-Hopkins) ad esempio, assistente personale di Deborah dalla inesistente vita privata che si sente "minacciato" dall'arrivo di Ava.

Sebbene vicina per quanto riguarda la tematica della stand up comedy, Hacks è lontana anni luce da The Marvelous Mrs. Maisel ad esempio, pur restando una serie tv gradevole e di compagnia e che non richiede chissà quale sforzo per essere seguita. 
La seconda stagione di Hacks pare verrà rilasciata in streaming proprio l'1 Giugno, quindi non tocca più attendere molto.


Ashley Madison: sesso, scandali e bugie
Docu-serie

Forse da noi in Italia non dirà moltissimo, ma negli USA Ashley Madison è una chat d'incontri che oggi vanta oltre 70 milioni di iscritti. Messa così non ci sarebbe nulla di strano, ma questo sito, nato nel 2002 e il cui nome è solo l'unione dei due nomi femminili più famosi in America, è stato creato ad uso esclusivo di uomini e donne sposati alla ricerca di relazioni extraconiugali, senza ovviamente il consenso del proprio partner. Un'app per fedifraghi che però, sin dall'inizio, pare ebbe un discreto e crescente successo, al motto di "La vita è breve. Fatti una scappatella".

L'allora CEO dell'azienda Noel Biderman infatti spinse il sito attraverso una campagna marketing serrata, con apparizioni televisive e pubblicità a più livelli, e a chi lo criticava dicendo di promuovere un sito immorale, lui rispondeva che stava solo fornendo un servizio a persone che comunque avrebbero tradito il proprio coniuge.

Tutto funzionava bene, diciamo così, fino a quando, nel 2015, Ashley Madison subì un attacco hacker che aprì un vaso di pandora: migliaia di informazioni personali, nomi, email e dati bancari vennero diffusi nel dark web e raggiunsero i media, rendendo pubblici i profili di utenti sposati che fino ad allora si erano fidati di un sito che prometteva riservatezza e sicurezza.

Fu uno tsunami che coinvolse migliaia di persone, alcune delle quali, incapaci di gestire la vergogna di essere stati scoperti, si tolsero la vita. Come se non bastasse però, l'attacco hacker, partito da un certo Impact Team, rivelò molti dei lati oscuri del sito, non solo per quanto riguarda appunto le persone che tradivano, fra cui anche personaggi più o meno noti, ma anche le politiche interne e le dinamiche di funzionamento non propriamente limpide, che cercavano di accalappiare sempre più utenti e farli sborsare per funzioni più avanzate. 

Ashley Madison: sesso, scandali e bugie, arrivato su Netflix il 15 Maggio, mi ha fatto scoprire una storia che non conoscevo ma che fa riflettere, perché oggi con i social e le app condividiamo davvero di tutto con la tranquillità che tanto non ci accadrà nulla, ma vedere cosa potrebbe invece succedere quando quella sicurezza online viene meno, è davvero inquietante.

In questo senso è efficace anche a coinvolgere emotivamente lo spettatore, perché, anche senza segreti in grado di sfasciare famiglie, penso che tutti ci teniamo alla nostra privacy, e questa docuserie Netflix riesce a tenere viva l'attenzione sull'argomento.

Non mi è stato del tutto chiaro però in alcuni passaggi, perché ad esempio se in principio alcuni ex membri dichiarano di aver avuto appunto molti rapporti tramite il sito, poco dopo si afferma che Ashley Madison era pieno di bot e account fake per attirare l'attenzione di un pubblico maschile pagante. 
È un documentario in tre episodi che si segue scorrevolmente e che raccoglie le testimonianze di ex "clienti" di Ashley Madison, anche quelli soddisfatti, dipendenti e dei media che ne raccontavano le vicissitudini. Non spicca però negli aspetti più tecnici: stile, regia, inquadrature e montaggio richiamano i tipici documentari già visti e rivisti, al contrario magari di White Hot. 



Bridgerton 
Terza Stagione / Prima Parte

È ancora presto per un giudizio definitivo su questa prima stagione dell'attesissimo Bridgerton 3 ma, avendo comunque visto metà degli 8 episodi direi che un'idea me la sono fatta, ed è il momento di parlarne.
Non credo sia uno spoiler perché ormai tutti sanno che questa sarebbe stata la stagione dedicata alla possibile relazione amorosa fra tra Colin Bridgerton (Luke Newton) e Penelope Featherington (Nicola Coughlan), e forse già questo non rendeva la stagione semplice perché i due li conosciamo già da tempo e, per quanto fossero affiatati anche negli episodi precedenti, era necessario trovare un modo convincente (specie per chi come me non ha letto i libri) per far nascere questo amore. 
Fino ad adesso l'operazione mi è sembrata comunque riuscita, con qualche piccolo intoppo. La nuova coppia, i Polin come li chiamano su internet, è infatti affiatata e deve attraversare le sue tappe per poter consolidarsi.

Entrambi i protagonisti difatti crescono e partono da un glow-up sia fisico che caratteriale, con Colin di ritorno da un viaggio per l'Europa che l'ha visto maturare al punto da diventare lo scapolo più ambito della stagione, e Penelope decisa più che mai a trovarsi un marito, specie adesso che si è interrotta (definitivamente?) la sua amicizia con Eloise (Claudia Jessie). Non è facile per i due avvicinarsi, e sarà sempre più complicato gestire il loro rapporto, non solo perché Pen non è più amica di Eloise, ma perché deve nascondere la sua doppia identità rivelataci ormai in Bridgerton 2.
Credo che scoprire come verrà gestita questa circostanza sarà l'aspetto più interessante della seconda parte di questa terza stagione, che è partita con un incipit diverso, quindi non più il classico enemies to lovers che avevamo visto in precedenza, ma che non è del tutto efficace, come anticipavo, nello sviluppo.


Secondo me infatti la coralità di Bridgerton questa volta ha sfocato un po' troppo l'attenzione su quelli che dovevano essere i protagonisti assoluti della stagione. Infatti i personaggi che già conoscevamo, non sempre vengono narrativamente marginalizzati, come Anthony ad esempio, ma sono anche coinvolti in nuovi sviluppi. Troviamo ad esempio la stramba amicizia di Eloise e le nuove conoscenze "speciali" di Benedict Bridgerton e di sua sorella Francesca, finalmente al suo debutto in società, tutte linee narrative che immagino preparino la strada ai prossimi capitoli. Ma, se ciò non bastasse, ci sono altri personaggi, come ad esempio Will Mondrich, amico del duca di Hastings, e sua moglie Alice, che si ritrovano improvvisamente al centro della scena con un inaspettato upgrade sociale.

Quello che voglio dire, in breve, è che la carne al fuoco è davvero tanta, quindi spero che i prossimi episodi, in uscita il 13 giugno, sappiano concentrarsi più su Penelope e Colin, dandogli anche un intreccio narrativo più avvincente.

È inevitabile, penso per qualunque serie, che le nuove stagioni possano soffrire un po' di un senso di stanchezza, perché mantenere la qualità e la freschezza di un debutto non è semplice, quindi l'idea di dividere Bridgerton in due parti sicuramente ci dà come pubblico la possibilità di prendere un po' di respiro, lasciandoci con quel tanto di appetito che basta a voler sapere come sarà il proseguo, con una attesa più che ragionevole.
La struttura e le dinamiche della serie sono infatti sempre quelle quindi non posso dire che qualche passaggio mi abbia lasciato sorpreso. Continua però ad essere quel guilty pleasure che segui senza sforzo, e che ti riempie gli occhi con una produzione sempre più massiccia (e ricca) di costumi, scenografie, parrucche e le orecchie con i brani contemporanei stilizzati in arie da camera.

L'Olio Detergente Viso di Coxir elimina davvero i punti neri?

Se bazzicate i social, e soprattutto il "beauty web", avrete molto probabilmente visto i video di questi creator che sembrano rimuovere punti neri e filamenti sebacei dal viso (e soprattutto dal naso) semplicemente massaggiando un olio che sembra far "scivolare" via le impurità dai pori, per ritrovarseli sulle mani senza schiacciare la pelle.

In verità sono anni che si susseguono metodi simili: chi è più "datato" come me ricorderà i prodigi che prometteva l'olio indiano, che ho usato io stesso anni fa, ma poi vennero fuori altre tecniche che a modo loro garantivano di eliminare altrettanto bene le imperfezioni, come lo skin gritting che io stesso provai e che contemplava anche l'uso di un olio detergente. 
Essenzialmente lo chiamano oil cleansing method, e consiste semplicemente nella detersione con un olio, attraverso un massaggio prolungato. Questo massaggio dovrebbe far sì che le impurità vengano letteralmente fuori dalla pelle, per la regola che l'olio elimina l'olio. 

Attualmente esistono tanti Cleansing Oil in commercio, ma uno che è andato virale è l'Ultra Hyaluronic del brand coreano Coxir, che è andato virale quando alcune persone hanno affermato che appunto rimuovesse i punti neri.

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Nato nel 2011, Coxir si vuole occupare di varie problematiche della pelle, principalmente imperfezioni e rughe, attraverso dei prodotti che possono essere utilizzati quotidianamente perché studiati per non irritare la pelle. 
Il loro Ultra Hyaluronic Cleansing Oil nasce proprio come un detergente che vuole rimuovere trucco e impurità dal viso, ma idratando e lenendo la pelle, e questo dovrebbe avvenire appunto attraverso una formulazione che bilancia questi aspetti. 
Coxir ad esempio pone l'attenzione già sul flacone su tre oli vegetali, come quello di canola, di rosa canina e di semi di camelia, tutti ad effetto emolliente, nutriente e levigante per la pelle.


Ovviamente dal nome si capisce anche che è presente l'acido ialuronico per appunto idratare, e Coxir specifica che in 100 gr di prodotto sono contenuti 100mg di HA, ma ci sono tanti altri estratti, come quello di Melaleuca, o tea tree, usato soprattutto per le sue proprietà antimicrobiche e quindi anti acne, ma anche l'idrolato di limone, sempre astringente e rinfrescante. Dall'altro lato però ci sono ingredienti naturali antiossidanti, come l'estratto di acerola, di bacca di acai e quello di tè verde, o quelli di uva e gelso bianco, che oltre ad agire contro l'ossidazione cellulare pare che abbiano anche benefici lenitivi sulla pelle.
Sempre in tema di sostanze lenitive troviamo anche l'estratto di aloe e quello di rosa damascena, giusto per nominare alcuni componenti botanici che contribuiscono a dare al Cleansing Oil Coxir anche una azione extra sulla pelle, non solo pulente. 


Si presenta come un olio molto liquido e leggero, a me basta un solo pump infatti per coprire tutto il viso, ed ha un delicato profumo floreale molto carino, e va applicato su viso asciutto, massaggiato per bene, per appunto sciogliere cosmetici e sebo, e poi basta inumidirsi le mani per emulsionarlo. Appena entra a contatto con acqua infatti l'Ultra Hyaluronic Cleansing Oil diventa immediatamente lattiginoso, e poi può essere risciacquato via.
È un prodotto molto semplice da usare e può far parte sia della routine giornaliera che serale, e non ci sono controindicazioni da parte di Coxir sull'uso sulla zona perioculare.

Personalmente ho alcuni punti neri e filamenti sebacei soprattutto sul naso, quindi ho cercato sin da subito di scoprire se anche io potessi ottenere i risultati che le persone mostravano nei video, ritrovandosi letteralmente le impurità sulle mani, ma per quanto mi riguarda non è stato così.
Dopo infatti un lungo massaggio non ho né visto né sentito sulle mani queste imperfezioni, e anche nel tempo la situazione non è cambiata, ma al netto di ciò l'olio detergente viso di Coxir mi è piaciuto tantissimo. 

Come dicevo si usa in maniera semplicissima, e la cosa più bella è che si rimuove altrettanto facilmente senza lasciare residui oleosi sul viso o appunto la pelle appesantita o unta, semplicemente perché si emulsiona e si sciacqua. A me non ha poi dato fastidio agli occhi, e non mi lascia appunto la vista appannata.
Per me è un prodotto perfetto da usare sia al mattino, quando voglio semplicemente una detersione delicata che prepari la pelle alla giornata, che la sera, quando invece deve portarsi via molta più roba. Infatti l'Ultra Hyaluronic Cleansing Oil scioglie con facilità tutto ciò che ho sul viso, sia quel poco di make-up che utilizzo, che eventuali protezioni solari, anche quelle minerali un po' più ostiche e resistenti all'acqua, e tutto in un'unica passata. O per lo meno, quella della doppia detersione è più una abitudine che una necessità in questo caso, perché dopo un solo passaggio il viso resta pulito. 
Se lo preferite, va bene anche con un panno in microfibra per rimuoverlo.

Questo mi fa pensare che sia perfetto per chi ad esempio ha (o vuole) una routine veloce e semplice, senza mille step o complicazioni, o anche in vacanza quando non possiamo portarci dietro troppa roba (è poi disponibile in tre formati, uno di prova, questo da 50ml e quello da 150).

Vi dicevo che a me non sembra che questo prodotto Coxir agisca come ho visto in decine di video nell'asportare (letteralmente) i punto neri, eppure ogni volta che lo uso noto la grana più affinata, liscia levigata, oltre ad una pelle in generale omogenea. Mi piace proprio star lì a massaggiarlo, e oltre appunto ad una cute pulita, la rende abbastanza morbida ed elastica e comunque pronta per assorbire un'altra routine.
Non c'è un tipo di pelle a cui questo Ultra Hyaluronic Cleansing Oil penso non possa piacere, salvo forse quelle molto oleose, che prediligono altri attivi e cercano un effetto quasi asciugante dal passaggio della detersione, o quelle molto secche che vogliono una formulazione ancora più nutriente. Ma penso che in entrambi i casi, un prodotto del genere, possa comunque trovare una sua collocazione in una routine, dando alle cuti sebacee quell'effetto riequilibrante che di tanto in tanto hanno bisogno, mentre a quelle disidratate una delicata azione astringente contro eventuali impurità.

Avete provato questi oli detergenti che promettono di rimuovere i punti neri?




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Riflessioni sparse su La Zona d'Interesse

Vincitore come miglior film internazionale e miglior sonoro ai premi Oscar di quest'anno, La zona d'interesse era uno di quei titoli che avevo curiosità di vedere sin dal principio, ma che secondo me necessita di una certa predisposizione per essere affrontato, che nel mio caso tardava ad arrivare.


Titolo originale: The Zone of interest
Genere: 
drammatico, storico
Durata: 105 minuti
Regia: Jonathan Glazer
Uscita in Italia: 22 Febbraio 2024  (Cinema)
Paese di produzione: Regno Unito, Polonia

Tratto dal romanzo omonimo di Martin Amis, e basato su circostanze realmente accadute, conosciamo le vicende del generale nazista Rudolf Höss, che per tre anni diresse il campo di sterminio di Auschwitz espandendone il raggio di azione e la portata, e che visse con la sua famiglia in quella che veniva definita una "zona di interesse" ovvero le aree intorno ai campi di concentramento che venivano appositamente riservata per gestire il campo centrale. Proprio a pochi metri dalle camere a gas, dai forni crematori e da tutti quei luoghi di morte, Höss viveva con la sua famiglia, la moglie Hedwig e i loro 5 figli, in una lussureggiante villetta a due piani, con giardino e piscina, e sembra che a loro, ciò che accade dietro quel muro, non importi affatto. 

Ne La zona d'interesse assistiamo all'ordinarietà di un vissuto che appare normalissimo, soprattutto quello della signora Höß, che sembra essersi definita da sola come la regina di Auschwitz, e la vediamo ad esempio mentre si agghinda con gli abiti confiscati agli ebrei, ma accanto al suo bellissimo giardino che sembra quasi un Eden, che lei stessa cura, viene consumato il più efferato crimini contro l'umanità che sia mai stato realizzato. Noi però non vediamo concretamente la sofferenza degli oltre due milioni di uomini, donne e bambini che hanno perso la vita nei campi di sterminio, ma sentiamo costantemente le grida disperate e quelle dei soldati che impartiscono gli ordini, i fucili che sparano, i cani che abbiano e i rumori che producono le ciminiere e i forni. 

È la banalità del male che viene messa in scena ne La zona d'interesse, che gli Höß rappresentarono perfettamente non solo in quanto artefici di quel male, ma soprattutto per la totale assenza di empatia e umanità mentre vivevano nella loro bolla, come se quello che stava accadendo accanto a loro fosse del tutto normale, quotidiano. 

Ottimi in questo senso sia Christian Friedel (visto anche in Babylon Berlin) che rende il generale Höss quasi un comune impiegato mentre è alle prese con la sorte di milioni di persone, e anche Sandra Hüller che interpreta bene il distacco con cui viveva rispetto al genocidio che si stava consumando e che ho preferito più qui che in Anatomia di una caduta, perché ha saputo poi rivelare quel lato più capriccioso, quasi infantile, quando dovrà lasciare la sua villetta, mentre ci sono persone che hanno perso tutto, soprattutto la vita, o mentre (mal)tratta le donne di servizio.

Una prospettiva sull'olocausto completamente diversa rispetto a quella che abbiamo visto in genere fino ad adesso perché mentre in genere ci viene più o meno mostrata l'atrocità di quanto accadeva nei campi di sterminio, in questo caso lo sentiamo costantemente, come un richiamo, un'eco, e anche se non la vediamo, l'atrocità continua, è presente, anche accanto a noi. E questo allarga lo sguardo dal passato della Shoah fino ai giorni nostri in cui siamo circondati da altrettanti drammi a cui però stiamo voltando le spalle più o meno scientemente per poter sopravvivere anche noi.

L'approccio tecnico e l'idea dietro di The Zone of Interest secondo me è forse più interessante del film stesso, sia per come vengono mostrate le scene da un punto di vista di regia, che appunto per il sonoro, mentre narrativamente parlando mi è mancato qualcosa. Se infatti questa prospettiva scelta da Jonathan Glazer porta comunque a riflettere su una storia che è fondamentale divulgare sempre, in qualsiasi epoca, dall'altro lato, preso a sé, non è un film che racconta molto.
Alcuni passaggi anzi finiscono per risultare un po' fini a loro stessi, come le scene in cui vediamo una ragazzina, filmata con una telecamera termica mentre di notte lascia cibo ai deportati, e lo stesso finale mi è risultato un po' criptico, tanto da dover cercare cosa significasse.


Sta quindi allo spettatore secondo me avere una sensibilità, una conoscenza ed un interesse tale da cogliere il senso del film, e non è diciamo la pellicola a raccontarlo.
È una nota negativa? In parte sì, perché non posso dire che mi abbia davvero coinvolto emotivamente, e onestamente sono rimasto curioso su come sarebbe stato il film se con questo approccio avessero aderito di più alle vicende raccontate nel libro. È vero che la versione cinematografica ha forse una maggiore aderenza alla realtà, e pare che abbiano addirittura ricostruito la stessa villa degli Höss in modo da mostrarci quasi come fosse davvero la loro esistenza, come se spiassimo dal buco della serratura per vedere che persone normali possono commettere atti assurdi. Però per alcuni può risultare un approccio quasi documentaristico che porta alla noia, o per lo meno sono aspetti da tenere in considerazione prima di vedere La zona di interesse



Stick solare Viso SPF 50 + Veralab: non ci siamo 👎🏻

Ho un rapporto conflittuale con i prodotti di VeraLab, perché finisco per provarli anche se in passato non ho avuto esperienze così entusiasmanti. La verità è che in casa li acquistano e quindi la curiosità che possa ricredermi c'è sempre, ma purtroppo anche l'Invisible Sun Stick SPF 50 + è stato una piccola (in tutti i sensi) delusione.


INFO BOX
🔎 Veralab.it, rivenditori 
💸 €10
🏋 4 ml
🗺 Made in Italia
⏳ 12 Mesi
🔬 Nickel Tested

I solari stick o comunque solidi stanno ottenendo una particolare attenzione perché si dimostrano molto pratici per rinnovare l'SPF che abbiamo sul viso nel corso della giornata pure per strada senza bisogno di uno specchio, ma anche per poter proteggere più intensamente delle zone del viso che riteniamo più sensibili. In teoria si potrebbero utilizzare come primo solare sul viso, ma andrebbero passati talmente tante volte per rispettare il fattore di protezione che alla fine ci verrebbe il gomito del tennista, quindi direi che è meglio relegarli a prodotti per ritocchi on the go.
Ci sono sempre più protezioni solari di questa tipologia, ma molto spesso le promesse fatte dall'azienda secondo me non vengono mantenute per una serie di fattori.

Nel caso dell'Invisible Sun Stick Veralab non ci discostiamo troppo dai claim che fanno anche le altre aziende, soprattutto nella promessa di un solare dalla protezione molto alta, con filtri contro i raggi UVA e UVB, dalla texture molto scorrevole, facile da usare e pure waterproof.

Veralab però scientemente non parla di come questo prodotto possa ad esempio interagire su un viso già truccato, restando in una sorta di zona grigia per cui non esilia lo Stick ad un esclusivo uso per le riapplicazioni durante il giorno, ma con un solare a 360°.

Ma andiamo per gradi. Di base è una formulazione semplice (per quanto semplice possa essere creare un solare stabile e gradevole) a base di emollienti e filtri chimici, infatti è davvero invisibile come dicono, non crea alcuna scia bianca, ed ha una eccessiva per il mio gusto profumazione vanigliata.
Come dice Veralab è davvero un solare stick scorrevole, che si scioglie a contatto con la pelle senza però sprecare prodotto, è facile da applicare in maniera uniforme, molto rapido e fin tanto che deve avere a che fare con la skincare o con altri solari viso, non ho trovato problemi. Personalmente, come faccio con qualunque solare solido, non mi limito a far scorrere lo stick sul viso, ma poi cerco di stenderlo in modo più omogeneo con le mani. 
Devo però confessarvi che ogni volta che ho utilizzato l'Invisible Sun Stick su di me, me ne sono pentito.

Parliamo del finish: è eccessivamente lucido e grasso, ed è quasi impossibile mattificarlo con una cipria perché nel giro di poco ritorna appunto luminoso. Nonostante sia appunto trasparente, penso che il suo aspetto lucido si nota anche nello swatch che vi ho messo, nonostante siano giusto un paio di passate.

Ma la cosa peggiore è che se appena applicato non lo sento sul viso, mi sembra che nel corso delle ore si appesantisca, risultando meno confortevole, anche se applicato in piccole aree, anzi potrei dire che ogni volta ho avuto voglia di lavarmi il viso per non sentire questa sensazione. Forse una pelle più secca potrebbe apprezzare questa sua consistenza, ma se come me, andando incontro all'estate, vi ritrovate una pelle più mista, allora non credo vada bene. È inoltre importante considerare che applicandolo su una già presente protezione solare, lo stratificare dei prodotti può appesantire il viso. 

Come anticipavo, Veralab nella sua descrizione non parla di una particolare eleganza della formulazione e di un particolare risultato finale in termini di aspetto, ma più della praticità del prodotto. Tuttavia io credo che non abbia un bel finish sia da solo che appunto col trucco, con cui non ha una buona interazione: se infatti già i solari stick che hanno una texture più cerosa tendono a spostare e rimuovere un po' di make-up, potete immaginare cosa accade con uno che invece ha una consistenza più oleosa. 

Devo però ammettere che questo solare viso Veralab ha una buona resistenza all'acqua ed è necessario un detergente per rimuoverlo del tutto. Non posso invece darvi un feedback sulle sensazioni che dà sul contorno occhi perché, vista la profumazione abbastanza intensa, ho evitato di avvicinarmi alla zona. In questo caso Veralab è un po' contraddittoria, infatti dice

"Non ci sono controindicazioni nell’uso dello stick nella zona perioculare, consigliamo comunque di evitare l’applicazione del prodotto sulla palpebra."

Non posso poi non sottolineare il rapporto quantità-prezzo dell'Invisible Sun Stick Spf 50+, perché in effetti quando ho visto che era così piccolo ho pensato che fosse una sorta di travel size, ed invece non è così. Premettendo che ogni azienda può dare il prezzo che preferisce ai propri prodotti, secondo delle scelte interne, e che poi sta a noi consumatori decidere se acquistare o meno, è più che altro la grammatura del solare che mi ha lasciato perplesso. Anche non volendo prendere come esempio le protezioni solari coreane, dove in media ci aggiriamo intorno ai 20 grammi di prodotto, ho notato che i brand italiani e da farmacia partono almeno dagli 8 grammi, quindi praticamente il doppio rispetto a questo stick Veralab.
Per tutti questi motivi non riesco a consigliare questo prodotto, e penso che, sebbene vi sia una buona idea di partenza, ci siano tanti aspetti da migliorare.



Due miniserie da scoprire (anche se non sono le migliori!)

Sono state rese disponibili in streaming praticamente nell'ultimo mese ed è stato semplice recuperare queste due miniserie perché i loro generi sono del tutto affini al mio gusto, ma non le considero particolarmente di rilievo nel loro insieme, e ve lo spiego nella mia recensione.


Asunta
Miniserie

Poco dopo l'uscita di Baby Reindeer su Netflix si è affacciata una nuova miniserie che si è accaparrata in breve tempo le prime posizioni della classifica dei prodotti più visti, sempre perché tratta da una storia vera. Asunta infatti racconta le vicende e soprattutto le indagini che seguirono il ritrovamento di una bambina di origini cinesi, la prima adottata in Galizia, Asunta Basterra appunto, che era stata data per scomparsa e che invece venne rinvenuta morta. Al dramma di una giovane vittima però se ne aggiunse un altro: i primi indiziati per questo omicidio furono proprio i genitori adottivi di Asunta, Alfonso Basterra e Rosario Porto.
I due infatti fornirono infatti testimonianze e dichiarazioni speso incongruenti o contraddittorie, ma le indagini, condotte da un agguerrito giudice Malvar, non sono affatto semplici e soprattutto i due imputati si dichiareranno innocenti fino alla fine.

Quello di Asunta è uno dei casi che ancora oggi, a distanza di più di dieci anni, suscita curiosità perché appunto non c'è stata una prova schiacciante che accusasse i genitori della ragazzina, rendendo tutto il caso dubbio e sospeso, e infatti ci vollero due anni prima di arrivare alla conclusione del processo.
La miniserie proposta da Netflix in questo senso riesce a raccontare tutte le prospettive della vicenda in modo chiaro e completo, sia delle indagini con tutte le linee investigative che vennero prese in considerazione, sia nel ricostruire le dinamiche familiari fra i Basterra e anche come i media si approcciarono alla vicenda e il peso che hanno avuto nell'opinione sociale che si creò sul caso. Ne esce una vicenda cruda, shockante, che fa anche riflettere sul rapporto genitori-figli.
El Caso Asunta è però una di quelle serie tv che non riesce a creare quel pathos necessario quando si ha a che con fatti reali che inevitabilmente vengono spoilerati anche solo leggendo una pagina Wikipedia. 


Il talento degli sceneggiatori in questo senso sta proprio nel sapere dare il giusto taglio alla narrazione, ma in questo caso si ha la sensazione di vedere un legal drama misto ad un true crime documentaristico, che finisce per coinvolgere poco. O per lo meno, a me è mancato qualcosa, nonostante le buone interpretazioni di Candela Peña e Tristán Ulloa, che ricoprono i ruoli dei genitori adottivi di Asunta, e la capacità di questa miniserie di portare al grande pubblico una vicenda che molti (incluso me) potrebbero non conoscere. L'impressione che ho avuto è che 6 episodi siano anche troppi per raccontare in questo modo le vicende e anche se non ci si annoia, ti aspetti qualcosa di più.

Invece, di mezzo ad appunto le indagini, ci piazzano delle parentesi sulla vita privata del giudice Malvar (Javier Gutiérrez) che onestamente non hanno alcun peso nella serie in generale se non un riempitivo che in qualche modo cerca di raccontarne il carattere burbero, ed il suo personaggio ha un andatura abbastanza stereotipata, del classico investigatore che vuole a tutti costi terminare le indagini in fretta e dare la colpa a chi ritiene più papabile in tal senso.
Per farla breve, con Asunta, per quanto sia una miniserie ben realizzata, ho avuto più o meno le stesse impressioni che mi ha dato ad esempio La verità secondo Maureen K.: ti porta alla scoperta di una storia drammatica, contemporanea ed interessante, ma lì finisce.


Shardlake 
Miniserie

Tratta dai romanzi di C. J. Sansom e disponibile su Disney + dal primo maggio di quest'anno, ho definito Shardlake come una sorta de Il Nome della Rosa più inglese. La miniserie prende il nome del suo protagonista, ovvero l'avvocato Matthew Shardlake, che viene assunto da Thomas Cromwell (sì, siamo nel 1500) per indagare su criminosi fatti accaduti nel monastero Benedettino di San Donato, in un paesello sperduto. 
Bisogna però contestualizzare: Enrico VIII infatti stava riformando la chiesa, passando all'anglicanesimo, ma non fu un processo facile al punto che dovettero agire in maniera diciamo decisa per "risolvere" la faccenda. In questo contesto il lavoro di Shardlake sarà molteplice: da un lato deve trovare delle prove tangibili che dimostrino la dissolutezza del monastero per Cromwell, trovare la verità sui fatti criminosi di cui sopra, ma anche accontentare la corona che vuole in ogni caso la chiusura del luogo di culto. 

Shardlake è, in breve, un period drama medievaleggiante che si veste da giallo, con tanto di indagini, una sorta di aiutante per il protagonista, morti improvvise e situazioni di pericolo per l'avvocato che diventa subito scomodo nel monastero. In questo senso a miniserie riesce molto bene e, sebbene abbia uno stampo abbastanza classico, si segue volentieri, è ben interpretata da tutto il cast ed ha una messa in scena efficace e curata. I soli 4 episodi sono diciamo a stento sufficienti per spiegare il contesto storico più ampio, infatti viene tutto riassunto nella prima puntata, ma bastano per raccontare in modo completo le vicende, e si arriva ad una conclusione soddisfacente. In realtà, essendo protagonista di più romanzi, Shardlake potrebbe diventare una sorta di serie antologica, ma ancora è presto per dirlo perché non c'è ancora un rinnovo ufficiale.
Questo finale però pone anche un dubbio morale ed etico sulla ricerca della verità, e su come è meglio gestirla per il bene di tutti.

Oltre però ad una mancanza di generale originalità, ci sono altri piccoli problemi che rendono Shardlake non la migliore fra le produzioni seriali in streaming. La stretta aderenza allo stile del giallo infatti evita che vi siano particolari approfondimenti sui protagonisti, al netto di un cast valido (c'è anche Sean Bean, sebbene in un ruolo limitato). Anche dello stesso Matthew, interpretato da un ottimo Arthur Hughes, attore realmente disabile e non frutto di trucco prostetico e CGI, è solo un avvocato che deve risolvere il mistero del monastero, non ha una particolare tridimensionalità.
L'inclusività e l'ottica più contemporanea però comporta l'inserimento nel cast di alcuni attori neri, che nell'Inghilterra del '500 stonano abbastanza, specie messi in quelle che all'epoca potevano essere delle cariche rilevanti.


Se questi difetti che ho sollevato non vi sono di impaccio ed amate entrambi i generi che la serie abbraccia, penso che Shardlake meriti una chance perché è un giallo "cotto e mangiato", che crea un intrattenimento semplice ma curato, perfetto anche per chi non ha troppo tempo per le serie tv.

Milky Toner di The Ordinary, la recensione completa del nuovo prodotto 🍼

Il mondo di The Ordinary si sta espandendo con novità sempre più interessanti e curiose ed le sto man mano provando. 
Qualche tempo fa l'azienda mi ha dato l'opportunità di mettere alla prova il nuovo Saccharomyces Ferment 30% Milky Toner e finalmente posso raccontarvi tutto quello che ho imparato su di lui.


INFO BOX
🔎 TheOrdinary.com
💸 €16.80
🏋 100ml
🗺 Made in Canada
⏳ 12 Mesi
🔬 //


Da tempo i fan di The Ordinary richiedevano al brand di creare un tonico idratante, in risposta al già esistente Glycolic Acid 7% Exfoliating Toner, ma hanno studiato una formulazione che potesse fornire qualcosa in più e così è nato il Milky Toner.

Nomen omen, il suo attivo principale è il 30% di Saccharomyces Ferment, una sostanza ricavata dalla fermentazione del lievito di birra (o chimicamente saccharomyces cerevisiae) che sulla pelle sembra avere benefici trasversali e ampi.
Il processo di fermentazione è sempre più utilizzato in ambito cosmetico perché sembra che renda le sostanze e gli attivi cosmetici che vengono impiegati ancora più potenti ed efficaci, ma anche l'estratto di lievito sta ottenendo maggiore attenzione perché sembra che anch'esso abbia effetti molteplici, sia per le componenti che contiene, come ad esempio i flavonidi che fungono da antiossidanti, ma anche in correlazione alla nostra pelle perché è un probiotico, e quindi migliora il microbioma cutaneo affinché la pelle diventi più resistente e sana.

Ma l'attenzione di The Ordinary è caduta in particolare al 3% di N-Acetil Glucosamina (NAG) fermentata contenuta proprio nel Saccharomyces Ferment e che è già presenta anche nella nostra cute. Se avete sentito parlare di Acetyl Glucosamine, sappiate che questa versione è un derivato ancora più stabile ed efficace, e il suo effetto è molto interessante.
È infatti una sostanza idratante (precursore dell'acido ialuronico), lenitiva e antiinfiammatoria ed illuminante perché inibisce la produzione di melanina, ma ha anche una particolare azione esfoliante molto delicata.

Se gli alfa idrossiacidi, in parole poverissime, vanno a disgregare e sciogliere le cellule morte e come queste restano ancorate alla pelle, la NAG fa proprio in modo che queste non aderiscano affatto alla cute, e quindi regolando e normalizzando appunto l'esfoliazione cutanea. 
Quindi quella prodotta dalla N-Acetil Glucosamina potrei quasi definirla una rigenerazione spontanea della nostra pelle, che però avviene in modo delicato e meno incisivo rispetto agli acidi esfolianti, infatti segue la teoria non-acid. che può essere apprezzata da pelli sensibili.


Il Saccharomyces Ferment 30% Milky Toner infatti può essere utilizzato due volte al giorno, al mattino e alla sera, direttamente dopo la detersione e prima di altri sieri e creme. La sua consistenza è acquosa, o meglio lattiginosa, ed anche questo si lega alla particolarità della formulazione. The Ordinary infatti ha arricchito questo tonico con lo Squalane, che essenzialmente è un olio, ma attraverso un processo chiamato microfluidizer, la sua consistenza non risulta oleosa o appunto separata nelle sue componenti.

Inutile dire che l'odore di questo tonico ricorda proprio un misto fra lievito e latte, ma non aspettatevi di diventare un prodotto da panificazione perché è molto evanescente e non rimane sulla pelle.
Il suo uso è poi molto semplice perché ha un sifter che fa da contagocce e si può prelevare un po' di tonico sul palmo delle mani (come faccio abitualmente) o su un dischetto a preferenza. 

Per me è stato facile inserire il Milky Toner The Ordinary nella mia routine perché l'ho trovato leggero, di facile assorbimento e che è entrato in sinergia con i prodotti che stavo utilizzando senza problemi. Sin dalla prima applicazione non mi ha pizzicato sul viso, a dimostrazione della sua delicatezza, e non l'ho trovato appiccicoso, ma appunto sparisce facilmente nella pelle. Concordo con l'azienda che è un po' più adatto a pelli secche, o normali, anche se quelle miste possono usarlo tranquillamente in inverno o la sera: infatti è uno di quei tonici viso che si sente sulla pelle, non perché sia pesante ma proprio perché percepisci l'idratazione che dà, non è evanescente come magari una mist rinfrescante.

La prima sensazione che no avuto con il Saccharomyces Ferment Toner è quella appunto di comfort,  visto che ristabilisce l'elasticità, e riduce istantaneamente quella leggera tensione della pelle che può capitare subito dopo la detersione. Ma sono soprattutto mi sono accorto che è andato a levigare quelle zone ruvide del viso. Non so se vi capita, ma ogni tanto ad esempio sulla fronte o ai lati del naso toccando la pelle sento delle irregolarità che alla vista non si notano, quindi non sono impurità o pellicine. 


Con questo tonico viso ho avvertito sin da subito un effetto ammorbidente e levigante, rendendo quelle aree che vi dicevo più lisce al tatto, e credo che sia perfetto in una routine come le mie in cui punto sempre ad illuminare l'incarnato, ad attenuare discromie e zone disomogenee o con texture differente, ma sempre dando alla pelle l'idratazione che necessita e creando una barriera cutanea sana. Se già utilizzate dei prodotti che hanno questo scopo o in generale è il vostro obbiettivo, e se non apprezzate i prodotti che contengono alfaidrossiacidi perché li trovate aggressivi e irritanti, allora il Milky Toner The Ordinary potrebbe piacervi ed anche parecchio.


Lo proverete?



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Tre commedie in streaming per una serata senza pensieri

Ho volutamente pescato a caso fra le tante commedie (o presunte tali) che vengono proposte sulle varie piattaforme di streaming e ne ho scelte tre, lasciandomi guidare dai titoli e dagli attori coinvolti, semplicemente perché mi andava di vedere qualcosa su questo genere, seguendo le orme di The Idea of You. Vi lascio le mie impressioni.


Vicini davvero (2024)


Titolo originale: Pared con pared
Genere: 
commedia, sentimentale
Durata: 98 minuti
Regia: Patricia Font
Uscita in Italia: 12 aprile 2024  (Netflix)
Paese di produzione: Spagna

Non sapevo che questo Vicini Davvero, disponibile su Netflix dal 12 Aprile di quest'anno, fosse in realtà il remake di una commedia francese del 2015 che non avevo visto, per cui la storia mi è sembrata abbastanza inedita, al netto ovviamente di tutta una serie di caratteristiche del genere.
Valentina (interpretata da Aitana, cantante spagnola pare famosa) è una pianista che si è appena traferita in un nuovo appartamento e sta preparando una audizione importante, ma soprattutto sta cercando un nuovo equilibri fra lavoro e amore. Inaspettatamente dovrà avere anche a che fare con un vicino che non sembra darle pace: David (Fernando Guallar) è infatti un misantropo sviluppatore di videogiochi, che pur non abitando nello stesso edificio di Valentina, sente tutto ciò che accade in casa della ragazza. I due cercheranno una via di incontro e non sarà semplice.

Due quasi opposti che si attraggono e che soprattutto devono uscire dalle loro abitudini, dalle zone di comfort in cui, per motivi svariati, si sono rintanati, al fine ultimo di trovare qualcosa che davvero vale la pena provare, ovvero l'amore. Diciamo che così potrei riassumere il senso più profondo di Vicini Davvero, sebbene di profondo ci sia ben poco, perché appunto abbiamo a che fare con una delle tante commedie romantiche che si trovano ormai sui siti di streaming.
Con questo non intendo dire che Pared con pared non sia una gradevole compagnia, anzi l'ho trovato fresco, scorrevole, con qualche idea carina, come l'incipit stesso che vedrà i due protagonisti comunicare da dietro una parete. È ovvio che altrettanto leggero deve essere l'umore con cui si vede questo film perché spesso non tutto volge verso un'ottica severamente realistica, e si arriva proprio al finale prevedibile a cui sicuramente starete pensando anche se non avete visto ancora il film.


Vicini davvero ha anche un cast carino, penso azzeccato per i ruoli, e fra cui c'è anche Miguel Ángel Muñoz che io ricordo ancora da Paso Adelante. Forse si poteva fare qualcosa in più nel caratterizzare i personaggi, che spesso risultano un po' superficiali e con reazioni non sempre comprensibili o comunque ben spiegate. Penso ad esempio alla decisione dei due protagonisti di non incontrarsi subito che poteva essere impostata in maniera un po' più convincente.
In ogni caso Vicini Davvero resta un intrattenimento semplice, dolce, che tiene compagni senza stancare.



Fingernails - Una diagnosi d'amore (2023)


Genere: commedia, fantascienza, drammatico
Durata: 113 minuti
Regia: Christos Nikou
Uscita in Italia:  3 novembre 2023  (Apple Tv+)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Per la quota dei recuperi tardivi nomino Fingernails, film dello scorso anno proposto da Apple Tv + e che non rientra perfettamente nel genere commedia, ma è più una commistione di generi, che sfumano nel fantasy (anche se secondo me è più semi-distopico) e nel dramma. 
Anna (Jessie Buckley) vive una relazione con Ryan (Jeremy Allen White da The Bear) e il loro amore sembra essere stato confermato, tre anni prima, da un particolare test che sembra garantire se le persone stiano davvero con la persona destinata a loro. Un test che comunque fa discutere non solo perché ha distrutto diverse coppie ma anche perché si basa sull'asportazione di un'unghia che viene inserita dentro un macchinario che elabora appunto la diagnosi d'amore.

Anna non è però sicura che la sua relazioni sia davvero appagante per lei, e proprio per cercare di conoscere meglio l'efficacia e le fasi del test, troverà lavoro in questo istituto in cui si eseguono le diagnosi, ma anche dei corsi per coppie, e proprio questo lavoro metterà in dubbio il suo rapporto con Ryan, specie perché incontra lo specialista Amir (Riz Ahmed che non vedevo da The Night Of).


Si può calcolare l'amore attraverso una formula specifica o attraverso un macchinario? Cosa caratterizza una relazione davvero, cosa tiene insieme due persone, quali sono i legami che valgono? Sono un po' queste le domande che Fingernails tenta di porre attraverso questa storia e soprattutto la clinica in cui vengono messe sotto esame le coppie. Ma è un racconto grottesco, già solo per il fatto dell'esportazione dell'unghia, ma anche per gli esperimenti e i corsi che vengono portati avanti nell'istituto, per dimostrare che in fondo calcolare l'amore è impossibile e soprattutto da evitare, se non si vuole finire in una miseria umana e sentimentale.
Tutto sommato è un film che riesce comunque nell'intento di appunto intrattenere perché non si tratta di una storia particolarmente cervellotica anzi, si nota subito dove vogliono andare a parare perdendo quella ricercatezza e quello spessore che forse era l'intento principale di Fingernails.


Se si scava un po' a fondo secondo me non tutto risulta credibile e spesso la superficialità è la spiegazione di alcuni elementi, anche nell'ottica distopica o fantasy che il regista Christos Nikou ha voluto creare. Ad esempio il macchinario che dovrebbe esaminare la validità delle coppie appare molto rudimentale, non mi pare che venga spiegato come funzioni, e di conseguenza non si capisce come venga preso in così tanta considerazione generale. 
Si arriva poi ad un certo punto che tutto diventa abbastanza prevedibile e in cui il ritmo si perde un po' dalla parte centrale alla fine, pur senza risultare noioso. 
Buono il cast, anche se è il personaggio di Jessie Buckley ad avere più spazio, mentre Riz Ahmed non ha un approfondimento particolare, e Jeremy Allen White si limita a ripetere tutto il tempo le stesse due battute ed espressioni. 

 

La madre della sposa (2024)


Titolo originale: Mother of the Bride
Genere: 
commedia, sentimentale
Durata: 88 minuti
Regia: Mark Waters
Uscita in Italia: 9 maggio 2024 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Concludo brevemente con l'ultima uscita su Netflix che vede protagonista Brooke Shields nei panni di Lana, una genetista di successo che scopre che sua figlia Emma (Miranda Cosgrove) improvvisamente si sposa con il suo compagno e collega RJ in Thailandia. I due ragazzi infatti sono influencer e brand ambassador e avranno le nozze organizzate dalle aziende per cui lavorano. Lana però non è convinta, non solo perché teme di perdere sua figlia, ma anche perché scoprirà che il padre di RJ è una sua vecchia conoscenza del college. Si ritroverà in sostanza fra tante emozioni differenti, ma non può mettere in difficoltà la figlia e soprattutto dovrà affrontare alcuni fantasmi del passato.


Non mi soffermo troppo su La madre della sposa perché già capite che è un film estremamente derivativo. Il titolo magari riporta alla mente "Il padre della sposa" con Steve Martin e Diane Keaton, ma tutte le dinamiche e le vicende ricordano tantissimi altri film più o meno noti ed anche recenti.
Per dirne alcuni che mi sono venuti in mente Ticket To ParadiseTi presento i suoceri e Tutti tranne te, ma se ci riflettessi un attimo avrei ancora più titoli da indicare. Non c'è insomma alcuno sforzo di portare qualcosa di particolarmente originale, ma alla fine non è tutto da buttare.
La madre della sposa è comunque simpatico, grazioso, mette in scena attori belli e spiagge e location ancora più spettacolari. Qualche gag comica è più riuscita di altre, al netto di tanti equivoci prevedibili e appunto tipici del genere.

Le parti di tensione maggiore si sciolgono molto facilmente, non ci sono complicazioni drammatiche, e si arriva alla fine senza colpo ferire.
Purtroppo infatti i temi più interessanti vengono appena accennati: nonostante ad esempio Lana ed Emma svolgano due mansioni diametralmente opposte non c'è alcun conflitto da questo punto di vista, ma anche il mondo del web marketing e dei content creator poteva essere una idea carina da sviluppare in chiave umoristica e invece nada.
Mother of the Bride è un film di compagnia, che metti lì mentre stiri, cucini o ti fai le unghie perché tanto non richiede particolare attenzione. Come è arrivato sicuramente se ne andrà e ce ne dimenticheremo, ma intanto non fa danni e sicuramente ho visto di peggio.








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