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Film e serie tv di Agosto, fra delusioni e consigli

Come dicevo per Beauty Cues, Agosto è un mese che cerco di prendere lentamente e che inevitabilmente mi porta altrove. Però c'è sempre tempo per recuperare qualche serie tv e dedicare un paio di serate ad un film. Questi sono i titoli che sono riuscito a recuperare in questo mese e inizio proprio dai FLOP.

Una nota dolente è stato per me La Lezione, film di Stefano Mordini che avrebbe anche del potenziale ma non lo sfrutta.

Potrebbe essere un thriller contemporaneo, intrigante, che gioca sul dubbio fino al suo culmine, ma invece La Lezione non sembra saper usare questa caratteristica. Più volte ti spinge a fermarti e chiederti se quello che sta facendo Elisabetta, la protagonista interpretata da Matilda de Angelis, possa avere in qualche modo senso, e più volte la risposta è negativa. In generale nemmeno il cast riesce a salvare La Lezione, che magari non sarà da evitare ad ogni costo, ma penso ci sia di meglio. 

C'è però di peggio, come Io, il mio migliore amico e la sua ragazza, commedia tedesca arrivata su Netflix il 14 Agosto.

Anche qui c'era del potenziale, completamente inespresso. O meglio, se il vostro intento è giusto avere una compagnia disimpegnata e leggera mentre fate altro, allora Io, il mio migliore amico e la sua ragazza può anche funzionare, ma se cercate di entrare nelle dinamiche dei personaggi potreste innervosirvi. Olli, uno dei protagonisti, è così immaturo da farvi venire prurito alle mani e purtroppo trascina anche gli altri nel suo gioco folle. Il risultato è che non fa affatto ridere e risulta anche prevedibile.

Devo purtroppo confessare di nuovo la mia delusione per il finale di Heartstopper, conclusosi con un film intitolato "Forever".

L'idea di un lungometraggio che completi una serie tv è sempre più comune e lo apprezzo, ma qui è mancata la coralità e soprattutto un naturale sviluppo della trama. Le intemperanze fra Nick e Charlie mi sono sembrate infatti pretestuose, giusto per creare dinamiche all'ultimo capitolo. Ma soprattutto risolvere le loro liti con una generosa dose di rapporti fisici non mi è sembrata una scelta molto interessante. È vero che sin dagli inizi io non ero il pubblico adatto per Heartstopper, ma questo film mi ha comunque lasciato un po' di amaro in bocca, ed è un addio che forse non dà giustizia alla serie. 

Sul fronte serie tv boccio invece La vita, Larry e la ricerca dell'infelicità - Una storia dell'America, o quasi su HBO Max.

Il comico americano Larry David si cimenta in una nuova narrazione satirica dei fatti storici che hanno costruito gli Stati Uniti, raccontandoli col suo piglio spesso sopra le righe. Anche in questo caso magari non sarò stato io l'audience di riferimento della serie, ma non so a chi possa piacere. Il versante comico è fatto di esagerazioni, urla, sketch più pedanti che simpatici. Se poi cerca un po' di spessore, La vita, Larry e la ricerca dell'infelicità sprofonda nel didascalismo. Il concept sarebbe anche carino, ma il risultato non mi ha convinto, ed essere stato prodotto da Michelle e Barack Obama non basta.

Fortunatamente ci sono titoli che si salvano, a cominciare da Gioia Mia di Margherita Spampinato, che ho recuperato su Netflix proprio ad agosto.

Delicatezza e dolcezza si fondono in questo film che parte da una storia semplice, forse anche un po' banale, del bambino che si ritrova con la zia anziana e all'antica, ma che poi rivela molto di più. Da un lato c'è la crescita di Nico, che impara ad essere più dipendente e sensibile verso gli altri, dall'altro Gela capisce che le ferite del passato possono sempre essere affrontate e in qualche modo guarite. Secondo me Gioia Mia è da vedere se non lo avete ancora fatto.

Merita una chance anche Don't Say Good Luck di Julia Hart sempre su Netflix dal 14 Agosto.

Non forse il film più estivo e leggero che ci possa essere, ma è una dramedy tenera, dolce, vagamente malinconica, sul rapporto fra una madre malata e la figlia che sogna di diventare una attrice di Brodway. Don't Say Good Luck trova ritmo nel suo miscelare generi diversi e soprattutto, come dicevo nella recensione, non l'ho trovato ricattatorio o melenso, come a voler far piangere a tutti i costi. Il cast poi è secondo me molto azzeccato. Nulla di originale, ma funziona.

Termino con l'ultimo promosso di Agosto, una docuserie che trovate su Disney+ che si intitola Pompei: Fuori dal tempo con Tom Hiddleston.


L'attore inglese ci porta alla scoperta dei misteri di Pompei, rimasta sepolta sotto le ceneri dell'eruzione del Vesuvio del 79 d. C., e cerca di rispondere ad una domanda: chi è riuscito a sopravvivere? In un misto di ricostruzione storica, interventi di esperti e un tocco cinematografico, Pompei: Fuori dal tempo con Tom Hiddleston credo faccia un buon lavoro nel raccontare i fatti storici da una prospettiva diversa e senza annoiare. Non ho letto nulla a riguardo ma spero che diventi una sorta di antologia su altri avvenimenti del passato da scoprire. 

Tom Hiddleston ci porta alla scoperta di Pompei con Fuori dal Tempo su Disney +

Nel cuore di questa estate, esattamente il 23 luglio, è arrivata su Disney+ una docuserie che mi è piaciuta molto. Tom Hiddleston, l'attore inglese, ha deciso di vestire i panni dell'Alberto Angela di turno e in Pompei: Fuori dal tempo, ci porta a scoprire cosa accadde in quelle 24 ore in cui l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. distrusse quell'area. Ma l'intento non è solo raccontarci cosa accadde in quelle ore fatidiche, ma rispondere ad una domanda complessa: chi è riuscito a sopravvivere ad evento così catastrofico?

In soli tre episodi, Pompei: Fuori dal tempo con Tom Hiddleston riesce a condensare molto di più che una semplice pagina di storia, ma tenta di ricostruire una civiltà. La docuserie, firmata da National Geographic, infatti parte da prima dell'esplosione del vulcano, in quelle ore in cui i pompeiani iniziavano ad avvertire le prime scosse, credendo però si trattasse dei soliti terremoti. Entriamo così, attraverso le ricostruzioni recitate, all'interno di una popolazione florida e complessa, con le sue attività commerciali ed imprese fiorenti, ed un grado di civilizzazione molto superiore a quello che si possa pensare. Ci sono ovviamente differenze sociali e di classe, ma scopriamo anche un ambito più privato con i rapporti familiari.

La docuserie segue in particolare Julia Felix (qui interpretata da Lubna Azabal), facoltosa proprietaria terriera e imprenditrice pompeiana, che gestiva da sola un complesso immobiliare e termale, i Praedia, che è ancora possibile visitare. O ancora, conosciamo Avianius un adolescente che lavora come apprendista fabbro, che un tempo era parte di una famiglia benestante ma, dopo un tracollo economico, si ritrovò a vivere solo con la madre. E poi si aggiunge un'altra figura, un soldato i cui resti sono stati ritrovati ad Ercolano, e di cui sono rimasti intatti il pugnale e la cintura entrambi decorati e di pregio. 

Come dicevo però Pompeii: Out of Time with Tom Hiddleston non si limita a dirci cosa accadde quel giorno, ma cerca costantemente di rispondere alla domanda su come i pompeiani riuscirono a salvarsi, quali furono i tentativi di fuga, e cosa accadde dopo a queste persone. L'ulteriore salto che la serie cerca di fare è di entrare nella psicologia dei personaggi, e di come un po' tutti ci comporteremmo in caso di una catastrofe. Sarà che abito anche io vicino ad un vulcano attivo, ma sono dei pensieri che mi è capitato di fare.

Ovviamente ci vengono spesso esposte anche supposizioni, come l'eventuale stress post traumatico del pretoriano, e drammatizzazioni, ma in questo senso risulta coerente perché a volte si ha l'impressione di essere un po' nell'immaginazione dello stesso Hiddleston che ricostruisce i fatti. 
Questo è forse l'aspetto che può far storcere il naso, ma che credo sia compreso palesemente nel pacchetto: non un documentario denso, informativo e minuzioso, con uno stile accademico "tradizionale".

Pompei: Fuori dal tempo con Tom Hiddleston mi è piaciuto moltissimo perché riesce ad essere un documentario chiaro, con un ottimo ritmo e che appunto guarda ad un lato della vicenda da un punto di vista meno noto secondo me. E poi è stato ben congeniato.

Infatti la serie trova la sua solidità negli studi del professor Steven L. Tuck della Miami University e nel suo Pompeii Survivors Project, che ha tracciato il percorso di oltre 200 persone i cui nomi riaffiorano nei documenti ritrovati in altre città dopo la tragedia. Inoltre viene citato Plinio il Giovane che fu testimone oculare, ma si accenna più vagamente a Plinio il Vecchio.

Oltre all'intervento di esperti, scienziati, storici, lo stesso Tom Hiddleston non è messo lì a caso, ma avendo fatto studi classici a Cambridge, sa leggere e tradurre il latino. E poi lui si immerge come noi in questa storia, non sale in cattedra come un professore ma cerca di unire, pezzo dopo pezzo, la vicenda. Ovviamente è chiaro che sia stato inserito un attore dal volte noto per attirare, ma sin dal primo episodio si capisce che lui deve fornire un tocco cinematografico quasi da thriller.

Anche se sappiamo come finirà, la docuserie riesce a mantenere l'attenzione tutto il tempo, non diventa didascalica o ripetitiva, nonostante, come in Loki, Hiddleston blocchi o riavvolga il tempo e ricominci quando mancano dei tasselli al suo racconto. Questo secondo me è il suo pregio ma capisco che se vi aspettate un documentario "standard" o se non sopportate le parti romanzate, drammatizzate e recitate, Pompei: Fuori dal tempo con Tom Hiddleston non sarà quello che cercate. 

Io invece spero che questa docuserie possa essere il primo capitolo di molte altre stagioni, perché unire intrattenimento a concetti storici penso crei un modo diverso di fare contenuti, e riesca ad avvicinare un pubblico più ampio che può sempre approfondire altrove.

Ritorni e novità su HBO Max, cosa promuovo e cosa boccio

Tocca ammettere che questa estate, nonostante siamo un po' tutti diretti verso altri lidi e dedichiamo tempo ad altre attività, non è mancato l'intrattenimento in streaming con novità e ritorni. Vi propongo due serie tv che trovate su HBO Max.


House of The Dragon
Terza stagione

A distanza di due anni dalla seconda, fra il 22 Giugno ed il 10 Agosto, è arrivata la terza stagione della saga di House of The Dragon su SKY/NOW e HBO Max, che aveva un compito un po' ingrato.

Essendosi già dimostrata distante per potenza dalla serie madre, il prequel di Game of Thrones non ha avuto mai grosse lodi da queste parti, in particolare la seconda stagione si era rivelata molto di transizione e con poca sostanza, specie dal punto di vista dell'intrattenimento. 

I nuovi episodi cercano però subito di riprendere quota e si aprono con le conseguenze dell'accordo segreto tra Alicent Hightower (Olivia Cooke, La Fidanzata) e Rhaenyra (Emma D'Arcy), che dovrebbe vedere quest'ultima vittoriosa e nuova tenutaria del trono di spade, ma fra le due le cose non andranno proprio d'amore e d'accordo. Il campo sembra apparentemente libero, perché Aegon II Targaryen (Tom Glynn-Carney), trasfigurato dalle ferite, è infatti fuggito dalla città con l'aiuto di Larys Strong (Matthew Needham), mentre Aemond Targaryen (Ewan Mitchell) ha abbandonato la fortezza con il suo drago Vhagar. Succede però un fattaccio che accelererà i passi avanti di Rhaenyra durante la sanguinosa Battaglia del Gullet: mentre si prepara la conquista della città, scoppia una sanguinosa (finalmente) battaglia navale tra la flotta di Corlys Velaryon (Steve Toussaint) e la Triarchia, che lascerà morti e prigionieri. 

Mi fermo qui nella trama di questa terza stagione di House of The Dragon perché diventa una gincana evitare di fare troppi spoiler, ma soprattutto perché sappiamo che George R. Martin e Ryan Condal sanno imbastire una storia con davvero tantissimi fili.

Dal canto mio, l'ho sempre ammesso con candore, non sono fra quelli che ricordano trame, collegamenti, dettagli e tutti i personaggi coinvolti, e diventa più complesso se considerate che passano anni fra una stagione e l'altra. Eppure House of The Dragon 3 mi ha comunque convinto e la promuovo. È infatti stata una stagione che, al netto dell'impantanarsi nei dubbi "su chi sia chi e perché faccia cosa", ho seguito volentieri e con piacere. Ci hanno saputo regalare qualche momento più potente della passata stagione, sempre con una messa in scena ottima e credo anche con un miglioramento generale delle interpretazioni.

L'ascesa al trono di Rhaenyra ad esempio diventa ancora una volta una questione geopolitica complessa: si ritrova infatti in un ruolo a cui forse non era davvero pronta, è mossa dalla rabbia e dal risentimento, le risorse scarseggiano e intorno sembra che tutti cospirino contro di lei. Non è raro che quindi mostri un lato particolarmente umano e fragile.

Questa terza stagione è stata secondo me al tempo stesso ordinata nel farci inquadrare tutti i movimenti dei vari personaggi in questo scacchiere complesso, dall'altro però fa esplodere un caos, una imprevedibilità che è coerente con una storia del genere. 

Sono però sempre convinto che alcune sottotrame potessero essere evitate perché nell'economia della serie tv in generale non ci danno poi molto. A volte poi si scade un po' nella ripetitività, come se la trama si espanda in verticale ma mai in orizzontale, con dialoghi che riempiono, ma non sviluppano veramente. Di conseguenza ne risente il ritmo che è fondamentale in episodi che sfiorano l'ora.
Vi accennavo ad esempio ai problemi di Rhaenyra nel governare uno stato in tumulto, che più volte ci viene mostrato con lei sul trono mentre, distratta da altro, ascolta le rimostranze di sudditi e consiglieri. O ancora, "l'esilio" di Aemond a Harrenhal, che nel tempo sembra non fornirci nulla ma riempire molto spazio. 

Non tutto poi viene rappresentato, raccontato e trasmesso al meglio: ad un certo punto ad esempio scopriamo che Haelena (di cui avevo immaginato la fine appena l'ho vista) ha dei sogni premonitori, e acquista maggiore importanza, ma il suo sviluppo arriva quasi in modo estemporaneo. Credo che, a parte i draghi, House of the Dragon non abbia mai avuto una allure mistica o magica spiccata, e questo è un peccato.

HBO ha confermato, proprio con l'episodio finale, che House of the Dragon tornerà per una quarta stagione ma che sarà l'ultima e secondo me è stato un duplice bene perché da un lato hanno trovato un po' più di coraggio in questi ultimi episodi, dall'altro sappiamo che non vogliono tirare le cose troppo per le lunghe. Ci vorranno almeno due anni prima dell'addio definitivo ma spero nel valga la pena. 


La vita, Larry e la ricerca dell'infelicità - Una storia dell'America, o quasi
Miniserie

In occasione del 250simo anniversario della fondazione degli Stati Uniti, dal 23 giugno al 7 Agosto sono arrivati i 7 episodi di La vita, Larry e la ricerca dell'infelicità - Una storia dell'America, o quasi, titolo esondante che però riassume il senso della serie.

Prodotta dalla Higher Ground Productions di Barack (che introduce il primo episodio) e Michelle Obama, e scritta appunto da Larry David, comico che negli USA è una leggenda e che è protagonista di tutta la serie insieme ad altri volti noti. L'intento di La vita, Larry e la ricerca dell'infelicità è quello di raccontare alcuni degli avvenimenti cardine della storia degli Stati Uniti, passando da presidenti più o meno eletti a personaggi storici di carature differenti, ovviamente con il piglio che contraddistingue lo stile di David. Ad esempio sembra che la serie non abbia dialoghi scritti ma si imbastisce tutto a braccio.


Il risultato è una sorta di mockumentary, che ha la durata e lo stile "a sketch" delle sitcom, e che al tempo stesso vuole essere una satira sull'attualità. Spesso i dialoghi toccano temi caldi, dal razzismo all'attuale amministrazione Trump, con tutto ciò che può starci in mezzo, ma Life, Larry and the Pursuit of Unhappiness non è stata simpatica ed intrattenente anche per chi, come me, ama tutta la storia.

Ora, è forse inevitabile un disclaimer: se apprezzate lo stile della comicità spesso caustica e urticante di Larry, e questo suo ossessivo, esasperato ed esasperante parlare come un flusso di coscienza, attaccandosi a dettagli che possono essere caricaturizzati, allora la serie farà tutto sommato per voi. Il comico è infatti centrale, prende la scena, la divora, non lascia briciole per gli altri (anche se qualcuno si fa notare), e proprio come dal titolo, tutti i suoi personaggi sembrano miserevoli e non proprio destinati alla felicità. È una visione cinica del mondo, a tratti forse volgare ma cruda che ha senso, specie in questi anni così bui, ed è sempre giusto avere voci diverse da ascoltare.


Dall'altra parte però ho a volte fatto fatica a seguire La vita, Larry e la ricerca dell'infelicità proprio per quelli che per alcuni sono i pregi della serie. Gli sketch di Larry infatti non sono sempre tutti efficaci, e anzi ho trovato molto più spassosi i momenti in cui non erano dedicati a lui, come quello su Mavis Lewis, moglie dell'esploratore ed interpretata da Rita Wilson. In generale ho notato tanti attori che ho visto in altre produzioni, da Kaley Cuoco a Paul Rudd, che già solo per la loro presenza rendono la serie più inattesa, ma come dicevo, nel bene e nel male il centro è sempre Larry.

Nonostante poi gli episodi sfiorino la mezz'ora, non è stato raro che mi sembrasse tutto troppo lungo e inutilmente ripetitivo. Vi accennavo su alla satira sulle politiche attuali, che però diventa meno tagliente proprio perché prolissa e didascalica. Ovviamente Life, Larry and the Pursuit of Unhappiness riesce a non darsi troppo la zappa sui piedi grazie al fatto che ogni episodio storico si conclude e si passa ad altro, quindi non si rischia di finire in una strana lezione scolastica. Ma devo dire che non posso non bocciarla. Ho poi un tarlo in testa: visto l'analfabetismo dilagante, una serie che in minima parte revisiona fatti storici, può fare qualche danno?




Serie Tv e Film di Luglio, cosa recuperare e cosa skippare

Sigillo le porte di Luglio con il mega riassunto su Serie Tv e Film di cui ho parlato nel corso del mese, così che almeno possa lasciarvi qualche dritta su cosa recuperare o cosa saltare.
Inizio col togliermi qualche sassolino dalla scarpa e comincio a snocciolare qualche delusione, come la terza stagione di Thank You, Next.

Non era già dal principio la miglior serie tv di Netflix, eppure, pur essendo una produzione turca, patria delle soap opera, era un piacevole intrattenimento. Thank You, Next 3 però esagera, rimesta sempre sugli stessi elementi, ha il solito stile che sfrutta i flashback costanti, e nell'insieme la sceneggiatura di questa stagione appare piatta e stanca. Spero che se ci sarà una quarta stagione possano chiudere tutte le parentesi così possiamo andare oltre. Qui gli altri difetti della stagione.

Lamento un po' di delusione anche per il terzo capitolo di Enola Holmes, il film con Millie Bobby Brown che mi ha convinto forse meno.

Un nuovo episodio della saga Netflix che espande gli orizzonti arrivando fino a Malta e che si tinge ancora più di rosa grazie a due protagonisti in procinto di convolare a nozze, ma che non mi ha convinto per un intrigo meno forte e in generale scelte ripetitive e poco creative. Un film che si lascia guardare, certamente siamo nell'ambito di intrattenimento leggero, ma si poteva fare di più. Qui la recensione. 

 Faccio una tripletta Netflix con una serie tv bocciata ovvero Big Mistakes, di e con Dan Levy. 


Un cast indubbiamente di valore, solido, rodato anche nella comicità, ma i toni di Big Mistakes sono sempre troppo esasperati, esagerati, inutilmente urlati. È un tipo di ironia e impostazione creativa che a me non piace, ma il vero problema è una trama troppo sciocca. Nicky e Morgan sono due fratelli che si ritrovano in guai per colpa della loro stessa inettitudine, ma sono situazioni semplicissime da risolvere, e se devo ridere per queste goffaggini ne posso fare anche a meno. Ne ho parlato qui.

Purtroppo Luglio per me è stata l'ennesima conferma che le produzioni migliori sono sempre sulle piattaforme "minori". Ad esempio a me è piaciuta moltissimo Widow's Bay su Apple Tv + con Matthew Rhys.

Widow's Bay essenzialmente è una comedy horror dalle forti tendenze thriller, che però al suo interno racchiude diversi generi, stili e animi. Il fatto è che la sceneggiatura in questo caso riesce a riunire tutti questi elementi e tematiche in modo coerente e tutto sotto lo stesso titolo. E poi che vuoi dire ad un cast di attori così versatili e capaci?
Uno dei migliori titoli dell'anno? Ci penso e ne parliamo più avanti, qui intanto la recensione.

Pollice su anche ad una miniserie piccolina ma che in questo periodo ci sta tutta ovvero The Lady su MGM+.


Non un pruriginoso scandalo a corte come si potrebbe pensare, ma una storia vera che dal glamour di Buckingham Palace si tinge di giallo attraverso la storia della stylist di Sarah Ferguson che negli anni '90 uccise il fidanzato. Serie tv imperdibile? No, ma se amate le crime storie basate su fatti reali e non volete stare troppo allo schermo, può fare per voi. Anche qui buona ricostruzione dell'epoca e cast che funziona fino alla fine. Ne puoi leggere sempre qui. 

Passando ai film TOP di Luglio credo che in parte vi stupirò, intanto ci metto sicuramente Finché morte non ci separi 2, che è arrivato in streaming su Disney + proprio il due luglio.

La sposina interpretata da Samara Weaving ha letteralmente fatto fuori l'intera famiglia Le Domas, ma la sua disavventura non sembra essere finita. Ci sono altre famiglie che possono contendersi il Seggio supremo, e lei dovrà combattere per restare in vita. Questa volta al suo fianco c'è però anche la sorella, interpretata da Kathryn Newton, che sarà la sua salvezza e la sua zavorra allo stesso tempo. Ancora una volta si gode in questa lotta alla sopravvivenza, e se vi era piaciuto il primo film secondo me anche questo non vi deluderà. Forse va un po' troppo sul sicuro, ma la parata di volti riconoscibilissimi vale la visione. Ne parlo qui più in dettaglio. 


E fra i film promossi di luglio ci cade anche l'Odissea di Christopher Nolan.

Lo so, starete pensando sia un po' incoerente visto che nella recensione ne ho detto peste e corna, ma quella voleva essere una mia personalissima analisi dei punti di forza e di quelli più deboli. Preso però nel suo insieme, questo ultimo lavoro di Nolan è una interpretazione che comunque funziona, fa discutere, ha buon interpretazioni, è una produzione mastodontica e ha comunque portato fiumi di gente in sala e nuovo interesse per la mitologia greca. Più operazione riuscita di così, cosa si può volere?


Non so bene cosa aspettarmi da Agosto, ma staremo a vedere cosa ci proporranno, sicuramente dovrò finire alcune serie tv che sto seguendo e quindi ne riparliamo. 


Le ultime serie tv terminate a Luglio su Netflix

Sto andando un po' a rilento con le serie tv, ma man mano che ne termino qualcosa metto un punto e ve ne parlo. Ad esempio ho terminato due titoli che trovate su Netflix e che hanno anche avuto il loro momento di gloria.


Big Mistakes 
Prima stagione 

È arrivata il 9 Aprile di quest'anno, e già a maggio è stata rinnovata per una seconda stagione, ma mi sono preso del tempo per recuperare Big Mistakes. Di base volevo una serie tv breve e divertente, ma qui riescono solo in parte.

Nicky (Dan Levy, Dopo Oliver) e Morgan (Taylor Ortega, Un altro piccolo favore) sono due fratelli troppo diversi fra loro, e a volte troppo simili, per non battibeccare, e che fanno parte di una famiglia disfunzionale capitanata da loro madre, Linda (Laurie Metcalf, Monster - La storia di Ed Gein). Nicky è un pastore remissivo che vive la sua omosessualità di nascosto, mentre Morgan è una caotica maestra delle elementari che ha fallito il tentativo di diventare una attrice a New York. Il giorno del funerale della loro nonna però qualcosa si incastra (nel senso vero del termine) in malo modo e i due si ritroveranno molto coinvolti in un affare losco sempre più complicato con un gruppo di criminali.

Pur non avendo mai visto Schitt’s Creek, so qual è lo stile di comicità che Dan Levy ha fatto diventare un marchio di fabbrica e che può piacere come no. Qui gli elementi di questa comicità molto parlata ci sono tutti: infatti il fulcro di Big Mistakes non è tanto la crime story che si consuma negli 8 episodi, ma questo costante accapigliarsi fra i protagonisti, anche mentre il loro mondo cola a picco.

I dialoghi infatti sono costanti, spesso caotici, sovrapposti fra loro e seguono giustamente i caratteri di Nick e Morgan che sono spesso impacciati, nevrotici e sanno costantemente cacciarsi nei guai.

Messa così Big Mistakes non sarebbe tanto male, specie se ci aggiungo che il ritmo delle puntate è ottimo e che la loro durata non supera la mezz'ora, garantendo un intrattenimento leggero, poco impegnativo e vicino al bing watching. Il fatto è che la sceneggiatura è spesso troppo banale per me per poter esser coinvolgente, curiosa e soprattutto divertente.

Le scelte, le decisioni, le mosse che prendono i due protagonisti sono così sciocche e poco credibili che fanno quasi prudere le mani. Molti dei casini che combinano sarebbero palesemente evitabili, e la serie tv non fa nulla per nascondere queste ingenuità, ma anzi sembra farne un punto di forza per andare avanti. Banalmente il tutto inizia perché Nicky non riesce a recuperare una collana che avrebbe potuto prendere in tantissime occasioni differenti, e da lì, a cascata, si susseguono molte situazioni evitabili.

Big Mistakes sembra proprio costruita non per raccontare una storia, ma per farci assistere ai capricci e ai litigi di due fratelli a cui è un po' difficile affezionarsi. Capisco che in questo senso la colpa è un po' mia perché odio quelle serie in cui si strilla inutilmente e in cui i personaggi si parlano addosso senza ascoltarsi, quindi non potevo andare d'accordo con questa.
Mi spiace perché il cast, dove ho notato anche Jack Innanen (Adults) e Boran Kuzum (Thank you, Next) mi aveva convinto, ma la trama è troppo debole per me. Probabilmente se vedrò la seconda stagione cercherò di non ricordare le mie stesse opinioni, ma dubito di voler proseguire.



Estate '36
Miniserie

È arrivata invece il primo luglio di quest'anno su Netflix una serie tv franco-belga che sulla carta sarebbe pane per i miei denti.

Estate '36 ci porta a Nizza proprio alla fine degli anni '30 del secolo scorso, dove sulle spiagge della costa Azzurra stava accadendo qualcosa di mai visto prima. Il 1936 è stato infatti il primo anno in cui i lavoratori francesi ottennero le ferie pagate, con la conseguenza che si spostavano a villeggiare in quelle zone che prima di allora erano destinate soltanto alla borghesia e alla classe più abbiente. 
È un periodo storico particolare, la Seconda Guerra Mondiale si avvicina inesorabilmente, così come gli scontri sociali, ma c'è anche un altro intoppo: nel lussuoso Hotel Riviera verrà trovato morto il procuratore Adrien Jacquart (Arnaud Binard), e questo drammatico avvenimento porterà la cadetta di polizia Léonie Morel (Constance Gay) ad indagare. Peccato però che la stessa Leonie avesse chiesto un aiuto al procuratore per un affare molto privato.

Così Estate '36 si allunga come un giallo tradizionale, alla scoperta dell'assassino, mentre appunto si intrecciano altre criticità. In particolare sono quattro donne che si incontreranno e scontreranno e sono in qualche modo legate da difficoltà personali e familiari.

Dirvi di più su questa serie tv Netflix sarebbe complicato perché ha una trama abbastanza corale, in cui fatti storici si legano a vicende private, un po' come accadeva ad esempio in Hotel Portofino.
Uno dei punti di forza di Estate '36 è sicuramente una piacevolissima e abbastanza curata ricostruzione dell'epoca, specie negli spazi interni, mentre quelli esterni mi sono sembrati spesso "limitati". In generale poi gli attori sono per lo più credibili, ma ho trovato un po' di difficoltà a seguire la serie. Di base infatti le protagoniste femminili, che poi sono quelle centrali, hanno tutte alcune similarità nei look che non aiuta a distinguerle, e ci si ritrova con una pletora di personaggi che non sempre è stato semplice collegare fra loro e seguirne tutte le sottotrame.

Anche superando questo intoppo, Estate '36 non mi ha convinto del tutto proprio nel modo in cui vengono narrati i fatti. Secondo me infatti hanno tentato di far troppo con la conseguenza che alcune tematiche o linee narrative restano di fondo. L'indagine poliziesca vera e propria in tutto questo procede un po' a sbalzi come se nona avesse un ritmo incostante, e ci sono dentro troppi stili: a volte si scende ad esempio quasi sul versante della soap opera, specie quando si rivolge alla sfera più privata dei personaggi, fra melodrammi, segreti di famiglia e inciuci amorosi, e questo non giova.
Tutti questi elementi mi hanno reso la serie non esattamente appassionante come mi aspettavo, ma per fortuna i sei episodi si riescono a terminare senza sbadigliare. Quindi se amate il whodunit in costume alla Agatha Christie, e cercate una serie autoconclusiva, anche Estate '36 potrebbe essere una delle tante produzioni minori che vi terrà compagnia. Se però vi aspettate un certo livello, secondo me potrebbe deludere. 

Due "piccole" serie tv da vedere!

Estate per me significa anche meno voglia o tempo di stare davanti ad uno schermo, ma le passioni non si mettono comunque completamente da parte, e tante volte una serata sul divano con un po' di aria condizionata non si disdegna. Ho terminato due serie tv perfette per queste serate, brevi ma non troppo, e mi sono piaciute.


Widow's Bay 
Prima stagione

Su Apple Tv+, dal 29 Aprile al 17 Giugno sono arrivati i 10 episodi della prima stagione di Widow's Bay, che è già stata per fortuna rinnovata per una seconda. 

Matthew Rhys, che sta accatastando nella sua carriera produzioni molto interessanti (The Beast in me, Hallow Road) interpreta Tom Loftis, il sindaco di Widow's Bay, una cittadina su un'isolotto al largo delle coste del New England. Tom, che è vedovo e vive con suo figlio Evan (Kingston Rumi Southwick, Presunto Innocente), vuole trasformare l'isola in una florida attrattiva turistica, un po' come la più nota Martha's Vineyard, e si sta impegnando affinché anche i giornali parlino positivamente del posto, ma le cose non vanno come spera.

Nella comunità infatti, alcuni fra i più anziani sostengono che l'isola si sia risvegliata e che stanno per accadere dei fenomeni mossi da forze sovrannaturali. È soprattutto il vecchio Wyck (Stephen Root, Perry Mason, Macbeth) a insistere affinché Tom si fermi, ma il sindaco è molto scettico sul fatto che antiche leggende, superstizioni, pettegolezzi e dicerie possano influenzare il suo progetto. Eppure quella strana nebbia che sta avvolgendo Widow's Bay effettivamente non porterà nulla di buono. Delle forze oscure si stanno davvero risvegliando?

Probabilmente quando ho parlato di film come Finché morte non ci separi 2, ho dimenticato di ricordarvi che l'horror non è il mio genere, però quando incontra la commedia si riesce spesso a creare una fusione perfetta, come per Widow's Bay. 

Questa serie tv Apple Tv pare abbia avuto la sua genesi grazie all'incontro fra Katie Dippold, che (senza offesa) non vi dirà moltissimo come sceneggiatrice, e il regista e produttore Hiro Murai, che magari vi suonerà più familiare perché legato a titoli come Mr. & Mrs. Smith e The Bear, oltre che tanti video musicali. L'intento era quello di creare una horror comedy efficace, e ci sono riusciti, ma sono andati anche oltre.

Widow's Bay ha capito il suo scopo: mischiare più generi, senza rovinarne nessuno, ma soprattutto con una coerenza di fondo. Si passa dalla commedia da ufficio, al thriller, ma si sfocia anche nel dramma familiare e ovviamente si sguazza nell'orrore e in tutti i suoi sottogeneri. 

C'è il folk horror, che affonda le sue radici nella nascita stessa degli Stati Uniti, ci sono case infestate, jump scare, serial killer mascherati e figure delle credenze popolari.
Widow's Bay non è però parodistica perché riesce a far ridere o sorridere, ma sa prendersi sul serio quando serve, e crea la giusta tensione e suspense. Il suo è un citazionismo palese, ma anche rispettoso del materiale a cui si ispira, che però può lasciare forse a bocca asciutta chi si aspettava qualcosa di più originale e unico.
Inoltre la serie trova leggerezza in una durata per episodio che si aggira intorno ai 30 minuti, ma anche in una narrazione semi-verticale. L'unico appunto è cercare di non cercare al suo interno una logicità estrema, perché è pur sempre più vicina all'immaginazione che alla realtà.

A reggerla c'è un cast che sa muoversi in quelle atmosfere spesso contrastanti senza diventare una macchietta. Il Tom di Matthew Rhys è goffo, ma sicuro, con buone intenzioni, ma spesso troppo pauroso, ha le sue debolezze, ma si pavoneggia come se fosse il sindaco di New York.
Le controparti femminili non sono da meno, come Kate O’Flynn, segretaria di Tom ed emarginata dalle sue concittadine, e Dale Dickey, impiegata del comune che invece è convinta che le leggende del luogo siano vere. 

Widow's Bay credo possa essere uno dei titoli più interessanti di almeno questa seconda metà del 2026 e possa dare ancora molto con la prossima stagione. 



The Lady 
Miniserie

Forse è passata ancora più inosservata questa miniserie che trovate su MGM+ (attivabile su Prime Video e Mediaset Infinity) e che mi aveva banalmente incuriosito per il cast, oltre a poter vantare il team di produttori di The Crown.
Tratta da una storia vera, The Lady ci racconta, in modo in parte romanzato, cosa accadde a Jane Andrews (qui Mia McKenna-Bruce, I sette quadranti di Agatha Christie), che da ragazza dalle grandi aspirazioni ma di umili origini, riuscì a diventare, fra la fine degli anni '80 fino a buona parte degli anni '90, la guardarobiera dell'allora duchessa Sarah Ferguson (Natalie Dormer).
Fino a qui nulla di straordinario, se non fosse che pochi anni dopo Jane diventò una fuggitiva dopo aver ucciso il suo fidanzato, Tommy Cressman (interpretato da Ed Speleers, Irish Wish). Cosa accadde in quegli anni? Cosa spinse Jane ad un gesto così brutale? Come il sogno di una ragazza semplice divenne l'incubo di molte persone?

In quattro episodi arrivati in streaming dal 5 giugno, The Lady diventa un dramma poliziesco interessante, facile appunto da seguire, e che mi ha fatto scoprire una storia vera che non conoscevo. L'ho chiamato dramma poliziesco perché qui i binari narrativi sono due: da un lato ci sono le indagini della polizia e tutte le dichiarazioni di coloro che sono entrati in contatto con Jane in quegli anni, dall'altro il suo percorso verso Buckingham Palace, e soprattutto la sua caduta dopo essere stata licenziata da Sarah Ferguson.

The Lady non diventa però una vera e propria serie crime, cioè non ci vengono raccontati tutti i passaggi delle indagini della polizia, ma ha quasi il taglio di una docu fiction, con le testimonianze di persone che hanno conosciuto la stylist. Il minutaggio dei quattro episodi si concentra più sulla parte drammatica, sul farci conoscere Jane nelle sue luci e nelle sue ombre: durante il suo periodo più felice forse, a fianco della duchessa di York, che, nonostante le difficoltà economiche le promise di restarle vicino, ma anche tutti gli amori tossici diventati relazioni turbolente.

Non mancano poi i traumi pregressi che hanno segnato la personalità di Jane. Alla fine The Lady ci mostra cosa può accadere quando una persona dalla psiche fragile, problematica, con episodi di depressione, dalle reazioni eccessive, con un forte bisogno di integrazione sociale e stabilità emotiva, viene schiacciata da costanti delusioni, classismo e rapporti disfunzionali. Così Jane non è una cattiva monodimensionale, ma un personaggio ricco di sfumature che secondo me viene interpretato bene da Mia McKenna-Bruce. Ho letto qualche critica invece in merito a Natalie Dormer e alla sua scarsa somiglianza con Fergie, ma parliamo a tutti gli effetti di un personaggio quasi secondario, potremmo dire una dette tante ossessioni di Jane. 
È proprio il punto di vista di Andrews quello più focale all'interno della serie, quindi non aspettatevi uno scandalo a corte. 

La vera critica che mi sento di muovere a The Lady è che resta un intrattenimento comunque fine a se stesso, con un impatto limitato al di fuori delle quattro puntate; è quel tipo di serie che magari ricordi per qualche tempo ma poi metti da parte. Un altro problemino è la scattosità nei passaggi temporali, fra il passato a corte e le indagini degli inizi anni '00. 

Per il resto però, nel suo essere una piccola serie, funziona abbastanza bene, ha un cast giusto, in cui fra l'altro ho notato anche Sean Teale (Doctor Odyssey) nei panni di Luis Castillo, uno dei flirt di Jane,  Charles Ewards (Gli anelli del potere) e Philip Glenister (Belgravia), e la ricostruzione storica è credibile. Se amate il genere, se apprezzate lo stile della serialità british, non vi deluderà.



Le miniserie su Netflix e Prime Video tratte dai romanzi che stavo quasi dimenticando

Non so se sia un lapsus involontario o semplicemente il caldo, ma stavo dimenticandomi di parlare di due miniserie che ho visto ormai da diverso tempo. A mente fredda mi rendo conto che forse non mi hanno colpito poi troppo, ma ve le vorrei comunque raccontare meglio.


La casa degli spiriti
Miniserie

Dal 29 aprile al 13 maggio su Prime Video è arrivata una serie tv che attendevo con curiosità, ovvero La casa degli spiriti, che, come potete immaginare, è la trasposizione del celebre romanzo di Isabel Allende, già diventato un film nel 1993. Qui la mia curiosità era dovuta non solo al fatto che non avendo letto l'opera, ma anche perché fra i produttori esecutivi appare fra gli altri Eva Longoria.
Un progetto interessante, ma secondo me con qualche pecca.

La Casa degli Spiriti è una storia che racchiude a pieno lo stile e gli argomenti che ritornano spesso nelle opere di Allende, incluso l'ultimo romanzo, Il Mio Nome è Emilia del Valle, sia in senso storico che in quello più intimo e personale. La storia parte con Alba (interpretata da Fernanda Urrejola), una giovane donna che ha già vissuto diverse situazioni complesse, nonostante sua nonna Clara (Nicole Wallace e Dolores Fonzi), dotata di poteri predittivi, le aveva anticipato che avrebbe avuto una vita piena di gioie. Così Alba decide di recuperare i tantissimi diari della nonna, e raccontare la storia tormentata della sua famiglia. 

Si inizia dagli anni Venti, in un paese non precisato del Sudamerica. Clara vive una giovinezza agiata: è infatti la figlia di Severo Del Valle (Eduard Fernández), candidato al senato con il Partito Liberale, e di Nívea Del Valle (Aline Kuppenheim), suffragetta per il voto alle donne. Tuttavia il suo destino cambierà quando, dopo una serie di tragedie, sposerà Esteban Trueba (Alfonso Herrera, Il ballo dei 41), uomo di umili origini che però creò una fortuna solo per poter sposare la bellissima Rosa, sorella di Clara.
Così, nel corso dei decenni, seguiamo il percorso della famiglia Del Valle / Trueba, attraverso soprattutto tre diverse generazioni di donne, e che diventerà speculare dei drammatici fatti storici che porteranno, nell'11 settembre 1973, alla dittatura di Augusto Pinochet.

La casa degli spiriti segue il romanzo da cui è tratto in modo attento, con una nota smaccatamente femminista, ma raccontando in modo forse banale due degli altri elementi fondanti delle opere di Isabel Allende. Infatti tutto gira intorno a come vengono trattate le protagoniste sia dentro le mura di casa che fuori, ma, allo stesso tempo, queste donne saranno risolutive nei momenti più complessi.

Quando però la serie entra nella parte più storicamente rilevante, è come se La Casa degli Spiriti di Prime Video diventasse blandamente storiografica, senza un approccio o una prospettiva più interessante. In questo senso secondo me la narrazione non è aiutata da una regia e una messa in scena che, per quanto gradevoli nel suo insieme, fanno un po' soap. Abbiamo una ricostruzione storica abbastanza curata ma un po' scialba, mentre la regia e la fotografia sono sempre abbastanza banali, poco ricercate.

Ho avuto poi l'impressione che il realismo magico, altro elemento tipico di Allende, fosse sottoutilizzato, come se temessero che, accentuando questo aspetto, la serie potesse risultare troppo "fantasy" per un pubblico generalista. È anche vero che l'adattamento di Netflix di Cent'anni di Solitudine ci ha abituati forse troppo bene per accontentarci da quello proposto da Prime Video.
Un altro avviso che devo fare è che alcune scene di La casa de los espíritus sono un po' forti, e arrivano in un contesto che non ci fa pensare esattamente a una violenza non molto velata.

Fortunatamente quasi tutto il cast è più che valido, gli otto episodi scorrono bene, quindi nel suo insieme La Casa degli spiriti riesce a coinvolgere e portarti quando serve a farti emozionare, ma se si guarda con alte aspettative non è proprio un capolavoro.


Ovunque tu sia
Miniserie

Non so per quale strano masochismo, ma quando esce su Netflix un nuovo adattamento dei romanzi di Harlan Coben, io finisco per dargli una chance anche se so che potenzialmente mi può deludere. Avevo infatti già parlato (male) di Missing You e Un inganno di troppo, sempre sulla piattaforma, e non ero riuscito a terminare Un solo sguardo. Però devo ammettere che Ovunque tu sia, disponibile dal 18 giugno, mi ha convinto un pelo di più.

La storia è quella di David Burroughs (Sam Worthington) che è stato accusato - manco a dirlo, ingiustamente - di uno dei crimini peggiori: aver ucciso il suo figlio ancora piccolo. David sa in cuor suo di essere innocente, ma come dimostrarlo? Un giorno però Rachel (Britt Lower), sorella dell'ex moglie dell'uomo, va a trovarlo in carcere con una teoria che ribalterebbe tutto. Ha infatti scovato sui social la foto di un bambino che somiglia incredibilmente al figlio di David, e così partirà la ricerca di quello che adesso è un ragazzino che possa scagionare il padre e rivelare la verità.


Pur partendo prevenuto visti i pregressi, ho seguito Ovunque tu sia quasi tutto d'un fiato, complice sia la durata agile degli otto episodi, ma anche una storia che riesce ad intrattenere forse meglio di altri adattamenti di Coben. Ed in effetti la serie è ancora in cima alla classifica Netflix delle produzioni più viste, a dimostrazione forse che qualcosa è andata bene.

Diciamo che la spinta nel cercare di capire come il protagonista potrà salvarsi, c'è tutta, e fra colpi di scena più o meno riusciti, e momenti di tensione, si arriva alla fine di questa miniserie senza sbadigliare troppo. A supporto di una vicenda che si lascia guardare, sebbene non sia la più originale, c'è anche un cast fatto di volti abbastanza noti del grande e del piccolo schermo, come Milo Ventimiglia, Erin Richards, e l'iconica Madeleine Stowe.


I Will Found You perde però di solidità narrativa se si guarda un po' più nel dettaglio, se si inizia a notare la scarsa credibilità di alcuni snodi e la natura forzata di altre coincidenze. Anche i personaggi non hanno sempre reazioni o comportamenti strettamente logici, e molto spesso sono semplicemente abbozzati e poco sviluppati.
In definitiva è per questo che secondo me si tratta di una serie tv dimenticabile: è l'ennesima occasione in cui Netflix cerca di applicare una formula collaudata, senza tentare una strada nuova, o provare anche solo a cambiare qualche ingrediente. 
Ovunque tu sia si aggiunge quindi al catalogo Netflix come una delle tantissime serie tv proposte dalla piattaforma, ma non lo arricchisce in alcun modo e a giudicare dal successo evidentemente è una ricetta che continua ad avere un ampio riscontro. 

Altri ritorni seriali su Netflix... questa volta hanno esagerato 🙄

Dopo le due serie di metà Giugno, continuo con alcuni titoli tornati su Netflix nelle ultime settimane e che ho terminato da poco di vedere, seppur credo che entrambe queste serie tv abbiano esagerato. 


Storia della mia famiglia
Seconda stagione

Dopo il successo del primo capitolo, il 10 giugno sono arrivati altri sei nuovi episodi della serie tv con Eduardo Scarpetta (La legge di Lidia Poët) e Vanessa Scalera, che prosegue la storia in modo del tutto coerente. Se ne primo capitolo si parlava dell'accettazione della malattia di Fausto, e del suo inevitabile destino, oltre a doversi preparare ad un futuro complesso, soprattutto per i suoi due figli, Storia della mia famiglia 2 si concentra molto di più sull'elaborazione di quel lutto.

Valerio (Massimiliano Caiazzo) si ritrova improvvisamente più centrale, sente addosso maggiori responsabilità, ma allo stesso tempo deve avere a che fare con le sue fragilità; Lucia (Scalera) si dedica al meglio ai suoi nipoti, ma cerca di ritrovare una sua indipendenza lavorativa. Maria (Cristiana Dell'Anna) e Demetrio (Antonio Gargiulo), dopo essersi allontanati, si ritroveranno comunque di nuovo molto vicini.
E poi c'è un arrivo a sorpresa: Gaetano (Sergio Castellitto), il padre assente e casinista di Valerio e Fausto, che non sembra affatto essere cambiato in questi anni.

Nel bene o nel male Storia della mia famiglia resta una commedia drammatica corale e all'italiana, dove al centro ci sono i sentimenti, i valori, questi legami, di sangue o meno, che riportano i protagonisti sempre a ritrovarsi. Ci si scontra spesso, è vero, si litiga come si fa nelle famiglie in cui ci si vuole bene, ma alla fine si fa pace, per una necessità più grande.

Non ho quindi grosse differenze da sottolineare in termini di sceneggiatura, perché questa continua con lo stesso piglio, perdendo magari la freschezza della prima stagione, visto che le dinamiche sono più o meno quelle che si ripetono, ma non disperdendo l'intento della serie tv stessa.
A reggere tutto è un cast di attori italiani bravi, versatili, che si sono messi alla prova in ruoli non sempre semplici e a volte anche negativi o comunque fallibili. Castellitto è una aggiunta utile e in linea, e qui fa quasi un comic relief, che in effetti serve perché questa stagione è un po' più cupa forse rispetto alla prima che cercava una sua leggerezza. 

Ritornano però anche quei difetti che avevo notato nella prima stagione di Storia della mia famiglia. Penso ad esempio questo continuo urlarsi addosso, doversi scontrare quasi per il puro piacere di farlo, con la difficoltà che chi non segue questo ritmo, viene quasi lasciato al margine. Così ad esempio Valeria (Aurora Giovinazzo, Il Falsario, Diamanti), la nuova fiamma di Valerio, si adatta perfettamente allo stile della famiglia, con una cazzimma che parte in quarta anche immotivatamente.
Ecco, questo dover affrontare la vita sempre a muso duro a volte mi mette quasi uno stato di ansia e non se ne vede bene il motivo.

Purtroppo non ho amato nemmeno com'è stata gestita la figura di Fausto. Lui ovviamente ha comunque un ruolo, sia nei ricordi che i suoi familiari hanno di lui, sia attraverso il suo testamento fatto di video registrati negli ultimi suoi giorni di vita. Peccato però che i protagonisti vedano questi filmati proprio nel momento esatto in cui servono a creare un colpo di scena o di tensione, che non è credibile. Inoltre posso accettare che Fausto sia vivo nei ricordi di Lucia o Valerio, ma che diventi quasi un fantasma mi ha lasciato perplesso. 
Storia della mia famiglia quindi non sboccia in questa seconda stagione, ma forse si perde qualche punto. Al momento Netflix non ha rinnovato la serie per una terza stagione, quindi vedremo se proseguirà.


Thank You, Next 
Terza stagione

Con molta calma, visto che è arrivata l'8 Maggio di quest'anno, ho recuperato la terza stagione di Thank You Next, l'unica serie tv turca che sono riuscito a proseguire nel tempo. Peccato che mi sembra inizi a perdere colpi. 

La protagonista è sempre la giovane, bella, intraprendete ma sfortunata in amore avvocata Leyla Talyan (Serenay Sarıkaya) e proprio le sue beghe sentimentali sono al centro della storia. Dopo la fine più che burrascosa della relazione con il complicato Cem Murathan (Hakan Kurtaş), sembra che questo non voglia lasciare in pace Leyla, che però nel frattempo sta iniziando un'altra frequentazione. Infatti per caso ha conosciuto Ali (Fatih Artman) con il quale sta lentamente cercando di trovare un suo equilibrio. 
Oltre però ai problemi legali avuti con Cem, Leyla deve affrontare anche qualche scossone lavorativo, ma per fortuna ha sempre i suoi amici vicini.

Ho avuto l'impressione che questa terza stagione di Thank You Next non avesse una sceneggiatura abbastanza solida da reggere anche i problemi congeniti della serie. Non abbiamo mai avuto a che fare con una produzione molto forte, ma con un intrattenimento leggero, a tratti romantico, a volte più drammatico, che comunque non ha mai richiesto un grande sforzo. I salti temporali, i flashback e flashforward, e il montaggio fra ricordi e presente, rendevano il tutto movimentato e riuscivano a creare interesse in quella che alla fine è una soap dal sapore più internazionale.

In questa terza stagione l'impressione che ho avuto è che fosse tutto un riempitivo e allo stesso tempo ci fosse una grande mancanza di contenuti. Il rapporto fra Cem e Leyla mi è sembrato ripetitivo, mentre quello con Ali decisamente vuoto e destinato a finire presto, anche perché fra i due non sembrava ci fosse un grande affiatamento. Ali poi è un personaggio che non ho compreso, come se nascondesse qualcosa che alla fine non verrà rivelato. 

Proprio con Ali pensavo che la protagonista riuscisse ad avere una crescita o comunque a mostrarci un approfondimento psicologico, ma sono pochi gli sprazzi in cui Leyla racconta cosa davvero vuole.

Non va meglio per i personaggi secondari come Omer (Metin Akdulger), che ha una nuova fidanzata di cui però finisce per importarcene ben poco e il cui rapporto è narrativamente affrettato.
Quei salti temporali che vi dicevo su, visto che non sono legati ad una storia particolarmente sviluppata, tendono un po' a creare giusto confusione nello spettatore. 
Thank You Next ha poi sempre sofferto di una mancanza di realismo generale che qui forse è più marcata: Leyla e i suoi amici sarebbero tutti professionisti impegnati, eppure li si vede sempre in vacanza a folleggiare. Proprio le vicende di questi personaggi, se prima fungevano da diversivo leggero, adesso non ci danno nemmeno quella risata in più.

Insomma se ci dovesse essere una quarta stagione della serie, credo debba ritrovare maggiore sostanza, perché così è davvero troppo scarna per proseguirla. Spero però che si arrivi anche ad un capitolo finale.




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