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Le ultime serie tv terminate a Luglio su Netflix

Sto andando un po' a rilento con le serie tv, ma man mano che ne termino qualcosa metto un punto e ve ne parlo. Ad esempio ho terminato due titoli che trovate su Netflix e che hanno anche avuto il loro momento di gloria.


Big Mistakes 
Prima stagione 

È arrivata il 9 Aprile di quest'anno, e già a maggio è stata rinnovata per una seconda stagione, ma mi sono preso del tempo per recuperare Big Mistakes. Di base volevo una serie tv breve e divertente, ma qui riescono solo in parte.

Nicky (Dan Levy, Dopo Oliver) e Morgan (Taylor Ortega, Un altro piccolo favore) sono due fratelli troppo diversi fra loro, e a volte troppo simili, per non battibeccare, e che fanno parte di una famiglia disfunzionale capitanata da loro madre, Linda (Laurie Metcalf, Monster - La storia di Ed Gein). Nicky è un pastore remissivo che vive la sua omosessualità di nascosto, mentre Morgan è una caotica maestra delle elementari che ha fallito il tentativo di diventare una attrice a New York. Il giorno del funerale della loro nonna però qualcosa si incastra (nel senso vero del termine) in malo modo e i due si ritroveranno molto coinvolti in un affare losco sempre più complicato con un gruppo di criminali.

Pur non avendo mai visto Schitt’s Creek, so qual è lo stile di comicità che Dan Levy ha fatto diventare un marchio di fabbrica e che può piacere come no. Qui gli elementi di questa comicità molto parlata ci sono tutti: infatti il fulcro di Big Mistakes non è tanto la crime story che si consuma negli 8 episodi, ma questo costante accapigliarsi fra i protagonisti, anche mentre il loro mondo cola a picco.

I dialoghi infatti sono costanti, spesso caotici, sovrapposti fra loro e seguono giustamente i caratteri di Nick e Morgan che sono spesso impacciati, nevrotici e sanno costantemente cacciarsi nei guai.

Messa così Big Mistakes non sarebbe tanto male, specie se ci aggiungo che il ritmo delle puntate è ottimo e che la loro durata non supera la mezz'ora, garantendo un intrattenimento leggero, poco impegnativo e vicino al bing watching. Il fatto è che la sceneggiatura è spesso troppo banale per me per poter esser coinvolgente, curiosa e soprattutto divertente.

Le scelte, le decisioni, le mosse che prendono i due protagonisti sono così sciocche e poco credibili che fanno quasi prudere le mani. Molti dei casini che combinano sarebbero palesemente evitabili, e la serie tv non fa nulla per nascondere queste ingenuità, ma anzi sembra farne un punto di forza per andare avanti. Banalmente il tutto inizia perché Nicky non riesce a recuperare una collana che avrebbe potuto prendere in tantissime occasioni differenti, e da lì, a cascata, si susseguono molte situazioni evitabili.

Big Mistakes sembra proprio costruita non per raccontare una storia, ma per farci assistere ai capricci e ai litigi di due fratelli a cui è un po' difficile affezionarsi. Capisco che in questo senso la colpa è un po' mia perché odio quelle serie in cui si strilla inutilmente e in cui i personaggi si parlano addosso senza ascoltarsi, quindi non potevo andare d'accordo con questa.
Mi spiace perché il cast, dove ho notato anche Jack Innanen (Adults) e Boran Kuzum (Thank you, Next) mi aveva convinto, ma la trama è troppo debole per me. Probabilmente se vedrò la seconda stagione cercherò di non ricordare le mie stesse opinioni, ma dubito di voler proseguire.



Estate '36
Miniserie

È arrivata invece il primo luglio di quest'anno su Netflix una serie tv franco-belga che sulla carta sarebbe pane per i miei denti.

Estate '36 ci porta a Nizza proprio alla fine degli anni '30 del secolo scorso, dove sulle spiagge della costa Azzurra stava accadendo qualcosa di mai visto prima. Il 1936 è stato infatti il primo anno in cui i lavoratori francesi ottennero le ferie pagate, con la conseguenza che si spostavano a villeggiare in quelle zone che prima di allora erano destinate soltanto alla borghesia e alla classe più abbiente. 
È un periodo storico particolare, la Seconda Guerra Mondiale si avvicina inesorabilmente, così come gli scontri sociali, ma c'è anche un altro intoppo: nel lussuoso Hotel Riviera verrà trovato morto il procuratore Adrien Jacquart (Arnaud Binard), e questo drammatico avvenimento porterà la cadetta di polizia Léonie Morel (Constance Gay) ad indagare. Peccato però che la stessa Leonie avesse chiesto un aiuto al procuratore per un affare molto privato.

Così Estate '36 si allunga come un giallo tradizionale, alla scoperta dell'assassino, mentre appunto si intrecciano altre criticità. In particolare sono quattro donne che si incontreranno e scontreranno e sono in qualche modo legate da difficoltà personali e familiari.

Dirvi di più su questa serie tv Netflix sarebbe complicato perché ha una trama abbastanza corale, in cui fatti storici si legano a vicende private, un po' come accadeva ad esempio in Hotel Portofino.
Uno dei punti di forza di Estate '36 è sicuramente una piacevolissima e abbastanza curata ricostruzione dell'epoca, specie negli spazi interni, mentre quelli esterni mi sono sembrati spesso "limitati". In generale poi gli attori sono per lo più credibili, ma ho trovato un po' di difficoltà a seguire la serie. Di base infatti le protagoniste femminili, che poi sono quelle centrali, hanno tutte alcune similarità nei look che non aiuta a distinguerle, e ci si ritrova con una pletora di personaggi che non sempre è stato semplice collegare fra loro e seguirne tutte le sottotrame.

Anche superando questo intoppo, Estate '36 non mi ha convinto del tutto proprio nel modo in cui vengono narrati i fatti. Secondo me infatti hanno tentato di far troppo con la conseguenza che alcune tematiche o linee narrative restano di fondo. L'indagine poliziesca vera e propria in tutto questo procede un po' a sbalzi come se nona avesse un ritmo incostante, e ci sono dentro troppi stili: a volte si scende ad esempio quasi sul versante della soap opera, specie quando si rivolge alla sfera più privata dei personaggi, fra melodrammi, segreti di famiglia e inciuci amorosi, e questo non giova.
Tutti questi elementi mi hanno reso la serie non esattamente appassionante come mi aspettavo, ma per fortuna i sei episodi si riescono a terminare senza sbadigliare. Quindi se amate il whodunit in costume alla Agatha Christie, e cercate una serie autoconclusiva, anche Estate '36 potrebbe essere una delle tante produzioni minori che vi terrà compagnia. Se però vi aspettate un certo livello, secondo me potrebbe deludere. 

Due "piccole" serie tv da vedere!

Estate per me significa anche meno voglia o tempo di stare davanti ad uno schermo, ma le passioni non si mettono comunque completamente da parte, e tante volte una serata sul divano con un po' di aria condizionata non si disdegna. Ho terminato due serie tv perfette per queste serate, brevi ma non troppo, e mi sono piaciute.


Widow's Bay 
Prima stagione

Su Apple Tv+, dal 29 Aprile al 17 Giugno sono arrivati i 10 episodi della prima stagione di Widow's Bay, che è già stata per fortuna rinnovata per una seconda. 

Matthew Rhys, che sta accatastando nella sua carriera produzioni molto interessanti (The Beast in me, Hallow Road) interpreta Tom Loftis, il sindaco di Widow's Bay, una cittadina su un'isolotto al largo delle coste del New England. Tom, che è vedovo e vive con suo figlio Evan (Kingston Rumi Southwick, Presunto Innocente), vuole trasformare l'isola in una florida attrattiva turistica, un po' come la più nota Martha's Vineyard, e si sta impegnando affinché anche i giornali parlino positivamente del posto, ma le cose non vanno come spera.

Nella comunità infatti, alcuni fra i più anziani sostengono che l'isola si sia risvegliata e che stanno per accadere dei fenomeni mossi da forze sovrannaturali. È soprattutto il vecchio Wyck (Stephen Root, Perry Mason, Macbeth) a insistere affinché Tom si fermi, ma il sindaco è molto scettico sul fatto che antiche leggende, superstizioni, pettegolezzi e dicerie possano influenzare il suo progetto. Eppure quella strana nebbia che sta avvolgendo Widow's Bay effettivamente non porterà nulla di buono. Delle forze oscure si stanno davvero risvegliando?

Probabilmente quando ho parlato di film come Finché morte non ci separi 2, ho dimenticato di ricordarvi che l'horror non è il mio genere, però quando incontra la commedia si riesce spesso a creare una fusione perfetta, come per Widow's Bay. 

Questa serie tv Apple Tv pare abbia avuto la sua genesi grazie all'incontro fra Katie Dippold, che (senza offesa) non vi dirà moltissimo come sceneggiatrice, e il regista e produttore Hiro Murai, che magari vi suonerà più familiare perché legato a titoli come Mr. & Mrs. Smith e The Bear, oltre che tanti video musicali. L'intento era quello di creare una horror comedy efficace, e ci sono riusciti, ma sono andati anche oltre.

Widow's Bay ha capito il suo scopo: mischiare più generi, senza rovinarne nessuno, ma soprattutto con una coerenza di fondo. Si passa dalla commedia da ufficio, al thriller, ma si sfocia anche nel dramma familiare e ovviamente si sguazza nell'orrore e in tutti i suoi sottogeneri. 

C'è il folk horror, che affonda le sue radici nella nascita stessa degli Stati Uniti, ci sono case infestate, jump scare, serial killer mascherati e figure delle credenze popolari.
Widow's Bay non è però parodistica perché riesce a far ridere o sorridere, ma sa prendersi sul serio quando serve, e crea la giusta tensione e suspense. Il suo è un citazionismo palese, ma anche rispettoso del materiale a cui si ispira, che però può lasciare forse a bocca asciutta chi si aspettava qualcosa di più originale e unico.
Inoltre la serie trova leggerezza in una durata per episodio che si aggira intorno ai 30 minuti, ma anche in una narrazione semi-verticale. L'unico appunto è cercare di non cercare al suo interno una logicità estrema, perché è pur sempre più vicina all'immaginazione che alla realtà.

A reggerla c'è un cast che sa muoversi in quelle atmosfere spesso contrastanti senza diventare una macchietta. Il Tom di Matthew Rhys è goffo, ma sicuro, con buone intenzioni, ma spesso troppo pauroso, ha le sue debolezze, ma si pavoneggia come se fosse il sindaco di New York.
Le controparti femminili non sono da meno, come Kate O’Flynn, segretaria di Tom ed emarginata dalle sue concittadine, e Dale Dickey, impiegata del comune che invece è convinta che le leggende del luogo siano vere. 

Widow's Bay credo possa essere uno dei titoli più interessanti di almeno questa seconda metà del 2026 e possa dare ancora molto con la prossima stagione. 



The Lady 
Miniserie

Forse è passata ancora più inosservata questa miniserie che trovate su MGM+ (attivabile su Prime Video e Mediaset Infinity) e che mi aveva banalmente incuriosito per il cast, oltre a poter vantare il team di produttori di The Crown.
Tratta da una storia vera, The Lady ci racconta, in modo in parte romanzato, cosa accadde a Jane Andrews (qui Mia McKenna-Bruce, I sette quadranti di Agatha Christie), che da ragazza dalle grandi aspirazioni ma di umili origini, riuscì a diventare, fra la fine degli anni '80 fino a buona parte degli anni '90, la guardarobiera dell'allora duchessa Sarah Ferguson (Natalie Dormer).
Fino a qui nulla di straordinario, se non fosse che pochi anni dopo Jane diventò una fuggitiva dopo aver ucciso il suo fidanzato, Tommy Cressman (interpretato da Ed Speleers, Irish Wish). Cosa accadde in quegli anni? Cosa spinse Jane ad un gesto così brutale? Come il sogno di una ragazza semplice divenne l'incubo di molte persone?

In quattro episodi arrivati in streaming dal 5 giugno, The Lady diventa un dramma poliziesco interessante, facile appunto da seguire, e che mi ha fatto scoprire una storia vera che non conoscevo. L'ho chiamato dramma poliziesco perché qui i binari narrativi sono due: da un lato ci sono le indagini della polizia e tutte le dichiarazioni di coloro che sono entrati in contatto con Jane in quegli anni, dall'altro il suo percorso verso Buckingham Palace, e soprattutto la sua caduta dopo essere stata licenziata da Sarah Ferguson.

The Lady non diventa però una vera e propria serie crime, cioè non ci vengono raccontati tutti i passaggi delle indagini della polizia, ma ha quasi il taglio di una docu fiction, con le testimonianze di persone che hanno conosciuto la stylist. Il minutaggio dei quattro episodi si concentra più sulla parte drammatica, sul farci conoscere Jane nelle sue luci e nelle sue ombre: durante il suo periodo più felice forse, a fianco della duchessa di York, che, nonostante le difficoltà economiche le promise di restarle vicino, ma anche tutti gli amori tossici diventati relazioni turbolente.

Non mancano poi i traumi pregressi che hanno segnato la personalità di Jane. Alla fine The Lady ci mostra cosa può accadere quando una persona dalla psiche fragile, problematica, con episodi di depressione, dalle reazioni eccessive, con un forte bisogno di integrazione sociale e stabilità emotiva, viene schiacciata da costanti delusioni, classismo e rapporti disfunzionali. Così Jane non è una cattiva monodimensionale, ma un personaggio ricco di sfumature che secondo me viene interpretato bene da Mia McKenna-Bruce. Ho letto qualche critica invece in merito a Natalie Dormer e alla sua scarsa somiglianza con Fergie, ma parliamo a tutti gli effetti di un personaggio quasi secondario, potremmo dire una dette tante ossessioni di Jane. 
È proprio il punto di vista di Andrews quello più focale all'interno della serie, quindi non aspettatevi uno scandalo a corte. 

La vera critica che mi sento di muovere a The Lady è che resta un intrattenimento comunque fine a se stesso, con un impatto limitato al di fuori delle quattro puntate; è quel tipo di serie che magari ricordi per qualche tempo ma poi metti da parte. Un altro problemino è la scattosità nei passaggi temporali, fra il passato a corte e le indagini degli inizi anni '00. 

Per il resto però, nel suo essere una piccola serie, funziona abbastanza bene, ha un cast giusto, in cui fra l'altro ho notato anche Sean Teale (Doctor Odyssey) nei panni di Luis Castillo, uno dei flirt di Jane,  Charles Ewards (Gli anelli del potere) e Philip Glenister (Belgravia), e la ricostruzione storica è credibile. Se amate il genere, se apprezzate lo stile della serialità british, non vi deluderà.



Le miniserie su Netflix e Prime Video tratte dai romanzi che stavo quasi dimenticando

Non so se sia un lapsus involontario o semplicemente il caldo, ma stavo dimenticandomi di parlare di due miniserie che ho visto ormai da diverso tempo. A mente fredda mi rendo conto che forse non mi hanno colpito poi troppo, ma ve le vorrei comunque raccontare meglio.


La casa degli spiriti
Miniserie

Dal 29 aprile al 13 maggio su Prime Video è arrivata una serie tv che attendevo con curiosità, ovvero La casa degli spiriti, che, come potete immaginare, è la trasposizione del celebre romanzo di Isabel Allende, già diventato un film nel 1993. Qui la mia curiosità era dovuta non solo al fatto che non avendo letto l'opera, ma anche perché fra i produttori esecutivi appare fra gli altri Eva Longoria.
Un progetto interessante, ma secondo me con qualche pecca.

La Casa degli Spiriti è una storia che racchiude a pieno lo stile e gli argomenti che ritornano spesso nelle opere di Allende, incluso l'ultimo romanzo, Il Mio Nome è Emilia del Valle, sia in senso storico che in quello più intimo e personale. La storia parte con Alba (interpretata da Fernanda Urrejola), una giovane donna che ha già vissuto diverse situazioni complesse, nonostante sua nonna Clara (Nicole Wallace e Dolores Fonzi), dotata di poteri predittivi, le aveva anticipato che avrebbe avuto una vita piena di gioie. Così Alba decide di recuperare i tantissimi diari della nonna, e raccontare la storia tormentata della sua famiglia. 

Si inizia dagli anni Venti, in un paese non precisato del Sudamerica. Clara vive una giovinezza agiata: è infatti la figlia di Severo Del Valle (Eduard Fernández), candidato al senato con il Partito Liberale, e di Nívea Del Valle (Aline Kuppenheim), suffragetta per il voto alle donne. Tuttavia il suo destino cambierà quando, dopo una serie di tragedie, sposerà Esteban Trueba (Alfonso Herrera, Il ballo dei 41), uomo di umili origini che però creò una fortuna solo per poter sposare la bellissima Rosa, sorella di Clara.
Così, nel corso dei decenni, seguiamo il percorso della famiglia Del Valle / Trueba, attraverso soprattutto tre diverse generazioni di donne, e che diventerà speculare dei drammatici fatti storici che porteranno, nell'11 settembre 1973, alla dittatura di Augusto Pinochet.

La casa degli spiriti segue il romanzo da cui è tratto in modo attento, con una nota smaccatamente femminista, ma raccontando in modo forse banale due degli altri elementi fondanti delle opere di Isabel Allende. Infatti tutto gira intorno a come vengono trattate le protagoniste sia dentro le mura di casa che fuori, ma, allo stesso tempo, queste donne saranno risolutive nei momenti più complessi.

Quando però la serie entra nella parte più storicamente rilevante, è come se La Casa degli Spiriti di Prime Video diventasse blandamente storiografica, senza un approccio o una prospettiva più interessante. In questo senso secondo me la narrazione non è aiutata da una regia e una messa in scena che, per quanto gradevoli nel suo insieme, fanno un po' soap. Abbiamo una ricostruzione storica abbastanza curata ma un po' scialba, mentre la regia e la fotografia sono sempre abbastanza banali, poco ricercate.

Ho avuto poi l'impressione che il realismo magico, altro elemento tipico di Allende, fosse sottoutilizzato, come se temessero che, accentuando questo aspetto, la serie potesse risultare troppo "fantasy" per un pubblico generalista. È anche vero che l'adattamento di Netflix di Cent'anni di Solitudine ci ha abituati forse troppo bene per accontentarci da quello proposto da Prime Video.
Un altro avviso che devo fare è che alcune scene di La casa de los espíritus sono un po' forti, e arrivano in un contesto che non ci fa pensare esattamente a una violenza non molto velata.

Fortunatamente quasi tutto il cast è più che valido, gli otto episodi scorrono bene, quindi nel suo insieme La Casa degli spiriti riesce a coinvolgere e portarti quando serve a farti emozionare, ma se si guarda con alte aspettative non è proprio un capolavoro.


Ovunque tu sia
Miniserie

Non so per quale strano masochismo, ma quando esce su Netflix un nuovo adattamento dei romanzi di Harlan Coben, io finisco per dargli una chance anche se so che potenzialmente mi può deludere. Avevo infatti già parlato (male) di Missing You e Un inganno di troppo, sempre sulla piattaforma, e non ero riuscito a terminare Un solo sguardo. Però devo ammettere che Ovunque tu sia, disponibile dal 18 giugno, mi ha convinto un pelo di più.

La storia è quella di David Burroughs (Sam Worthington) che è stato accusato - manco a dirlo, ingiustamente - di uno dei crimini peggiori: aver ucciso il suo figlio ancora piccolo. David sa in cuor suo di essere innocente, ma come dimostrarlo? Un giorno però Rachel (Britt Lower), sorella dell'ex moglie dell'uomo, va a trovarlo in carcere con una teoria che ribalterebbe tutto. Ha infatti scovato sui social la foto di un bambino che somiglia incredibilmente al figlio di David, e così partirà la ricerca di quello che adesso è un ragazzino che possa scagionare il padre e rivelare la verità.


Pur partendo prevenuto visti i pregressi, ho seguito Ovunque tu sia quasi tutto d'un fiato, complice sia la durata agile degli otto episodi, ma anche una storia che riesce ad intrattenere forse meglio di altri adattamenti di Coben. Ed in effetti la serie è ancora in cima alla classifica Netflix delle produzioni più viste, a dimostrazione forse che qualcosa è andata bene.

Diciamo che la spinta nel cercare di capire come il protagonista potrà salvarsi, c'è tutta, e fra colpi di scena più o meno riusciti, e momenti di tensione, si arriva alla fine di questa miniserie senza sbadigliare troppo. A supporto di una vicenda che si lascia guardare, sebbene non sia la più originale, c'è anche un cast fatto di volti abbastanza noti del grande e del piccolo schermo, come Milo Ventimiglia, Erin Richards, e l'iconica Madeleine Stowe.


I Will Found You perde però di solidità narrativa se si guarda un po' più nel dettaglio, se si inizia a notare la scarsa credibilità di alcuni snodi e la natura forzata di altre coincidenze. Anche i personaggi non hanno sempre reazioni o comportamenti strettamente logici, e molto spesso sono semplicemente abbozzati e poco sviluppati.
In definitiva è per questo che secondo me si tratta di una serie tv dimenticabile: è l'ennesima occasione in cui Netflix cerca di applicare una formula collaudata, senza tentare una strada nuova, o provare anche solo a cambiare qualche ingrediente. 
Ovunque tu sia si aggiunge quindi al catalogo Netflix come una delle tantissime serie tv proposte dalla piattaforma, ma non lo arricchisce in alcun modo e a giudicare dal successo evidentemente è una ricetta che continua ad avere un ampio riscontro. 

Altri ritorni seriali su Netflix... questa volta hanno esagerato 🙄

Dopo le due serie di metà Giugno, continuo con alcuni titoli tornati su Netflix nelle ultime settimane e che ho terminato da poco di vedere, seppur credo che entrambe queste serie tv abbiano esagerato. 


Storia della mia famiglia
Seconda stagione

Dopo il successo del primo capitolo, il 10 giugno sono arrivati altri sei nuovi episodi della serie tv con Eduardo Scarpetta (La legge di Lidia Poët) e Vanessa Scalera, che prosegue la storia in modo del tutto coerente. Se ne primo capitolo si parlava dell'accettazione della malattia di Fausto, e del suo inevitabile destino, oltre a doversi preparare ad un futuro complesso, soprattutto per i suoi due figli, Storia della mia famiglia 2 si concentra molto di più sull'elaborazione di quel lutto.

Valerio (Massimiliano Caiazzo) si ritrova improvvisamente più centrale, sente addosso maggiori responsabilità, ma allo stesso tempo deve avere a che fare con le sue fragilità; Lucia (Scalera) si dedica al meglio ai suoi nipoti, ma cerca di ritrovare una sua indipendenza lavorativa. Maria (Cristiana Dell'Anna) e Demetrio (Antonio Gargiulo), dopo essersi allontanati, si ritroveranno comunque di nuovo molto vicini.
E poi c'è un arrivo a sorpresa: Gaetano (Sergio Castellitto), il padre assente e casinista di Valerio e Fausto, che non sembra affatto essere cambiato in questi anni.

Nel bene o nel male Storia della mia famiglia resta una commedia drammatica corale e all'italiana, dove al centro ci sono i sentimenti, i valori, questi legami, di sangue o meno, che riportano i protagonisti sempre a ritrovarsi. Ci si scontra spesso, è vero, si litiga come si fa nelle famiglie in cui ci si vuole bene, ma alla fine si fa pace, per una necessità più grande.

Non ho quindi grosse differenze da sottolineare in termini di sceneggiatura, perché questa continua con lo stesso piglio, perdendo magari la freschezza della prima stagione, visto che le dinamiche sono più o meno quelle che si ripetono, ma non disperdendo l'intento della serie tv stessa.
A reggere tutto è un cast di attori italiani bravi, versatili, che si sono messi alla prova in ruoli non sempre semplici e a volte anche negativi o comunque fallibili. Castellitto è una aggiunta utile e in linea, e qui fa quasi un comic relief, che in effetti serve perché questa stagione è un po' più cupa forse rispetto alla prima che cercava una sua leggerezza. 

Ritornano però anche quei difetti che avevo notato nella prima stagione di Storia della mia famiglia. Penso ad esempio questo continuo urlarsi addosso, doversi scontrare quasi per il puro piacere di farlo, con la difficoltà che chi non segue questo ritmo, viene quasi lasciato al margine. Così ad esempio Valeria (Aurora Giovinazzo, Il Falsario, Diamanti), la nuova fiamma di Valerio, si adatta perfettamente allo stile della famiglia, con una cazzimma che parte in quarta anche immotivatamente.
Ecco, questo dover affrontare la vita sempre a muso duro a volte mi mette quasi uno stato di ansia e non se ne vede bene il motivo.

Purtroppo non ho amato nemmeno com'è stata gestita la figura di Fausto. Lui ovviamente ha comunque un ruolo, sia nei ricordi che i suoi familiari hanno di lui, sia attraverso il suo testamento fatto di video registrati negli ultimi suoi giorni di vita. Peccato però che i protagonisti vedano questi filmati proprio nel momento esatto in cui servono a creare un colpo di scena o di tensione, che non è credibile. Inoltre posso accettare che Fausto sia vivo nei ricordi di Lucia o Valerio, ma che diventi quasi un fantasma mi ha lasciato perplesso. 
Storia della mia famiglia quindi non sboccia in questa seconda stagione, ma forse si perde qualche punto. Al momento Netflix non ha rinnovato la serie per una terza stagione, quindi vedremo se proseguirà.


Thank You, Next 
Terza stagione

Con molta calma, visto che è arrivata l'8 Maggio di quest'anno, ho recuperato la terza stagione di Thank You Next, l'unica serie tv turca che sono riuscito a proseguire nel tempo. Peccato che mi sembra inizi a perdere colpi. 

La protagonista è sempre la giovane, bella, intraprendete ma sfortunata in amore avvocata Leyla Talyan (Serenay Sarıkaya) e proprio le sue beghe sentimentali sono al centro della storia. Dopo la fine più che burrascosa della relazione con il complicato Cem Murathan (Hakan Kurtaş), sembra che questo non voglia lasciare in pace Leyla, che però nel frattempo sta iniziando un'altra frequentazione. Infatti per caso ha conosciuto Ali (Fatih Artman) con il quale sta lentamente cercando di trovare un suo equilibrio. 
Oltre però ai problemi legali avuti con Cem, Leyla deve affrontare anche qualche scossone lavorativo, ma per fortuna ha sempre i suoi amici vicini.

Ho avuto l'impressione che questa terza stagione di Thank You Next non avesse una sceneggiatura abbastanza solida da reggere anche i problemi congeniti della serie. Non abbiamo mai avuto a che fare con una produzione molto forte, ma con un intrattenimento leggero, a tratti romantico, a volte più drammatico, che comunque non ha mai richiesto un grande sforzo. I salti temporali, i flashback e flashforward, e il montaggio fra ricordi e presente, rendevano il tutto movimentato e riuscivano a creare interesse in quella che alla fine è una soap dal sapore più internazionale.

In questa terza stagione l'impressione che ho avuto è che fosse tutto un riempitivo e allo stesso tempo ci fosse una grande mancanza di contenuti. Il rapporto fra Cem e Leyla mi è sembrato ripetitivo, mentre quello con Ali decisamente vuoto e destinato a finire presto, anche perché fra i due non sembrava ci fosse un grande affiatamento. Ali poi è un personaggio che non ho compreso, come se nascondesse qualcosa che alla fine non verrà rivelato. 

Proprio con Ali pensavo che la protagonista riuscisse ad avere una crescita o comunque a mostrarci un approfondimento psicologico, ma sono pochi gli sprazzi in cui Leyla racconta cosa davvero vuole.

Non va meglio per i personaggi secondari come Omer (Metin Akdulger), che ha una nuova fidanzata di cui però finisce per importarcene ben poco e il cui rapporto è narrativamente affrettato.
Quei salti temporali che vi dicevo su, visto che non sono legati ad una storia particolarmente sviluppata, tendono un po' a creare giusto confusione nello spettatore. 
Thank You Next ha poi sempre sofferto di una mancanza di realismo generale che qui forse è più marcata: Leyla e i suoi amici sarebbero tutti professionisti impegnati, eppure li si vede sempre in vacanza a folleggiare. Proprio le vicende di questi personaggi, se prima fungevano da diversivo leggero, adesso non ci danno nemmeno quella risata in più.

Insomma se ci dovesse essere una quarta stagione della serie, credo debba ritrovare maggiore sostanza, perché così è davvero troppo scarna per proseguirla. Spero però che si arrivi anche ad un capitolo finale.




Film e serie tv di Giugno: Novità TOP e ritorni tiepidi

Giugno si chiude e quindi è il momento del mio recap su film e serie tv visti nel corso del mese. Facendo un passo indietro mi sono accorto che a giugno ho parlato di diversi ritorni, visto che si sono concluse le nuove stagioni di alcune serie tv che stavi già seguendo.

Per me ad esempio continua a dover stare fra i promossi la serie tv Paramount + Matlock con Katy Bates, che è arrivata alla seconda stagione ed è già stata rinnovata per una terza.

Mi era capitato di leggere di persone un po' deluse dall'andazzo generale della stagione più che altro per il fatto che sia diventata ripetitiva e richieda sempre molta sospensione dell'incredulità. A me Matlock 2 è sembrata però un proseguo sensato della prima stagione, ed anzi ci sono state delle piccole variazioni di stile che hanno avuto comunque coerenza. 

È ovvio che se vi aspettiate la miglior serie procedurale del decennio, sarete delusi, ma Matlock continua ad essere un ottimo intrattenimento per me, leggero ma non troppo, e quindi proseguirò con la terza stagione appena arriverà.

A propositi di ritorni e promossi, a Giugno ho terminato la quarta ed ultima stagione di Envidiosa, che in realtà era arrivata su Netflix il 29 Aprile, e un pochino mi è spiaciuto.

Non ha avuto da noi un exploit particolare, ma io l'ho trovata una comedy diversa, fresca, interessante sotto più punti di vista, divertente quanto basta, ma riflessiva quando serve. Griselda Siciliani ha fatto un ottimo lavoro e dato vita ad un personaggio complesso ma universalizzabile. Inoltre avere un capitolo conclusivo alle avventure di Vicky non può che dare alla serie tv una promozione. 
Non so se avete letto, ma hanno pensato ad un remake italiano di Envidiosa con Diana del Bufalo, un po' com'è stato per Chiami il mio agente. Magari gli darò una chance.

Promuovo anche la seconda stagione di The Four Seasons anche se meno brillante della prima.

Diciamo che mi è mancata qualche risata in più, mi è sembrata questa una stagione un po' più cupa, matura, che non è sempre un male, ma The Four Seasons credo nasca principalmente come comedy, quindi mi aspettavo un pizzico di brio in più. In ogni caso è una stagione che mi è piaciuta, si segue sempre volentieri, non è mai troppo pesante o complessa. Anche qui abbiamo già il rinnovo per una terza stagione quindi si prosegue. 

Sul versante novità do il mio pollice su a due piccole scoperte di cui ho sentito poco parlare, sono entrambe due commedie e le trovate su Disney plus. La prima è Alice and Steve, che secondo me è originale, simpatica, scorrevole e sboccata quanto basta.

Ho letto una recensione del The Guardian dove una giornalista era atterrita dalla differenza di età fra Steve e Izzy, e lo considera un rapporto quasi incestuoso per la conoscenza che dovrebbe intercorrere fra i due, ma personalmente non ho visto nulla di tutto ciò. Steve e la figlia di Alice non hanno una conoscenza stretta, da pseudo zio e nipote, anzi sembra che fra loro non ci siano stati molti contatti, quindi non serve chiamare la buoncostume, ma solo godersi questa piccola serie tv inglese con un tono un po' sopra le righe ed una storia curiosa. Non sarà un capolavoro, ma tiene compagnia. 

Più o meno le stesse parole che potrei usare per la seconda serie tv che promuovo ovvero Not Suitable for Work.


Qui il derivatismo si fa più evidente, ma la serie tv creata da Mindy Kaling conserva una sua freschezza e piacevolezza. Poi ho subito apprezzato il cast, credo ci sia una buona chimica e spero che le loro avventure continuino. 
A proposito, il difettuccio di queste due serie tv Disney è che hanno entrambe un finale aperto e manca ancora una conferma ufficiale per un rinnovo.

Sul versante delle serie tv che invece boccio, nomino solo la terza ed ultima stagione di Euphoria.

A questo punto mi sembra di aver fatto una crociata contro Euphoria, quando in realtà ne riconosco tutti i punti di forza ed anche la bellezza e capisco bene come mai abbia tantissimi fan in tutto il mondo. Il mio problema fin dal principio è stato che non mi è sembrata una serie tv così originale ma soprattutto è stata coperta da così tante aspettative e pretese che mi aspettavo la perfezione. Arrivati a questa terza stagione secondo me i nodi sono venuti al pettine e i difetti sono stati palesi: la costruzione di storie e personaggi volti più a creare scalpore che una narrazione densa hanno portato gli autori stessi a dover snaturare la serie pur di trovare un finale.
Questo ultimo capitolo di Euphoria mi è sembrato quasi un thriller western che poco ci azzeccava col resto. Comunque se volete leggere tutte le mie opinioni potete fare un salto qui.

Passando ai film di Giugno ho due promossi e una lunga sfilza di bocciati che mi hanno deluso.
Un voto positivo va sicuramente a Volo notturno per Los Angeles, il primo film scritto e diretto da John Travolta che trovate su Apple tv+.

Pur non avendo una sceneggiatura così articolata e complessa, a me è sembrato un film coccoloso, tenero, esteticamente bello da vedere e recitato altrettanto bene. Si colgono subito le sfumature autobiografiche di Travolta e l'effetto fiaba della buonanotte arriva tutto. 

Toni completamente diversi li trovate invece in Hallow Road - Corsa contro il tempo.

Rosamund Pike e Matthew Rhys reggono benissimo un film particolare, forse non adatto a tutti, ma ben costruito, teso, cupo, che si fa seguire molto volentieri. A funzionare sono ovviamente i dialoghi, fondamentali per l'impostazione stessa del film, e la regia che ci aiuta ad entrare meglio nella storia. 

Parlando invece dei flop del mese, non posso non nominare Ladies First, arrivato su Netflix proprio a Giugno e sempre con la Rosamund Pike. 

Incipit e cast sarebbero anche accattivanti, ma le idee che funzionano in questo film sono poche, o meglio ho avuto l'impressione che non si volessero sforzare più di tanto per creare una storia davvero diversa. Il tutto si traduce in un film senza verve, meno brillante di quanto vorrebbe, quasi un po' vecchio. Ladies First però non è il peggiore di giugno perché c'è Le Cose non Dette, ultimo film di Gabriele Muccino.

Anche qui hanno raccolto un buon cast di attori italiani noti, ma la sceneggiatura è stantia e viene raccontata in un modo altrettanto poco innovativo: soliti tradimenti, solite urla, soliti personaggi con le stesse paranoie. Le cose non dette non ha nulla di "omesso", di non detto, ma segue lo stesso schema già visto di altri titoli, e a nulla serve lo sfondo di Tangeri, o la vaga deriva thriller, per salvare questo film piatto.

Infierisco solo un attimo anche su Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, arrivato al cinema il 17 giugno, che si porta dietro un po' tutti questi difetti, ma anche altri. 

Speravo in un action movie divertente, ed invece l'azione latita tutto il tempo, idem la risata, e il voice over di Glen Powell non aiuta. Mi è sembrato tutto molto patinato, termine che non amo ma che rende l'idea di finto, misurato e lucidato che forse non giova a questo Ricchi...da morire.
Anche la satira, o la denuncia, contro l'arrivismo e la ricchezza ad ogni costo arriva in modo blando, e non lascia un segno.
Se non si è nel giusto mood o magari siete un po' stanchi sono quasi certo che vi possa portare a sbadigliare. 


Due nuove comedy su Disney + di cui nessuno parla!

Tanta voglia di leggerezza per questa estate che già sta galoppando e quindi anche le serie tv possono farsi ogni tanto più liete. Ho terminato da pochissimo due nuove commedie che trovate su Disney+, facciamoci una chiacchierata ché magari ancora non le conoscete.

Alice and Steve
Prima stagione

Scritta da Sophie Goodhart, già sceneggiatrice di Sex Education, e arrivata in sei episodi binge l'8 giugno di quest'anno, Alice and Steve dimostra che ogni tanto ci possono essere idee originali.

Alice (Nicola Walker) e Steve (Jemaine Clement) sono amici da almeno venticinque anni, si conoscono benissimo ed hanno anche avuto un flirt da giovani, ma che è diventato col tempo una amicizia solida e sanno che l'uno può contare sull'altra. 
Quando però, un po' per caso, la figlia di Alice, Izzy (Yali Topol Margalith, Come uccidono le brave ragazze), conoscerà Steve, finendoci a letto, l'amicizia fra i due diventerà una lotta. Infatti Alice, pur essendo una donna dalla mentalità aperta, non sopporterà che la figlia stia con un uomo così maturo e letteralmente impazzirà pur di distruggere la relazione. 
Steve però non tarderà a rispondere al fuoco.

Non avevo letto nulla di Alice and Steve, eppure la trovo una piccola chicca inglese che come dicevo ha più di qualche idea originale. 
Nel corso di sei episodi, la serie prova a condensare le complicazioni delle relazioni umane contemporanee, dove non sempre è bianco o nero, e dove quel tic mentale che non abbandona la protagonista, farà scatenare un inferno. Alice infatti non è solo colpita per la differenza di età fra Izzy e Steve, ma si legge subito che c'è dell'altro e non è una gelosia retroattiva.
Tutto peggiora perché in questo caso è una madre che vuole proteggere la figlia, ma Alice and Steve la butta in caciara con una ironia che a me è piaciuta, anche con le sue punte più esagerate e grottesche.

A funzionare è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi che arriva subito e senza farci sforzare troppo li delinea alla perfezione. Alice è una donna forte ma impulsiva, tanto che suo marito Daniel (Joel Fry) fa fatica a starle dietro, mentre Steve, per quanto in buona fede, è un po' quel patatone che cerca di fare la cosa giusta ma si incasina da solo.

Alla fine, Alice and Steve è un ritratto di diverse, umane insicurezze e di come queste, aggiunte ad una pessima comunicazione, possono incasinare tutto.
Non sarei me stesso però se non vi avvertissi di qualche piccolo neo che ho notato qui e lì. Penso ad esempio al fatto che mi è mancata un po' di chimica fra Izzy e Steve: la serie non dà un giudizio morale né fa sembrare il loro rapporto strano, ma non si capisce benissimo cosa li leghi.
Nel corso degli episodi mi è sembrato poi che la serie non gestisca benissimo i piccoli salti temporali che la storia inevitabilmente subisce. Non risulta ingarbugliata, ma vedendola capirete che in particolare una svolta sembra quasi troppo frettolosa.
Un altro aspetto su cui posso avvisarvi è che la prima stagione di Alice and Steve ha un finale aperto, e che, sebbene Sophie Goodhart sappia già come proseguire la storia, manca ancora una ufficializzazione da parte di Hulu che la produce. 



Not Suitable for Work
Prima stagione

Ho letteralmente divorato Not Suitable for Work, che è terminata esattamente il 23 giugno per via della cadenza settimanale, ma che mi ha convinto fin dal primo momento.
Scritta da Mindy Kaling, la serie ci fa conoscere cinque ventenni che si stanno affacciando al mondo del lavoro, mentre ovviamente tutti gli altri aspetti della vita continuano a correre. C'è AJ (Ella Hunt, Dickinson, L'amante di lady Chatterley) che sta iniziando il suo lavoro come analista per un grosso studio, e condivide un appartamento con Abby (Avantika Vandanapu) che invece fa l'assistente ad una esigentissima stylist di personaggi famosi. AJ è collega di Will (Davis Beau Bradley Barrett III) ragazzotto che vive nello stesso pianerottolo delle due ragazze, insieme a Jack (Josh Teitelbaum) e Kel (Nicholas Duvernay, The White Lotus).
Ognuno avrà le sue difficoltà, ma anche le sue vittorie lungo la strada che ha scelto, non senza combinare qualche casino.

Not Suitable for Work, al contrario di Alice and Steve, non ha la stessa originalità, ma l'ho trovata comunque fresca, adatta come intrattenimento estivo, piacevole da alternare a serie tv più complesse. Qui siamo nei toni e nelle tempistiche della sit-com corale, che strizza l'occhio a titoli come Friends, ma a cui si aggiungono molte delle dinamiche da ufficio. In realtà vita e lavoro si intrecciano spesso e volentieri per i protagonisti, quindi non c'è mai uno stacco netto. 

Si tratta comunque di un racconto feel-good, dove le criticità durano poco, perché sono la leggerezza e il divertimento la chiave di tutto. A me ad esempio è piaciuta la caratterizzazione dei personaggi, perché sono tutti un po' imperfetti, non sempre simpatici ma anche teneri, chiaramente come molti giovani, a volte molto sicuri, altre pieni di dubbi.
Ma quello che di base ho apprezzato in Not Suitable for Work è che non si prende troppo sul serio, non mi è sembrata una serie tv che si crede meglio di altre, ma solo appunto offrire un intrattenimento comodo. 

Ho notato in generale una buona alchimia nel cast, e c'è sicuramente qualche spunto realistico, ma sono sicuro che questa serie tv farà storcere qualche naso.
Penso ad esempio al fatto che molti non amano anche solo l'ombra di un personaggio un po' più sopra le righe, così come si possa soffrire il derivatismo di Not Suitable for Work. L'anno scorso ad esempio avevo conosciuto Adults sempre su Disney+, concettualmente simile, ma meno politicamente corretta.
 
La coralità in una comedy ha poi quasi sempre il prezzo di non riuscire a dare spazio a tutti i personaggi allo stesso modo, lasciando alcune dinamiche più di contorno. 
Per me comunque non sono grossi problemi perché le intenzioni, il tono e gli intenti di Not Suitable For Work, sono chiari fin da subito, i nove episodi di cui è composta scorrono bene, e i personaggi fanno quasi tuti tenerezza.
Si parla di una seconda stagione, ed in effetti c'è molto da esplorare, ma manca la conferma ufficiale, in caso aggiorno. 


Due serie tv terminate (e rinnovate) di Netflix, tiriamo le somme

Vorrei dirvi la mia su due seconde stagioni arrivate su Netflix alla fine di maggio. Due serie tv che stavo già seguendo e che credo siano arrivate un po' ad un giro di boa. Tiro le somme con voi, e se vi va ci confrontiamo nei commenti.


Come uccidono le brave ragazze
Seconda stagione

Il 27 Maggio, a distanza di due anni dalla prima stagione, è arrivato il secondo capitolo di Come uccidono le brave ragazze, con Emma Myers di nuovo nei panni della giovane e caparbia Pip Fitz-Amobi. Sappiamo già che tra l'altro la serie tv è stata rinnovata per una terza stagione, visto che i romanzi da cui è tratta compongono proprio una trilogia. 

In questi nuovi episodi conosciamo quali sono gli strascichi delle vicende della prima stagione: Pip infatti vuole smascherare a tutti i costi Max Hastings (Henry Ashton), ma Becca Bell (Carla Woodcock) ha deciso di tirarsi indietro e non testimoniare contro il giovane rampollo, convinta che comunque la sua potente e ricca famiglia gli coprirà sempre le spalle. Ma non c'è proprio pace per la giovane investigatrice, che da un lato farà di tutto per convincere Becca, dall'altro è sempre impegnata a cercare prove contro Max e se questo non bastasse pare che un misterioso persecutore le mandi messaggi minatori per farla desistere.
Non vi basta? Bene, sappiate che ci sono un paio di nuovi casi per Pip, visto che a pochi giorni dal processo Hastings sembra che Jamie (Eden Hambelton Davies), fratello del suo amico Connor, sia scomparso nel nulla. Un doppio problema, visto che Jamie sembra essere uno dei testimoni chiave del caso su Max.

Come quindi anticipavo, Come uccidono le brave ragazze 2 non ha una vera e propria svolta con un caso totalmente autonomo, ma è più un approfondimento delle dinamiche che si sono scatenate nella prima stagione. E non credo che questo sia un disvalore a prescindere: ci sta che ci sia una conseguenzialità fra romanzi e di conseguenza anche fra le serie tv che ne derivano. Quindi se avete apprezzato i primi episodi, non credo che questi vi lasceranno scontenti. 

Il fatto è che, se ricordate, non avevo amato la prima stagione perché mi sembrava particolarmente derivativa e non sempre credibile, e qui è più o meno lo stesso. Le dinamiche fra i personaggi, con un Max "protetto" dalla famiglia potente, ma una madre preoccupata, è qualcosa di molto usato nel genere, allo stesso tempo, ad esempio, far esplodere la protagonista in un momento cruciale per dare l'impressione che sia tutto perso, funzionerebbe se Pip non fosse appunto centrale nella storia.


Sono solo piccoli esempi che non credo facciano troppo spoiler per dire che Come Uccidono le Brave Ragazze non ha mai saputo essere questa storia così innovativa e più volte tocca chiudere un occhio sull'eccezionale intuito di Pip che ha illuminazioni estemporanee poco credibili. 

È quindi una serie tv che va presa secondo me giusto come puro intrattenimento, senza aspettarsi che sposti un po' l'asticella del genere, o che crei contenuti differenti. Anche ad esempio l'ovvio trauma che tutti i protagonisti hanno vissuto mi sembra sia stato mostrato e raccontato in modo abbastanza superficiale, e banale. Gli amici di Pip si sentono, in modi differenti, coinvolti dal suo podcast e dalle sue indagini, e dal fatto che lei sia cambiata da questa vicenda, ma questo loro risentimento diventa giusto un fondo alla narrazione principale.

Per la sua durata, Come uccidono le brave ragazze diventa una serie tv che si segue facilmente, ma resta un thriller young adult semplice, che come arriva se ne va, o per lo meno, non mi ha mai colpito fino in fondo. Sicuramente ormai vedrò la terza stagione per chiudere il cerchio, ma credo che non ci possano essere grossi passi avanti.



The Four Seasons
Seconda stagione


Lo scorso anno mi era sembrata una comedy gradevole e adatta a me, quindi appena è tornata su Netflix con una seconda stagione, non ho impiegato troppo a recuperare The Four Seasons.
Nella prima stagione abbiamo conosciuto questo affiatato ma sicuramente complesso gruppo di amici, che per una volta si allontana dal solito stile seriale, visto che si tratta di uomini e donne ormai alla soglia dei cinquanta o oltre. Ci sono quindi dinamiche differenti rispetto al gruppetto di amici freschi di liceo, ma non mancano comunque intoppi, problemi e conflitti.

In The Four Seasons 2 il gruppo storico continua a mantenere la tradizione delle vacanze stagionali, ma molte cose sono cambiate. Con la perdita di Nick, la sua ex moglie Anne (Kerri Kenney-Silver) si ritrova inaspettatamente vicina a Ginny (Erika Henningsen), la giovane compagna di Nick che è quasi pronta al parto. Fra le due però non sarà un rapporto semplice.

Allo stesso tempo anche Kate (Tina Fey) e Jack (Will Forte) stanno attraversando una fase critica del loro matrimonio, entrambi a loro modo convinti che le cose non vadano più bene come una volta.

Poi ritroviamo Danny (Colman Domingo, il salvatore della terza stagione di Euphoria) e Claude (Marco Calvani) che forse sono ancora più in difficoltà: devono decidere se diventare genitori e che impatto questo può avere sulla loro vita.

The Four Seasons continua insomma con più o meno lo stesso piglio e lo stesso approccio della prima stagione: non un exploit di vicende, ma un modo di sondare i rapporti interpersonali, specie quando questi si fanno più complessi. In effetti, pur restando una commedia di comfort, ho avuto l'impressione che questa seconda stagione sia diventata un po' più introspettiva, riflessiva e anche matura. Nel mio accenno di trama in effetti ho fatto riferimento a diversi momenti di crisi e, per quanto siano comunque in un contesto leggero, non posso negare che mi è sembrato ci sia stato un cambio di registro, un po' più serio. 
Tornano più spesso infatti temi vicini alla maturità, come genitori che non sono più autosufficienti, rimettersi in gioco per una relazione, i figli che crescono.

Questo non è per me un difetto, ma credo che questa seconda stagione mi abbia forse fatto sorridere un po' meno. Come poi vi dicevo l'anno scorso, The Four Seasons si basa molto sui dialoghi e sui confronti fra i personaggi, quindi posso capire che per qualcuno sia diventata meno divertente di quanto ci si aspetti, o ripetitiva.

Io credo che invece abbiano saputo proseguire degnamente le vicende, in modo naturale e convincente rispetto ai primi episodi. Resta poi la piacevolezza di alcuni scenari, inclusa anche la nostra Trento, quindi è sicuramente ancora gradevole da vedere. L'unica nota per me davvero stonata è stato il sesto episodio: non posso dirvi ovviamente cosa accade, ma c'è un passo indietro nella storia che non mi ha convinto, che offre qualche approfondimento, ma che nell'insieme mi è sembrato troppo casuale e un modo per riempire uno spazio vuoto.
Una seconda stagione nel suo insieme promossa, e sono contento che Netflix abbia dato la conferma della terza stagione.

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