Un solare stick che non è solo un solare 🤔

I coreani sanno sempre come rendere le formulazioni più ricche ed interessanti, dando ai loro cosmetici una multifunzionalità a cui ancora gli altri produttori sono ben lontani. 
Proprio miscelando attivi antiage e filtri solari nasce il Vegan Peptide Bakuchiol Sun Stick 50+ di Mary & May, e vorrei raccontarvi tutte le mie opinioni. 


INFO BOX 
🔎  Yesstyle (sconto PIER10YESTYL)Stylevana 
💸 €17
🏋 18g
🗺 Made in Corea
⏳  Scadenza sulla confezione
🔬 //


È uno di quei brand coreani che mi fa simpatia, non so bene perché, ma Mary & May utilizza sempre degli attivi che mi piacciono per cui appena ne ho l'occasione cerco di dare una opportunità alla loro skincare. Il Sun Stick penso che sia uno dei loro lanci più recenti e sono contento di averlo provato perché hanno scelto ingredienti interessanti, ma ho subito avuto ben chiara l'idea su che tipo di pelle potesse andare bene.

Come dice il nome stesso si tratta di un solare solido, composti principalmente da cere ed emollienti, con filtri chimici ad ampio spettro UVA e UVB PA ++++, a cui però sono stati uniti attivi antietà di prima categoria.

Il Vegan Peptide Bakuchiol Sun Stick contiene proprio l'1% di estratto di babchi su cui forse vi interesserà recuperare il mio approfondimento qui. In breve però vi basti sapere che si tratta di una alternativa al retinolo, ma di provenienza vegetale, risultato agli studi condotti più delicato e meno fotosensibilizzante.
A questo si aggiunge una sfilza di peptidi, 25 per essere esatti, che hanno funzioni differenti, alcuni ad esempio sono botox like, altri di stimolazione del collagene, come i peptidi di rame. Insomma una formulazione che lo rende quasi un ibrido fra un SPF e un trattamento anti età.

Il tocoferolo si aggiunge poi all'INCI per la sua funzione antiossidante, e si tratta nel suo insieme di una formulazione vegana e non testata sugli animali, e che il prodotto è Reef Safe.
All'interno di questo Sun Stick Mary and May non sono invece presenti alcool, e anche niacinamide, se cercate di evitare questi attivi, ma trovate una fragranza, che è molto leggera, fresca, vagamente dolce, che non mi disturba affatto da avere sul viso.

Secondo me hanno saputo ben bilanciare cere ed emollienti perché lo stick è molto scorrevole sulla pelle, non la tira durante l'applicazione, e non si sbriciola come capita con altri solari solidi, anche sulla zona della barba ad esempio noto che il prodotto non si "grattugia" restando a pezzetti. È tacito secondo me che tutti questi solari stick vadano sfumati e distribuiti meglio con le dita, operazione che secondo me va a smitizzare la praticità di questi tipi di prodotto per strada o comunque in momenti poco rilassati. 
Un altro aspetto che secondo me è importante sottolineare è che il Vegan Peptide Bakuchiol Sun Stick e tutti i prodotti di questa categoria sono da considerare quasi esclusivamente come prodotto per riapplicare la protezione nel corso della giornata, ma non come primo SPF della giornata, perché non è facile poter garantire quelle quantità necessarie per rispettare il fattore di protezione.

Vi dicevo che la stesura di questo solare Mary & May è facile, veloce e setosa e sulla pelle ha un finish vagamente satinato, e non lascia residui bianchi, o in questo caso lilla. Infatti la colorazione dello stick credo sia per creare una sorta di effetto microcorrettivo ravvivante dell'incarnato, ed è simile ad un primer anche al tatto.

Appena applicato il Vegan Sun Stick è anche molto leggero su di me, e va d'accordo con la mia skincare perché non mi ha creato pallini o reazioni strane. Un altro aspetto che mi ha convinto è che sicuramente da una certa idratazione alla pelle, è confortevole da avere sul viso e non mi ha dato fastidio al contorno occhi.
Nel corso del mio cattivissimo test non è però scattato l'amore folle e travolgente per questa protezione solare per il semplice fatto che nel corso della giornata perde quella leggerezza per risultare un po' più untuosa sul viso, e abbastanza lucida, aspetto che io non amo.
Dovete tenere presente che al momento la mia pelle è mista e qui al sud il caldo è già stato molto intenso quindi la sudorazione abbonda, per cui è già stato messo alla prova nel peggior modo possibile.

Probabilmente una pelle normale o secca lo troverebbe molto valido, ma per me non c'è stato verso di trovare un modo per utilizzarlo al meglio nemmeno giocando con la skincare che utilizzo sotto. 
Altre caratteristiche che voglio sottolineare sul Vegan Peptide Bakuchiol Sun Stick è che come base trucco, nelle varie prove che ho fatto, non è l'ideale perché tende un po' a far scivolare i makeup rispetto a dove lo applichiamo. Nelle riapplicazioni, quindi su un viso già truccato, non lascia la situazione inalterata: non si porta via tutto il make-up ma chiaramente questo si sposta e perde di coprenza. Non è per me una novità per me perché non ho trovato un solare stick che non vada in qualche modo a peggiorare il trucco applicato precedentemente. 

Il Sun Stick Mary & May non promette una particolare resistenza all'acqua, ho notato che si toglie con un semplice detergente viso, e devo dire che lascia la cute morbida e non secca. 
Per la sua emollienza penso possa essere un valido compagno non solo se avete la pelle a tendenza disidratata, ma anche se utilizzate già un solare che vi piace molto ma magari vi secca un po' la pelle nel corso della giornata.
Inoltre credo che l'azienda abbia studiato bene il pack perché è resistente, compatto, e basta ruotare la base per far salire il prodotto, ma il coperchio ne blocca la rotazione, così si evita di far fuoriuscire inavvertitamente il solare. 

Spero che questa mia panoramica vi abbia fatto capire pregi e difetti di questo Vegan Sun Stick per decidere se prenderlo o meno, io credo che comunque lo porterò in borsa sia per gli attivi che contiene e per la sua praticità. 



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Gli ultimi (e nuovi) film di Giugno!

Giugno ci sta lasciando ma non è stato un mese inutile anche dal punto di vista cinematografico, e fra sequel e novità ho diversi film di cui parlare.


Caccia all'eredità (2024)


Titolo originale: Spadek
Genere: commedia, giallo
Durata: 94 minuti
Regia: Sylwester Jakimow
Uscita in Italia: 19 giugno 2024 (Netflix)
Paese di produzione: Polonia

È stato già definito come una sorta di rivale polacco di Knives Out, ma oltre ad essere entrambi derivanti da un genere come il giallo classico (quindi nessuno si è inventato niente) credo che Caccia all'eredità, uscito su Netflix il 19 Giugno, abbia la sola pretesa di essere un film godibile e ci riesce.
La storia ci viene raccontata da un certo Dawid, il quale sembra stia facendo un viaggio con la sua famiglia per la lettura del testamento del suo ricco zio Wladysla. Proprio per una sosta dal benzinaio Dawid scopre che anche i suoi cugini Karol e Natalia, che non vedeva da 30 anni, sono stati chiamati per l'occasione, e una volta arrivati alla dimora dello zio, scoprono che in realtà non è morto, ma Wladyslaw voleva riunirli per annunciargli che i suoi beni andranno in beneficenza e che loro possono aggiudicarsi, attraverso un quiz, i brevetti delle sue invenzioni, che hanno comunque un valore economico importante.


Peccato che il giorno seguente il caro zio Wladyslaw verrà ritrovato davvero morto, e visto che una tormenta di neve non consente di uscire, l'assassino non può che essere in casa e toccherà scoprirlo. 

Quello che caratterizza Caccia All'eredità è un insieme di generi, perché si parte con il classico giallo come dicevo alla ricerca del "chi è stato?", e poi si sfocia nella commedia, toccando quasi il genere slapstick. Si susseguono quindi una serie di giochi, di tranelli, di luoghi da cui tentare di fuggire, e di colpi di scena che accompagnano lungo tutto il film, e, come dicevo, alla fine funziona perché fa sorridere e mantiene viva quella curiosità fino all'epilogo, senza però obbligare lo spettatore a scervellarsi, ma solo a badare a qualche dettaglio.
La coralità ad esempio è ben bilanciata visto che ognuno ha la sua storia, ognuno ha il suo ruolo attivo, ma, quando serve, le linee narrative si separano o semplicemente qualcuno fa un passo indietro (soprattutto Karol secondo me).

È vero che Caccia all'Eredità è alla fine si basa sull'unione di idee già più o meno note, eppure nel loro insieme riescono ad incastrarsi bene creando una storia fluida, con un buon ritmo e delle buone interpretazioni, sebbene un po' chiuse nello stereotipo del genere. 
Come dicevo le idee sono parecchie, e a volte sembrano un po' troppo caotiche o esagerate, ma alla fine tutto torna e la storia di per sé risulta chiara e comprensibile.

Ho come l'impressione che Caccia all'eredità sarebbe stato un ottimo film di Natale, con qualche accorgimento sarebbe potuto essere festivo ma originale, perché ha un mood e una atmosfera comunque invernale, da film da vedere sotto la coperta, e perché comunque il suo tema di fondo è positivo e confortante. 
Un confronto con Knives Out secondo me, per quanto fattibile, non porterebbe nulla: sono entrambi film derivativi che si guardano, e si riguardano volentieri, ma se Cena con delitto ha qualche sottigliezza in più e una generale qualità, ma entrambe hanno il "mero" scopo di intrattenere non di rivoluzionare il genere. 


Inside Out 2 (2024)


Genere: animazione, commedia, fantastico
Durata: 96 minuti
Regia: Kelsey Mann
Uscita in Italia: 19 Giugno 2024 (Cinema)
Paese di produzione: Stati Uniti D'America

A distanza di quasi 10 anni è arrivato un sequel che sta facendo chiacchierare ma i cui incassi stanno risollevando le recenti sorti di Pixar e aiutando il cinema in periodo di magra come quello estivo. Inside Out 2 si è fatto attendere e credo sia uno di quei secondi capitoli riusciti.
Ritroviamo Riley con tutte le sue emozioni, Gioia, Tristezza, Rabbia e Disgusto e Paura, ma ovviamente la ragazza non è più una bambina, e non solo le si pongono davanti nuove sfide, come l'arrivo di nuove amicizie e l'occasione di poter migliorare nello sport che ama, l'hockey, ma sta acquisendo più "Senso di Sé", maggiore insomma consapevolezza della sua personalità e dei suoi punti di forza.

Il fatto è che però Riley ha ormai 13 anni, e quando la pubertà all'improvviso bussa alla porta del suo cervello, le cinque emozioni si ritroveranno altri quattro colleghi con cui avere a che fare. Invidia, Imbarazzo, Ennui (noia, dal francese, che noi tradurremmo meglio in "scazzo") e soprattutto Ansia prenderanno il sopravvento. Riuscirà a tornare la Gioia?

Crescere è una fatica e l'adolescenza è forse il periodo più spinoso, anche da raccontare al cinema, ancora di più se l'intento è quello di accontentare un pubblico ampio, dai più piccoli ai più grandi, e Inside Out 2 riesce nell'impresa. Un sequel che non fa troppo rimpiangere il primo capitolo, ma che ne è un naturale proseguo, e che con altrettanta consequenzialità non può che ispessirsi e per certi versi farsi più serio, perché affacciarsi al mondo degli adulti può non essere semplice. 
E la Pixar ha trovato il modo per raccontarcelo senza drammatizzare troppo le cose, ma intensificando il suo tratto emotivo e narrativo dove serve, anche trovando soluzioni grafiche che rendono bene le fasi più delicate dell'adolescenza (e dello stato emotivo umano in generale, visto che certe emozioni non ci lasciano mai).

Ci sono aspetti che ho apprezzato molto in questo Inside Out 2, e altri che invece avrei voluto fossero stati diversi.
È la grafica e la traduzione animata del difficile mondo interiore secondo me la parte più vincente e convincente di questo film perché ci sono tante idee ben sviluppate e spesso simpatiche (la prigione dei segreti forse è la migliore).

È anche il tema di fondo a convincermi ed è molto più complesso di quanto possa sembrare: se in Inside Out 1 si cercava un equilibrio fra luce ed ombra, fra gioia e tristezza, nel sequel si cerca di raccontare la ricerca dell'accettazione di se stessi in modo più ampio e appunto complesso, imparando a gestire quei lati del carattere, che man mano si sviluppa, che possono non essere positivi.

C'è ancora un ritmo che si tiene alto per buona parte del film, che comunque ha anche una durata giusta col suo scopo. 
Ho un po' di perplessità invece sul pubblico a cui si riferisce: personalmente non esporrei la fascia più giovane alle problematiche che possono avere i ragazzi un po' più grandi. D'altronde se non hanno mai sentito parlare di ansia (si spera) perché fargliela conoscere? Senza contare che la trama interna ed esterna è molto lineare, quindi possono essere attirati dai colori ma non tanto dalle avventure.

Allo stesso tempo gli adolescenti potrebbero in linea generale preferire contenuti differenti, ma se fossi un adulto li spingerei a dare una chance a Inside Out 2 perché è a loro che si fa riferimento. 
Mi aspettavo poi che le varie emozioni arrivassero in modo più interessante ed originale, e che avessero un maggiore impatto, invece ad esempio Ennui è quasi completamente ai margini della storia.
Ammetto poi che non ricordo tantissimo del primo Inside Out, ma ricordo che lo avevo apprezzato anche per l'ironia, qui invece i dialoghi mi sono sembrati meno brillanti e leggermente meno divertenti.
Fra i tanti sequel comunque che ho visto nel tempo, penso che quello di Inside Out non sia solo comunque riuscito, ma forse anche quello più "necessario" visto che il film si presta ad offrire ancora molti altri spunti. 


Maschile Plurale (2024)

Genere: commedia 
Durata: 105 minuti
Regia: Alessandro Guida
Uscita in Italia: 15 febbraio 2024  (cinema)/ 20 Giugno (Prime Video 
Paese di produzione: Italia

Meno atteso e indubbiamente meno chiacchierato il sequel di Maschile Singolare, film di Alessandro Guida uscito ormai tre anni fa, e che prende il titolo di Maschile Plurale. Come protagonista torna Antonio (Giancarlo Commare) che proprio tre anni dopo la morte del suo amico Denis si è rimboccato le maniche diventando un pasticciere dal discreto successo sui social, supportato dalla sua amica e commercialista Cristina (Michela Giraud). Quando però si ripresenta nella sua vita Luca (Gianmarco Saurino), Antonio perde un po' l'equilibrio pensando che siano rimasti fra di loro strascichi del passato. Peccato però che Luca si sia rifatto una vita con Tancredi (Andrea Fuorto) e lo aiuti nella gestione di una casa di accoglienza per ragazzi queer che stanno affrontando un periodo di difficoltà.

Antonio così dovrà fare un passo indietro non solo per capire cosa realmente vuole, ma anche per lasciare che gli altri siano liberi delle loro scelte.

Un secondo capitolo di Maschile Singolare non mi sembrava una cattiva idea, sebbene non sia mai diventato uno dei miei film preferiti, ma la storia di Antonio e Luca aveva lasciato uno spiraglio aperto e approfondire le vite di entrambi non mi sembrava una cattiva idea. Maschile Plurale però non mi ha convinto esattamente come il primo film, ma per ragioni differenti.
Se infatti nel primo capitolo mi sembrava ci fosse un ping pong fra stereotipie e superficialità, qui è proprio la banalizzazione generale che mi è pesata. È vero che si tratta pur sempre di una commedia ma nemmeno il suo risvolto più leggero riesce ad essere particolarmente divertente.
Infatti credo che il tentativo di rendere Antonio in qualche modo una sorta di Bridget Jones sfigato che tenta di riconquistare il suo ex, si traduce in azioni infantili ed egoistiche, rendendolo antipatico da inizio a fine. 

Non ne esce meglio Luca, che assurdamente non sembra conscio che le cose fra lui e Antonio possano essere altrettanto strane, ma che soprattutto sta per sposare un uomo a cui ha nascosto una parte di lui, seppur passata.

Tutte le reazioni di gelosia mi sono sembrate quelle di un teen drama, e la cosa mi fa forse doppiamente male perché i personaggi di Maschile Plurale dovrebbero essere miei coetanei, e quindi non proprio ragazzini, ma la mia generazione credo abbia bisogno di personaggi più interessanti e rappresentativi.
È vero che l'argomento di fondo, di apertura verso la pluralità a cui il titolo fa riferimento, è positivo e rincuorante e che appunto i personaggi avranno una crescita, ma il percorso per arrivarci è tortuoso. Salvo però Riky (Francesco Gheghi), un ragazzo "problematico" del centro di accoglienza in cui lavora Luca, che è un personaggio complesso e ben interpretato, ed anche l'evoluzione di Cristina, che finalmente ha più spazio, diventando quella amica che un po' tutti vorremmo. 

Scavando un po' più a fondo, anche la storia della costruzione della nuova pasticceria mi è sembrata semplicistica ed irreale (avete mai visto un posto che espone i dolci in quel modo?), una sorta di americanata dove con un cacciavite e due assi di legni costruiscono una casa a due piani.
È per queste ragioni che non ho avuto particolare feeling con questo Maschile Plutale: è vero che il cinema queer è sempre meno popolato rispetto a quello etero, ed è anche vero che si tratta di una operazione che non fa male a nessuno, sicuramente meno peggio di altre, ma non è purtroppo figlio della cinematografia italiana, spesso lontana dalla realtà. 




Una soluzione per il cuoio capelluto secco da Niche Beauty Lab

Qualche tempo fa vi avevo presentato i nuovi trattamenti per il cuoio capelluto e le ciglia di Niche beauty lab, e se vi siete persi quella panoramica la potete recuperare qui. Adesso però voglio iniziare a guardare più da vicino ogni singolo prodotto e raccontarvi la mia esperienza con ognuno di essi, a cominciare dallo Scalp Calming Treatment della linea Transparent Lab.


INFO BOX 
🔎 NicheBeautyLab.com
💸 €18.95
🏋 50ml
🗺 Made in Spagna
⏳  12 Mesi
🔬 Vegan, Cruelty Free


Niche Beauty Lab ha voluto pensare ad esigenze differenti del cuoio capelluto a cominciare da chi soffre di secchezza e sensibilità eccessiva ed è per questo che ha studiato una formulazione che potesse alleviare instantemente prurito e ridare idratazione alla pelle della nostra testa.
Una delle difficoltà di leggere un INCI come questo deriva dal fatto che è composto da un insieme di brevetti, quindi sostanze che vengono unite fra loro per potenziarsi a vicenda, ma ci provo.

Nello specifico lo Scalp Calming Treatment contiene il 3% di un complesso peptidico, che è composto da due sostanze (peptidi appunto) che vanno da un lato ad inibire il recettore del dolore cutaneo quindi alleviando il fastidio, dall'altro a prevenire e migliorare l'infiammazione e l'irritazione data da aggressioni esterne come sostanze chimiche (shampoo e affini) o raggi UV. 
Il Defenscalp al 2% invece, che Transpent Lab ha utilizzato, è il nome di un brevetto composto da un estratto da una pianta erbacea chiamata epilobio o camenèrio, che aiuta non solo a lenire il cuoio capelluto con un effetto antiinfiammatorio, ma anche a contrastare la formazione di squame.

L'1% di Olive PhytoPeptide™ è invece ricavato dalle cellule staminali vegetali dell'olivo ed ha un effetto rivitalizzante e riparatore per la pelle, ed è spesso usato per il suo potere antiage.
È una mia congettura, ma credo che all'interno di questo siero lenitivo Niche Beauty Lab ci sia un altro brevetto patentato chiamato Rambuvital™ che contiene l'estratto di un frutto tropicale rambutan (simile al litchi) che pare abbia un effetto antiossidante, idratante e rivitalizzante per il cuoi capelluto. 
In più nell'INCI di questo scalp treatment Transparent Lab fanno la loro apparizione anche il pantenolo, comunemente lenitivo, e la piridossina HCl che è spesso nei prodotti per capelli, anche se un po' in basso nella lista degli ingredienti, ma che pare abbia un effetto condizionante per la pelle e antiforfora.
Come per la skincare, anche la gamma per capelli utilizza la tecnologia sviluppata da Niche Beauty Lab di incapsulamento degli attivi, processo che ne migliora l'assorbimento, la stabilità e l'efficacia. 

È inoltre assente la profumazione, quindi non cozza con gli eventuali profumi della nostra haircare. 

Nonostante l'assenza di alcool (cosa che gradisco molto), la formulazione resta comunque leggera e fresca, infatti lo spray la eroga in modo davvero sottile e abbastanza mirata nelle aree che vogliamo trattare.
Sia sul sito che sulla confezione, Niche Beauty Lab non dà molte indicazioni sul modo d'uso dello Scalp Calming Treatment: dice di agitarlo bene prima dell'uso, di erogarlo in modo omogeneo sul cuoio capelluto, e procedere con un massaggio che lo faccia penetrare e distribuire. 

Non sono indicate ad esempio quante volte utilizzarlo al giorno o se al mattino o la sera, ma secondo me è un trattamento da usare al bisogno, anche più volte al giorno, o per lo meno io ho fatto così. Tutte quelle volte in cui sento il cuoio capelluto leggermente tirante magari dopo lo shampoo, quando ho fastidio o prurito, magari dopo aver leggermente sudato. Inoltre non ho usato questo trattamento su tutto il cuoio capelluto, ma solo nelle aree in cui ho più fastidio, in genere all'attaccatura frontale e soprattutto sulla nuca, e nella parte posteriore della testa.
Un altro utilizzo potrebbe essere quello di spruzzarlo prima dell'asciugatura dei capelli, dando al siero il tempo di agire. 


Grazie al beccuccio se ne può fare un uso veloce, facile, mirato e senza sprechi, si raggiunge facilmente il cuoi capelluto e si può fare un uso localizzato o appunto ampio del siero.

Il Calming Treatment Transparent Lab mi dà subito una sensazione di freschezza e sollievo in quelle zone di fastidio, e ho notato che calma il rossore nel giro di poco riportando un buona idratazione al cuoio capelluto che ho trattato. Mi è capitato di usarlo anche quando la tinta capelli mi lascia il cuoio capelluto leggermente tirante, e ritorna subito alla normalità.

È ovvio che bisogna prima agire sulle cause che provocano questi problemi, ma noi che abbiamo una pelle della testa sensibile e reattiva lo sappiamo bene che spesso ci sono cause inevitabili (come il sudore o lo stress) e altre volte semplicemente una causa non c'è e quindi tocca intervenire in qualche modo e questo siero mi è piaciuto in tal senso.
Mi piace pure il fatto che si asciughi in fretta e non sporchi i capelli, escludendo il fatto che qualunque prodotto aggiunga dopo l'asciugatura mi rende i capelli più propensi a sporcarsi di più, e quindi arrivo al giorno dello shampoo che non posso più rimandare. Ma questo è un discorso che potrei fare per qualunque siero capelli.


Credo che quindi lo Scalp Calming Treatment possa essere un rimedio, una soluzione da provare per chi ha il cuoio capelluto secco e irritabile, e, come facciamo col viso, ha bisogno di aggiungere quel siero in più per prendersene cura. 



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Bridgerton 3, è la stagione più deludente? 🐝

Il 13 giugno finalmente sono arrivati i restanti quattro episodi che completano questo terzo capitolo di Bridgerton, stagione che secondo me ha saputo mantenere alcuni aspetti di qualità perdendosene dietro altri.
O per lo meno, già parlando della prima parte vi avevo detto che non avevo apprezzato il caos di personaggi e storie che si stavano intrecciando, e purtroppo, adesso che abbiamo una visione completa, la seconda parte di Bridgerton mi ha confermato questo sbilanciamento.

È noto penso a tutti che ormai la coppia Penelope Featherington e Colin Bridgerton (Nicola Coughlan e Luke Newton) si sia formata e cementificata, ma per loro il vero scoglio non era tanto il conoscersi, visto che già erano amici, ma trasformare il loro rapporto in qualcosa di più e soprattutto superare la questione Lady Whistledown, visto che in questa stagione Colin (e non solo) scoprirà la sua vera identità.


Entrambe queste situazioni posso dire che non mi sono sembrate raccontate nel modo più appagante possibile, visto che il matrimonio dei Polin mi è arrivato in fretta e furia, senza dare ad entrambi quel momento di indecisione ad esempio, o senza dare a Penelope la possibilità almeno di conoscere altri uomini come si stava paventando all'inizio. Non c'è stato poi un lungo gioco di seduzione, a parte qualche scena, proprio perché si doveva arrivare alla parte più spinosa e meno riguardante il rapporto di coppia, e si è scelto di dividere in modo secondo me troppo netto queste due macro linee temporali.
Ma anche il focus sulla scoperta della identità della misteriosa creatrice della rubrica che appassiona tutti, inclusa la regina Carlotta, non mi è sembrato sempre avvincente, ed anzi aver sbattuto tutto all'ultimo episodio mi è sembrato troppo facile e banale. 

Capitemi: noi siamo cresciuti nell'attesa di scoprire la vera identità di Gossip Girl (Dan Humphrey/Penn Badgley se ancora non lo sapete) e chi si firmasse come A nelle lettere minatorie in Pretty Little Liars, ed abbiamo dovuto penare la fine di entrambe le serie tv prima di scoprirlo. È inevitabile che saperlo già così, e alla terza stagione, un po' tolga il gusto della tensione e soprattutto lascia l'incognita sulle prossime stagioni.

La rivelazione del volto dietro Lady Whistledown consente comunque a due personaggi in particolare, Penelope e Cressida Cowper, che si finge la scrittrice per cercare di sfuggire al suo destino, di parlare di temi importanti quali emancipazione, di sogni e aspirazioni, di verità verso se stessi e rapporti di forza, soprattutto in un'epoca in cui le donne non avevano nulla di tutto ciò, ma dovevano semplicemente sposarsi e accontentare il marito.

In particolare Penelope fa un discorso intenso nel settimo episodio, in cui racchiude cosa significa per lei essere la Whistledown, anche se secondo me, proprio nello stesso dialogo, sembra ci si dimentichi che in realtà questa misteriosa scrittrice, per quanto di talento, si dedica pur sempre al gossip e non certo a filosofia sui massimi sistemi (almeno al momento), quindi non ne farei una gran questione. Cioè giustissimo concettualmente, meno nella pratica di Bridgerton.

Ma senza andare poi troppo nel dettaglio, la mia impressione è stata che la seconda parte degli episodi sia inutilmente dilatata (anche la durata è differente) senza poi raccontare qualcosa di così intricato, appassionante e complicato. Mi sono annoiato? Non propriamente, ma si poteva fare di meglio, anche perché alla fine della fiera, doveva essere una stagione in grado di cambiare completamente gli equilibri nel microcosmo Bridgerton, e invece non ci sono stati quei fuochi d'artificio che mi aspettavo.

Questi nuovi ed ultimi episodi di Bridgerton 3 comunque aggiungono anche altri dettagli sulle vite degli altri personaggi. Mi sta bene ad esempio la parentesi su Lady Violet che comunque aggiunge quel filo malizioso senza però togliere troppo alle storie principali, e anche quella su Eloise mi è piaciuta, soprattutto nel suo ricongiungimento con Penelope (meno nei suoi momenti di capriccio), meno indubbiamente nell'amicizia opportunistica con Cressida.

A proposito di Cressida penso che sia uno dei personaggi meglio sviluppati di tutta la serie: passa dalla villain tal quale, ad essere una ragazza molto coraggiosa, e pronta a tutto pur di poter essere libera, e molto più sveglia e intelligente di quello che dicono gli altri (Eloise in particolare). Ed è una evoluzione coerente perché, quando torna sui suoi passi, lo fa con quell'istinto di sopravvivenza che le hanno insegnato, e non potendo contare sul privilegio che invece altre ragazze hanno. 

Anche Portia Featherington, la madre di Penelope, è fra quelli che hanno avuto uno sviluppo sensato ed interessante, e funge anche da comic relief efficace e finalmente vede la figlia anche per le sue qualità, l'intraprendenza e la forza, non solo come una sfortunata senza talenti che non avrebbe mai trovato marito. Certamente si poteva fare qualcosa di più rispetto alla sua reazione nello scoprire cosa fa la cara Penelope, ma come dicevo sopra, non c'è stato tempo.

Decisamente noiosi per me i percorsi di Benedict, che onestamente mi è sembrato ben lontano dal poter poter portare una storia interessante per le prossime stagioni, e di cui non capisco il "tormento" di non volersi accasare per poi "frignare" di essere solo. Potrebbe, in prospettiva, evolvere in un personaggio interessante ma in Bridgerton 3 non ci riesce.

Anche sua sorella Francesca, che è stata presentata come un personaggio timido e più pacato, per poi evolvere in modo piatto e ripetitivo. 
Purtroppo anche quello che doveva essere il protagonista maschile della stagione, il caro Colin, non si è rivelato così carismatico da farmi chiudere un occhio
Completamente inutile tutta la tiritera sulla famiglia Mondrich, che col senno di poi è stata solo un modo per aggiungere personaggi a caso.

Questa terza stagione di Bridgerton è quindi forse quella che a mio avviso è riuscita meno bene: certamente si guarda sempre a cuor leggero, e i suoi intenti romantici, a volte mielosi da romanzo Harmony vengono sempre portati a termine, così come la cura dei dettagli manicale e puntigliosa rende la visione esteticamente appagante, ma la divisione in due parti, specie così netta, è stata forse la scelta più sbagliata a mente fredda. 

Come possa proseguire e su chi dovrebbe concentrarsi una quarta stagione è un po' difficile da dirsi. Francesca è la più papabile, vista la fine di questo terzo capitolo, ma temo che fra lei e Benedict toccherà fare una scelta se si vuole aggiungere una quota rainbow alla serie. Forse è Eloise quella che troverà finalmente la sua strada nei prossimi episodi, visto che anche lei, com'è stato per Colin, sarà di ritorno da un viaggio in Europa, ma per saperlo tocca aspettare almeno il 2026, e nel frattempo forse ci faranno uno spin off su Lady Violet.



Tutti gli ingredienti per una pelle luminosa in un'unica mist

Ho come l'impressione che da un po' di tempo a questa parte la cosmesi abbia cambiato rotta, preferendo prodotti più complesse e multiattivi, piuttosto che quei cosmetici mono ingrediente che possono portare ad una skincare più elaborata, con tanti passaggi che non sempre abbiamo tempo di applicare.
Il mio personalissimo gusto è variabile in questo senso perché dipende da prodotto e da ingrediente, ed anche dal periodo, ma se siete fra quelli per cui la cura della pelle deve essere minimale, veloce e facile, allora potrebbe interessarvi questa recensione della Brown Rice Niacinamide Peeling Mist di Coxir.

INFO BOX
🔎StylevanaYesStyle (coupon sconto PIER10YESTYL)
💸 €18
🏋 80ml
🗺 Made in Corea
⏳ 12 Mesi
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È il terzo prodotto che l'azienda coreana mi ha dato l'opportunità di testare e devo dire che dopo l'olio detergente è quello che più mi ha incuriosito e credo di non aver mai provato un prodotto simile. 
O meglio ho provato tanti tonici viso, perché questo sono le mist, ma mai uno che volesse fungere anche da esfoliante.
In realtà i benefici promessi da questa Brown Rice Mist sono esattamente tre ovvero ridurre l'apparenza dei pori dilatati, migliorare la texture e illuminare l'incarnato rendendolo più omogeneo. 
Questo dovrebbe avvenire attraverso tre ingredienti specifici, ovvero Niacinamide, i cui benefici sono molteplici, l'acido tranexamico, di cui qui sul blog trovate un approfondimento dettagliato, e una miscela di alfa e beta idrossiacidi, nello specifico acido lattico e una combinazione di acido salicilico e betaina che diventano una sostanza esfoliante ma anche idratante e più delicata. 

Ma il titolo di questa recensione non è fuffa perché questa mist Coxir contiene davvero tanti altri ingredienti benefici per la pelle: dal nome infatti capite da voi che è presente l'estratto di crusca di riso che ha un potere lenitivo e antiossidante, che si unisce ad una miscela di attivi addolcenti come aloe, allantoina, estratto di centella e di Portulaca Oleracea, piante che stanno spopolando in cosmesi perché sembrano avere un effetto rinforzante per la barriera cutanea. 

C'è anche un mix di sostanze antiossidanti come gli estratti di zucca, acerola, guava (o guajava) e stella alpina, e anche una serie di ingredienti più particolari che potrei definire come cellule staminali estratte dal callo radicale di alcune piante, come aloe, tè verde e bambu, e questo procedimento ne potenzia l'efficacia e la stabilità. A questi si aggiungono la bava di lumaca e il collagene idrolizzato.

La Brown Rice Niacinamide Peeling Mist di Coxir è comunque leggerissima, con un profumo gradevole appena accennato, e viene erogata in modo estremamente sottile dallo spray. Su di me di conseguenza si assorbe davvero subito, non mi lascia residui appiccicosi e posso proseguire con la skincare abituale, con cui non ho riscontrato interazioni strane. 

Essendo una mist va utilizzata come un tonico, quindi come primo step della skincare routine sul viso pulito, erogando dopo aver chiuso gli occhi (ovviamente) e poi tamponare con le mani per distribuire il prodotto e farlo penetrare. Semplice e veloce.
Io trovo questo prodotto Coxir piacevolmente idratante, senza risultare pesante, fresco quanto basta e appunto in grado di lasciare la pelle più morbida e liscia. Escludendo i casi di esigenze mirate e specifiche e quindi della necessità di un siero o un trattamento magari per il miglioramento localizzato di macchie molto scure o impurità, credo che la Peeling Mist Coxir sia adatta a tutti i tipi di pelle, sia mista che secca o grassa, per mantenere in generale l'aspetto della pelle più omogeneo, liscio, e morbido oltre ad aumentare l'umidità della pelle.
Ma soprattutto una mist del genere piò essere la soluzione se volete sostituire con una texture più leggera e riassumere in un unico prodotto anche più sieri.


Nonostante Coxir non dichiara le percentuali degli acidi esfolianti o indichi il pH della mist (o per lo meno, io non ho trovato nulla), dall'inizio fino ad ora non ho riscontrato irritazioni con questa mist anche utilizzandola più giorni di fila, e questo secondo me deriva dal fatto che sono stati scelti acidi esfolianti delicati, ma anche perché la formulazione nel suo insieme mi sembra ben bilanciata proprio per adattarsi a chiunque.
Se ad esempio non avete mai usato niacinamide o alfaidrossiacidi e questi vi spaventano, credo sia il prodotto ideale per iniziare e vedere come la vostra pelle possa reagire. 
Inoltre se vi perplime il fatto che questi attivi possano creare problemi su zone più delicate del viso come ad esempio il contorno occhi, vi posso dire che su di me non c'è stata alcuna reazione avversa, ma se la cosa proprio vi turba non vedo limiti nello spruzzare il prodotto sulle mani o su un dischetto e tamponarlo nelle zone che vogliamo trattare evitando il resto.

La conoscevate già? Vi piacciono questi prodotti che agiscono su più livelli?



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Come Raiplay prova a stare al passo con le piattaforme streaming

Non so se ci sia un progetto particolare dietro, ma ho come l'impressione che Raiplay stia cercando di non essere completamente affossata nel panorama delle piattaforme streaming, aggiungendo qui e lì qualche contenuto più interessante al suo catalogo.
Tacito che è impossibile stare dietro ai grossi investimenti di siti come Netflix o Apple Tv+ che puntano esclusivamente sullo streaming, ma dopo Based on a true story, ho spulciato con più attenzione le proposte di Raiplay nella speranza di trovare qualcosa che potesse piacermi.


La coppia della porta accanto
Miniserie


Ispirata ad una serie tv olandese intitolata Nieuwe Buren (significa "nuovi vicini" se vi interessa), che a sua volta è l'adattamento di un romanzo di Saskia Noort, La coppia della porta accanto, produzione inglese in questo caso, vede come protagonisti Evie (Eleanor Tomlinson, A Small Light), una maestra d’asilo che si trasferisce con suo marito Pete (Alfred Enoch, Le regole del delitto perfetto), un giornalista, in una tranquilla e signorile zona residenziale alla ricerca di un nuovo equilibrio per creare quella famiglia che da tempo stanno cercando di formare.
Le cose sembrano andare anche meglio quando Evie e Pete scoprono di avere come vicini un'altra giovane coppia, Danny (Sam Heughan, Outlander), un poliziotto della stradale, e Becka (Jessica De Gouw), insegnante di yoga. Quando però il rapporto fra queste due coppie si farà più stretto, le cose inizieranno a complicarsi, e i problemi di ognuno, siano essi economici o personali, creeranno un corto circuito.

Con un cast così nutrito di bei volti non potevo non dare una opportunità a questa miniserie che è stata tutto sommato intrigante ma non eccellente. Lo potrei definire un thriller psicologico all'acqua di rosa con un risvolto vagamente sessuale, che punta al 70% sulla bellezza e sulle buone interpretazioni del cast, mentre è meno notevole la scrittura e la regia. 
Infatti La coppia della porta accanto non si basa su un intreccio narrativo così complesso da farvi arrovellare la testa, ma si lascia seguire, ha qualche momento di tensione che funziona e un'impostazione tradizionale che non richiede troppa fatica per arrivare al finale.
È una di quelle miniserie che vuole intrecciare sia dinamiche interpersonali, toccando in maniera molto superficiale tematiche anche importanti come la maternità e le problematiche ad esse legata, o i rapporti di coppia in genere, ad argomenti più ampi e situazioni di illegalità più complesse. 


Diciamo che non sempre riesce a centrare il punto: credo infatti che The Couple Next Door doveva o essere compressa, per avere un maggiore impatto e ritmo, sfoltendo soprattutto storyline secondarie che non portano a nulla, o allungata con degli approfondimenti più curati. È questa secondo me la problematica più grande di questa serie tv, non avere quel quid che la renda davvero un po' più distinguibile da un semplice intrattenimento televisivo.
Se vi interessa recuperarla su Raiplay, sappiate che secondo me c'è qualche inghippo nel minutaggio perché il totale dei 6 episodi, che sono stati trasmessi in due serate su Rai2, dovrebbero essere composti da 283 minuti circa, ma se fate il conto, le sei puntate sul sito raggiungono i 325 minuti. Non ho capito cosa abbiano combinato, ma resta comunque una serie tv sufficiente.



V.C. Andrews’ Dawn
Miniserie


Più o meno lo stesso discorso potrei farlo per Dawn perché più o meno segue lo stesso percorso di La coppia della porta accanto: si tratta di una produzione americana questa volte ed è adattata dalla saga familiare sui Cutler di V.C. Andrews (scrittrice prolifica e pare vendutissima), composta da quattro romanzi in totale e che raccontano le vicende della giovane Dawn Longchamp, una ragazza di umili origini il cui destino verrà completamente sconvolto quando con la sua famiglia finalmente riesce a farla iscrivere ad una scuola privata in cui può proseguire e ampliare la sua passione per il canto. Tuttavia non solo verrà bullizzata da una tipica mean girls proveniente da una famiglia benestante, appunto i Cutler, ma scoprirà un importante segreto sulla sua nascita.

Non posso dirvi troppo sulla storia perché vi togliere parte del piacere, visto che in ognuno dei film si scopre qualche dettaglio in più sulla vita di Dawn, e anche perché si tratta di una narrazione molto lineare, in cui ogni capitolo, e quindi ogni film, conclude una parte della storia ma lascia una porta aperta per il seguito. 

Il risultato è una saga cinematografica che è praticamente una miniserie, dove ogni film equivale ad una puntata, e la potrei definire una sorta di young-adult cupo e imperfetto ma che, dopo questi due primi episodi almeno, funziona. Fino ad ora infatti sono stati trasmessi su Rai2 i primi due film, "Dawn" e "Dawn - Segreti sepolti" mentre il 24 giugno e lunedì 1 luglio arriveranno gli altri due capitoli "Fantasmi del passato" e "Sussurri nella notte".

Se il primo episodio pone quindi le basi della storia di Dawn, soprattutto dal punto di vista appunto personale per quanto riguarda la scoperta di alcuni segreti di famiglia, nel secondo la vita della ragazza si espande, anzi comincia quasi un nuovo capitolo, andando a studiare canto in una nuova scuola, ma come dice lei stessa non può aver dimentica tutti i misteri che ha scoperto e i traumi che ha subito, e che inevitabilmente si porta dietro.

Potrei copia incollare la mia opinione su V.C. Andrews’ Dawn rispetto all'altra miniserie perché essenzialmente ha gli stessi pregi e difetti: non ha nulla che la renda unica o particolare, anzi ci sono momenti che richiedevano approfondimenti maggiori per risultare più completi (e meno strani), o essere gestiti diversamente per sembrare meno prevedibili. Purtroppo queste problematiche se così possono essere definite, si acuiscono nella seconda puntata, Segreti Sepolti, e soprattutto nell'approccio con questo insegnante che arriva nella scuola di Dawn. Ma più in generale secondo me, se nella prima puntata c'è tanta carne sulla graticola, nella seconda il ritmo è un po' meno incisivo, lasciando che molti momenti di svolta arrivino solo nella parte finale.
Tra l'altro se nel primo episodio conosciamo una Dawn combattiva e non stereotipata, nel secondo film mi è sembrata un po' troppo lagnosa per buona parte del tempo.

Per tradurre in poche parole, se le vicende di Dawn vi prendono dal primo momento e cercate un intrattenimento potrei direi leggero, senza impegno, di facile approccio, allora potrebbe essere una miniserie che vale la pena vedere. Tra l'altro anche in questo caso abbiamo un cast più o meno noto che fa quel che può, fra cui la stessa Brec Bassinger, che interpreta la protagonista, ma anche Jesse Metcalfe, il giardiniere John di Desperate Housewives, che interpreta Ormand Longchamp, il padre di Dawn. Nel secondo episodio di V.C. Andrews’ Dawn c'è anche Fran Drescher, la Tata, nei panni di una affittuaria eccentrica, ma pare che purtroppo non ci sarà nei prossimi film. 
Come vi dicevo Rai2 trasmetterà e poi renderà disponibili su Raiplay gli ultimi due episodi verso fine giugno e inizi di luglio, e vista la durata di poco più di un'ora potrei vederli a tempo perso, anche solo per capire che cosa ne sarà della povera sventurata Dawn.




Balea Gel Pads occhi Beauty Hyaluron, vale la pena provarli?

Continua il mio focus sulla cura della zona del contorno occhi con un prodotto che avevo ficcato in un ordine fatto sul sito di DM Italia e che forse potrebbe fare al caso vostro.
Sono i Beauty Hyaluron Gel Pads di Balea e mi avevano incuriosito per il loro INCI semplice ma pieno di attivi utili.


INFO BOX
🔎 DM, Catena dei negozi
💸 €4.99
🏋 3 confezioni con 2 pads
🗺 Germania
⏳ monouso
🔬 //

Ho ancora utilizzato pochi prodotti per il viso di Balea, ma già inizio a farmi un'idea più generale, e su questi patch occhi ho anche una opinione positiva ma con una accortezza.


  • Cosa sono e come si usano 📋

I gel pads Beauty Hyaluron di Balea sono delle maschere per il contorno occhi dal potere idratante e decongestionante e composti da hydrogel. Si presentano come le classiche lunette che vanno a coprire la zona perioculare e possono essere lasciate agire, su pelle pulita ovviamente, per 10 o 20 minuti, procedendo poi a picchiettare gli eventuali residui di siero. A me è capitato di lasciarli anche mezz'ora abbonante e non mi ha dato problemi o fastidi. 
Balea indica questi patch occhi come indicati anche a chi porta le lenti a contatto, ed è una indicazione che leggo per la prima volta su un prodotto del genere, ma mi fa piacere come specifica.
Non è inoltre indicato dall'azienda ma io li ho messi in frigo qualche minuto prima di utilizzarli proprio per accentuare la freschezza che danno.


  • Gli ingredienti 🧪

Balea punta molto l'attenzione sulla presenza di acido ialuronico, agente idratante strafamoso, e sul pantenolo, vitamina lenitiva e riparatrice per la pelle, ma c'è molto altro in questi patch occhi. Infatti il secondo ingrediente è già la glicerina, quindi ottima per idratare, e poi si prosegue con l'estratto di mela, antiossidante e quello fermentato di alga verde Clorella, che è essenzialmente una fonte di aminoacidi e quindi ha un effetto compattante per la pelle. Ho notato in questi patch occhi Balea anche la pectina, che noi conosciamo per fare la marmellata ma che sulla pelle ha sempre un effetto idratante. Stesso discorso per il saccarosio, un umettante. 
Ho notato che non ci sono veri e propri ingredienti decongestionanti, come la caffeina ad esempio, ma appunto l'effetto sgonfiante e anti fatica è dato più che altro dalla loro freschezza.
Per una volta inoltre non trovare ad esempio alcool in un prodotto tedesco per me è un plus.

Una piccola curiosità, come dicevo si tratta di patch occhi in gel, quindi senza alcun tessuto, e credo che siano composti da un derivato della farina di Konjac, proprio la pianta asiatica da cui si ricavano anche le spugne. 

  • Perché mi piacciono 👍🏻
Ho apprezzato subito questi patch occhi Balea perché è stato facile usarli, si avverte subito quella piacevole sensazione di freschezza, e l'assenza di alcun fastidio durante la posa. Mi piace infatti che i gel pads Balea non scivolano sul viso anche se si fanno delle faccende, e credo che la forma leggermente più piccola, rispetto a molti prodotti di questa tipologia che finiscono per coprire praticamente tutte le guance, possa essere apprezzata da chi ha un viso più minuto e fa fatica a trovare dei patch occhi che non siano dei lenzuoli.

A me poi è piaciuta l'idratazione che rilasciano e che è più che soddisfacente sul mio contorno occhi secco, e che non lasciano residui appiccicosi. Il siero si assorbe completamente, e subito dopo infatti ci applico la crema che sto usando al momento per intensificare e sigillare l'idratazione e si sono sempre comportati bene, anche come base trucco.
Non ho gonfiori in particolare da contrastare ma ho notato che rendono la zona più luminosa e le occhiaie meno marcate, proprio probabilmente perché sono così freschi e li metto in frigo. 
Beauty Hyaluron Gel Pads sono (o meglio sono stati, li ho terminati) un'ottima aggiunta alla routine del mio contorno occhi proprio perché idratano a fondo e leniscono, rivitalizzano e rendono lo sguardo meno stanco. Apprezzo anche che Balea li abbia pensati per una posa più lunga perché onestamente mi sembra sempre uno spreco quando leggo di lasciare una maschera idratante in posa per 5 minuti, quando magari è così intrisa di siero che servirebbe almeno il triplo del tempo per beneficiarne a pieno. 


  • Perché non mi piacciono 👎🏻

Sebbene li reputi delle maschere occhi efficaci, c'è un aspetto di questi pads che non mi piace ed è la zigrinatura, il pattern che hanno stampato sui patch, o che comunque gli si stampa sopra dai supporti di plastica in cui sono inseriti. Questa texture infatti finisce per trasferirsi temporaneamente sulla pelle, e nell'ottica di un prodotto che deve lisciare la zona è un po' un controsenso. Si notano appena, una volta tolti, non vanno a raggrinzire definitivamente la pelle, ma su un contorno occhi già segnato può lasciare un po' perplessi il fatto di non avere dei patch completamente lisci.
La cosa contraddittoria è proprio che riescono a distendere i piccoli segni di espressione, ma ne lasciano altri seppur per pochi minuti. Quindi secondo me, se questo aspetto vi disturba particolarmente, potrebbe essere l'unico deterrente a tenervi lontani da
questi pads gel Balea

Finalmente nuovi film... che non mi hanno convinto

Solo nelle ultime settimane sono riuscito a vedere alcuni dei film che agli inizi del 2024 mi avevano incuriosito e che per svariati motivi avevo perso al cinema, ma finalmente ho potuto recuperarli. Mi aspettavo mi convincessero di più, ma come sempre non è tutto bianco o nero. 


Finalmente l'alba (2023)


Genere: Drammatico, Storico
Durata: 119 minuti
Regia: Saverio Costanzo
Uscita in Italia:  14 febbraio 2024 (Cinema) / Noleggio online
Paese di produzione: Italia

A Roma, negli anni '50, si stanno tenendo i casting per raccogliere le controfigure per un grande colossal che si sta girando in quei giorni a Cinecittà e, con la scusa di accompagnare la sorella, Mimosa (Rebecca Antonaci) una giovane e ingenua ragazza, si ritroverà a vivere un'esperienza unica che la porterà a conoscere le luci e le ombre di quel cinema che ama tanto. Mimosa diventerà una bambola da usare e muovere in un mondo fatto di bugie, doppie facce, invidie e superficialità, ma imparerà, da una lunga, interminabile notte, forse la lezione più importante della sua vita.


L'idea dietro a Finalmente l'Alba è quasi monumentale quanto quei colossal e quel cinema che Saverio Costanzo vuole omaggiare, perché appunto da un lato cerca di raccontare un'epoca passata che ha segnato indelebilmente la settima arte, mischiando personaggi e fatti reali a finzione, dall'altro darci un romanzo di formazione su una protagonista che dovrebbe essere una controparte più pura e forte contro quel mondo corrotto. Il risultato per me è stato un film bello da vedere, con un cast che convince e attira, e nomi come Lily James, Joe Keery che credo di non aver mai visto fuori da Stranger Things, Willem Dafoe e Alba Rohrwacher che sono un po' una certezza, ed un budget sicuramente da capogiro vista la ricostruzione di set cinematografici e non solo, ma che lascia poco e nulla da un punto di vista emotivo.


È vero che si ha la sensazione di non sapere mai cosa aspettarsi da un punto di vista narrativo da questa lunga notte, ma Finalmente l'alba indugia, senza poterselo permettere, in una storia in fondo poco originale e con una protagonista ben interpretata ma che a me ha suscitato poco. La presa di consapevolezza di Mimosa è infatti così telefonata da fare a pugni con quella imprevedibilità che invece il film sembra voglia ispirare, e l'allegoria finale, con scelte grafiche discutibili, mi è sembrata quasi risibile. 
Per fare un bel film dal sapore autoriale non serve per forza farlo durare due ore, ma forse Costanzo non l'ha ancora be compreso. Io però quelle due ore gradirei averle di nuovo indietro. 



Priscilla (2023)


Genere: Drammatico, Sentimentale, Biografico
Durata: 113 minuti
Regia: Sofia Coppola
Uscita in Italia: 27 marzo 2024 (Cinema) 
Paese di produzione:  Stati Uniti d'America, Italia

Dopo l'Elvis di  di Baz Luhrmann mi sembrava affascinante ascoltare anche l'altra metà della storia, e Priscilla di Sofia Coppola, lo fa dalla fonte primaria, ovvero dalla biografia Elvis and Me della stessa ex moglie del re del rock, che è anche produttrice del film.
Priscilla aderisce ai fatti reali della conoscenza fra una allora giovanissima ragazza di appena 14 anni, e un già affermato Elvis Presley, di 10 anni più grande e che si divideva fra la carriera musicale e cinematografica e il servizio militare. Fu proprio mentre era nell'esercito che Elvis incontrò Priscilla per la prima volta, legandosi a lei in un rapporto che portò al matrimonio nel 1967. Quella che però sembra la favola che tantissime ragazze dell'epoca (e non solo) sognavano, diventa per Priscilla una montagna russa fatta di alti e bassi. Il rapporto con Elvis è fatto sì di affetto e di amore, ma anche di lunghe attese, di ordini da eseguire, di ricatti emotivi, di sbalzi di umore a volte violenti e interessi ed entusiasmi spesso mutevoli.

Sembra infatti che fu Elvis che ad esempio creò l'immagine (iconica diciamolo) di Priscilla con i capelli super cotonati e il trucco marcatissimo per farle risaltare gli occhi azzurri, e lui che scelse i suoi look, plasmando quella ragazzina ingenua nella sua bambola preferita.
Ne esce quindi il ritratto di una coppia segnata fin dal principio, a tratti disturbante, la cui relazione è stata forse più amara che dolce, ma con una Priscilla che col tempo saprà trovare la sua strada e spiccare il volo. 
Non mi ero reso conto che in fondo Priscilla e Finalmente l'alba sono simili per certi versi, ed in sostanza delle storie di formazione dove la protagonista supera la dimensione del sogno (sempre rivolto al mondo dello spettacolo) e trova se stessa, il proprio valore e la propria forza, ma nell'ottica di un film biografico mi aspettavo qualcosa di più.
Priscilla infatti non riesce a spiccare secondo me per qualche elemento particolare: è tutto molto curato, come spesso accade nei film di Sofia Coppola, ma da un punto di vista sia narrativo che emotivo non posso dire di esserne stato travolto.

Cailee Spaeny e Jacob Elordi sono indubbiamente belli, e se la prima fa tutto sommato un buon lavoro, il secondo mi è sembrato più anonimo, meno potente di Austin Butler, probabilmente proprio per non cercare di oscurare troppo la protagonista. 
Il problema però è più ampio: l'impressione che ho avuto anche in questo caso è che ci si soffermasse su cose che di minore importanza, non dando a Priscilla la possibilità di essere raccontata a 360 gradi. È vero che l'ex moglie di Elvis era giovanissima e che molto probabilmente aveva riposto in Presley le sue speranze per il futuro e questo aveva azzoppato qualunque slancio di indipendenza, ma se qualcuno mi dovesse chiedere qual è il quadro sulla protagonista che ne esce da questo film di Sofia Coppola, non saprei cosa raccontare.

Il finale anche soffre di questo sbilanciamento temporale e sembra affrettato, quando invece avrebbe potuto appunto approfondire quella ritrovata Priscilla.
L'intento di raccontare la storia vera di un amore probabilmente tossico, scremandola dalla romanzatura mielosa del gossip, è un progetto interessante, ma Priscilla, oltre a far storcere il naso a chi idolatra Elvis, non riesce ad appagare quella attesa di approfondimenti, restando un biopic da televisione.


Aftersun (2022)


Genere: Drammatico
Durata: 101 minuti
Regia: Charlotte Wells
Uscita in Italia: 6 gennaio 2023 (Mubi) 
Paese di produzione: Gran Bretagna, Stati Uniti d'America

Aftersun non è una novità, ma da noi non è mai arrivato al cinema, è andato invece in onda in esclusiva su Cielo il 3 giugno, e si può vedere in streaming anche sulla piattaforma Mubi, e ammetto che è stata la presenza di Paul Mescal che mi ha convinto a dargli una chance, pur non sapendo nulla della storia. 
Ci ritroviamo alla fine degli anni '90, e Sophie (Francesca Corio) è una bambina di 11 anni in vacanza in un resort (all'epoca si chiamavano villaggi turistici) in Turchia con il giovanissimo padre Calum (Mescal appunto), infatti molti li scambiano per fratelli. Sembra una vacanza qualunque, con i suoi momenti di divertimento, noia e scoperta, ma in realtà c'è altro: Sophie non più bambina, ma con 20 anni di più, sta riguardando i filmati che faceva al padre, cercando non solo di ricostruire i ricordi ormai sfumati di una estate così lontana, ma di cogliere quello che non aveva capito all'epoca sul padre.

Ammetto che dopo aver visto Aftersun, mi sono mancati dei tasselli per comprendere a pieno la storia che la regista scozzese Charlotte Wells ci ha voluto raccontare, e anche il finale non mi ha aiutato a convincermi del tutto.
Durante la visione sicuramente ho colto una certa malinconia, un malessere serpeggiante che però si può notare solo attraverso piccoli flash, qualche dialogo o scene fuori campo che non sempre chiariscono ogni singolo aspetto della storia. Ho capito che Calum è infatti un uomo che si porta dietro qualcosa che lo schiaccia, che non lo fa sentire a suo agio in alcune situazioni, come se stesse cercando se stesso, e se stesse cercando di dare alla figlia una testimonianza del suo passaggio, una eredità umana. 
Ho però avuto bisogno sia di rivedere alcune scene, sia di leggere in rete per raccogliere quei tasselli che mi potessero dare le spiegazioni che cercavo. Non sto qui a fare una analisi di Aftersun o a darvi io una chiave di lettura, perché un po' come accade in Estranei, è uno di quei film che mi ha fatto riflettere, che può colpire corde emotive e umorali differenti, e che appunto sia apre a diverse interpretazioni. 

Devo però riconoscere che se il film con Andrew Scott mi aveva coinvolto da inizio a fine, questo della Wells mi ha lasciato spesso indifferente, ad eccezione di qualche momento di commozione arrivata più per le mie percezioni che per quello che il film racconta.

Se superficialmente si coglie che il film vuole raccontare un rapporto particolare genitore-figlio, della ricerca della memoria e della salute mentale ed emotiva, per andare più a fondo è come se lo spettatore di Aftersun debba fare un lavoro di decifrazione un po' troppo intenso per poterne uscire soddisfatto dalla visione. O per lo meno, se io mi sono spinto a cercare di voler capire cosa sia accaduto, e mi sia appunto ritrovato a fare le mie riflessioni e conclusioni, immagino che per molti risulti troppo criptico (in alcune sequenze davvero non ho capito le inquadrature) e finiscono per cassarlo e basta. 
Probabilmente se mi fossi informato prima (cosa che non amo fare) avrei avuto un approccio e un feedback diverso, ma ora vi dico che Aftersun è un film da vedere con una attenzione particolare, in cui cogliere dettagli e momenti, e che comunque merita sia per le interpretazioni dei protagonisti, che per questa ricostruzione del mood anni '90 che però non sembra una posticcia operazione nostalgia. 




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