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The White Lotus... parliamone!

È stata da molti soprannominata la serie tv rivelazione dell'estate, arrivata su Sky e in streaming su NOW da agosto, ma in questo mare magnum ho impiegato un po' prima di riuscire a recuperare The White Lotus.


Ci troviamo in un resort di lusso alle Hawaii, il White Lotus appunto, dove danarose famiglie e persone abbienti sperano di vivere una vacanza extra comfort in uno dei paradisi di questa terra. Ma ci saranno alcuni intoppi che coinvolgeranno tutti, inclusi i dipendenti del White Lotus, che non godono ovviamente dei benefici dei loro ospiti, ma che devono arrabattarsi al meglio affinché il soggiorno continui. Ma delle bestie in una gabbia dorata, restano pur sempre delle bestie, ed ognuno dei protagonisti finirà per far esplodere i propri peggiori intenti, debolezze, vizi e anche bassezze


È indubbio che The White Lotus mi abbia intrigato sin da subito, sia per quello che accade nel primo episodio, sia per questo cast ricco che parte da Murray Bartlett (attore quasi feticcio di HBO che è rimasto uguale dai tempi di Looking), a Connie Britton e Jennifer Coolidge. Una coralità che però non si esplica mai del tutto, visto che le vite dei vari personaggi si toccano ma non si intrecciano. Ogni storia e ogni personaggio ha infatti una sua strada, e ogni percorso è intriso di una sorta di cinismo comico, con delle punte più drammatiche e intense. 
The White Lotus è infatti una sorta di ibrido: da un lato non è una commedia, seppur qualche momento comico si intravede. Non è un giallo perché il mistero viene sotterrato da altre situazioni, prima di essere spiegato. Non è nemmeno puramente un dramma, visto che un po' tutti i personaggi sono vittime di loro stesse, del loro modo di vedere il mondo, e quello che succede loro, in parte, ne è la conseguenza.

The White Lotus': cómo una serie para rellenar el verano se ha convertido  en el éxito inesperado de HBO

Vi dicevo che l'incipit di questa serie tv mi aveva attratto, ma mi sono presto incagliato perché purtroppo non ho capito dove volessero andare a parare con The White Lotus.
Non sono così stupido (forse): mi è chiaro il tentativo di critica di una parte della società, soprattutto quella più avvantaggiata della ricca borghesia bianca, ed anche il voler toccare alcuni dei temi che quotidianamente friggono sui social, sui giornali e nella vita di tutti i giorni.
Si toccano argomenti come l'appropriazione culturale, la visione della donna nell'ambito lavorativo e personale, i rapporti di amicizia sbilanciati, il lutto, l'abuso di sostanze stupefacenti, la famiglia, specie quella disfunzionale, e le disparità sociali in genere. 

The White Lotus: la recensione della serie tv di Sky

Il tutto è molto interessante e veritiero, ma ho trovato stridente e costruito il modo in cui sono stati inseriti questi temi in The White Lotus, come se si vedesse tanto chiaramente la mano dello sceneggiatore che cercasse in ogni modo l'occasione per inserirli. Anzi lo dico chiaramente: il lavoro di Mike White, già sceneggiatore di quella che ho definito la peggior serie vista dell'anno, è palese e io stesso forse avrei dovuto capire sin da subito che The White Lotus mi avrebbe in parte deluso. 
Il costante finire in situazioni estremamente grottesche, al limite del verosimile, spesso forzate, e con punte trash, scolla da un maggiore coinvolgimento, e crea secondo me un prodotto ben poco divertente, o amaramente ironico.

The White Lotus: in un resort delle Hawaii va in scena la satira sociale -  TeleNauta.it

La stessa costruzione dei personaggi a mio avviso ha giocato a sfavore della serie. Penso ad esempio alla coppietta fresca di nozze Shane e Rachel: lui ha il tipico atteggiamento da ricco bambinone viziato, roba vista e rivista, ma che comunque ha le sue ragioni nell'imporsi con il direttore del resort Armond (d'altronde chi non vorrebbe ottenere ciò per cui ha pagato?); lei invece, che dovrebbe uscirne come saggia ed equilibrata, non mi è sembrata più matura, visto che si è sposata il ragazzo senza nemmeno conoscerlo bene. Le dinamiche fra i due sono anche poco credibili: siete giovani e ricchi e non siete mai andati in vacanza insieme?

The White Lotus: recensione della serie HBO su Sky - Cinematographe.it

Va peggio forse con lo stesso Armond, la cui escalation viene non solo anticipata dalle sue prime battute, ma risulta anche poco credibile secondo me. E, a proposito di scarsa credibilità, ci serve ancora che Jennifer Coolidge interpreti i panni del donnone svampito, che eccede con l'alcol e dai modi strambi e lunatici? Io non credo.
The White Lotus funziona secondo me grazie ad una regia e delle scelte musicali che sono sintomo della qualità di HBO, all'attesa di scoprire l'intreccio thriller, alla sua durata di sei episodi e ovviamente agli attori che sicuramente portano a casa il loro compito. 
La serie ha avuto una seconda stagione diventando praticamente antologica, ne parlo qui.
A voi è piaciuto The White Lotus? Cosa ci avete letto?


The White Lotus 3, anche questa volta non ci siamo

Dopo le Hawaii e la Sicilia, Mike White torna a tentare di mungere il franchising di The White Lotus con una terza stagione ambientata questa volta in un lussuosissimo resort in Thailandia, sempre con l'intento di esplorare vizi e virtù di alcuni privilegiati. 

Come la serie ormai ci ha insegnato, attraverso un flashforward, scopriamo subito che quel luogo di pace e di relax diventerà presto un luogo di paura e sangue, ma chi sarà stato a sconvolgere il resort?

Conosciamo così man mano tutti i gli ospiti della struttura e tutte le loro disgrazie. C'è la solita famiglia disfunzionale composta da Timothy (Jason Isaacs), sua moglie Victoria (Parker Posey) e i loro tre figli Saxon (Patrick Schwarzenegger), Piper (Sarah Catherine Hook), e Lochlan (Sam Nivola, The Perfect Couple). C'è il gruppo di amiche un po' snob capeggiato dalla famosa attrice Jaclyn (Michelle Monaghan), che si accompagna alla perfettina Kate (Leslie Bibb, Palm Royale), e la più scapestrata Laurie (Carrie CoonThe Gilded Age).
C'è poi la coppia un po' strana, da Rick (Walton Goggins), musone e silenzioso e dalla sua giovane fidanzata Chelsea (Aimee Lou Wood, Sex Education), molto più positiva di lui.
E non mancano poi alcuni volti noti, che ci fanno da ponte fra questa terza stagione e le precedenti, e le storie dei dipendenti del resort.

È risaputo che cavallo che vince non si cambia, ma per me The White Lotus non è mai stato il corridore su cui puntare. Mi ero già lamentato nella prima stagione, e avevo definito la seconda un mezzo disastro, ma qui secondo me è anche peggio.
The White Lotus 3 infatti continua con le dinamiche che abbiamo conosciuto e che già appunto negli anni precedenti non mi erano sembrate esattamente brillanti. Resta chiaro il sottofondo di satira sociale, che cerca di mettere in luce tutti i difetti di un certo tipo di classe sociale, ovvero quella più legata al denaro, al lusso, agli eccessi, popolata da una varietà di individui caratterizzati da altrettanti difetti, paure, traumi e paranoie.
C'è chi si porta dietro la perdita di un genitore, chi il bisogno di riscatto, chi ancora la costante necessità di essere perfettamente performante. Ma non mancano anche rivalità nell'ambito dell'amicizia e pulsioni sessuali estremizzate, e tutto questo la serie riesce a dipingerlo subito, in pochi fotogrammi. 


Il problema è però calare questi personaggi e le loro svariate fisime, in una storia che sia interessante e The White Lotus in questo non funziona. I primi episodi infatti mi sono sembrati davvero lenti, stirati nel minutaggio ma non nella complessità della narrazione, che invece è molto semplice. Molti passaggi mi sono sembrati davvero vuoti, sciocchi, ma anche quando si entra nel vivo delle vicende, i colpi di scena e gli snodi narratici mi sono sembrati banali.
Aprire così una terza stagione, che per forza di cose non ha più la freschezza e l'effetto sorpresa dei primi capitoli, non è stato sicuramente un buon inizio, ma il tanto decantato finale non credo fosse così efficace da shockare il pubblico.
Persino la scena più importante, ovvero quella della sparatoria (non credo sia uno spoiler, lo sappiamo dal primo episodio) mi è sembrata amatoriale e priva di tensione. 
L'uscita settimanale ha reso ancora più sfiancante il seguire tutta questa stagione di The White Lotus.

Nonostante poi abbiano pensato (male) di aggiungere un ulteriore episodio a questa terza stagione, The White Lotus non riesce poi a sviluppare bene le sue trame e i suoi personaggi, risultando poco credibile: così, ad esempio, una truffa finanziaria importante finisce per essere raccontata attraverso un paio di tese telefonate. O ancora un piano di vendetta si consuma in modo così goffo che è quasi comico e sempre con dei tempi dilatati da sbadiglio. 

Molti hanno ad esempio elogiato il personaggio di Aimee Lou Wood, Chelsea, che giustamente risulta positivo in questo contesto, ma non poi così profondo e sfaccettato, vedi ad esempio il suo atteggiamento di sufficienza verso Saxon. Penso invece abbia fatto una bella figura Carrie Coon, una attrice che secondo me sta facendo una bellissima carriera.


Dall'altra parte, questa terza stagione non ha quella vena comica che invece negli altri capitoli era diventata materiale memabile: Parker Posey doveva sostituire il ruolo dell'iconica Jennifer Coolidge ma credo non abbia avuto la sostanza adatta per farlo (no, sbiascicare a cantilena "tsunami" non fa ridere).

Nonostante le basse aspettative, ammetto che ho fatto un po' fatica a terminare questa stagione di The White Lotus. Anche l'attesa di un momento di reale svolta è stata vana,  e solo l'aspetto puramente estetico dei bei paesaggi thailandesi è stata la cosa più appagante. 
La quarta stagione è stata confermata ed ammetto che il pensiero di non vederla è diventato molto forte.

The White Lotus Sicily è un po' un disastro

Dopo il successo della prima stagione, Mike White è tornato per una seconda stagione di The White Lotus, disponibile su Sky e Now dal 7 dicembre 2022, dandogli un taglio più antologico. Infatti ci spostiamo dal bellissimo resort alle Hawaii per finire in un albergo di lusso nella mia Sicilia.
Ancora una volta la serie vuole mettere sulla graticola le contraddizioni, i drammi, le fragilità e tutti i casini che noi esseri umani ci portiamo dietro, e anche mettere alla berlina la classe privilegiata, che può sembrare impeccabile, ed invece nasconde sempre più ombre.
Sarebbe tutto bello sulla carta, ma il problema di The White Lotus è che poi non riesce ad applicare queste idee nel concreto, e se già non ero stato un fan della prima stagione, questa seconda è stata per me anche peggio.


L'unico collegamento fra i vecchi e i nuovi episodi dei questa serie HBO è la presenza di Jennifer Coolidge, di nuovo nelle vesti di Tanya Mcquoid-Hunt, che è ormai una fedelissima delle catene di hotel White Lotus (fra poco potrà ritirare anche una parure di coperte a furia di raccogliere punti), in vacanza col marito conosciuto proprio alle Hawaii, ma il cui rapporto sembra già scricchiolare ad inizio della loro vacanza.
Conosciamo però anche altri personaggi, come Valentina (la nostra Sabrina Impacciatore) che dirige proprio la sede siciliana di questi lussuosi alberghi, e ci sono anche due coppie di amici benestanti, composte da Daphne e Cameron Sullivan (Meghann Fahy e quel miracolo umano di Theo James) e Harper ed Ethan Spiller (interpretati da una bravissima Aubrey Plaza e Will Sharpe), i quali però vivono il rapporto con tensioni e competitività.


Ma troviamo anche tre dei componenti maschili della famiglia italo-americana Di Grasso, che finiranno per mettere a confronto lo scarto generazionale che li separa.
The White Lotus: Sicily ripesca insomma moltissime delle dinamiche che avevamo visto nella prima stagione, ritornando con un cast corale e ampio che dovrebbe offrire angolazioni e storie differenti, ma se le esagerazioni e il tono grottesco che il primo capitolo ci aveva dato mi sembravano dannosi per la serie stessa, qui il problema è quasi opposto. La storia infatti mi è sembrata priva di mordente, di originalità, di succo, quasi come se venisse abbozzata senza mai scendere a fondo e approfondire qualche aspetto.
Le stesse tematiche che la prima stagione tutto sommato riusciva a trasmettere in modo chiaro e palese, per quanto potessero risultarmi telefonate, si perdono quasi del tutto in The White Lotus 2.

Ad esempio il quartetto di amici di cui vi parlavo sopra dovrebbe ancora una volta rappresentare questa ricca classe borghese americana piena di contraddizioni, vizi ed eccessi, ma io li ho trovati tutti abbastanza noiosi, e le loro dinamiche interne mi sono sembrate ripetitive, già viste, e poco interessanti.
Allo stesso modo i Di Grasso raccontano vicende assolutamente vecchie e poco innovative per una serie che vuol farsi riconoscere ed emergere. Tutto ciò però credo discenda dal fatto che i personaggi sono molto stereotipati e trattati superficialmente, e raramente mostrano un guizzo di profondità in più rispetto a quello che ci si aspetta dalla loro copertina.
Sì, purtroppo anche la Valentina di Sabrina Impacciatore non riesce affatto ad avvicinarsi al manager Armond che interpretava Murray Bartlett nella prima stagione, che magari risultava decisamente isterico ma più interessante e meglio costruito.

Oltre a non percepire chiara quella critica sociale che la serie vorrebbe narrare, non ho notato qualche interpretazione o dialogo che riesca a spiccare sopra gli altri.
Non mi soffermo nemmeno sui tantissimi cliché, fra mafia e cibo, ed sugli accenti random di Simona Tabasco e Beatrice Grannò (rispettivamente Lucia e Mia nella serie) che sono stati inseriti in The White Lotus 2 perché ci sono abituato.
Non mi aspettavo invece che la parte più thriller e drammatica della serie fosse così poco d'impatto, e che non ci fosse quel crescendo tensivo che avevamo visto nella prima stagione. Qui invece si è preferito lasciare che la sonnolenza azzoppasse lo spettatore, aggiungendo anche un inutile episodio in più che rende il ritmo più farraginoso e la serie più noiosa, per srotolare tutto l'intreccio solo in un finale dallo svolgimento dubbio.

Di questa seconda stagione si salvano però le musiche, che mi sono sembrate ricercate e spaziano da artisti del passato a quelli più recenti, e ovviamente anche i paesaggi siciliani che vengono sicuramente enfatizzati, anche se mi hanno fatto notare che alcune scene sono girate a Cefalù, nonostante dovrebbero essere ambientate a Taormina.
The White Lotus Sicily è l'emblema di come voler troppo a volte sia davvero la strada peggiore da intraprendere. 

Ho comunque voluto dare una chance alla terza stagione, uscita nel 2025, ne ho parlato qui.


Serie Tv e Film di Aprile... che disastro questo mese 🙈

È stato quasi frustrante questo aprile da un punto di vista filmico e seriale: ho visto sicuramente alcune cose carine, ma la stragrande maggioranza dei titoli per me è stato un flop, per un verso o per l'altro. 

Riesco sicuramente a salvare Manuale per signorine, una nuova serie tv Netflix, disponibile però dal 28 Marzo, che mi è piaciuta.


Ironica, romantica, leggera ma non troppo, pop quando serve, ma in grado di farci sentire il sapore di un'altra epoca, Manuale per signorine è stata definita la risposta iberica a Bridgerton ma secondo me ha un suo carattere ben preciso. Infatti è forse un po' meno politicamente corretta, ha più l'attitudine da guilty pleasure vista la durata, e la protagonista Elena (Nadia de Santiago) è una perfetta anti eroina, umana ed empatizzabile. Si parla di emancipazione femminile, ma si strizza l'occhio alle dinamiche da rom-com. Io aspettavo la seconda stagione, ma pare sia stata cancellata da Netflix.

Promuovo anche High Potential, un riadattamento della serie tv franco-belga Morgane - Detective geniale firmato da Disney +.


Non si tratta, anche in questo caso, della serie tv dell'anno o di un prodotto imperdibile, ma di un passatempo piacevole specie per chi ama i gialli con tanto di indagine da risolvere, ma cerca un po' più di brio e leggerezza. Kaitlin Olson regge bene non solo i panni di Morgan, ma tutta la serie con la sua parlantina, il suo carisma e la sua umanità.
Ottimo anche il ritmo, e la durata degli episodi, considerando che ogni puntata è autoconclusiva. 

Purtroppo qui finiscono le serie tv e i film che comunque consiglierei e che possono avere più pro che contro. 
Infatti, durante ad Aprile ci sono stati tanti titoli che non mi hanno convinto ed alcuni mi hanno proprio deluso. 
L'insoddisfazione maggiore l'ho avuta con Il Ragazzo dai Pantaloni Rosa, il film di Margherita Ferri sulla storia vera di Andrea Spezzacatena.


Un caso di cronaca vera, su un ragazzino vittima di omofobia e bullismo finito nel modo più drammatico che si possa immaginare, che però il film traduce come una sorta di fiction all'italiana, con tanti inutili primi piani. Così Il ragazzo dai pantaloni rosa, che io ho recuperato su Netflix, diventa molto meno coinvolgente e non mi ha dato quel pugno nello stomaco che mi aspettavo. Buone le interpretazioni, ma un film del genere dovrebbe avere un impatto anche più forte, specie per le nuove generazioni.

Molto deluso anche da The Residence, la nuova serie tv Netflix prodotta da Shondaland.


È stata in vetta fra le serie tv più viste sulla piattaforma streaming, ma poi mi sono ritrovato con un prodotto poco originale, ricordando troppo Only Murders in The Building e la stessa High Potential, dal montaggio ripetitivo fino allo sfinimento, e con troppi eccessi per poter magari avere piacere a seguire uno o più personaggi. The Residence non funziona nemmeno come guilty pleasure visto che la durata trasborda i 40 minuti, e come dicevo i tanti flashback la rendono alla lunga monotona. 

Purtroppo tanta noia anche per la terza stagione di The White Lotus su Sky.


Ogni volta che arriva un nuovo capitolo della serie tv antologica diretta da Mike White, spero sempre che ci siano dei miglioramenti, visto che le produzioni HBO sono fra le migliori. Tuttavia The White Lotus 3 mi è sembrata forse la peggiore, lenta nella prima parte, e poco d'impatto nella seconda, specie sul finale. Parecchi sono i punti nella trama che risultano scarsamente credibili, dal non sciacquare un frullatore sporco dopo 24 ore, al non trovarsi l'FBI alla porta per una frode finanziaria (e se avete visto la serie riuscite a contestualizzare). I bei panorami non bastano a rattoppare una trama che sa dove iniziare e finire ma non sa come costruire tutto il percorso. A questo punto non sono certo di voler proseguire con la quarta stagione.


Sono quasi certo che Maggio andrà meglio sotto questo punto di vista perché sto terminando tante altre serie tv di cui parlarvi, e qualche film che non è stato male. 
Voi cosa avete visto?




Sirens, la serie tv Netflix con Julianne Moore: niente di nuovo sotto al sole

Arrivata su Netflix il 22 Maggio, e prodotta addirittura da Margot Robbie, la curiosità verso la nuova serie tv Sirens era decisamente alta già prima che fosse messa in streaming.
Ad acchiapparmi subito è stata sicuramente la presenza di Julianne Moore, tornata alla serialità dopo Mary & George, ma anche di Meghann Fahy che in The Perfect Couple e The White Lotus aveva fatto un ottimo lavoro. 

Simone (Milly Alcock da House of The Dragon e The Gloaming) è l'attentissima e sempre precisa assistente di Michaela Kell (Julianne Moore), o meglio Kiki come si fa chiamare affettuosamente, moglie del facoltosissimo Peter (Kevin Bacon). Michaela vive nel lusso e si dedica ad eventi benefici in favore degli animali sull'isola su cui vivono, ed ha una vita all'apparenza perfetta, tanto che Simone la considera un vero e proprio esempio da seguire. Tutto però cambia quando sull'isola arriva Devon (Meghann Fahy), sorella scapestrata di Simone, che la riporta improvvisamente coi piedi per terra, ricordandole non solo l'impegno che ha col padre malato, ma anche la loro infanzia turbolenta.

Fra le due sorelle saranno scintille, visto che Simone sta costruendo il futuro dorato che ha sempre sognato, mentre Devon non solo si rende conto che fra lei e Kiki c'è un rapporto malato, ma che su quell'isola c'è più di qualche segreto sepolto.

Dai primi episodi mi è sembrato che Sirens avesse una premessa accattivante e che unisse al suo interno diversi umori. Se dovessi infatti descriverne il genere direi che si tratta di un dramma con qualche venatura più leggera, che si riversa in un dark humor saltuario, e con una spolverata di thriller soprannaturale. Non manca ancora una volta la satira sociale, soprattutto rivolta verso la classe più benestante e in vista. 
È però con lo sviluppo della serie che ci si rende conto quanto in realtà possa essere derivativa Sirens

Il personaggio di Kiki ad esempio ricorda un po' quello di Nicole Kidman in Nine Perfect Strangers, ma è forte anche l'eco di The Perfect Couple appunto, sia nella caratterizzazione di Michaela, sia nella struttura generale della serie. C'è anche appunto un po' di The White Lotus, di Big Little Lies, di Revenge, di cose che abbiamo già visto in passato e che già magari al momento della loro uscita non ci sembravano tanto originali. 

Voi mi direte che è normale, che ormai non si inventa più nulla di nuovo, ma credo che il vero problema di Sirens sia stata la scelta di non voler mai scavare a fondo, nel non volersi sporcare, nell'essere fin troppo glamour. Si sono limitati più o meno a prendere quegli elementi noti senza però mai osare dove necessario o dimostrare di avere più polso. È come se tutti i generi che contiene al suo interno venissero solo sfiorati senza mai essere completamente abbracciati, forse per massimizzarne la fruibilità ad un pubblico più vasto e meno settoriale.

Anche il finale di Sirens è un’occasione sprecata: pur coerente con il contesto creato e con i messaggi che la serie vuol trasmettere, si risolve in modo frettoloso, lasciando sospesi alcuni nodi narrativi e i misteri dell’isola. È come se gli autori si fossero improvvisamente resi conto di dover finire la serie, anche a costo di lasciare qualcosa di irrisolto alle spalle.

Anche lo sviluppo delle tre protagoniste principali non va mai troppo oltre quel che ci si aspetta. E se la parte femminile comunque riesce a trasmettere un universo tutto sommato variegato, soffre la controparte maschile che, nell'essere ammaliata da queste sirene, sembra composta da gente che non ha il minimo senso critico.

Ad aver comunque spinto Sirens in vetta alla classifica delle serie tv più viste, oltre alla comune curiosità iniziale, credo abbia contribuito un gruppo di attori capaci nel rendere credibili i loro ruoli: da Julianne Moore che è davvero ipnotica sullo schermo ma sa essere una manipolatrice sottile, a Milly Alcock che si ritrova ad avere il personaggio forse più sfaccettato.

I bellissimi paesaggi del villaggio di Lloyd Harbor in cui è girata, la durata dei soli 5 episodi, qualche colpo di scena riuscito e momenti spiazzanti (vi dico solo che c'entra Cardi B), hanno fatto sì  che Sirens diventasse uno di quei titoli da vedere quasi in un'unica serata.

Guardando però allo sviluppo narrativo, che è poi quello che forse ci interessa di più, Sirens è il classico esempio di serie costruita per piacere a molti ma restare nella memoria di pochi. Guardabile, godibile, ma temo sia destinata ad essere dimenticata in mezzo alla sovrabbondanza seriale dello streaming.


Tre film Netflix su cui pensavo peggio...

Un thriller, una commedia e un ibrido, sono i tre generi dei film che ho visto su Netflix in queste settimane e a cui onestamente mi ero approcciato con estrema superficialità pronto a tornare qui per lamentarmene. Invece, alla fine, tutto sommato posso ritenermi soddisfatto, conscio del fatto che sicuramente c'è di peggio, ma anche di meglio.


La probabilità statistica dell'amore a prima vista (2023)


Titolo originale: Love at first sight
Genere: commedia sentimentale
Durata: 91 minuti
Regia: Vanessa Caswill
Uscita in Italia: 15 settembre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Volevo vedere questa commedia romantica già dall'anno scorso quando uscì a settembre, ma poi mi scappò di vista, perdendosi sotto altre uscite e dal peso del fatto che Netflix butta fuori tantissimi film di questo genere, che spesso però non sono validi nemmeno per tenerti compagni mentre dormi, ma ho trovato un posto per La probabilità statistica dell'amore a prima vista e non me ne sono troppo pentito.

Tratto da un romanzo di Jennifer E. Smith, il film ci fa conoscere Hadley (Haley Lu Richardson da The White Lotus) e Oliver (Ben Hardy) i quali si incontrano per caso in aeroporto, trovando subito un inaspettato affiatamento. Hadley e Oliver sono però due ragazzi molto diversi: lei americana, spigliata ma ritardataria, spesso incasinata, e deve arrivare a Londra per un matrimonio a cui non vorrebbe andare, ma cui non può mancare; lui invece è inglese, con un carattere chiuso, preciso e matematico in tutto, con una missione ben più triste. Servirà una grossa mano del destino affinché i due ragazzi possano rincontrarsi ed amarsi anche quando le cose non sembrano andare per il verso giusto.

La probabilità statistica dell'amore a prima vista è una di quelle commedie romantiche che ti fa credere che questo genere non sia del tutto morto e sepolto. 
Certamente anche questo film Netflix raccoglie cliché, battute e situazioni già usate in molte altre pellicole, ma messe così insieme mi è sembrato che si incastrassero bene fra di loro.
E così ti ritrovi coinvolto in una storia che ha un bel ritmo e che è sì la zuccherosa meet cute fra due giovani, ma che cerca di toccare temi più spessi, come l'elaborazione di un lutto e i rapporti con i genitori e la famiglia in genere osservati da punti di vista differenti.

Ci si affeziona ai personaggi e alle loro vite, ci si può commuovere ed il risultato, farcito con statistiche e percentuali sui primi incontri e sulle relazioni in genere, ti tiene compagnia. Poi ho trovato Haley Lu Richardson e Ben Hardy perfetti per questi ruoli, carini e coccolosi al punto giusto. 
Parliamo però pur sempre di un film Netflix e quindi anche La probabilità statistica dell'amore a prima vista non è esente da difetti.

Per dire il costante voice over alla lunga scoccia un po', e la presenza costante di Jameela Jamil richiede un ulteriore abbassamento della soglia della credulità. Ho poi volutamente saltato la scena del balletto al matrimonio perché onestamente non se ne può più di doversi sorbire uno dei momenti più cringe che il cinema continua ad offrire. In generale non ci si spreca troppo, come in effetti accade in tante commedie, nel dipingere i personaggi secondari.
Per il resto è un intrattenimento carino, non troppo banale, e con una messa in scena piacevole. 


 I Crimini di Emily (2022)


Titolo originale: Emily the Criminal
Genere: thriller
Durata: 97 minuti
Regia: John Patton Ford
Uscita in Italia: 12 Giugno 2024 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Faccio un passo ancora più indietro con un altro film di un paio di anni fa, che non credo si sia fatto notare quando uscì al cinema, che però è arrivato su Netflix più o meno a metà Giugno e che ha avuto una chance con me per la presenza di Aubrey Plaza, che ormai si è data anche al cinema drammatico, anche lei da The White Lotus.
La storia è quella di Emily, una ragazza di più di 30 anni che stenta a sbarcare il lunario: lavora in un servizio di catering mettendo da parte il suo talento artistico, ma non è soddisfatta e soprattutto non riesce a ripagare il suo debito studentesco. La sua fedina penale non limpida inoltre non la aiuta e così Emily decide di trovare una strada secondaria, e finisce per partecipare a piccoli crimini. Una volta però entrata nel giro, sarà difficile non esserne ancora più coinvolta.

I Crimini di Emily si muove essenzialmente su due binari, da un lato il thriller crime, vista la prospettiva in cui la protagonista finisce, e dall'altro l'aspetto più drammatico, che riguarda soprattutto la vita di Emily e cosa l'ha fatta finire in queste circostanze. Entrambe le linee riescono a convivere bene insieme, raccontando alla fine una storia contemporanea.
Ok, non tutti si mettono a fare frodi bancarie per fortuna, ma I crimini di Emily mostra anche uno spaccato comune e diventa una critica sociale, soprattutto negli Stati Uniti, ma anche da noi. Il problema della disoccupazione e in generale della precarietà non solo su un piano lavorativo ma della società in generale è praticamente cronaca di ogni giorno, e questo film la racconta abbastanza bene. L'unica strada in cui ad esempio Emily potrebbe intraprendere per seguire i suoi sogni di artista è quella di uno stage sottopagato, e immagino come quella scena possa sembrare molto familiare a tantissimi.

Dall'altra parte, il filone crime, sebbene così impostato non sia il mio genere preferito, è convincente, ha ritmo e suspense e sa essere anche più crudo quando serve, pur unendo idee già viste.
I Crimini di Emily è però un po' un film fine a se stesso, nel senso che la parabola di Emily non ha un punto di redenzione o momenti che mi abbiano emozionato particolarmente da rendere il film adatto ad una seconda visione, nonostante la sua lunghezza giusta per la storia che racconta. Finisce quindi per essere un intrattenimento ben fatto, con i giusti accenti cupi e drammatici, con una Plaza che mi ha convinto, ma che non si avvicina minimamente a lasciare il segno.


La ragazza della palude (2022)


Titolo originale: Where the Crawdads Sing
Genere: giallo, drammatico
Durata: 125 minuti
Regia: Olivia Newman
Uscita in Italia:13 ottobre 2022 (Cinema)/ 6 Luglio 2024 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Con 'La ragazza della palude' ho avuto un'esperienza simile a quella avuta con 'I crimini di Emily, anche se in questo caso ero ancora più reticente perché ne avevo sentito delle critiche che poi ho scoperto essere assurde. Uscito in sala nel 2022, è arrivato su Netflix a Luglio, La ragazza della palude è l'adattamento di un romanzo di Delia Owens, ed è prodotto dalla casa di produzione di Reese Whiterspoon, quindi almeno sulla carta farebbe anche promettere bene.

In questo caso conosciamo Kya Clark (Daisy Edgar-Jones) una ragazza che vive nelle paludi in un villaggio della Carolina del Nord e con una infanzia particolare e dolorosa: la sua famiglia si è disgregata per colpa di suo padre, un uomo violento e con problemi di alcolismo. Dopo la madre, lentamente anche i suoi fratelli l'hanno abbandonata e quando anche suo padre è mancato, Kya si è dovuta darsi da fare, crescendo molto velocemente. Diventata una giovane donna avrà i suoi momenti di rivalsa e scoprirà anche l'amore, ma non sarà comunque facile per lei, specie quando verrà incolpata di aver ucciso un ragazzo di una famiglia facoltosa.

Dicevo che La ragazza della palude mi era stato anticipato come una completa porcheria, ma sono sicuro di aver visto ben di peggio. Infatti la storia mi è sembrata interessante, con qualche twist che riesce a mantenere o rinnovare il ritmo, e con alcuni (pochi) momenti più toccanti. Alla fine si tratta di un coming of age di una outsider, una ragazza che per le circostanze della vita ha dovuto trovare il modo di sopravvivere quasi esclusivamente da sola con gli unici mezzi su cui sapeva di poter contare. 

È vero però che La ragazza della palude spara un po' nel mucchio cercando di toccare quanti più generi possibile, dal dramma che si riversa in melodramma, al poliziesco, per sfociare nel romantico, e non sempre riesce a dare spazio e spessore ad ognuno di questi stili.
Inoltre la storia non inizia proprio col piede giusto perché non si capisce come mai una bambina venga abbandonata sia dalla madre che dai fratelli con un uomo comunque non in grado di accudirla come si dovrebbe.

Capisco che per qualcuno tutto questo possa essere un guazzabuglio, o meglio che queste continue sterzate possano risultare troppo brusche e non convincere, ma alla fine secondo me è un film con una sua logica e che sa intrattenere, con delle linee temporali comprensibili e non mi ha annoiato troppo.

Per quanto non l'abbia amata in Normal PeopleDaisy Edgar-Jones sa comunque tenere sulle sue spalle un film intero, pur non avendo un personaggio così sfaccettato da interpretare, e credo stia crescendo come attrice.
Se lo avessi visto al cinema La ragazza della palude mi avrebbe forse lasciato un po' perplesso, ma penso che in streaming ci siano robe ben peggiori per poter ritenere questo film come il male assoluto. 




Le serie tv Netflix più viste del momento: cosa vedere e cosa skippare

Appena aprite il catalogo di Netflix è molto probabile che ancora vi ritroviate queste serie tv di cui sto per parlare nelle prime posizioni della classifica dei più visti del periodo.
Ed erano anche due delle novità che attendevo con più curiosità per questo settembre e che avrei visto a prescindere perché gli argomenti e i generi mi sono affini, ma non per questo è tutto comunque da vedere o recuperare.


The Perfect Couple
Miniserie 

Per tanto, tantissimo tempo  le celebrità di Hollywood hanno evitato di partecipare alle serie tv, ritenendole produzioni inferiori, ma con gli anni le cose sono cambiate. Lo streaming e l'intrattenimento seriale è infatti ormai gestito da colossi e la qualità è generalmente aumentata e così, anche star A-list, sono ormai habitué delle serie tv, e fra questi ormai c'è anche Nicole Kidman.
Da Big Little Lies a The Undoing, da Nine Perfect Strangers a Expats, Nicole è praticamente la regina dei prestige drama, e non poteva che essere la miglior scelta per The Perfect Couple, miniserie disponibile su Netflix dal 5 Settembre, tratta dall'omonimo romanzo di Elin Hilderbrand, che ha avuto un discreto impatto e seguito.

Kidman interpreta Greer Garrison Winbury, rigida scrittrice facoltosa di successo, sposata con Tag Winbury (Liev Schreiber), i quali sembrano avere una famiglia perfetta. Il loro secondogenito Benji (Billy Howle, già bravissimo in Chloe) sta per sposarsi con Amelia (Eve Hewson, che ho visto di recente in Bad Sisters), che viene da una famiglia meno abbiente e tutto sembra pronto per le nozze, quando però la migliore amica della sposa e damigella Merritt (Meghann Fahy) viene trovata morta proprio nella tenuta dei Winbury.

Così si inizia ad investigare, a cercare nelle crepe della famiglia così blasonata e ricca ma così piena di scheletri dell'armadio, dove nessuno in fondo è senza peccato e tutti possono essere colpevoli.

The Perfect Couple ovviamente ci farà scoprire nei suoi sei episodi tutti i sospetti e i possibili moventi, in un giallo che nel suo insieme mi è sembrato piacevole, ben messo insieme, con interpretazioni abbastanza convincenti, con un ritmo che spinge al binge watching senza troppa fatica.

È una miniserie che però non lascia molto, bisogna dirlo: al netto della coreografia iniziale che secondo me non solo è stata pensata per la viralità, ma anche setta l'intento più leggero che la storia vuol avere, The Perfect Couple è una produzione che non si distingue molto da un punto di vista puramente narrativo.

Le vibe alla The White Lotus ma anche alla Knives Out, proprio per quel sapore vagamente ironico che si miscela ad una storia drammatica e gialla appunto, sono troppi forti per poter dare anche solo la parvenza di originalità alla serie. Inoltre non c'è un lavoro particolare sia nello sviluppo della storia che in quello dei personaggi, che risultano racchiusi in un bozzolo di stereotipia. 
Il figlio maggiore dei Winbury, Tom (Jack Reynor), è lo spaccone, mentre sua moglie Abby (Dakota Fanning) si è adattata bene allo stile della famiglia; lo stesso vale per l'amica francese di famiglia Isabel Nallet (una sempre liscissima Isabelle Adjani), un po' naïf, ma in fondo ben sveglia. I genitori invece di Amelia vengono quasi abbozzati come due campagnoli mangia hamburger e patatine. 

Non voglio però che passi solo una impressione negativa di The Perfect Couple perché, sebbene sia skippabile e per quanto sia importante spingere per avere contenuti di qualità, alla fine è una miniserie giusta per il luogo attraverso cui si fruisce, e che non mi ha dato l'impressione di voler rivoluzionare il genere, ma di essere esclusivamente intrattenimento facile da seguire, che sullo sfondo parla anche di disparità socio-economiche e di famiglie disfunzionali e marce, nonostante le apparenze.

Si parla di far diventare The Perfect Couple come una serie antologica, quindi con altre storie e personaggi, visto che nasce come una serie limitata, ma sono certo che Nicole non mancherà di presenziare al prossimo gialletto con una ambientazione lussuosa. Speriamo con una parrucca migliore.


Kaos
Miniserie

 
Sulla cima dell'Olimpo c'è una magica città e i suoi abitanti sono le divinità, ma non c'è una bambina che ancora non è dea ma Zeus (Jeff Goldblum) che vive in una mega villa vestito da bibitaro arricchito e che teme l'avverarsi di una profezia che ne comporterebbe la caduta e inizia a spadroneggiare a più non posso, e insieme a lui c'è Era (Janet McTeer) moglie stilosissima, gelosa, ma anche libertina, e Dionisio (Nabhaan Rizwan) che ha preso alla lettera il suo ruolo di dio dei piaceri, passando da una discoteca all'altra, ma con la voglia di essere apprezzato dal padre, come in una qualunque famiglia disfunzionale. 

E poi ci sono i cretesi che sono ancora fortemente legati al culto degli dei, al punto che il loro presidente Minosse (Stanley Townsend), padre di Arianna (Leila Farzad), prende parte a sacrifici umani per questa o quella divinità. Fra questi cretesi seguiamo soprattutto le avventure di Orfeo (Killian Scott) ed Euridice detta "Riddy" (Aurora Perrineau), dove lui è una rock star e lei la sua fidanzata che ha una visione meno disincantata e più di rottura rispetto a questa società così credente e ottusa.

Creata da Charlie Covell, già papà di The End of the F***ing World, Kaos non ha stentato affatto a raggiungere i primi posti della classifica dei più visti di Netflix e si capisce anche perché. L'idea di rimestare i miti greci, con tutto il carrozzone di dei e dee che si portano dietro, non è operazione nuova, visto che già American Gods (che io avevo abbandonato alla seconda stagione) ci aveva provato, ovviamente sfruttando altri culti e storie, e ma Kaos ha dalla sua una scrittura più precisa, puntuale, accurata, che si traduce in una serie molto più avvincente e divertente.

Perché nel suo essere una dark comedy, ha anche i suoi momenti più brillanti, che si basano principalmente sui caratteri dei vari personaggi, che più o meno conosciamo dagli anni di scuola.
Covell infatti piega a suo favore il mito greco, non solo rendendolo più contemporaneo e calandolo in una realtà quasi identica alla nostra, ma anche spostando le pedine a suo favore, per creare una storia che funziona anche nei dettagli, e nella cura che mette in scena.

Uno degli obbiettivi di Kaos è però anche toccare temi più grandi, come i rapporti genitoriali, l'amore visto attraverso coppie che non funzionano più, e anche della contrapposizione fra potere religioso e politico rispetto al libero arbitrio. Più in generale c'è una critica rispetto all'élite che si erge come migliore del "popolino" e delle religioni che obnubilano le coscienze.
Tutto bello, ma qui arrivano le mie perplessità, che però non sono così mastodontiche, come ad esempio la scelta delle location, tipo Siviglia utilizzata per rappresentare Creta: bellissimi posti, ma non ci azzeccano forse molto, e sono troppo riconoscibili. 

Nonostante poi abbia "solo" 8 episodi che hanno una buona fluidità e colpi di scena nei punti giusti, Kaos secondo me si perde un po' nella parte centrale, quando il tempo della storia non tiene il passo al tempo del racconto, perdendosi un po' in lungaggini senza un reale scopo. 

Lungi dallo spoilerare, c'è anche un finale che, per quanto non sia completamente aperto, lascia uno spiraglio ad una seconda stagione che però non ci sarà, visto che Netflix ha cancellato il rinnovo.
O ancora, se i miti greci non vi appassionano o vi appassionano troppo potreste trovarvi da un lato a dover seguire una roba che non vi coinvolge, o dall'altro a non apprezzare tutti i cambiamenti fatti per raccontare una storia collaterale alla tradizione greca classica.

Non è un dramma, perché credo che nel suo insieme Kaos sia una delle proposte più interessanti che Netflix ha lanciato da un po' di tempo a questa parte, anche solo per quella curiosità che lascia di riprendere il manuale di mitologia e mettere insieme i pezzi di tutti i rimandi che la serie utilizza.

Il ritorno delle serie tv in costume, cosa salvo e cosa no!

È stata una estate farcita dai ritorni di alcuni period drama che stavo seguendo, e per fortuna direi visto che è forse uno dei generi che più preferisco. Ci sono stati molti bei momenti e alcune piccole cose che non mi sono andate proprio giù.


The Buccaneers 
Seconda stagione 

Dal 18 giugno al 6 agosto di quest'anno sono arrivati su Apple Tv+  nuovi episodi della seconda stagione di The Buccaneers, serie tv forse passata un po' in sordina di cui ho parlato l'anno scorso, e che però non aveva trovato una sua vera identità. Si parlava già infatti di paragoni a Bridgerton per alcune licenze creative prese sulla storia che è ambientata a fine '800, ma questo non è bastato forse a darle una spinta.

The Buccaneers in realtà ha una storia forse un po' più interessante della sua controparte su Netflix, ma che non è stata sfruttata a pieno, almeno nella prima stagione.
Nel secondo capitolo le circostanze non sono troppo diverse da come le avevamo lasciate: Nan (Kristine Froseth) infatti è ormai ufficialmente la duchessa di Tintagel dopo aver sposato Theo (Guy Remmers). Un matrimonio che però deve convivere con le ombre dei sentimenti che Nan prova ancora per Guy (Matthew Broome)


Guy però a sua volta si è sacrificato per aiutare proprio la sorella di Nan, Jinny (Imogen Waterhouse) scappata in Italia per fuggire al marito, Lord James Seadown (Barney Fishwick).
Lontani dagli occhi, lontani dal cuore? Non proprio, ma non saranno i soli a dover lottare con i propri sentimenti, come Patti (Christina Hendricks), la madre di Nan, che vuole separarsi legalmente dal marito Tracy (Adam James), nonostante le difficoltà che una donna poteva avere in quel periodo.

Insomma, in questa seconda stagione di The Buccaneers sembra abbiano puntato ad una maggiore coralità delle vicende, tanto che un po' tutti i personaggi hanno qualcosa da raccontare. Le tematiche portanti restano sempre quelle femminili, specie nell'ottica dell'autodeterminazione e dell'indipendenza, di questa voce da far sentire pubblicamente e privatamente, quasi come si potrebbe fare oggi con i social.
Ovviamente la centralità delle linee narrative resta Nan ed è qui il grosso problema della serie.


Nel corso degli 8 episodi infatti quella che doveva essere la nostra eroina dolce e passionale, diventa quasi la carnefice di se stessa e degli altri, in un arco evolutivo che definire deludente è poco. Nan infatti non fa altro che porsi da sola in situazioni non necessarie per poi dare la colpa agli altri o al fato, e così finisce in una spirale che la renderà ricattatoria e manipolatrice. Appena si accorge di non essere al centro dell'interesse di qualcuno, ecco che inizia a frignare e creare tensioni, come con Theo, verso cui non ha alcun interesse sentimentale reale. Tutte scelte, quelle di Nan, che non sembrano essere spiegate come attimi di debolezza o confusione, ma come sua espressa volontà.

Non so se gli sceneggiatori di The Buccaneers si siano resi conto di aver creato quasi una villain anche un po' antipatica che sembra peggiorare anziché crescere, ma non sappiamo ancora se riuscirà a redimersi.

Comunque la serie soffre anche di altri problemi: mentre costumi, scenografie e paesaggi restano appaganti alla vista, seppur poco fedeli al periodo storico, il ritmo della narrazione non è sempre fluido e coerente, e non tutti i personaggi riescono ad avere un arco narrativo soddisfacente.

Ad esempio il nuovo interesse amoroso di Theo (che non rivelo per non fare spoiler ma si capisce subito) sembra nascere all'improvviso, come se fosse sempre stato stranamente lì. Anche i passaggi fra Italia e Inghilterra non hanno una sequenzialità cronologia credibile, sembra quasi viaggino in aereo e non su mezzi molto più lenti.
The Buccaneers diventa così una sorta di soap opera romantica, con qualche momento riuscito e attimi di intensità, che però ha le velleità di essere un grande dramma storico sul girl empowerment. Fallendo proprio su quest'ultimo punto, la si finisce per seguire più per passatempo che per reale empatia per personaggi e storia. 
L'ultimo episodio ha lasciato una porta aperta per The Buccaneers, e ad Ottobre è arrivata la conferma della terza stagione.



The Gilded Age
Terza Stagione

È stata invece indubbiamente una grande annata per The Gilded Age, che con la terza stagione, su Sky/NOW dal 23 giugno all'11 agosto di quest'anno, ha toccato secondo me le vette più alte della serie. 
Julian Fellowes ha saputo creare una stagione ricca, corale e dinamica, esattamente come l'epoca che vuole raccontare.

The Gilded Age ha sempre voluto rappresentare un'epoca in cui il vecchio e il nuovo hanno subito uno scontro importante nella società americana, fra coloro che possono vantare un lignaggio antico e i nuovi, ricchi imprenditori che stanno espandendo le loro finanze e giri d'affari, ma non tutto va comunque per il meglio.

In questa terza stagione infatti ritroviamo Agnes Van Rhijn (Christine Baranski) che sta lentamente perdendo il suo potere in una società "appesa ad un filo" come dirà lei stessa, e persino in casa sua, dopo che suo figlio Oscar (Blake Ritson) è stato truffato. Così la remissiva Ada (Cynthia Nixon), che con la vedovanza ha acquisito un bel patrimonio, si ritrova a comando.


Dall'altra parte però ci sono i nuovi ricchi - a sorpresa uno in particolare che vedrà ribaltato il suo destino - capeggiati dai Russell che però sono divisi su più fronti.

Bertha Russell (Carrie Coon che raccoglie ancora successi dopo The White Lotus) infatti continua la sua scalata sociale e adesso deve trovare il partito perfetto per sua figlia Gladys (Taissa Farmiga) a discapito dei suoi reali sentimenti. E quale scelta migliore se non un duca inglese che deve rimpinguare le sue finanze (in linea con quanto accade in The Buccaneers) per accaparrarsi anche un titolo nobiliare?

Bertha però non sa le difficoltà degli affari del marito, George Russell (Morgan Spector), che sarà costretto ad arrivare nel selvaggio West per cercare di restare a galla.
Problemi di cuore invece per Marian Brook (Louisa Jacobson) e Peggy Scott (Denée Benton), impegnate con due nuovi spasimanti. 

Tutti questi sono solo alcuni spunti sulle tante svolte narrative di The Gilded Age 3. È stata infatti una stagione piena di orgoglio, sentimenti contrastanti, malinconia, tensioni, nuove alleanze ma anche pettegolezzo, amore e relazioni che rivelano una dolcezza inaspettata e solidarietà femminile, e questa volta Julian Fellowes ha spinto sull'acceleratore creando sviluppi per tutti i personaggi.

Credo che forse questa terza stagione sia anzi stata la più movimentata e quella in cui tutti hanno avuto il loro alti e bassi proprio come ci si aspetta in un periodo storico così brulicante. Non sono mancati i prepotenti riferimenti alle tematiche sensibili dell'epoca, come il divorzio, che per una donna può diventare una condanna a vita, o il movimento del suffragio universale per ottenere proprio più diritti.
Una stagione quindi piena di luci e ombre esattamente come un'epoca che si muove altrettanto rapidamente e in modo complesso, ma senza dimenticare lo sfarzo, la cura dei costumi degli scenari che hanno reso The Gilded Age uno dei period drama più apprezzati. E sempre con un cast ottimo e all'altezza dei ruoli.


Sono davvero pochi gli elementi su cui mi sento di muovere una critica, il più grande è forse la gestione delle tempistiche per quanto riguarda il matrimonio di Gladys. Essendo infatti un grande evento, mi aspettavo che la serie si prendesse qualche attimo in più, sfruttando le dinamiche che potevano nascere con l'organizzazione delle nozze. Invece tutto si svolge abbastanza velocemente nel giro di un episodio probabilmente per arrivare allo scontro fra Gladys e la sua nuova cognata. 

Ci sono sempre margini di miglioramento e questo è solo un piccolo problema comunque rispetto ad una stagione solida che ha secondo me ancora di più consolidato il valore di The Gilded Age. Il rinnovo per una quarta stagione, arrivato prima della puntata finale, non è altro che una conferma e io non vedo l'ora di proseguire.



       




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