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Iniziamo malissimo: tre film che non mi sono piaciuti!

 Speravo di iniziare l'anno senza troppe critiche, ed invece mi ritrovo qui a dover criticare alcuni dei film che ho visto nelle ultime settimane, che tra l'altro, per la maggiore, sono anche recenti.


Non c'è due senza... (2021)


Titolo originale: Donde caben dos
Genere: 
commedia
Durata: 100 minuti
Regia: Paco Caballero
Uscita in Italia: 2 Dicembre 2021 (Netflix)
Paese di produzione: Spagna, Francia

Inizio però dal film più vecchio, ovvero una pellicola spagnola di quasi un paio di anni fa, che aveva alle basi dei temi interessanti, ma che si perdono nello sviluppo. Tutto ruota intorno ad un locale per scambi di coppie e non solo, dove al suo interno si avvicendano le vite di diversi personaggi: dal ragazzo omosessuale ferito dalla sua ultima relazione, alla giovane coppia che vuole provare nuove sensazioni, fino alle due amiche reduci da un selvaggio addio al nubilato. Anche fuori dalle mura del club c'è però chi vuole esplorare la propria sessualità in maniera differente.
Questa coralità non è però altro che l'espediente per Non C'è Due Senza... di esplorare l'amore, il sesso, la sessualità su più fronti e senza pregiudizi.

Proprio il tema di fondo, e l'idea di coniugarlo ad una commedia leggera, mi piaceva molto, ma lo sviluppo delle vicende mi sono sembrate sicuramente poco coinvolgenti e prive di profondità, ma soprattutto davvero poco divertenti. Nonostante si cerchi in più modi di creare dei momenti buffi o di comic relief, non c'è stata una sola risata da parte mia. Questo credo sia dato dal fatto che Non c'è due senza... esagera spesso e volentieri in situazioni improbabili, che in verità non danno poi stimoli ad una riflessione che riesca ad andare un po' oltre la singola scena.

Ho apprezzato la scelta del cast di volti che avevo già visto in altre produzioni, come Álvaro Cervantes (Il tempo che ti do), Ernesto Alterio (Santa Evita), Carlos Cuevas e Miki Esparbé (Smiley), ma purtroppo molti dei personaggi risultano trattati marginalmente, quando in realtà sono proprio le diverse psicologie e pulsioni il perno portante di questo film.
Non c'è due senza... non mi è sembrato un film gretto o volgare, nonostante in certe parti sia sicuramente più spinto: se avete un minimo di apertura mentale credo che apprezzerete il tentativo di parlare di visioni diverse dell'amore e della libertà sessuale all'interno e all'esterno di una coppia.
Quindi sì, ancora una volta gli spagnoli hanno dei buoni intenti nella creazione dei film, visto che sanno essere privi di tabù e pregiudizi, ma non sono riusciti in questo caso a convincermi con almeno parte delle vicende narrate.


Invitati per forza (2022)


Titolo originale: The People We Hate at the Wedding
Genere: 
commedia
Durata:  99 minuti
Regia: Claire Scanlon
Uscita in Italia: 18 Novembre 2022 (Amazon Prime Video)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Me l'aspettavo come una commediuola leggera e gradevole, invece Invitati per forza mi è sembrata vuota e frivola (nel senso meno carino del termine).
Al centro c'è la storia della famiglia allargata di Donna (Allison Janney), la quale, dopo aver avuto una figlia, Eloise, dal primo marito a Londra, a seguito di un tradimento decise di tornare in America. Qui conobbe un altro uomo, da cui nacquero Paul (Ben Platt) e Alice (Kristen Bell).
Fra i tre fratelli non scorre molta simpatia visto che i minori ritengono la loro vita troppo mediocre rispetto alla perfettina primogenita, tuttavia si dovranno confrontare faccia a faccia quando saranno invitati per il perfetto matrimonio di Eloise.


Di commedie a tema familiare è pieno il mondo, ma speravo che questo film Prime Video, essendo tratto da un romanzo, ed avendo raccolto un cast di un certo livello, avesse delle fondamenta e delle dinamiche più interessanti o originali, ma non è stato così. Infatti nonostante i tentativi, Inviati Per Forza risulta un filmetto dimenticabile che non è in grado di brillare in nulla. 
I momenti più comici sono banali e telefonati, infatti a stento ho sorriso, figuriamoci scoppiare in una fragorosa risata.
The People we Hate at the Wedding però non vuole parlare solo di dinamiche familiari, ma cerca una prospettiva più profonda parlando di omofobia, di sterilità, e altre circostanze di vita meno facili.


Anche in questo caso però non mi sono sentito toccato da modo in cui questo film mette in scena certe tematiche. 
Non hanno aiutato a migliorare la mia opinione su questo film alcuni inutili approfondimenti sulle vite di Paul e di Alice, il confronto fra lo stile di vita e di essere di britannici contro statunitensi, e un finale abbastanza banale. Se cercate una commedia che vi faccia da sottofondo mentre sferruzzate o vi fate le unghie, allora andrà più che bene, ma non aspettatevi altro.


Glass Onion - Knives Out (2022)


Titolo originale: Glass Onion: A Knives Out Mystery
Genere: giallo, thriller, commedia
Durata: 140 minuti
Regia: Rian Johnson
Uscita in Italia: 23 dicembre 2022 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti

La nota più dolente è il secondo capitolo di Knives Out, che adesso, da Prime Video, è passato a Netflix, e forse questo avrebbe già dovuto dir tutto. Glass Onion infatti non mi ha convinto, non solo rispetto al primo capitolo (ne parlavo qui) ma anche come film in sè.
Questa volta l'investigatore Benoit Blanc si ritroverà sull'isola privata del magnate Miles Bron che per rompere la noia data dal lockdown per il Covid, deciderà di riunire i suoi amici più intimi per passare del tempo insieme e soprattutto per una delle sue tipiche cene con delitto. Dal gioco però si passerà alla realtà e non vi dico altro qualora non abbiate ancora visto Glass Onion.

Non si tratta di un film categoricamente brutto, anzi ha tutto sommato una storia ben realizzata e abbastanza intrigante, che si riavvolge su se stessa per svelarci il misfatto. Avessero però evitato qualche lungaggine, ne avrebbe giovato il ritmo.
C'è qualche colpo di scena riuscito, ma si perdono tante delle caratteristiche che avevo apprezzato nel primo Knives Out. Quel film infatti era elegante, aveva il sapore di un classico senza tempo. Qui invece si tenta di essere più pop, più mainstream e contemporanea, ma soprattutto la si butta troppo in caciara, soprattutto verso il finale.
È una moda del cinema del momento quella di mettere in ridicolo il riccone di turno, lo avevamo visto anche il The White Lotus ad esempio ed in altri film che non ho ancora visto, ma è un trend che non apprezzo particolarmente, specie nel lungo periodo perché mi sembra fine a se stesso.

Più che caustico e tagliente, questo Glass Onion mi è sembrato parodistico, specie nella caratterizzazione dei personaggi. C'è il tentativo palese di rappresentare, attraverso i protagonisti, anche delle parti della società, e quindi muoversi quasi come una critica ad essa, ma alla fine l'impressione è più quella di una stereotipia. Mi è spiaciuto soprattutto che questo cast potente, con nomi come Edward Norton, Janelle Monáe e Kate Hudson, più vari momentanei camei, non sia riuscito ad apportare un valore in più al film, se non quello dell'ovvio talento.
Ma sono rimasto ancora più perplesso dal Blanc di Daniel Craig, che questa volta mi è sembrato diverso, un po' troppo isterico per i miei gusti. 
Con Glass Onion per me il francise ha avuto una leggera flessione verso il basso, ma spero si sapranno riprendere col terzo confermato film.


Gli ultimi (e nuovi) film di Giugno!

Giugno ci sta lasciando ma non è stato un mese inutile anche dal punto di vista cinematografico, e fra sequel e novità ho diversi film di cui parlare.


Caccia all'eredità (2024)


Titolo originale: Spadek
Genere: commedia, giallo
Durata: 94 minuti
Regia: Sylwester Jakimow
Uscita in Italia: 19 giugno 2024 (Netflix)
Paese di produzione: Polonia

È stato già definito come una sorta di rivale polacco di Knives Out, ma oltre ad essere entrambi derivanti da un genere come il giallo classico (quindi nessuno si è inventato niente) credo che Caccia all'eredità, uscito su Netflix il 19 Giugno, abbia la sola pretesa di essere un film godibile e ci riesce.
La storia ci viene raccontata da un certo Dawid, il quale sembra stia facendo un viaggio con la sua famiglia per la lettura del testamento del suo ricco zio Wladysla. Proprio per una sosta dal benzinaio Dawid scopre che anche i suoi cugini Karol e Natalia, che non vedeva da 30 anni, sono stati chiamati per l'occasione, e una volta arrivati alla dimora dello zio, scoprono che in realtà non è morto, ma Wladyslaw voleva riunirli per annunciargli che i suoi beni andranno in beneficenza e che loro possono aggiudicarsi, attraverso un quiz, i brevetti delle sue invenzioni, che hanno comunque un valore economico importante.


Peccato che il giorno seguente il caro zio Wladyslaw verrà ritrovato davvero morto, e visto che una tormenta di neve non consente di uscire, l'assassino non può che essere in casa e toccherà scoprirlo. 

Quello che caratterizza Caccia All'eredità è un insieme di generi, perché si parte con il classico giallo come dicevo alla ricerca del "chi è stato?", e poi si sfocia nella commedia, toccando quasi il genere slapstick. Si susseguono quindi una serie di giochi, di tranelli, di luoghi da cui tentare di fuggire, e di colpi di scena che accompagnano lungo tutto il film, e, come dicevo, alla fine funziona perché fa sorridere e mantiene viva quella curiosità fino all'epilogo, senza però obbligare lo spettatore a scervellarsi, ma solo a badare a qualche dettaglio.
La coralità ad esempio è ben bilanciata visto che ognuno ha la sua storia, ognuno ha il suo ruolo attivo, ma, quando serve, le linee narrative si separano o semplicemente qualcuno fa un passo indietro (soprattutto Karol secondo me).

È vero che Caccia all'Eredità è alla fine si basa sull'unione di idee già più o meno note, eppure nel loro insieme riescono ad incastrarsi bene creando una storia fluida, con un buon ritmo e delle buone interpretazioni, sebbene un po' chiuse nello stereotipo del genere. 
Come dicevo le idee sono parecchie, e a volte sembrano un po' troppo caotiche o esagerate, ma alla fine tutto torna e la storia di per sé risulta chiara e comprensibile.

Ho come l'impressione che Caccia all'eredità sarebbe stato un ottimo film di Natale, con qualche accorgimento sarebbe potuto essere festivo ma originale, perché ha un mood e una atmosfera comunque invernale, da film da vedere sotto la coperta, e perché comunque il suo tema di fondo è positivo e confortante. 
Un confronto con Knives Out secondo me, per quanto fattibile, non porterebbe nulla: sono entrambi film derivativi che si guardano, e si riguardano volentieri, ma se Cena con delitto ha qualche sottigliezza in più e una generale qualità, ma entrambe hanno il "mero" scopo di intrattenere non di rivoluzionare il genere. 


Inside Out 2 (2024)


Genere: animazione, commedia, fantastico
Durata: 96 minuti
Regia: Kelsey Mann
Uscita in Italia: 19 Giugno 2024 (Cinema)
Paese di produzione: Stati Uniti D'America

A distanza di quasi 10 anni è arrivato un sequel che sta facendo chiacchierare ma i cui incassi stanno risollevando le recenti sorti di Pixar e aiutando il cinema in periodo di magra come quello estivo. Inside Out 2 si è fatto attendere e credo sia uno di quei secondi capitoli riusciti.
Ritroviamo Riley con tutte le sue emozioni, Gioia, Tristezza, Rabbia e Disgusto e Paura, ma ovviamente la ragazza non è più una bambina, e non solo le si pongono davanti nuove sfide, come l'arrivo di nuove amicizie e l'occasione di poter migliorare nello sport che ama, l'hockey, ma sta acquisendo più "Senso di Sé", maggiore insomma consapevolezza della sua personalità e dei suoi punti di forza.

Il fatto è che però Riley ha ormai 13 anni, e quando la pubertà all'improvviso bussa alla porta del suo cervello, le cinque emozioni si ritroveranno altri quattro colleghi con cui avere a che fare. Invidia, Imbarazzo, Ennui (noia, dal francese, che noi tradurremmo meglio in "scazzo") e soprattutto Ansia prenderanno il sopravvento. Riuscirà a tornare la Gioia?

Crescere è una fatica e l'adolescenza è forse il periodo più spinoso, anche da raccontare al cinema, ancora di più se l'intento è quello di accontentare un pubblico ampio, dai più piccoli ai più grandi, e Inside Out 2 riesce nell'impresa. Un sequel che non fa troppo rimpiangere il primo capitolo, ma che ne è un naturale proseguo, e che con altrettanta consequenzialità non può che ispessirsi e per certi versi farsi più serio, perché affacciarsi al mondo degli adulti può non essere semplice. 
E la Pixar ha trovato il modo per raccontarcelo senza drammatizzare troppo le cose, ma intensificando il suo tratto emotivo e narrativo dove serve, anche trovando soluzioni grafiche che rendono bene le fasi più delicate dell'adolescenza (e dello stato emotivo umano in generale, visto che certe emozioni non ci lasciano mai).

Ci sono aspetti che ho apprezzato molto in questo Inside Out 2, e altri che invece avrei voluto fossero stati diversi.
È la grafica e la traduzione animata del difficile mondo interiore secondo me la parte più vincente e convincente di questo film perché ci sono tante idee ben sviluppate e spesso simpatiche (la prigione dei segreti forse è la migliore).

È anche il tema di fondo a convincermi ed è molto più complesso di quanto possa sembrare: se in Inside Out 1 si cercava un equilibrio fra luce ed ombra, fra gioia e tristezza, nel sequel si cerca di raccontare la ricerca dell'accettazione di se stessi in modo più ampio e appunto complesso, imparando a gestire quei lati del carattere, che man mano si sviluppa, che possono non essere positivi.

C'è ancora un ritmo che si tiene alto per buona parte del film, che comunque ha anche una durata giusta col suo scopo. 
Ho un po' di perplessità invece sul pubblico a cui si riferisce: personalmente non esporrei la fascia più giovane alle problematiche che possono avere i ragazzi un po' più grandi. D'altronde se non hanno mai sentito parlare di ansia (si spera) perché fargliela conoscere? Senza contare che la trama interna ed esterna è molto lineare, quindi possono essere attirati dai colori ma non tanto dalle avventure.

Allo stesso tempo gli adolescenti potrebbero in linea generale preferire contenuti differenti, ma se fossi un adulto li spingerei a dare una chance a Inside Out 2 perché è a loro che si fa riferimento. 
Mi aspettavo poi che le varie emozioni arrivassero in modo più interessante ed originale, e che avessero un maggiore impatto, invece ad esempio Ennui è quasi completamente ai margini della storia.
Ammetto poi che non ricordo tantissimo del primo Inside Out, ma ricordo che lo avevo apprezzato anche per l'ironia, qui invece i dialoghi mi sono sembrati meno brillanti e leggermente meno divertenti.
Fra i tanti sequel comunque che ho visto nel tempo, penso che quello di Inside Out non sia solo comunque riuscito, ma forse anche quello più "necessario" visto che il film si presta ad offrire ancora molti altri spunti. 


Maschile Plurale (2024)

Genere: commedia 
Durata: 105 minuti
Regia: Alessandro Guida
Uscita in Italia: 15 febbraio 2024  (cinema)/ 20 Giugno (Prime Video 
Paese di produzione: Italia

Meno atteso e indubbiamente meno chiacchierato il sequel di Maschile Singolare, film di Alessandro Guida uscito ormai tre anni fa, e che prende il titolo di Maschile Plurale. Come protagonista torna Antonio (Giancarlo Commare) che proprio tre anni dopo la morte del suo amico Denis si è rimboccato le maniche diventando un pasticciere dal discreto successo sui social, supportato dalla sua amica e commercialista Cristina (Michela Giraud). Quando però si ripresenta nella sua vita Luca (Gianmarco Saurino), Antonio perde un po' l'equilibrio pensando che siano rimasti fra di loro strascichi del passato. Peccato però che Luca si sia rifatto una vita con Tancredi (Andrea Fuorto) e lo aiuti nella gestione di una casa di accoglienza per ragazzi queer che stanno affrontando un periodo di difficoltà.

Antonio così dovrà fare un passo indietro non solo per capire cosa realmente vuole, ma anche per lasciare che gli altri siano liberi delle loro scelte.

Un secondo capitolo di Maschile Singolare non mi sembrava una cattiva idea, sebbene non sia mai diventato uno dei miei film preferiti, ma la storia di Antonio e Luca aveva lasciato uno spiraglio aperto e approfondire le vite di entrambi non mi sembrava una cattiva idea. Maschile Plurale però non mi ha convinto esattamente come il primo film, ma per ragioni differenti.
Se infatti nel primo capitolo mi sembrava ci fosse un ping pong fra stereotipie e superficialità, qui è proprio la banalizzazione generale che mi è pesata. È vero che si tratta pur sempre di una commedia ma nemmeno il suo risvolto più leggero riesce ad essere particolarmente divertente.
Infatti credo che il tentativo di rendere Antonio in qualche modo una sorta di Bridget Jones sfigato che tenta di riconquistare il suo ex, si traduce in azioni infantili ed egoistiche, rendendolo antipatico da inizio a fine. 

Non ne esce meglio Luca, che assurdamente non sembra conscio che le cose fra lui e Antonio possano essere altrettanto strane, ma che soprattutto sta per sposare un uomo a cui ha nascosto una parte di lui, seppur passata.

Tutte le reazioni di gelosia mi sono sembrate quelle di un teen drama, e la cosa mi fa forse doppiamente male perché i personaggi di Maschile Plurale dovrebbero essere miei coetanei, e quindi non proprio ragazzini, ma la mia generazione credo abbia bisogno di personaggi più interessanti e rappresentativi.
È vero che l'argomento di fondo, di apertura verso la pluralità a cui il titolo fa riferimento, è positivo e rincuorante e che appunto i personaggi avranno una crescita, ma il percorso per arrivarci è tortuoso. Salvo però Riky (Francesco Gheghi), un ragazzo "problematico" del centro di accoglienza in cui lavora Luca, che è un personaggio complesso e ben interpretato, ed anche l'evoluzione di Cristina, che finalmente ha più spazio, diventando quella amica che un po' tutti vorremmo. 

Scavando un po' più a fondo, anche la storia della costruzione della nuova pasticceria mi è sembrata semplicistica ed irreale (avete mai visto un posto che espone i dolci in quel modo?), una sorta di americanata dove con un cacciavite e due assi di legni costruiscono una casa a due piani.
È per queste ragioni che non ho avuto particolare feeling con questo Maschile Plutale: è vero che il cinema queer è sempre meno popolato rispetto a quello etero, ed è anche vero che si tratta di una operazione che non fa male a nessuno, sicuramente meno peggio di altre, ma non è purtroppo figlio della cinematografia italiana, spesso lontana dalla realtà. 




Tre film da recuperare questa estate!

Negli ultimi mesi mi sono chiuso troppo a seguire serie tv, proprio perché ne avevo davvero tante da recuperare, e nella mia lista i titoli fioccavano come funghi dopo un giorno di pioggia, ma ho deciso di rallentare questa corsa furiosa (che, a dirla tutta, non sono mica così rapido a guardare le serie).
Ne era nata anche una sorta di frustrazione nel non trovare delle serie tv che mi lasciassero a bocca aperta e per cui avessi voglia di far nottata. Ho pensato quindi di spostare lo sguardo e cercare compagnia e intrattenimento nei film. Anche in questo caso non manca il materiale da recuperare e tra l'altro si sposta fra generi e piattaforme di streaming diverse.
Proprio in queste ultime serate ho visto tre pellicole, che potete recuperare un po' tutti perché sono disponibili su servizi diversi, e soprattutto che hanno livelli di intrattenimento diversi, passando dal più frivolo, ad una storia un po' più sostanziosa.

Un amore e mille matrimoni (2019)

Un amore e mille matrimoni (2019) - Film - Movieplayer.it

Hayley vuole che il giorno del suo matrimonio con Roberto sia perfetto, come tutte le spose che si rispettino: la cerimonia ha come location una bellissima villa romana, e all'evento saranno presenti tutti i familiari dello sposo. Chiederà quindi al fratello Jack di aiutarla a far sì che tutto vada per il meglio, ma lo stesso Jack vorrà cogliere l'occasione per recuperare il rapporto con Dina, anche lei invitata al matrimonio, che aveva conosciuto tre anni prima, ma con cui non era riuscito ad andare fino in fondo. 
Fra vecchie e nuove fiamme, amici maldestri, e tentativi poco ortodossi di evitare il peggio, non sarà facile per i due fratelli superare la giornata e basterà davvero poco affinché tutto possa cambiare.


Un amore e mille matrimoni, che trovate su Netflix, è il film più leggero che abbia visto nell'ultimo periodo, ma ciò non toglie che l'abbia trovato una buona compagnia disimpegnata.
Segue il percorso ormai stra abusato, anche in salsa inglese, delle commedie romantiche che ruotano attorno amicizia e matrimoni, con una punta di "sliding doors moment" che ravviva la storyline.
A vincere secondo me in questo film sono i dialoghi frizzanti, con un bel ritmo, a volte divertenti, che non puntano troppo spesso alla volgarità pur di far sorridere. In generale la scorrevolezza della trama è un altro punto di forza di Love Wedding Repeat, che, anche quando questa si "riavvolge", riesce a proseguire rapida.


Se da un lato la parte tecnica non ha nulla secondo me di particolarmente sbagliato, ma anzi ci regala delle belle immagini di Roma, e ci accompagna con una colonna sonora piacevole, ci sono però un paio di elementi meno positivi.
Credo che il titolo in inglese infatti renda meglio, come spesso accade, di quello che hanno proposto in italiano, che fa pensare che tutti si sposino, quando in realtà il matrimonio è effettivamente solo uno. Così come sono certo che si sarebbero potute attuare molto facilmente soluzioni narrative un po' più originali e credibili in alcune parti.


Insomma, credo che siamo tutti d'accordo nel dire che Un amore e mille matrimoni non è il film dell'anno, ma gli spunti ironici e quel filo riguardo alla casualità degli eventi, che possono sconvolgersi da un momento all'altro in un solo istante, ma che può essere ribaltata con la forza di volontà, sono gli elementi che me lo fanno considerare un film perfetto per l'estate. Se non avete molto tempo, se cercate qualcosa di leggero, e se ad esempio avete un po' nostalgia di Four Weddings and a Funeral (sia il film, ma anche la serie tv), potreste consolarvi e rallegrare la serata con Love Wedding Repeat.

Titolo originale: Love Wedding Repeat
Genere: commedia
Durata: 90 minuti
Regia: Dean Craig
Uscita in Italia: 17 Luglio 2020 (Netflix)
Paese di produzione: Gran Bretagna
Voto 6.5


Cena con delitto - Knives Out (2019)

 

Harlan Thrombey ha la fama di essere un talentuoso scrittore di romanzi gialli, e alla soglia degli 85 anni ha creato un piccolo impero, ma deve ancora avere a che fare con una famiglia decisamente poco facile da gestire. I due figli di Harlan, Linda e Walter, con i rispettivi coniugi e figli, tentano infatti di sfruttare, in modo diverso, la benevolenza (ed il denaro) dello scrittore, ma proprio la sera stessa della cena per festeggiare il suo 85esimo compleanno, il patriarca Thrombey decide di mettere i puntini sulle i ed imporsi sui suoi familiari/avvoltoi.
La mattina seguente alla festa però Harlan verrà trovato morto, e subito si penserà ad un suicidio, ma non è di questa opinione l'investigatore privato Benoit Blanc, che è stato assunto da un anonimo proprio per scoprire la verità. Blanc inizierà ad indagare sui possibili moventi che avessero i Thrombey e i collaboratori dello scrittore nel volerlo morto.


Con "Cena con delitto" sale la qualità, ma sale anche il livello di intrattenimento rispetto ad Un amore e mille matrimoni, ed è un film che ho adorato perché unisce il sapore classico di un giallo alla Agatha Christie, ma con quel twist fresco e moderno che può avere una storia raccontata ai nostri giorni. Non voglio dirvi troppo sulla trama perché il bello è proprio seguire la storia e scoprirla a poco a poco.


Posso però anticiparvi che il mistero si insinua e si incanala in un percorso intricato ma non troppo difficile da seguire, e viene sviluppato molto bene: quando infatti sembra che il colpevole sia stato smascherato, e quindi la tensione scema, ecco che il motore si riaccende, riprendendo di nuovo ritmo.
Proprio per questo la sua durata non mi è pesata affatto, ma anche per il fatto che si tratta di una vicenda non banale che ha molti punti su cui sostenersi: da un cast fortissimo, da Jamie Lee Curtis a Daniel Craig, fino al giovanissimo Jaeden Martell (ve lo ricordate in In Difesa di Jacob?), che rivestono dei ruoli forse esagerati ma resi perfettamente ed in modo credibile, ad una regia, una fotografia ed una ambientazione curate che ci accompagnano da inizio a fine.


Non riesco a trovare un difetto a Cena con delitto - Knives Out, ed anzi avrei voglia di rivederlo: è un giallo a tutti gli effetti che funziona bene, che sa guardare al mondo attuale e che, con una ironia giusta e mai grezza, riesce a spezzare i momenti più drammatici, e che mi ha fatto sorridere più e più volte.
Cena con delitto lo potete recuperare su Amazon Prime Video, che, vi ricordo, fa parte dell'abbonamento Prime.

Titolo originale: Knives Out
Genere: giallo, thriller, commedia
Durata: 130 minuti
Regia: Rian Johnson
Uscita in Italia: 5 Dicembre 2019
Paese di produzione: Stati Uniti
Voto 8


Greyhound - Il nemico invisibile (2020)


Il corso della storia sembra quasi sempre ricordare solo i nomi più famosi e importanti, ma la storia non è fatta solo di pochi uomini, ma è legata alle vite, alla forza, al coraggio di tante anime che hanno portato avanti gesta al limite dell'eroico, come Ernest Krause, un capitano di corvetta che, durante la Seconda Guerra Mondiale, riuscì a scortare un convoglio composto da 37 navi con truppe e rifornimenti importanti che doveva arrivare in Inghilterra, superando le insidie di alcuni sottomarini u-boot tedeschi. Un nemico invisibile che sarà dura da contrastare, ma che Krause, anche allo stremo delle forze, farà di tutto per fermare.


Non sono uno strenuo fan dei film di guerra, eppure di tanto in tanto mi piace guardarne qualcuno non troppo impegnativo, come appunto questo Greyhound, che mi ha tenuto allo schermo molto volentieri. La trama di per sé si muove su un asse molto semplice, ma si tratta di una pellicola che secondo me, anche senza grosse conoscenze sul contesto storico generale, riesce ad essere avvincente proprio per tutta la parte di azione di questa battaglia che sembra sempre sul punto di essere persa.
Non so se sia voluto, ma credo che abbiano saputo anche dare un senso di claustrofobia, passando dalla sala di comando della Greyhound, sempre con inquadrature piccole e strette, rivolte principalmente ai personaggi, a volte anche molto buie, alla visione di questo mare ampio, vuoto, ma che non sembra sconfinato ed è ovviamente pieno di insidie. 


Credo sia la giusta prospettiva per descrivere quei momenti concitati, stanchi, e quasi in apnea e per rappresentare l'animo dell'equipaggio, composto in parte da giovanissimi.
Tutte le scene sono rese in modo molto realistico in CGI, le musiche sospingono ovviamente le scene più di impatto, ed il cast funziona molto bene. Sicuramente buona parte dell'attenzione per questo film è data dal ruolo di Tom Hanks, che penso abbia fatto un buon lavoro (un ruolo in parte simile lo aveva avuto in Sully, del 2016), seppur credo che per lui sia una parte di comodo, molto facile da portare avanti per il suo tipo di espressività.


Fra i punti più deboli di Greyhound - Il nemico invisibile annovero forse la ripetitività tecnica di questo scontro, che però, come vi dicevo, non mi ha annoiato perché mi è sembrato abbiano saputo riaccendere bene la tensione, concedendoci ben pochi momenti per prendere fiato. Tra l'altro credo che la durata del film sia perfetta per non stancare.
Inoltre capisco che ad alcuni possa anche stufare il solito buonismo autocelebrativo di molti film americani, dove il buon padre di famiglia, cattolico e posato, riesce nell'impresa eroica contro questo nemico cattivissimo, quasi fosse un santo che espugna il purgatorio. Sono due elementi secondo me limitati, ma se proprio non li sopportate non posso far altro che sconsigliarvi di vederlo.


Per me Greyhound è un buon film dove l'intrattenimento, il pathos, la tensione la fanno da padrone, a discapito (forse volutamente?) di un risvolto più umano, di un approfondimento psicologico su uno o due protagonisti. Non lo avrei visto magari al cinema, ma è adatto ad un servizio streaming come Apple Tv + e perfetto da recuperare in queste sere d'estate, senza troppo impegno.

Titolo originale: Greyhound
Genere: storico, guerra, drammatico
Durata: 91 minuti
Regia: Aaron Schneider
Uscita in Italia: 10 luglio 2020
Paese di produzione: Stati Uniti, Canada, Cina
Voto 6.5



Le serie tv Netflix più viste del momento: cosa vedere e cosa skippare

Appena aprite il catalogo di Netflix è molto probabile che ancora vi ritroviate queste serie tv di cui sto per parlare nelle prime posizioni della classifica dei più visti del periodo.
Ed erano anche due delle novità che attendevo con più curiosità per questo settembre e che avrei visto a prescindere perché gli argomenti e i generi mi sono affini, ma non per questo è tutto comunque da vedere o recuperare.


The Perfect Couple
Miniserie 

Per tanto, tantissimo tempo  le celebrità di Hollywood hanno evitato di partecipare alle serie tv, ritenendole produzioni inferiori, ma con gli anni le cose sono cambiate. Lo streaming e l'intrattenimento seriale è infatti ormai gestito da colossi e la qualità è generalmente aumentata e così, anche star A-list, sono ormai habitué delle serie tv, e fra questi ormai c'è anche Nicole Kidman.
Da Big Little Lies a The Undoing, da Nine Perfect Strangers a Expats, Nicole è praticamente la regina dei prestige drama, e non poteva che essere la miglior scelta per The Perfect Couple, miniserie disponibile su Netflix dal 5 Settembre, tratta dall'omonimo romanzo di Elin Hilderbrand, che ha avuto un discreto impatto e seguito.

Kidman interpreta Greer Garrison Winbury, rigida scrittrice facoltosa di successo, sposata con Tag Winbury (Liev Schreiber), i quali sembrano avere una famiglia perfetta. Il loro secondogenito Benji (Billy Howle, già bravissimo in Chloe) sta per sposarsi con Amelia (Eve Hewson, che ho visto di recente in Bad Sisters), che viene da una famiglia meno abbiente e tutto sembra pronto per le nozze, quando però la migliore amica della sposa e damigella Merritt (Meghann Fahy) viene trovata morta proprio nella tenuta dei Winbury.

Così si inizia ad investigare, a cercare nelle crepe della famiglia così blasonata e ricca ma così piena di scheletri dell'armadio, dove nessuno in fondo è senza peccato e tutti possono essere colpevoli.

The Perfect Couple ovviamente ci farà scoprire nei suoi sei episodi tutti i sospetti e i possibili moventi, in un giallo che nel suo insieme mi è sembrato piacevole, ben messo insieme, con interpretazioni abbastanza convincenti, con un ritmo che spinge al binge watching senza troppa fatica.

È una miniserie che però non lascia molto, bisogna dirlo: al netto della coreografia iniziale che secondo me non solo è stata pensata per la viralità, ma anche setta l'intento più leggero che la storia vuol avere, The Perfect Couple è una produzione che non si distingue molto da un punto di vista puramente narrativo.

Le vibe alla The White Lotus ma anche alla Knives Out, proprio per quel sapore vagamente ironico che si miscela ad una storia drammatica e gialla appunto, sono troppi forti per poter dare anche solo la parvenza di originalità alla serie. Inoltre non c'è un lavoro particolare sia nello sviluppo della storia che in quello dei personaggi, che risultano racchiusi in un bozzolo di stereotipia. 
Il figlio maggiore dei Winbury, Tom (Jack Reynor), è lo spaccone, mentre sua moglie Abby (Dakota Fanning) si è adattata bene allo stile della famiglia; lo stesso vale per l'amica francese di famiglia Isabel Nallet (una sempre liscissima Isabelle Adjani), un po' naïf, ma in fondo ben sveglia. I genitori invece di Amelia vengono quasi abbozzati come due campagnoli mangia hamburger e patatine. 

Non voglio però che passi solo una impressione negativa di The Perfect Couple perché, sebbene sia skippabile e per quanto sia importante spingere per avere contenuti di qualità, alla fine è una miniserie giusta per il luogo attraverso cui si fruisce, e che non mi ha dato l'impressione di voler rivoluzionare il genere, ma di essere esclusivamente intrattenimento facile da seguire, che sullo sfondo parla anche di disparità socio-economiche e di famiglie disfunzionali e marce, nonostante le apparenze.

Si parla di far diventare The Perfect Couple come una serie antologica, quindi con altre storie e personaggi, visto che nasce come una serie limitata, ma sono certo che Nicole non mancherà di presenziare al prossimo gialletto con una ambientazione lussuosa. Speriamo con una parrucca migliore.


Kaos
Miniserie

 
Sulla cima dell'Olimpo c'è una magica città e i suoi abitanti sono le divinità, ma non c'è una bambina che ancora non è dea ma Zeus (Jeff Goldblum) che vive in una mega villa vestito da bibitaro arricchito e che teme l'avverarsi di una profezia che ne comporterebbe la caduta e inizia a spadroneggiare a più non posso, e insieme a lui c'è Era (Janet McTeer) moglie stilosissima, gelosa, ma anche libertina, e Dionisio (Nabhaan Rizwan) che ha preso alla lettera il suo ruolo di dio dei piaceri, passando da una discoteca all'altra, ma con la voglia di essere apprezzato dal padre, come in una qualunque famiglia disfunzionale. 

E poi ci sono i cretesi che sono ancora fortemente legati al culto degli dei, al punto che il loro presidente Minosse (Stanley Townsend), padre di Arianna (Leila Farzad), prende parte a sacrifici umani per questa o quella divinità. Fra questi cretesi seguiamo soprattutto le avventure di Orfeo (Killian Scott) ed Euridice detta "Riddy" (Aurora Perrineau), dove lui è una rock star e lei la sua fidanzata che ha una visione meno disincantata e più di rottura rispetto a questa società così credente e ottusa.

Creata da Charlie Covell, già papà di The End of the F***ing World, Kaos non ha stentato affatto a raggiungere i primi posti della classifica dei più visti di Netflix e si capisce anche perché. L'idea di rimestare i miti greci, con tutto il carrozzone di dei e dee che si portano dietro, non è operazione nuova, visto che già American Gods (che io avevo abbandonato alla seconda stagione) ci aveva provato, ovviamente sfruttando altri culti e storie, e ma Kaos ha dalla sua una scrittura più precisa, puntuale, accurata, che si traduce in una serie molto più avvincente e divertente.

Perché nel suo essere una dark comedy, ha anche i suoi momenti più brillanti, che si basano principalmente sui caratteri dei vari personaggi, che più o meno conosciamo dagli anni di scuola.
Covell infatti piega a suo favore il mito greco, non solo rendendolo più contemporaneo e calandolo in una realtà quasi identica alla nostra, ma anche spostando le pedine a suo favore, per creare una storia che funziona anche nei dettagli, e nella cura che mette in scena.

Uno degli obbiettivi di Kaos è però anche toccare temi più grandi, come i rapporti genitoriali, l'amore visto attraverso coppie che non funzionano più, e anche della contrapposizione fra potere religioso e politico rispetto al libero arbitrio. Più in generale c'è una critica rispetto all'élite che si erge come migliore del "popolino" e delle religioni che obnubilano le coscienze.
Tutto bello, ma qui arrivano le mie perplessità, che però non sono così mastodontiche, come ad esempio la scelta delle location, tipo Siviglia utilizzata per rappresentare Creta: bellissimi posti, ma non ci azzeccano forse molto, e sono troppo riconoscibili. 

Nonostante poi abbia "solo" 8 episodi che hanno una buona fluidità e colpi di scena nei punti giusti, Kaos secondo me si perde un po' nella parte centrale, quando il tempo della storia non tiene il passo al tempo del racconto, perdendosi un po' in lungaggini senza un reale scopo. 

Lungi dallo spoilerare, c'è anche un finale che, per quanto non sia completamente aperto, lascia uno spiraglio ad una seconda stagione che però non ci sarà, visto che Netflix ha cancellato il rinnovo.
O ancora, se i miti greci non vi appassionano o vi appassionano troppo potreste trovarvi da un lato a dover seguire una roba che non vi coinvolge, o dall'altro a non apprezzare tutti i cambiamenti fatti per raccontare una storia collaterale alla tradizione greca classica.

Non è un dramma, perché credo che nel suo insieme Kaos sia una delle proposte più interessanti che Netflix ha lanciato da un po' di tempo a questa parte, anche solo per quella curiosità che lascia di riprendere il manuale di mitologia e mettere insieme i pezzi di tutti i rimandi che la serie utilizza.

Le mie riflessioni su Baby Reindeer, cosa non funziona in Mary & George e altre novità in streaming

Si continua con le nuove serie tv terminate, seppur il ritmo di visione sia stato rallentato da viaggi e dalla messa in onda settimanale che a volte non aiuta. 


Based on a True Story
Prima stagione

Credo che RaiPlay abbia fatto un buon colpo ad aggiudicarsi i diritti per Based on a true story, resa disponibile in streaming dal 29 Marzo di quest'anno.
A disdetta del titolo non si tratta in questo caso di una storia vera, ma è vero (perdonate il gioco di parole) che rovistare nei fatti degli altri ci piace sempre tanto, e a volte ci dà quel brivido, quella scossa, che ci aiuta a superare giornate noiose, rutinarie e fiacche.

È un po' questo il motore delle vicende di Ava (Kaley Cuoco) e suo marito Nathan (Chris Messina): la prima fa l'agente immobiliare non senza difficoltà, e soprattutto aspetta un figlio, il secondo invece sta avendo un po' una crisi di mezza età, visto che dopo una carriera da tennista professionista si è ritrovato "declassato" ad istruttore per bambini. Entrambi sono indubbiamente annoiati dalla vita, hanno problemi economici, e la loro relazione è un po' in un momento di stallo in attesa che evolva, ma tutto cambia quando un idraulico belloccio di nome Matt si presenta alla loro porta per alcuni guasti da riparare. Per caso Ava scopre che questo misterioso idraulico sembra avere una doppia, macabra vita: pare essere un serial killer.

La donna però, invece di denunciare Matt, rinchiudersi in casa con un coltello sempre a portata di mano, decide che può cogliere l'occasione per sfruttarla a suo vantaggio e creare un podcast. D'altronde quale miglior occasione se non raccontare una storia basata su fatti reali. Ma come si può gestire un uomo instabile e potenzialmente pericoloso?

Quelli più bravi di me li chiamano crimedy, questi prodotti che uniscono storie thriller e appunto crime con generi più leggeri e comici, e credo che Based on a true story sia un buon esempio della categoria ma non perfetto. 
Knives Out e Only Murders in the Building hanno aperto la strada e questa nuova serie tv su Raiplay secondo me ha alcune qualità. È divisa in otto episodi da mezzora circa l'uno, che non solo appunto fondono generi diversi, oscillando fra il comico e il thriller, ma con una vena vagamente splatter che rende il tutto meno smaliziato e più di impatto, e non mancano anche i momenti di suspense più o meno riusciti.

Kaley Cuoco arriva dritta da The Flight Attendant in un ruolo decisamente simile ma che le sta molto bene, e Messina e Tom Bateman nei panni di Matt, riescono a starle dietro senza sembrare di annaspare. Anzi quest'ultimo è davvero spesso inquietante. 

Based on a true story è comunque una serie tv che si lascia seguire, ma non è la produzione migliore del decennio. Va presa come una commedia in cui l'aderenza alla realtà a volte salta, e che a me ha dato l'impressione di essere, talvolta, un po' troppo studiata, come se si vedesse in modo scafato la costruzione di quei momenti di tensione e quei cliffhanger che casualmente arrivano a fine episodio.
Pochi i riferimenti più riflessivi, come ad esempio quello dell'impatto dei social e della tendenza comune a paragonarsi agli altri, ma in fondo non è lo scopo della serie.

È insomma un prodotto godibile senza mai picchi di particolare rilievo, che trova la sua giusta collocazione nello streaming gratuito su Raiplay, e ha avuto una seconda stagione di cui ho parlato qui.



Mary & George
miniserie

Attesissima almeno da me e divorata con curiosità, Mary & George è stata più o meno a livello delle mie aspettative, con qualche piccola pecca.
Andata in onda su Sky e Now, e terminata il 28 Aprile scorso, si basa sulla storia vera (questa volta davvero) di Mary Villiers (Julianne Moore) una donna arguta, dal carattere forte e indomabile, ma di umili origini, la quale, per sopravvivere alla dura vita dell'Inghilterra del '600, decise di fare di tutto per scalare la società ed arrivare alla vetta più alta: entrare nelle grazie di re Giacomo I (Tony Curran). Conoscendo i gusti del regnante per i giovani bei ragazzi, Mary fece in modo che il suo secondogenito George (Nicholas Galitzine reduce da Rosso, bianco & sangue blu) potesse diventare un perfetto uomo di corte, e sedurre il sovrano per poter acquisire prestigio, potere e denaro. 

Non sarà però un progetto semplice da realizzare, e non basterà la grazia di George, che aveva altre idee per la sua vita, a farlo progredire in questa missione. La corte è infatti un luogo spietato, che porterà da un lato Mary ad impiegare metodi leciti e non pur di far avanzare suo figlio, dall'altro George, verrà completamente assorbito dalla vita di sfarzi che gli consentirà essere il favorito del re, ma a discapito del rapporto con la madre.

Pur basandosi su una storia vera, Mary & George si innesta in una zona grigia per cui da un lato non è rigidamente storiografia, seppur costumi e scenografie seguano rigorosamente lo stile dell'epoca, dall'altro romanza dove necessario, ma senza diventare una sorta di Bridgerton stantia. È vero, non mancano le scene di sesso più o meno esplicite e diciamo che in questo la serie si dilunga anche troppo, a discapito di un finale che è forse il neo più grande di Mary and George.
Se infatti i primi episodi si perdono in questi amoreggiamenti, per così dire, la seconda parte finisce per dover mettere il piede sull'acceleratore per poter arrivare al finale. Inutile dire che non posso fare spoiler perché vi basterebbe leggere anche Wikipedia per scoprire cosa sia successo a George Villiers e alla sua famiglia, però posso dire che la sforbiciata temporale che porta alla conclusione dei fatti, mi è sembrata un po' troppo incisiva per poter spiegare gli ultimi anni della figura del favorito.

È come se la serie si concentrasse molto, con una buona manciata di drammatizzazione, sui risvolti interni ai palazzi, mentre quando doveva espandere la sua prospettiva, e darci l'opinione e le reazioni di un intero popolo, non lo fa. Probabilmente 8 episodi canonici sarebbero stati meglio invece di questi strani 7.


In ogni caso si può chiudere un occhio, anche in questo caso dando il giusto peso a Mary & George, che ovviamente non nasce come un documentario e che ti racconta una storia che magari non conosci e puoi approfondire altrove, ma che soprattutto si concentra sul rapporto particolare, e a volte complicato, fra madre e figlio.
Dalla sua ha anche delle belle location, come dicevo una messa in scena curata, e mi è piaciuto anche il montaggio di alcuni episodi, che dà ritmo anche ad una storia che sarebbe altrimenti lineare.
Il cast poi è ottimo: Julianne Moore è forse la migliore, ma anche Tony Curran è stato un buon King James I, anche se il suo spazio di manovra è particolarmente limitato, visto che poco si racconta di quello che fu il suo impegno nel periodo storico del suo regno. 
Nicholas Galitzine per quanto adatto e carino nel ruolo di George, credo ancora debba maturare nelle aree più drammatiche dei personaggi che interpreta (ve ne parlo anche più avanti). 



Baby Reindeer 
Miniserie


Credo che su Baby Reindeer si sia detto tutto, forse anche troppo, al punto che persino le persone reali coinvolte nella storia sono venute allo scoperto con tutte le conseguenze del caso (anche legali).
La storia è quella di Donny (Richard Gadd, non solo interprete, ma anche ideatore e sceneggiatore del serial) un comico poco più che ventenne che cerca di andare avanti nella vita e nella carriera con alterne fortune. Per sbarcare il lunario lavora in un pub dove un giorno per caso arriva una donna giù di morale. Questa si presenta come Martha (Jessica Gunning), avvocato rampante ma senza denaro, all'apparenza spiritosa e sensibile, ed forse fra i pochi ad aver compreso l'ironia del comico. Peccato che in realtà Martha inizierà a perseguitare Donny, diventando una sua agguerrita stalker, e costringendo l'uomo in un calvario che sembra senza fine.
Ma non sarà solo questo: Donny infatti sta cercando il suo posto nel mondo, ha un rapporto particolare con i genitori, deve superare una relazione con la sua ex ragazza, e dovrà affrontare altre violenze e abusi che lo porteranno a mettere in discussione la propria sessualità.

Oltre alla parte più inquietante delle vicende di Baby Reindeer, la cosa che a me, e penso anche ad tanti altri ha colpito, è il taglio diverso della serie, che per una volta non parla di una storia di persecuzione "tradizionale", della vittima perfetta, magari una giovane donna che semplicemente si ritrova a subire stalking e molestie. In questo caso la vittima è un uomo ed offre una rappresentazione e una possibilità di riflessione differente, che come dicevo esce anche dalla questione del "mero" atto persecutorio, per muoversi verso una maggiore profondità fatta di traumi irrisolti e stratificati, e un ventaglio di fragilità e insicurezze. Ma anche di accettazione di se stessi e della validazione che può arrivare dall'esterno. 

Questa serie Netflix tra l'altro non gioca solo su un binario unico, ma si sdoppia: Donny è sia vittima che carnefice, spesso di se stesso e delle proprie decisioni, della propria sensibilità ed empatia, ma non è un eroe, anzi spesso è causa del suo mal. Allo stesso modo Martha non è solo la stalker tal quale, ma una donna che è stata abbandonata a se stessa dalla società. Ci sono insomma delle sfumature che nella vita di tutti i giorni possiamo vivere e che creano un maggiore effetto di empatia rispetto ai personaggi, ma a questo ci arrivo fra un po' con una riflessione che vorrei fare.

Il successo di Baby Reindeer si deve però non solo alla storia cupa e drammatica che racconta o ai risvolti che questa può avere da un punto di vista umano, ma anche per la sua onestà, per la schiettezza, e questo taglio sarcastico che a volte porta lo spettatore a ridere o sorridere anche quando le cose si fanno decisamente brutte. E poi è interpretata benissimo, non solo da Richard Gadd che giustamente ci è dentro fino al collo avendo vissuto i fatti in prima persona, ma anche Jessica Gunning che interpreta tutte le follie di Martha, ma anche i suoi momenti down senza risultare caricaturale. 
È bella anche la messa in scena e l'estetica generale, ma anche il ritmo e il montaggio che hanno fatto perché tutto risulta chiaro, coinvolgente, senza scadere nella ripetitività che degli atti persecutori possono creare. 


Tuttavia mentre guardavo la serie e mentre coglievo tutte le opinioni esterne e l'eco che si è creata, mi chiedevo, Baby Reindeer avrebbe avuto lo stesso successo se non fosse stata tratta da una vicenda reale? Si sarebbe potuto evitare questo interesse morboso di voler trovare i personaggi reali e scoprire cosa sia accaduto, se lo stesso Gadd non avesse magari sottolineato cosa poteva rivelare e cosa no della sua storia? E soprattutto il personaggio di Donny sarebbe stato compreso davvero con la stessa empatia se appunto Netflix non avesse dichiarato che si trattava di un personaggio praticamente reale? 

Perché in fondo ci troviamo, come dicevo sopra, con un protagonista ventenne (anche se ha un aspetto più maturo) che spesso è vittima di se stesso, con una ironia a tratti imbarazzante, e che fa delle scelte davvero sbagliate fino alla fine. È vero che molte delle sue decisioni possono essere spiegate attraverso i traumi che ha subito, e che gli abusi appunto lasciano dei segni, ma molte volte sembra che Donny non abbia del tutto controllo di se stesso.
Non trovando un vero arco narrativo che lo porta a cambiare, crescere e redimersi, vedi appunto ciò che accade nel finale, e l'ambiguità dell'ultima scena, è possibile che molti lo avrebbero considerato un personaggio più che negativo e di conseguenza tutta la serie come una mera spettacolarizzazione di traumi, dolori e abusi se non ci fosse stato scritto "una travolgente storia vera"?


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