Parlare di cinema italiano per me è quasi un evento, non per snobismo, ma perché difficilmente trovo film che mi incuriosiscano e poi sono ancora meno quelli che mi convincono. Ed anche questa volta non posso dirvi che mi sono stracciato le vesti davanti a queste due nuove uscite recenti al cinema e in streaming.
La Grazia (2025)
Genere: drammatico Durata: 131 minuti Regia: Paolo Sorrentino Uscita in Italia: 15 Gennaio 2026 (cinema) Paese di produzione: Italia |
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Mariano De Santis (Toni Servillo, Il ritorno di Casanova) è un presidente della Repubblica italiana in quello che viene definito come semestre bianco. De Santis è un uomo ligio, un giurista cattolico rigido e stimato, ma in questo periodo della sua carriera già particolarmente delicato, è diviso su due grandi dilemmi morali: deve decidere se concedere la grazia a due persone in carcere che hanno confessato di aver ucciso i loro partner in contesti complessi; inoltre deve vagliare un disegno di legge per legalizzare l'eutanasia. Oltre a queste scelte istituzionali, che comunque segneranno la sua carriera, il presidente combatte anche i suoi drammi personali, quasi tormentato dal ricordo della moglie Aurora, morta anni prima e forse parte di un possibile tradimento, e il rapporto con i figli, specie Dorotea (Anna Ferzetti, BFF - Best friends forever, Avetrana - Qui non è Hollywood), che sta seguendo le orme del padre.
Col cinema di Paolo Sorrentino vado sempre a spizzichi e bocconi, infatti ero rimasto a È stata la mano di Dio, e mi andava bene così. Io infatti non amo moltissimo il suo stile e credo che La Grazia ne sia un po' la piena rappresentazione.
Il film infatti unisce personaggi e vicende che potrebbero essere praticamente reali, e pare che si sia davvero ispirato a Sergio Mattarella per il suo De Santis, a figure quasi oniriche o strane, come questo immaginario papa nero che va in giro in moto e parla come un guru.
Sorrentino sa poi unire momenti surreali, fatti di silenzi, di pathos, magari di pianti, a scene più ironiche e di rottura. In questo senso è perfetta la Coco Valori di Milvia Marigliano, amica di famiglia del presidente, che ha i dialoghi più arguti, pungenti e veritieri forse di tutto il film. Ci sono poi le sue inquadrature precise, eleganti, e una scelta musicale curata che segue perfettamente l'emotività.
Alla base de La Grazia, come appunto buona parte dei film di Sorrentino, non c'è in fondo una narrazione serrata, ricca di snodi e colpi di scena, ma appunto si basa più sulle reazioni e relazioni umane e i conflitti che possono portare.
Il De Santis, perfettamente reso da Servillo, è un uomo molto sicuro di sé, tanto da anticipare quelle che saranno le domande o le richieste di chi gli sta intorno, quasi sapesse leggerne i pensieri. Eppure si porta un grosso peso sulle spalle e nel privato è pieno di rimpianti oltre ad essere tormentato dal tradimento della moglie.
Anna Ferzetti diventa così un'ottima spalla, seppur il ruolo della figlia non sia particolarmente sfaccettato o così centrale: è un po' l'anima più privata del presidente, la sua emotività, ma anche il suo tormento perché da un lato gli ricorda la moglie, dall'altro rappresenta il fallimento come genitore.
La Grazia però, in quanto in pieno stile Sorrentino, mi ha fatto un po' tribolare sulla poltrona, seppur comoda, del cinema.
Il suo pregio è sicuramente saper toccare dubbi e temi morali complessi senza farne un trattato banale, ma la durata del film è davvero eccessiva proprio a fronte di una storia in fondo semplice. Certe scene, come quella col cavallo morente o con gli alpini, mi sono sembrate completamente prive di senso e un peso al ritmo e per lo spettatore.
Anche l'ossessione di Mariano per la moglie e per il suo tradimento alla lunga diventa quasi caricaturale, e sono arrivato a fare le scommesse su quante volte l'avrebbe nominata ancora.
I dialoghi poi di un po' tutti i personaggi risuonano artificiosi, scritti per suscitare effetto ma con il risultato di sembrare un po' finti. D'altronde sono pensati per personaggi che, come dicevo per Dorotea, non hanno una evoluzione.
Pur con una struttura solida e un gusto che posso apprezzare, La Grazia non mi è andato giù facilmente: lo si segue con interesse ma non senza fatica, ed ho trovato difficile immedesimarmi e provare empatia per i personaggi.
Il Falsario (2025)
Genere: drammatico, storico Durata: 110 minuti Regia: Stefano Lodovichi Uscita in Italia: 23 Gennaio 2026 (Netflix) Paese di produzione: Italia |
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Antonio 'Toni' Chicchiarelli (Pietro Castellitto) è un giovane che sogna di diventare un grande pittore ed ha anche un discreto talento. Così, insieme ad un paio di amici, si trasferisce a Roma sperando di sfondare.
Qui però conosce Donata (Giulia Michelini), una gallerista d'arte che, colpita dal carisma e dalla bravura di Toni, lo spinge a creare quadri falsi per gente ricca. Questa sarà l'anticamera del suo ruolo futuro, perché siamo negli anni '70, gli anni di piombo, delle brigate rosse, e Toni si farà risucchiare da giri di malavitosi, entrando anche in contatto con le figure di spicco di quel periodo.
Ho visto Il Falsario con parecchia curiosità, sia perché non conoscevo molto su Toni Chicchiarelli, che è realmente esistito, sia perché su Netflix è ancora in vetta alla classifica dei film più visti. E di buono posso dirvi che in effetti si tratta di un film ben fatto, con una buona ricostruzione storica, seppur le vicende sono fortemente romanzate e soprattutto solo una parte di tutta la biografia del protagonista.
Lo stile in effetti de Il Falsario ha il sapore di una produzione internazionale, adatto appunto alla piattaforma su cui si trova.
Oltre alla ricostruzione storica curata, Il Falsario può contare su un cast azzeccato, a cominciare da Pietro Castellitto, che in effetti nei panni di Toni ci sguazza, è ammiccante, scafato, ma anche tutto sommato dolce. Poi troviamo tanti altri attori validi, fra cui anche Claudio Santamaria, seppur in un ruolo più defilato.
Devo dire però che ho visto questo film di Stefano Lodovichi pochi giorni dopo la sua uscita e già posso dire di averne dimenticato buona parte delle sensazioni che mi aveva lasciato.
In primis la colpa è allo stile poco chiaro: si inizia come un heist movie biografico (mi ha dato un po' le vibe di The Serpent), da cui ti aspetti magari un certo ritmo e un certo tipo di intrattenimento. Poi però Il Falsario lentamente perde di mordente e scivola in una deriva che ricorda un film storico senza però volerne curare tutti i dettagli.
La seconda causa del mancato totale coinvolgimento è forse proprio l'assenza di un vero personaggio approfondito e verso cui provare una qualche forma di simpatia. Come dicevo, il Toni di Castellitto è centrale, ma alla fine è una faccia da schiaffi qualunque.
Ci sono poi aspetti più tecnici che non ho apprezzato in generale, come questo voice over un po' insistente, che cerca di dare un tocco melanconico e poetico al film, che però secondo me non è sorretto da altrettanta emotività.
Nonostante insomma il buon successo di visualizzazioni, Il Falsario mi è sembrato un Lupin che non ce l'ha fatta, non sapendo ben gestire la voglia di rendere quasi romanzesco un personaggio che invece è ben calato in una realtà specifica. E così, come arriva se ne va, senza colpo ferire.
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