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Che delusione queste ultime stagioni! 😔

Credo sia normale che noi più o meno appassionati di serie tv, ci creiamo anche solo un velo di aspettative ogni qual volta è in procinto di uscire una nuova stagione. Speriamo sempre che la storia abbia un degno proseguo, e che sappiano portarla avanti senza stravolgerla o annoiare. Purtroppo non è sempre così, ed anche le serie tv che più mi sono piaciute in passato, possono perdere qualche colpo.

Lupin
Seconda Parte
⭐⭐


Eravamo rimasti con il fiato sospeso all'inizio di quest'anno, quando è stata lanciata la prima parte della serie tv Lupin, e per fortuna non ci hanno fatto aspettare troppo per scoprire come sarebbero proseguite le avventure di Assane Diop contro il perfido Hubert Pellegrini. Purtroppo però, almeno per me, questa seconda parte è stata più deludente della prima, lasciandomi diverse perplessità, visto che non si tratta di una seconda stagione a se stante, ma del proseguo già strutturato, ideato e filmato dei primi cinque episodi.


Che Lupin 1 avesse i suoi difetti non è un mistero: infatti, più che una trama a prova di scrutinio, era l'avventura e il ritmo generale a rendere questa serie tv molto piacevole e intrattenitiva per un pubblico ampio. È vero che bisognava abbassare la soglia della credulità affinché i conti quadrassero, ma il Lupin di Omar Sy, bello e gigione, era convincente. La parte 2 invece mi è sembrata nel suo insieme più fiacca, e anche le buone qualità dei primi episodi sono stati molto diluiti.
Gli inseguimenti e gli scontri sono diventati meno d'impatto, perdendosi in lungaggini inutili e che tolgono di cadenza. Solo negli ultimi episodi si riprende un po' con lo stile della prima parte, ma non è bastato a salvare l'intera stagione.


I famosi flashback con cui, nella prima parte, ci mostravano concitatamente le mosse scaltre di Lupin, in questa seconda parte si trasformano in lunghi spiegoni un po' troppo flosci e anch'essi poco interessanti. I personaggi e le loro scelte finiscono per risultare piatti, non sempre credibili o sufficientemente utili all'economia della storia da giustificarne il tempo sullo schermo, o con quel minimo background che ci consenta di capire chi sono e qual è il loro percorso. E ancora, se nella prima metà della stagione la qualità della serie non mi è sembrata così male, in Lupin Parte 2 ho notato più volte lo stile "francese" di certe scelte registiche.


Si perde inoltre il senso del pericolo, la tensione, e anche l'ironia che avevo trovato nei primi episodi.
Mi sono chiesto se questo divario fra primo e secondo capitolo sarebbe stato meno palese se avessimo visto tutta la stagione insieme, e ho iniziato a maturare l'idea che forse questa scelta di marketing potrebbe non essere stata la migliore da un punto di vista narrativo.
La terza parte di Lupin, è uscita il 5 ottobre 2023 su Netflix e ve ne parlo qui.




The Handmaid's Tale - Il Racconto dell'Ancella
Quarta Stagione
⭐⭐🌠


È dalla seconda stagione che The Handmaid's Tale, nonostante i premi e il successo che riscuote, cammina sul filo del rasoio. Per dirla in breve, secondo me hanno tentato di mungere troppo questa storia, cercando di proseguire per più stagioni possibili e di mantenere i personaggi che i fan si aspettano di vedere. La conseguenza è che la storia torna sempre a rimestare sulle stesse dinamiche, sugli stessi argomenti, sulle stesse note emotive. Alla lunga tutto questo finisce per stancarmi, perché secondo me è un tentativo troppo scafato di sfamare il pubblico, rinunciando a fare andare davvero avanti la storia. 


Come era già successo nella terza stagione, anche questa quarta di The Handmaid's Tale fa pochi, ma sicuramente importanti, passi avanti, e in generale l'impressione che ho avuto è che in parte sanno dove andare a parare, ma non sanno bene come fare, in parte non sanno proprio come dare spazio ai personaggi. 
È come se una delle serie tv più coraggiose abbia perso proprio il coraggio, e gli episodi finiscono per dare un risultato a volte risibile e poco credibile. June ad esempio sembra indistruttibile fisicamente: persino un asteroide a questo punto non le farebbe un graffio. 
Fortunatamente con The Handmaid's Tale 4 giungiamo ad uno sblocco di certe dinamiche, e finalmente vediamo un po' le cicatrici più interne che Gilead ha lasciato sulla sua protagonista e non solo. Il problema è che la strada della vendetta che le stanno facendo percorrere risulta un po' prevedibile e secondo me di scarso impatto narrativo, proprio per queste tempistiche ormai così dilatate.


Dall'altro lato, se June non avesse ancora questa cazzimma, la serie sarebbe finita, quindi si ritorna al punto di partenza: abbiamo bisogno di ancora molte stagioni?
Peggio mi sento con i signori Waterford che non risultano credibili come prigionieri nemmeno per un secondo: in pratica entrano ed escono dalle loro "celle" come nulla fosse, vengono tranquillamente informati di tutto ciò che accade, si chiamano su Zoom come due colleghi di lavoro, e quasi quasi riescono persino a passare per buoni e fare proseliti in Canada. Questa terra della libertà, così come ci era stata raccontata, che però non conosciamo e che improvvisamente presenta le sue ombre, ma credo che ce la stiano facendo conoscere abbastanza male. Un esempio semplice: il Canada appariva lontanissimo, quasi impossibile da raggiungere, e ora sembra che basti svoltare l'angolo da Gilead e ci arrivi. Le comunicazioni e gli incontri fra i due territori sembrano molto più facili, meno occulti. Tu gileadiano hai bisogno di sale? Chiedilo al vicino canadese.


La stessa June, la quale sembra avere quasi un ruolo di comando, riesce a giostrare la situazione in maniera un po' troppo perfetta per risultare credibile.
Era facile nei primi episodi che questa serie togliesse il fiato, e riuscisse a lasciare quasi un peso sul petto. Adesso invece si trascina stanca, c'è più di qualche passaggio di noia e situazioni in cui la logica è troppo sottile per dare alla serie verosimiglianza. Lo stimolo a proseguire Il Racconto dell'ancella è che continua ad avere un'ottima regia e cast, pure Elisabeth Moss si è cimentata nella direzione di due episodi e credo abbia fatto un buon lavoro. Mantiene inoltre una certa coerenza nel voler raccontare personaggi obliqui, non buoni né cattivi, ma umani.
Qui trovate la mia recensione di The Handmaid's Tale 5. 


Il metodo Kominsky - The Kominsky Method
Terza stagione
⭐⭐

Il Metodo Kominsky: Stagione 3
 
Non ha purtroppo chiuso in bellezza la serie con Michael Douglas che appunto termina definita vemente con questa terza stagione. Forse può far sorridere come descrizione per una serie tv che alla fine parla di terza età, eppure Il Metodo Kominsky ha sempre portato una bella freschezza, leggerezza, ironia nelle prime due stagioni. Non è mai stata una serie impegnata o di spessore, però seguirla è sempre stato piacevole e divertente. Con questa terza stagione però mi è sembrato abbiano perso qualcosa.

Premetto che non boccio in toto questi ultimi episodi de Il Metodo Kominsky, anche perché non parliamo di un prodotto che vuole avere la rilevanza di The Handmaid's Tale ad esempio, o comunque di qualcosa di serio e profondo, però hanno comunque perso di mordente. Il tema centrale, come un po' nel ciclo della vita, è la morte, che viene raccontata sotto forme diverse, e se da un lato questo fornisce anche momenti più dolorosi, dall'altro non ci danno molto il tempo per poterli capire, assimilare ed eventualmente coinvolgerci emotivamente.

Il metodo Kominsky invecchia benissimo: guardate la terza stagione - Wired

L'impressione che ho avuto è che fosse tutto una corsa per arrivare ai grandi momenti che stavamo aspettando, forse perché non pensavano di chiudere così presto. La scelta però di togliere due episodi rispetto alle stagioni precedenti, mi ha subodorare il fatto che forse non avessero poi tanti argomenti da affrontare. 
Dall'altro lato le scene più ironiche sono diventate esagerate e irrealistiche, già dalle prime battute e ben oltre lo stile a cui eravamo abituati. 
Fortunatamente questa terza stagione di Il Metodo Kominsky ripaga con una buona snellezza e velocità (ovviamente!), e nonostante l'assenza di uno dei mattatori principali, Alan Arkin, non mancano delle spalle giuste per dar man forte a Sandy. 
Diciamo che fosse stata una stagione di passaggio, magari la seconda, avrei chiuso un occhio su alcune scelte, ma nel suo insieme questo gran finale de The Kominsky Method secondo me è al di sotto delle aspettative.





|#backtoseries chapter 34|
Queste vi terranno compagnia (ma non aspettatevi molto altro)

Ci sono serie tv di cui ti innamori fin da subito tanto che ne vorresti una quantità immane di stagioni, altre che invece non riesci proprio a proseguire tanto ti annoiano, o ti disturbano, e poi c'è una fascia di serie tv che si collocano in una via di mezzo per cui ti piace seguirle, arrivi fino all'ultima puntata, ma nel corso degli episodi noti tante cose che non tornano, che ti fanno storcere il naso, su cui hai bisogno di riflettere.
Ne ho trovate due, che poi sono le ultime serie tv che ho seguito, che sono tutte unite da tematiche attuali, interessanti, a tratti anche delicate, ma questo a mio avviso non basta per avere dei prodotti davvero validi e solidi. Ma passiamo ai casi specifici per non sembrare un completo pazzo.

You
Prima Stagione
⭐⭐🌠

Disponibile su Netflix dal 26 Dicembre del 2018, la prima stagione di You si è fatta notare per uno stuolo di polemiche che sono nate in più modi e da più parti, a volte a ragione, altre un po' meno. 
La critica che ho letto più spesso è data dal fatto che You tratti in modo sbagliato certe tematiche e come vengono rappresentati certi personaggi.



Joe gestisce una libreria a New York e proprio nella sua libreria conoscerà una ragazza che gli ruberà il cuore sin dal primo istante: Guinevere Beck. Per il ragazzo, Beck diventerà una vera ossessione, il pensiero fisso di ogni momento, e da quella ossessione nascerà nella sua mente un amore malato. Joe inizia a seguire Beck, cercherà di capire come trascorre le sue giornate, chi frequenta, tenterà di conoscere ogni dettaglio della sua vita al fine di conquistarla. 
Joe è davvero disposto a tutto pur di entrare nel cuore della ragazza, e con "tutto" intendo anche ciò che non è legale, pur di diventare il suo perfetto fidanzato. Supererà e giustificherà persino le intemperanze, le incongruenze e le bugie di Guinevere pur di stare con lei.


Joe è un vero e proprio stalker che sfrutta la tecnologia, i social, e tutto ciò che ci espone più o meno direttamente all'occhio pubblico ed indiscreto, che lede la nostra privacy, per conquistare la ragazza che ama. Diciamo che l'intento sarebbe anche carino, e romantico, ed in fondo un po' tutti abbiamo sbirciato nei social del tipo che ci piace, ma lui porta all'esasperazione questa curiosità e i suoi sentimenti, trasformandoli in patologia.
È proprio questo binomio fra amore e malattia che ha mandato in confusione tantissime persone, perché ci ritroviamo quasi ad empatizzare con Joe, che risulta, nella sua follia, come un tenero ragazzo che cerca solo di far breccia nel cuore della sua amata, mentre ci porta a non sopportare Beck, a reputarla poco affidabile, troppo lunatica, troppo contraddittoria ed in generale antipatica. Ed è qui che le critiche sono arrivate: la vittima di un qualunque abuso non può essere colpevolizzata, o meglio non dovrebbe esserlo, eppure la serie sembra spingere a questo. Io però l'ho letta un po' in un altro modo.



Secondo me You vuole proprio sottolineare come, a volte, sia più facile empatizzare e simpatizzare con il carnefice piuttosto che con la vittima, senza poi rendersi conto che essere un po' stronzi o superficiali, non può essere minimamente paragonato alle violenze, allo stalking o ad un omicidio. Questo purtroppo capita anche nella realtà, e nella serie giocano un po' sull'ambiguità buono/cattivo di Joe. Lui a volte ha anche le sue ragioni, oltre la sua logica, ma anche da un punto di vista esterno.
Beck non è proprio un distillato di simpatia e si circonda di gente non altrettanto raccomandabile, lo ammetto, ma da qui a far passare Joe come "giusto" ce ne passa. A molti invece il suo personaggio non è risultato abbastanza inquietante, anzi ha trasmesso tenerezza e romanticismo; a me in verità ha dato un costante senso di fastidio, di inquietudine, anche di paura visto che il tema è estremamente attuale, ma capisco chi ha quasi fatto il tifo per lui.



Intanto, credo che comunque chi segue una serie tv sappia discernere fra situazioni reali e inventate, quindi nel preferire un personaggio piuttosto che un altro non trovo nulla di male, ma spero anche che l'attitudine ai fatti reali sia diversa.
È comprensibile come Joe venga visto con un occhio più tenero perché la maggior parte delle volte seguiamo le situazioni dal suo punto di vista. Nella prima stagione di You vediamo lui come voce narrante per il 90% delle volte, per cui è normale che conosciamo ogni suo pensiero, anche il più contorto, ci risulta coerente e solido, mentre degli altri personaggi non abbiamo un approfondimento così ampio e dettagliato. Per questo, tutto ciò che fa Beck secondo me, viene visto come sbagliato seppur non ha nulla di socialmente inaccettabile.
Con questo non voglio dire che sia una scelta vincente o che la centralità del personaggio di Joe sia ben costruita. No, anzi, ci sono parecchie incongruenze ed in generale diverse fragilità nella storia.



You secondo me ha il merito di saper intrattenere: io l'ho seguita molto volentieri, non mi sono annoiato, anzi, l'avrei terminata anche in meno tempo del previsto perché ha quell'intrigo, quei piccoli colpi di scena che attirano l'attenzione. Tuttavia ci sono tanti elementi che non mi sono piaciuti.
La narrazione ha davvero tanti buchi, volti semplicemente a far funzionare il meccanismo. Un esempio stupido (ma non troppo) è che Beck non si accorge mai di avere Joe intorno a spiarla; e, cosa ancora più assurda è che nemmeno le sue amiche se ne accorgono e questo non è molto realistico. Ma davvero ci sono molti elementi contraddittori di questa serie, a volte al limite del surreale, come ad esempio Joe che sembra non morire mai, letteralmente non c'è nulla che lo ammazzi o che lo fermi.
Inoltre la follia del ragazzo, che dovrebbe essere il centro di tutto, poteva essere un po' costruita meglio, con maggiori approfondimenti, magari dandoci degli esempi della sua instabilità già in passato, che potessero anche allontanare quell'idea che lui sia solo un ragazzo innamorato. Ma questo non solo non viene fatto, anzi, viene per certi versi smentito.



Un esempio lampante è la sua passione per i libri: da che li considera come reliquie sacre, a che se ne frega, li dà via, o mette in condizione le persone di distruggerli. E lui nulla, nessuna reazione.
Insomma gli aspetti, le incongruenze ed anche i punti trash di You che non mi hanno convinto sono tanti e potrei stare qui a chiacchierare per ore su tutti gli elementi, ed alla fine queste polemiche e questa curiosità ha giovato alla serie che è stata rinnovata per una seconda stagione.
Qui parlo proprio di You 2.


Il metodo Kominsky
Prima Stagione
⭐⭐⭐🌠

Vincitrice di due Golden Globes, Il Metodo Kominsky ha fatto la sua apparizione su Netflix il 16 Novembre e forse non è stata la serie più chiacchierata, sicuramente meno di You, almeno da ciò che ho visto sui miei social, nonostante i nomi altisonanti di attori come Michael Douglas e Alan Arkin, ma capisco che l'argomento all'apparenza sia poco vicino ai miei coetanei.



Sandy Kominsky non ha avuto una carriera sfavillante come attore, ma se la cava discretamente come insegnante di recitazione. Nonostante si sia allontanato da un pezzo dalla gioventù, però Sandy non ha messo da parte l'idea di recitare, e cerca ancora di trovare qualche ingaggio tramite il manager e ormai amico storico Norman Newlander.
Sarà la morte della moglie di Norman a mettere in azione le vicende di questa strana coppia che non si arrende agli acciacchi che, alla soglia della terza età, sono ormai quotidianità.


L'amara ironia della vita è un po' il quadro più esterno di The Kominsky Method che parte da un tema come l'anzianità, originale almeno nel panorama attuale secondo me, che fa da filtro per trattare altre tematiche, come le relazioni intergenerazionali, il lutto, la malattia, le problematiche lavorative, ma anche la voglia di mettersi in gioco sia professionalmente appunto, che umanamente. Sandy ha un carattere particolare, forte, sicuramente forgiato dagli anni che passano, ma anche probabilmente per il suo modo di essere, e Norman, non è da meno, sa tenergli testa, è ironico e sferzante, ma anche lui sente il peso del tempo. Il risultato è una serie tv che sa farti commuovere (perché in effetti era da tanto che non frignavo per un telefilm), ma sa rubarti anche qualche risata, magari appunto un po' amara. E capisco come mai sia stata rinnovata per una seconda stagione: sa tenere compagnia con quella spinta emotiva, umana, tenera e riflessiva, che dà profondità alla serie.


Ed è una serie che non ha un'età a cui far riferimento, perché questi alla fine potrebbero essere i nostri genitori, i nostri nonni al massimo, quindi anche un pubblico più giovane potrà coglierne il senso.
Il metodo Kominsky però secondo me soffre il peso del suo spazio: è tagliata come una sitcom di circa 30 minuti ad episodio, e, se da un lato questo dà freschezza ed immediatezza, dall'altro avrebbe bisogno di più tempo per approfondire certi argomenti che altrimenti vengono toccati a spizzichi e bocconi, a volte senza una grande logica. Ad esempio il rapporto fra Sandy e Lisa, una sua allieva divorziata con cui sembra possa nascere una relazione. Tutta questa storyline viene un po' lasciata in aria, quando potrebbe dare a Sandy uno sviluppo più approfondito.
Lui in realtà ai miei occhi è un po' più una spalla per Norman che il personaggio principale. Se una serie si chiama "The Kominsky Method" mi aspetto di vedere un po' di questo metodo; non dico che debba girare tutto intorno alla scuola di recitazione, alla In Treatment per dire, che poi diventa claustrofobico, però così ce ne dimentichiamo proprio.
Ma più in generale è Norman secondo me il vero mattatore, quello più sfaccettato che vive, se vogliamo, una situazione personale molto più difficile e, per noi che seguiamo, più interessante.



Norman giustamente è in crisi per la perdita della moglie, ha un rapporto complicato con la figlia che non è più una ragazzina, e si ritrova con un lavoro che non lo soddisfa, ha tanto da dire e da fare e si vede nel corso delle puntate, che più volte sono incentrate su di lui. Insomma i ruoli sembrano un po' invertiti. Il rapporto con Sandy, per quanto litigioso, è comunque forte.
Come vi dicevo inoltre, è una serie che fa sorridere, spesso alleggerita con situazioni ironiche, magari sarcastiche, visto che i personaggi sono schietti e diretti. Però a volte questa ironia per i miei gusti è un po' esagerata, porta a situazioni irreali, a volte sfiora il demenziale, e crea un margine troppo ampio fra la tenerezza che certe situazioni suscitano e l'ilarità di altre circostanze.


Come sempre vi aspetto nei commenti per confrontarci su queste serie e non solo.





|#backtoseries|
Tutte promosse! 🎉🏅

La parentesi di serie tv natalizie di Netflix mi ha rallentato nelle recensioni delle altre serie che avevo già visto prima delle feste, e che avevo pure apprezzato, ma di cui non ero riuscito ancora a lasciare quattro pensieri come sono solito fare. Ma non si può andare avanti senza chiudere le parentesi del passato, quindi è il momento giusto prima di poter dare spazio ad altro.

Modern Love
Prima stagione
⭐⭐⭐⭐


Fra le più attese forse serie tv di Amazon Prime Video lo scorso anno, Modern Love si è subito creata il suo pubblico di affezionati e fra questi ci sono anche io.
Gli otto episodi di cui è composta si propongono di esplorare alcune storie di vita vera, fatte di amori persi, ritrovati, amori strani, magari arrivati tardi, matrimoni da salvare, o fatte semplicemente di affetto e di nuove strade da intraprendere per stare finalmente bene. Ogni puntata è autoconclusiva con una vicenda e personaggi a sé, ma ci sarà occasione per rivivere il brivido dei protagonisti che abbiamo conosciuto.



Chi ha ideato Modern Love secondo me ha fatto un buon lavoro. Intanto le vicende: la serie è basata su una rubrica settimanale del New York Times, per cui dovrebbero essere storie vere, ma anche qualora così non fosse, risultano tutte abbastanza verosimili, ed in un modo o nell'altro si riesce a trovare un riflesso di noi stessi. Anche il modo in cui vengono raccontate queste storie e tutti i sentimenti ad esse collegati è realistico, non ha particolari filtri, anche per come ce lo mostrano. Modern Love non ha ad esempio la regia più raffinata che abbia mai visto (per quanto ne capisca) ma giocano molto sul montaggio affinché tutto torni.











Hanno poi scelto un cast che ha saputo attirare l'attenzione, soprattutto Anne Hathaway che è vero, ha un peso all'interno di questo gruppo di attori, e lascia il segno con la sua Lexi, vista anche la complessità psicologica che deve trasmettere.
Credo però che puntata dopo puntata tutti i personaggi sanno imporsi sia emotivamente che per quello che è il vissuto che devono narrare. Ci sono storie che mi hanno commosso (figuratevi se non mi scappava la lacrimuccia), altre che mi hanno fatto ridere, altri momenti in cui, magari pur non trovandomici, mi son sentito coinvolto ed in empatia con quello a cui stavo assistendo.

Modern Love 2" Su Amazon Prime Video - NonSoloCinema

Do quattro stelle a Modern Love perché in alcuni episodi e per alcuni dei personaggi sentivo il bisogno di un maggiore approfondimento. Il tempo di questa serie tv è un po' il punto forte e la debolezza: da un lato i 30 minuti di episodio sono più che sufficienti visto che in generale le storie non hanno un impianto ed una esposizione particolarmente originale. Sono tutte parentesi più o meno comuni per cui raccontarcele in 50 o più minuti sarebbe potuto essere estenuante e ripetitivo. Dall'altro lato però, in alcuni momenti, ho sentito il bisogno di un po' più di respiro, di scavare un po' ed in questo caso la mezzora non è sufficiente.
In generale non posso dire che tutti gli episodi hanno avuto su di me lo stesso impatto e questo è l'unico appunto che mi sento di sottolineare, che poi è organico ad una struttura di questo tipo.



Mi era capitata sotto gli occhi per caso una recensione in cui dicevano che Modern Love evita troppo il lato "oscuro" dell'amore, ma io credo che, oltre a non essere una definizione veritiera, visto che non mancano tensioni e problemi, ogni tanto è semplicemente bello lasciarsi andare a delle storie dolci, raccontate in modo un po' più spensierato, senza che alla fine lo spettatore si trovi appallato dai piagnistei, dai litigi e dalle porte sbattute.
In Modern Love hanno saputo unire leggerezza e profondità, non cercando a tutti i costi la soluzione, la risoluzione o l'assoluzione. Qui parlo della seconda stagione. 


Il metodo Kominsky
Seconda stagione
⭐⭐⭐⭐



Ho bevuto abbastanza velocemente gli otto episodi della seconda stagione de The Kominsky Method arrivati su Netflix il 25 Ottobre.
Già dalla prima stagione si era dimostrata una serie tv valida, ma che secondo me si rivela quasi migliore della prima.
Resta la scrittura brillante, piacevole, rapida, ironica ed a volte un po' amara, così come restano i dialoghi senza peli sulla lingua e degli attori bravi (e te credo) e credibili (ovviamente) ma questa seconda stagione di Il metodo Kominsky è il perfetto proseguimento ed anche approfondimento della storia che avevamo visto appunto nel precedente ciclo di episodi. 


Io stesso nella scorsa recensione vi dicevo che c'erano degli intrecci che volevo fossero chiariti perché trenta minuti di episodio, per otto puntate in totale, possono essere carini per lo scambio di battute sarcastiche fra i protagonisti, ma non sono sempre sufficienti quando si deve chiarire la natura dei rapporti, i caratteri dei protagonisti e vicende più personali. Con la seconda stagione invece  riescono a fare un colpo al cerchio ed un colpo alla botte: da un lato danno spazio a tutti i filoni narrativi che avevano aperto nella prima stagione, come il rapporto di Norman con la figlia o il superamento del lutto; dall'altro lato c'è occasione per aprire la strada a nuovi personaggi, o comunque dare maggiore risalto alle vecchie comparse. 


Un altro tiro aggiustato, se così posso dire, è il personaggio di Sandy che un po' per tutta la prima stagione mi sembrava non avesse la centralità che spetta a colui che dà il nome a tutta la baracca. In questa seconda stagione invece, fra problemi di salute e una liaison ritrovata, riesce ad avere la luce dei riflettori puntata contro per più tempo e son sicuro che avrà ancora più spazio nel corso della prossima stagione, e se seguite la serie sapete a cosa mi riferisco. 



The End of the F***ing World
Seconda stagione
⭐⭐⭐🌠


Non c'era molta necessità di una seconda stagione di The End of the F***ing World ma seguirla è stata comunque un piacere. 
Eravamo rimasti col fiato sospeso a fine della prima stagione, ma andava anche bene così perché TEOTFW aveva avuto un taglio particolare, con dei protagonisti sopra le righe, e secondo me era una di quelle serie che doveva e poteva restare sospesa in quella bolla di stranezza in cui avevamo conosciuto Alyssa e James.
Continuare è stato un po' un rischio, ma hanno secondo me saputo superare la prova. 



Nella seconda stagione di The End of the F***ing World troviamo i due giovani protagonisti due anni più tardi, divisi dalla sorte e dagli eventi, ed entrambi feriti in maniera diversa. James infatti ha perso il padre da poco e sta cercando di metabolizzare la cosa, ma al tempo stesso tenta di affrontare il suo passato; mentre Alyssa cerca di rifarsi una vita sempre con quella totale assenza di interesse e coinvolgimento che la caratterizza, e sempre tentando a modo suo di trovare l'emotività che non le appartiene. I due si ritroveranno uniti questa volta da una fuga inconsapevole, che li porterà a scontrarsi ma anche ad affrontare i propri trascorsi.


Della prima stagione resta quel senso di inquietudine, inadeguatezza, l'anedonia che i protagonisti si portano dietro, ma la maturazione tende un po' ad appesantire la storia e i personaggi, che più di prima si perdono nei loro pensieri. E proprio quei pensieri sono gli spunti più interessanti e quelli che ci fanno scoprire la crescita di Alyssa e James, che in fondo non sono poi così tanto cambiati.
I pensieri e ma anche i ricordi diventano l'occasione per andare più a fondo di quanto possa sembrare e scopriamo che i due ragazzi hanno maggiore consapevolezza di loro stessi, dei loro sentimenti, anche di quelli negativi. Questo non significa che sappiano gestirli o siano "migliorati", ma è comunque una evoluzione.

The End of the F***ing World 2, recensione di un degno finale

Tutti i ragazzi di The End of the F***ing World vengono da contesti particolari e ne portano lo strascico, ed anche la nuova arrivata, Bonnie, non è da meno. Ce la introducono in modo molto chiaro, e ci fanno subito capire i suoi pregressi. Il resto della storia che la coinvolge e che tocca anche i due protagonisti non è il massimo né per originalità né per intreccio, ma ha quei due o tre colpi di scena che me l'hanno resa più appetibile ed interessante.
A mio avviso questa seconda stagione di The End of the F***ing World dovrebbe essere conclusiva e non rischiare di danneggiare qualcosa che ha funzionato così bene, che si è distinta senza voler strafare, senza prendersi troppo sul serio, e soprattutto visto che hanno saputo chiudere bene il cerchio, ma non nego che seguirei una terza stagione qualora ci dovesse essere (la creatrice Charlie Covell dice di no).


Questa era solo una piccola fetta delle serie tv viste e terminate negli ultimi mesi, ma la lista è ancora lunga e non accenna a sfoltirsi, ma nel mentre fatemi sapere che cosa ve n'è parso di queste serie, se le promuovete oppure no.




Tre serie tv leggere e di compagnia terminate questo mese

Terzo ed ultimo appuntamento di Gennaio per quanto riguarda le serie tv. Non sono forse stato particolarmente celere ne terminare tutto quello che stavo vedendo e soprattutto nel recuperare tutti i titoli a cui puntavo, ma posso ritenermi soddisfatto.


Doctor Odyssey 
Prima stagione

Creata fra gli altri da Ryan Murphy e disponibile dal 28 Novembre scorso su Disney Plus, Doctor Odyssey mi ha convinto. È vero, c'è voluto Joshua Jackson affinché mi aprissi ad un medical drama, ma questa serie tv è anche altro. 

Siamo appunto sulla nave da crociera di lusso Odyssey, gestita dall'esperto comandante Robert Massey (Don Johnson), il quale vuole che i suoi passeggeri vivano le vacanze più memorabili della loro vita. Ovviamente tutto il team sulla nave deve essere all'altezza, incluso il gruppo di medici che assisteranno tutti gli ospiti. Oltre ai già rodati infermieri Avery Morgan (Phillipa Soo) e Tristan Silva (Sean Teale) si aggiungerà al team il nuovo, affascinante medico Max Bankman (Jackson appunto) che da un lato creerà anche nuove dinamiche, ma dall'altro si rivelerà anche capace e preparato.

Ogni settimana infatti la Odyssey ospita un evento o dei clienti molto particolari e le emergenze non mancano mai. 

Non è un genere di cui, forse, mi avete mai sentito parlare, perché i medical drama sono poco adatti a un ipocondriaco come me. Tuttavia, come dicevo, non solo Joshua Jackson rende tutto più invitante, ma Doctor Odyssey non è troppo chiusa in un unico genere.

Da un lato, gli episodi seguono una narrazione verticale, e ogni settimana sulla nave ci sono eventi legati ad una occasione o ad una festività, con imprevisti più o meno gravi. Queste circostanze permettono di affrontare temi molto vari, sia personali che universali, come l'accettazione di sé, i dilemmi etici in campo medico, le ambizioni, il rispetto dell'ambiente, i diritti queer, gli eccessi della chirurgia plastica, i rapporti con i genitori, le relazioni interpersonali, il lutto e le difficoltà che la vita ci pone davanti, come la malattia.

Dall'altro lato, la narrazione orizzontale si concentra sui rapporti fra i protagonisti, in particolare sul triangolo tra Avery, Max e Tristan.


È una serie ad alto fattore di intrattenimento, che fa sorridere, per poi scendere in qualche momento introspettivo, senza diventare melodrammatico, ma il punto di forza di Doctor Odyssey è sicuramente il cast e la chimica che si crea fra questi, sia sul lavoro, sia nell'ambito personale.
Joshua Jackson è credibile nel suo ruolo, è elegante e piacione al punto giusto, e nel corso delle puntate spunteranno dei camei di volti noti. 

C'è però da sospendere secondo me un po' l'incredulità, sia perché le situazioni e le emergenze che capitano sulla nave sono a volte sopra le righe, ed è frequente sentire parlare di "situazioni rare" dai nostri medici. La sensazione che ho alcune volte è che non sembra una crociera di lusso, ma più un ospedale da campo. 

In questo senso, nonostante ci vengano presentati come infermieri, Tristan e Avery sono spesso risolutivi nelle crisi mediche quasi fossero dei veri e propri dottori esperti e rodati, e per quanto non sia del settore, mi sembra poco realistico. 

Inoltre, proprio quei rapporti a cui facevo riferimento su, fra il terzetto, possono sembrare superficiali, specie all'inizio, visto che in pratica non si conoscono affatto. 
La brevità degli episodi, ed il ritmo scorrevole, fa comunque perdonare queste facilonerie in Doctor Odyssey, che resta appunto godibile.
La prima stagione della serie è stata divisa in due parti, lasciandoci intanto con un bel colpo di scena.
Qui vi ho parlato della seconda parte di Doctor Odyssey, che conclude questa serie.



A Man on The Inside
Prima stagione

È arrivata su Netflix il 21 Novembre invece A Man on the Inside, che si basa su un docufilm del 2020 dal titolo The Mole Agent.
Charles (Ted Danson) è un professore di ingegneria ormai vedovo e in pensione, e un po' annoiato dalla sua vita. Per caso un giorno scova un annuncio in cui si cerca un uomo anziano che possa fare da investigatore privato, e così si ritroverà a fare l'infiltrato all'interno di una casa di riposo in cui si stanno susseguendo strani furti di gioielli. Non senza difficoltà Charles deve mantenere la sua copertura, ma anche avvicinarsi ai degenti della residenza per capire cosa stia accadendo.

È una perfetta combinazione di commedia degli equivoci e spy story quella che troviamo in A Man on the Inside, che si muove sui binari solidi di alcune serie tv già note. Infatti, seppur in modo molto più semplicistico, mi ha dato un po' le vibe dell'ironia e dell'eleganza di Only Murders in the Building, complice anche forse il nome del protagonista, e il doppiatore italiano, Mario Cordova, in comune alle due serie. Dall'altro lato c'è anche un po' de Il Metodo Kominsky, soprattutto per le tematiche. 

La vita e l'esperienza di Charles infatti consentono di parlare di elaborazione del lutto, ma più in generale di tutte le problematiche legate alla terza età, siano esse dovute alla salute, o semplicemente alla vita in generale. Lui e appunto gli altri pazienti della casa di cura, ci danno l'occasione per riflettere sulla forse malattia più difficile da affrontare ad una certa età, ovvero la solitudine. 
Così la ricerca dei gioielli è solo un pretesto per farci guardare altro, toccare temi sensibili, dare quel sapore dolce-amaro ad A Man on The Inside.


Non diventa mai stucchevole però, ricordando la sua natura comedy e soprattutto la brevità degli episodi e il ritmo comunque incalzante non ci fa annoiare, anche quando, nella parte centrale delle otto puntate, sembra che le cose si muovano un po' in tondo. 
Il cast poi, capeggiato indubbiamente da Ted Danson, è efficace e simpatico.
A Man on the Inside è però una compagnia molto semplice, forse anche troppo per alcuni, che sa essere a volte emotivamente più toccante, ma che segue una narrazione estremamente lineare, con colpi di scena non così esaltanti e rivoluzionari, facendo forse soffrire un po' la ricerca del colpevole.

La seconda stagione di A Man on The Inside è arrivata il 20 Novembre 2025, ho avuto modo di parlarne qui.

Ilary 
Miniserie

Mi sembrava sensato, dove aver visto Unica, il docufilm sulla separazione fra Ilary Blasi e Francesco Totti, mi sembrava completamente sensato sciropparmi anche la nuova miniserie che si incentra solo sulla vita della presentatrice. In cinque brevi episodi disponili su Netflix dal 9 Gennaio di quest'anno, Ilary unisce da un lato una intervista alla conduttrice, in cui ci racconta un po' la sua vita, il suo nuovo compagno Bastian, il rapporto con le amiche e in generale la sua carriera, dall'altro però vediamo la Blasi mettersi alla prova in nuove avventure. Che sia un lancio col paracadute o l'iscriversi ad un corso universitario, tutto diventa un'occasione per Ilary per raccontarsi senza troppi filtri.

Nn c'è molto su cui possa approfondire di questa miniserie perché Ilary mi ha dato l'impressione di essere una sorta di mini The Ferragnez, ma meglio. Si ride infatti, si sorride, si viaggia e i momenti più "intimi" diventano un'occasione di riflessione ma mai diventare piagnona o smielata. E forse per questo che tutto sommato il personaggio di Ilary Blasi mi piace: pur con i suoi modi che ad alcuni sembrano bruschi o superficiali, a tratti caciaroni, sembra sempre raccontarsi senza filtri, in modo schietto, senza troppi giri di parole. 

L'impressione che ho poi avuto è che appunto queste avventure a cui si sottopone Ilary non vengano mostrate a tutti i costi come spontanee. Non si cerca di nascondere che ci sia una scrittura dietro la miniserie, non è però la protagonista che si adatta ad un copione, ma semplicemente sono state adattate alcune situazioni ad Ilary.


Non ci vedo in generale l'intento di fare un contenuto di spessore o in qualche modo "elevato" ma ci viene presentata per quello che è.
Quindi, se pure voi come me non siete dei fan particolari della protagonista in questione, tutta la serie diventa molto carina, scherzosa, di intrattenimento. Volendone ricavare qualche riflessione, potrei dire che alla fine è bella l'amicizia che ci viene raccontata fra appunto Ilary e le altre ragazze, incluse le sorelle, anche questa molto schietta, ma forte. O ancora può essere anche un buon messaggio per chiunque sta affrontando una separazione, perché la fine di una relazione, anche lunga, non deve essere la fine di tutto. 



Che fatica terminare queste serie tv 🙄

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 Il titolo non è clickbait: terminare la visione di queste serie tv è stato davvero faticoso, per ragioni diverse. Sono recenti o più datate, ma tutte mi sembravano eterne.


Avvocato di difesa - The Lincoln Lawyer
Prima Stagione

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Quando, un anno fa, Avvocato di difesa venne resa disponibile su Netflix, ebbe davvero successo arrivando subito alle prime posizioni, ma non amando il genere legal drama ho preferito attendere prima di recuperarla. Peccato che forse avrei fatto bene a risparmiarmi questo tempo.
The Lincoln Lawyer si basa su una serie di romanzi di Michael Connelly, che videro anche una trasposizione cinematografica, e che raccontano le vicende dell'avvocato Mickey Haller (Manuel Garcia-Rulfo). A seguito di un incidente, Mickey finisce per avere problemi di tossicodipendenza, pendendo così il lavoro, ma per lui c'è una seconda doppia possibilità: dovrà risolvere il caso dell'omicidio di un altro avvocato suo amico, e gestire lo studio dello stesso, che sorprendentemente gli è rimasto in eredità, insieme alle cause che aveva in corso. 
Ma anche la vita personale di Haller non è messa meglio, fra una figlia adolescente da gestire e due matrimoni finiti male.

Poteva essere una interessante e gradevole compagnia, ma questa The Lincoln Lawyer (scusate ma il titolo italiano è cacofonico), mi è sembrato tremendamente banale e noioso. Sarà che forse il romanzo da cui è tratta è del 2011, ma mi sembra che sia la storia che i suoi personaggi risultino estremamente prevedibili, stereotipati, un condensato di roba già vista in decine di serie tv simili dagli anni '90 ad oggi.
Mickey Haller è il solito tipo che sì, fa l'avvocato, ma ha tutti i suoi metodi, è tormentato (non si sa bene da cosa), può sembrare duro e aspro, ma in fondo è un tipo generoso, che preferisce avere a che fare con i suoi clienti criminali piuttosto che con le cosiddette "persone per bene".
Ovviamente lui non può che essere sempre un passo avanti, il più furbo, quello che riesce a vedere oltre e trovare la soluzione ai casini della gente. Tutto bello, ma scarsamente credibile. 
Non mi soffermo poi sui personaggi secondari ché tanto risultano ancora più banali.

Avvocato di difesa si muove narrativamente (e prevedibilmente, di nuovo) su due binari: da un lato i vari casi da risolvere di episodio in episodio, dall'altro il caso centrale che prosegue orizzontalmente lungo tutta questa prima stagione. Entrambi questi filoni sono allo stesso tempo trattati con superficialità, in modo standard, e soprattutto con lungaggini che rendono la visione tediosa. Se avessero ridotto tutto ad una miniserie da sei episodi, Avvocato di difesa sarebbe stata anche abbastanza gradevole, ma così è talmente tanto condita di momenti inutili che proprio ho fatto fatica a vederla. Inoltre ci sono alcune scene in auto, usate come spiegone, che non solo sono girate male, ma azzoppano ancora di più qualunque slancio della storia. 
Purtroppo ho capito che le sceneggiature di David E. Kelley non sempre riescono a fare colpo su di me, come nel caso di Nine Perfect Strangers e Anatomia di uno scandalo.
Avvocato di difesa ha una seconda stagione, ed io stoicamente l'ho guardata. Ne parlo qui


La banda dei guanti verdi (Gang Zielonej Rekawiczki)
Prima stagione

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Zuzanna, Alicja e Kinga sono tre ladre, non proprio di primo pelo, che rubano con successo a persone ricche ma losche. Tuttavia, per una distrazione, la polizia riesce a riconoscere il tatuaggio di una delle tre e si metterà alla ricerca del gruppo di ladre dai guanti verdi, che sono il loro simbolo distintivo. Le donne, per sfuggire alle indagini, decidono di nascondersi in una casa di riposo, spacciandosi per delle anziane signore comuni. Qui tuttavia non solo troveranno che i degenti sono trattati con scarsa attenzione, ma chi dirige la struttura è coinvolta in situazioni oscure.

Lo dico con dispiacere, ma La banda dei guanti verdi non è stata esattamente quel che mi aspettavo pur avendone il potenziale. Si tratta di una produzione polacca, in otto episodi da mezz'ora circa ciascuno, uscita su Netflix lo scorso Ottobre e credevo che potesse essere una serie tv ironica ed appassionante, in grado di affrontare il tema della terza età con un modo più fresco, interessante, raccontandoci il bello e il brutto che questo periodo della vita può darci. 

Il problema che ho riscontrato è che se gli snodi salienti dei vari momenti della serie hanno senso, e possono risultare carini nell'insieme, fornendo anche dei momenti o dei dialoghi simpatici, i vari anelli di collegamento fra un passaggio e l'altro, sono spesso caotici e raccontati in modo superficiale.
Di conseguenza la crescita del ritmo e della narrazione risulta poco avvincente e soprattutto poco fluida. Ti ritrovi ad esempio con dei nuovi personaggi che non sai da dove siano spuntati e con una mancanza di credibilità per come vengono risolte alcune delle varie linee narrative.

La banda dei guanti verdi vuole poi sdoganare, se così si può dire, un approccio alla terza età differente, attraverso tre protagoniste con uno spirito ed una vitalità non comune, anche da un punto di vista amoroso e relazionale (un po' come avevamo visto ne Il Metodo Kominsky), contrapposto a come la società si relazione agli anziani, spesso considerati invisibili o, peggio, inutili. Questo buon intento è inserito all'interno di una struttura che non funziona fino in fondo. Se la cavano molto bene le tre attrici protagoniste, e non si nota che abbiamo a che fare con una produzione differente dallo stile a cui penso un po' tutti siamo abituati (penso quello prevalente inglese o americano) ma l'impegno e una buona alchimia nel cast non sono sufficienti per farvi soffermare su una seconda stagione La banda dei guanti verdi, in uscita il 17 Luglio 2024.



Conversations with friends - Parlarne tra amici
Miniserie


Rispetto a questa serie tv invece ero più pronto nell'aspettarmi che potesse anche non piacermi, perché Parlarne tra amici è la trasposizione dell'omonimo romanzo di Sally Rooney, esattamente come è accaduto tre anni fa con Normal People. 
Questa nuova miniserie, disponibile su RaiPlay dal 10 Marzo di quest'anno, però esaspera tutti i difetti di Persone normali, portando le storie di alcuni personaggi estremamente insipidi. In Conversations with friends conosciamo Frances, del suo rapporto con l'amica ed ex compagna Bobbi, ma soprattutto della sua storia con un uomo più grande e sposato, Nick, che a sua volta dovrà scegliere fra la giovane ragazza, e la moglie più matura e con una carriera in ascesa.


Parlarne tra amici non porta, esattamente come il primo capitolo, una storia particolarmente movimentata e con colpi di scena inaspettati, ma in questo caso si esagera con la scarsezza di contenuti per buona parte dei primi episodi e con la conseguenza che  vederne 12, anche se da mezz'ora, ti fa percepire la sensazione di un rapimento senza richiesta di riscatto. Anche sei sarebbero stati eccessivi, per capirci. 

In Conversations with friends tutto ruota molto intorno alla psicologia dei personaggi, alle relazioni e ai problemi che si tessono fra di loro. Per compiere questa missione in maniera soddisfacente servono però dei caratteri ben strutturati e ben narrati, che possono, magari lentamente, coinvolgerci e farci appassionare. Tutto questo però manca, e in questa miniserie non solo non riusciamo a sapere molto dei protagonisti, ma quel poco che conosciamo è noioso, mal gestito e con un appeal pari a zero. 

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Ne consegue che le dinamiche fra di loro sono spesso mosce, poco interessanti, costellate di silenzi incomprensibili. Perché questi amici che dovrebbero parlare fra di loro, hanno in realtà un pessimo modo di dialogare.
La Frances di Alison Oliver dovrebbe essere una ragazza introversa e riservata, invece risulta spesso infantile, respingente, e poco carismatica per essere il centro di tutte le vicende. La sua amica Bobbi suscita facilmente irritabilità, mentre il Nick di Joe Alwyn non è così maturo ed affascinante da lasciarci ammaliati, anzi anche lui spesso è immaturo. Ma in particolare manca proprio la carica erotica e il feeling fra Frances e Nick, non c'è nulla che ci renda palese questa passione travolgente o affinità.

Non sto qui a soffermarmi su eventuali confronti con Normal People, con le differenze che ho letto qui e lì rispetto al romanzo, e nemmeno sul finale da sbattere la testa al muro. 
Salvo però Dublino, che fa da sfondo alla serie, perché mi piace sempre rivederla.
Mi spiace solo che Parlarne tra amici possa azzoppare una piattaforma di streaming gratuita come Raiplay. 



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