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Le ultime serie tv terminate a Luglio

Nonostante il poco tempo a disposizione sono abbastanza soddisfatto delle serie tv che ho terminato nel corso di Luglio (e di quelle che sto per terminare). Qui e qui trovate due recensioni ricche, ma ho altre tre telefilm che ho terminato nel corso del mese di cui finalmente vi posso parlare.


The Umbrella Academy
Terza Stagione 

Ci sono voluti due anni, complice la pandemia, per avere la terza stagione di The Umbrella Academy. Proprio nel 2020 avevo recuperato di fila tutti i primi 20 episodi, e i nuovi, arrivati su Netflix il 22 Giugno, riprendono esattamente da dove si era conclusa la seconda stagione. Troviamo quindi l'Umbrella Academy a doversi confrontare con quelli che sembrano il loro riflesso distorto, la Sparrow Academy, che però sembra molto più forte dei nostri beniamini. I mutamenti delle linee temporali hanno creato una nuova realtà dove abita una nuova formazione di super eroi creata da Reginald Hargreeves. Peccato però che entrambe le accademie dovranno mettere da parte i dissidi perché c'è un altro problema da affrontare: la fine del mondo. 

The Umbrella Academy non è esattamente una serie nelle mie corde, che devo sempre ben dosare tutto ciò ha a che fare con il fantasy, ma è forse uno dei pochi prodotti del genere che riesco a seguire con costanza e a cui comunque mi sono affezionato. Il segreto sta nel coniugare appunto una parte fantasy, a situazioni più comiche, a volte davvero portate all'eccesso, e non si dimentica mai di aggiungere una parte più umana, visto che tutto gira intorno ai rapporti fra questi fratelli. 
Anche in questa terza stagione si ripresentano tutte queste dinamiche vincenti secondo me, ed ho trovato tutti i primi episodi abbastanza interessanti e coinvolgenti.

È stata però da metà stagione che The Umbrella Academy ha iniziato ad accusare qualche contraccolpo: ho avvertito infatti un po' di noia, dovuta al fatto che il ritmo mi sembrava rallentare particolarmente e senza un reale motivo. Questa era un po' la problematica che avevo riscontrato nella seconda stagione, quando sembra si tenti di allungare il brodo con sospensioni temporali che non aggiungono nulla alla narrazione principale.
Anche i personaggi poi mi sono sembrati poco interessanti nel lungo periodo: la Sparrow Academy ha una partenza molto rampante, ma si perde visto che metà dei suoi componenti non hanno una caratterizzazione multidimensionale. 

Credo sia normale che arrivati ad una terza stagione, la serie tv possa avere una parabola leggermente discendente, e nel caso di The Umbrella Academy un po' me lo aspettavo. Ci sono però tanti elementi che ho apprezzato, come la naturale gestione della transizione di Elliot Page, che diventa Viktor all'interno della serie. Inoltre nel suo insieme The Umbrella Academy è risultata convincente, anche nei suoi passaggi più intricati.
Qui trovate le mie opinioni sulla quarta ed ultima stagione della serie. 



Agatha Christie – Perché non l'hanno chiesto a Evans?
Miniserie


Disponibile su NOW dal 25 GiugnoPerché non l'hanno chiesto a Evans? è la riproposizione del romanzo di Agatha Christie, diretta e interpretata da Hugh Laurie. La storia è quella nota se conoscete l'opera della scrittrice britannica: Bobby Jones, un giovane ex ufficiale di marina, troverà il corpo morente di un uomo misterioso durante una partita di golf, e proprio in punto di morte l'uomo gli sussurrerà "Perché non l'hanno chiesto a Evans?". Da qui partiranno le indagini per capire chi fosse appunto l'uomo morto e che cosa volesse dire quella frase. A Bobby si unirà una sua amica, la fascinosa e spigliata lady Frances Derwent, che non si tirerà indietro nel cercare di portare luce sul mistero.

Gradevole, ma un po' pasticciata, è così che definirei Agatha Christie – Perché non l'hanno chiesto a Evans?, che da un punto di vista tecnico generale ha davvero tanti aspetti positivi, come un cast interessante, capeggiato da Lucy Boynton (l'avevamo vista in Bohemian Rhapsody, Modern Love, Locked Down, The Politician e altro ancora), passando per Conleth Hill, e con un piccolo cameo di Emma Thompson, ed una ottima ricostruzione dell'epoca storica. Ci sono inoltre dei dialoghi spesso divertenti e pungenti che sicuramente fanno sorridere.
Dall'altro lato, sebbene i quattro episodi si seguano molto facilmente, l'intreccio risulta un po' confusionario e non sviluppato al meglio.


La tensione non è costante, tende a scemare spesso e volentieri, e la ricostruzione della risoluzione del mistero mi è sembrata caotica. Non mi sento di dare la colpa al fatto che si tratta di soli quattro episodi, e quindi ad una mancanza di tempo, ma proprio di una gestione delle linee narrative.
È una storia che raccoglie diversi personaggi, per cui non può bastare che i due protagonisti si limitino a raccontare come sono giunti alla conclusione, perché diventa poco soddisfacente.
Godibile ma non imperdibile insomma, è così che definirei Agatha Christie – Perché non l'hanno chiesto a Evans?.


The Time Traveler's Wife - Un amore senza tempo
Prima stagione

Un libro di Audrey Niffenegger pubblicato nel 2003 e un film nel 2009 hanno preceduto The Time Traveler's Wife, ma questa ultima riproposizione in formato serie tv non mi è spiaciuta affatto. Tutto ruota intorno ad Henry che, per via di una mutazione del DNA, viaggia nel tempo senza controllo. Durante i suoi viaggi conoscerà Clare, e fin da quando è bambina, fra i due si creerà un legame fortissimo. Tuttavia il rapporto fra i due non è affatto semplice, perché è come se si conoscessero da sempre ma in realtà non è così, e soprattutto non è semplice gestire il potere di Henry.

Non ho letto il libro né credo di aver visto il film, ma questa nuova versione di The Time Traveler's Wife l'ho trovata carina perché l'espediente del viaggio nel tempo serve principalmente a raccontare una storia d'amore segnata dal destino. C'è dolore, c'è dolcezza, ma c'è anche ironia in questa serie tv, che mi ha tenuto compagnia e ho trovato coinvolgente, ma non è smielata.
Credo sia ben interpretata da Rose Leslie e Theo James, e non solo perché quest'ultimo è perennemente nudo, ma perché entrambi secondo me rivestono bene i loro personaggi.

Purtroppo The Time Traveler's Wife - Un amore senza tempo non è stata rinnovata per una seconda stagione, e quindi mi fa sentire meno in colpa a raccontare i difetti della serie. Ovviamente non c'è un vero e proprio finale conclusivo, ma restano aperte molte porte sul futuro dei personaggi. Inoltre può risultare un po' pedante il modo in cui Clare vive il rapporto con Henry: nonostante sia conscia del fatto che entrambi sono destinati a stare insieme e lei ha un carattere forte, sembra che a volte si faccia semplicemente trasportare dagli eventi, e non li viva. Sono meno d'accordo con chi afferma che il rapporto fra Henry adulto e Clare bambina sia sconveniente, ma in realtà non accade nulla che possa essere fuori luogo.
HBO ha cancellato il rinnovo quindi non ci sarà una seconda stagione de The Time Traveler's Wife.





|#backtoseries|
Finalmente qualcosa che vale la pena recuperare!

Dopo una breve ma intensa pausa dalle serie tv, ho fatto uno scatto a recuperarne alcune e sono stato finalmente fortunato, perché queste tre di cui vorrei parlarvi sono state una boccata di aria fresca, tanto che, persino per i miei standard, le ho terminate velocemente. Ma direi di andare nello specifico e vedere il motivo (anzi i motivi) del mio entusiasmo. 

Non ho mai...
Never Have I Ever
Prima stagione
⭐⭐⭐⭐


Avevo notato, ma non mi ero troppo soffermato sull'ultimo lavoro come sceneggiatrice di Mindy Kaling, che però quando mi sono deciso a recuperare (anche con una spintarella di Simona/MissPenny09) mi ha proprio preso. Con un tocco autobiografico, la Kaling ci racconta un pezzetto, forse il più difficile, della vita di Devi Vishwakumar, una ragazzina adolescente di origini indiane, che però vive in America. Dopo la perdita del padre, a seguito di un infarto, Devi si ritroverà a vivere con la madre e una cugina, e ad affrontare tutti i problemi che l'adolescenza può portare.

 

Devo prendere atto non ho saputo raccontare bene Never Have I Ever, che è molto più frizzante della mia intro moscia, ma devo anche dire che il punto di partenza non è proprio fra i più originali: i problemi con la scuola, la scoperta del sesso, il rapporto con amici e genitori, i primi amori e tutto quel mazzo di paturnie che da adolescenti ci portiamo dietro. Non ho mai... però vince per altri aspetti che la rendono una serie tv un po' diversa dai classici prodotti con (e per) adolescenti. Partire da una prospettiva prettamente femminile è secondo me la carta vincente, ma è la caratterizzazione dei personaggi che colpisce: Devi è sì la "sfigata" di turno, un po' nerd e sapientona, ma non è di quei personaggi mollaccioni alla Otis Milburn per intenderci, anzi è abbastanza battagliera, e comunque positiva nonostante tutte le difficoltà personali.


L'aggiunta della cultura indiana che si scontra con quella più occidentale, secondo me rende Never Have I Ever ancora più interessante, così come il rapporto che Devi ha con la madre non è mai scontato, banale o troppo edulcorato, ma è secondo me abbastanza realistico.
Più in generale tutte le storyline dei personaggi comprimari, mi son sembrate carini, e non vanno ad affossare troppo il ritmo del filone principale. 
Nonostante Never Have I Ever sia una comedy, e riesce a far ridere anche me, ogni tanto si vena di scuro, con momenti più dolci, più drammatici, più melanconici che danno profondità e maturità, e la storia qui e lì ha qualche twist che tiene viva l'attenzione senza risultare troppo prevedibile. 
Credo che, sebbene si tratti solo di 10 episodi da meno di mezz'ora l'uno, Non ho mai... abbia qualcosa in più da dire rispetto ad altre serie teen, ed è giusta per i presupposti che si pone. La prima stagione potete recuperarla su Netflix, e qui trovate la mia recensione della seconda stagione. 


Dirty John - La storia di Betty Broderick
The Betty Broderick Story
Seconda stagione
⭐⭐⭐🌠


L'anno scorso avevo detto che Dirty John avrebbe dovuto sporcarsi di più, e cambiare un po' il tiro mettendo da parte quello stile da docu-fiction, e ci sono riusciti con una inaspettata seconda stagione.
Dirty John ha infatti preso le sembianze di una serie antologica e, chiuso il capitolo su John Meehan e Debra Newell, e ci hanno raccontato la storia di Betty Broderick.
Betty non è una donna perfetta, non è nemmeno una moglie perfetta, ma ci prova in ogni modo.
Sin dai primi momenti del suo matrimonio con Daniel Broderick, cercherà di inseguire il suo sogno di una famiglia da favola, rinunciando anche alla sua carriera, o a qualunque desiderio personale, pur di seguire e sostenere il marito. Daniel, infatti, vuole a tutti i costi raggiungere una posizione sociale e lavorativa invidiabile, diventando un avvocato di successo e garantendo uno stile di vita da sogno alla moglie e ai quattro figli. Betty si ritroverà a dover ingoiare qualche boccone amaro, ma a farle perdere completamente il controllo sarà la richiesta di divorzio da parte di Daniel, che le toglierà qualunque cosa. Da quel momento l'unico obbiettivo di Betty sarà combattere contro l'ex marito, fino al più drammatico dei risvolti.

 

Quella di Betty Broderick può sembrare un classico nel catalogo delle serie e dei film drammatici, eppure è una storia vera, con dei punti di vista e degli approfondimenti molto interessanti, che rendono le vicende in parte diverse secondo me dalle solite serie di genere.
Credo che il personaggio di Betty sia quello più affascinante perché fino all'ultimo, mentre ci viene spontaneo fare il tifo per lei, si sollevano tanti dubbi: è stata vittima di se stessa o del sistema? Poteva essere possibile scampare al peggio o era inevitabile? E soprattutto Betty era davvero cattiva, malata, una pazza, o è esplosa in lei la scintilla fatta di anni di soprusi e coercizione psicologica?


Non c'è una risposta a queste domande, visto che dagli anni '80 fino ad oggi la storia di Betty Broderick è discussa, ma in questa stagione, molto più che nella prima, è facile empatizzare con i protagonisti, seguirli nel loro complesso sviluppo psicologico. Dirty John 2 credo sia fatta molto bene, ed è soprattutto da brivido la perfetta ricostruzione dei dettagli: se fate una brevissima ricerca in rete troverete confermato quasi ogni aspetto della serie, anche i momenti più strani e sordidi, ed anche i documenti e le prove del caso. Sono ottimi secondo me anche il cast, le scelte estetiche e dei costumi dell'epoca e la colonna sonora, così come ho apprezzato come hanno composto il montaggio della serie. Avrei preferito che un paio di episodi venissero accorpati, o comunque rivisti, per essere più snelli e meno ripetitivi, ma credo che se apprezzate i thriller psicologici, specie quelli basati su fatti realmente accaduti, la storia di Betty Broderick vi catturerà.



 The Umbrella Academy
Due Stagioni
⭐⭐⭐🌠


Tanto tempo fa su Instagram avevo chiesto quale serie tv avrei dovuto recuperare, e The Umbrella Academy è stata la più nominata. Però, vuoi per le tante cose che stavo seguendo o volevo iniziare già, vuoi perché il fantasy è il genere che sento meno affine, ci è voluto diverso tempo prima che recuperassi The Umbrella Academy
Il 1989 è un anno straordinario (non solo perché è nato il sottoscritto) perché nel mondo, contemporaneamente sono nati 43 bambini dotati di poteri speciali. Il magnate Reginald Hargreeves ne adotterà subito sette, creando la sua The Umbrella Academy, un gruppo di super eroi da addestrare e sferrare contro i criminali. La vita nell'accademia però non sarà semplice, e 17 anni dopo le cose sembrano non essere andate per il meglio. I sei (avete letto bene) supereroi hanno infatti preso strade diverse, e si riuniranno per la morte del loro padre adottivo, che sembra essere scomparso misteriosamente. Questo incontro non farà altro che riaprire alcuni vecchi dissidi e purtroppo crearne di nuovi.

 

The Umbrella Academy raccoglie fino ad ora 2 stagioni, di cui l'ultima è stata resa disponibile dal 31 Luglio su Netflix, per un totale di 20 puntate, per cui non scandaglierò ogni singolo episodio, ma posso dirvi che è una serie fighissima. La prima stagione mi è piaciuta molto: è ironica, tagliente, sopra le righe quanto basta, ed in grado sempre di generare quel velo di tensione che ti spinge da una puntata all'altra. La storia mi è sembrata solida, per quanto resti nel fantasy, i dialoghi hanno quel dark humor che non risulta mai volgare o fine a se stesso (per quanto resti un telefilm abbastanza crudo), e tutta la struttura, la messa in scena e gli effetti, mi hanno convinto. Il cast funziona perfettamente, ognuno nel proprio ruolo. Nomino giusto Aidan Gallagher, nei panni di Numero 5, che fa le piste ai ragazzini di altre serie tv (altro che quel bambacione di Clay Jansen).


Ho sofferto però, anche in The Umbrella Academy, il ruolo di Ellen Page/Vanya, come fu un po' in Tales of The City. Mi spiace perché la ritengo capace, ma le parti che interpreta mi sembrano sempre lagnose e ripetitive, ed ho l'impressione che debbano sempre arrivare al punto di esplodere (in questo caso quasi concretamente) per avere una evoluzione. Questo purtroppo si è trascinato anche in parte della seconda stagione, che secondo me presenta più difetti della prima. Se non l'avete ancora vista, vi consiglio di non proseguire con la lettura, perché potrei rivelare qualche dettaglio vicino allo spoiler.


Per me parte di The Umbrella Academy 2 è stata un po' più noiosa della prima stagione, mi ci son voluti diversi episodi prima che mi prendesse del tutto. Conoscevamo già i personaggi principali, e quelli che vengono poi inseriti non hanno suscitato lo stesso interesse in me. Per più di metà stagione l'ho trovata una serie anticlimatica: l'effetto del cambio di tempo dura ben poco come diversivo, la tensività secondo me si riduce sempre ai soliti meccanismi, ed alcuni snodi mi sono sembrati prevedibili, quindi anche i colpi di scena perdono di impatto. Mi è pesato però ancora di più il ruolo di Ellen Page perché credo manchi quello che è definito "il viaggio dell'eroe", quindi la scoperta, in tappe, delle potenzialità del personaggio attraverso le peripezie a cui è sottoposto. 

The Umbrella Academy, Ellen Page ha apprezzato la nuova versione di Vanya:  ecco perché

Mi è sembrato che, per arrivare ad un finale succulento, soddisfacente e ricco, abbiano dovuto tagliare l'evoluzione sovrannaturale per far spazio a quella personale. In un certo senso funziona, perché non manca l'emotività, ma penso che i due aspetti dovessero essere bilanciati meglio. 
Non abbiamo ancora informazioni certe su una terza stagione di The Umbrella Academy, ma io l'aspetto perché credo valga davvero la pena recuperarla.  


Se vi va fatemi sapere voi cosa state guardando adesso, soprattutto se vale la pena recuperarlo.


House of the dragon e le altre serie terminate ad Agosto

Pensavo che sarebbe stato un agosto pauco di serie tv, ma fra quelle iniziate e quelle che sarebbero terminate nel corso del mese, non mi sono mancati titoli interessanti da vedere e quindi ecco il punto della situazione.


House of The Dragon
Seconda stagione

Ci sono voluti due anni per avere una seconda stagione di House of The Dragon, il prequel di Game of Thrones, che non era esattamente fra le serie tv che stavo più attendendo.
Il fatto è che la prima stagione, per quanto avesse l'allure di quella che comunque fu una delle migliori serie degli ultimi anni, era ben lontana dai fasti che furono, portando sullo schermo una storia che non aveva il nervo del GOT originale.
La seconda stagione di House of The Dragon è forse la pezza peggiore del buco, visto che si continua narrativamente sullo stesso schema, con la contrapposizione fra Aegon II Targaryen e sua madre Alicent Hightower (Olivia Cook) e Rhaenyra Targaryen (Emma D'Arcy) con i suoi draghi e i suoi alleati convinta che sia lei la reale proprietaria del trono. 
Nel mentre c'è anche un tormentato Daemon (Matt Smith) che fa un po' i fatti suoi mentre viene perseguitato da visioni del futuro.

Messa così, seppur in maniera semplicistica e stringata per evitare spoiler, sembra che la trama brulichi di momenti interessanti, ma la verità è che House of The dragon 2 è ancora più tediosa della prima stagione. Al netto di un quarto episodio in cui c'è finalmente un po' di azione, il resto è tutto un discutere sul da farsi, un organizzare costante questa benedetta guerra o come evitare eventualmente che si scateni. Come se non ci fosse una vera e propria trama, ma ognuno delle pedine racconta la sua brama di potere e ordisca il proprio piano di rivalsa. 
Alcuni di questi dialoghi e confronti sono davvero ben fatti, intensi, incisivi e mi è sembrato che anche la recitazione fosse un pelo più precisa (ad eccezione di Matt Smith che è sempre perfetto), ma a livello fattuale io mi sono spesso annoiato.
Più che voler proseguire sia nello sviluppo dei personaggi che in quello della storia, sembra che questa seconda stagione voglia tenere tutti i suoi protagonisti al calduccio, in salvo, ben tutelati, non sia mai che si spaventino.


Si annulla così la tensione, quel senso di pericolo e quella percezione che tutto possa cambiare all'improvviso per una visione quasi confortante.
George R. R. Martin e Ryan Condal preferiscono mettere in reale pericolo giusto quei personaggi come Rhaenys Targaryen, che per quanto forse una delle più savie e determinate di tutta la baracca, alla fine non ne spostava gli equilibri generali.

Io sono poi fra quelli che non ricordano ogni singolo dettaglio, nome o collegamento, perché le serie tv le guardo in modo tranquillo, senza il taccuino a lato per appuntare tutto, e inoltre non ho la base dei libri, ma non credo che in questa seconda stagione tutte le trame e gli archi narrativi siano stati chiariti e portati avanti senza vuoti.

Ma in generale non puoi farmi una stagione in cui l'unico momento saliente arriva alla fine e non ce lo mostri nemmeno, perché è anticlimatico visto che resti con un pugno di mosche in attesa di quella battaglia che per sette episodi non si è vista. La sensazione che ho avuto è che magari avessi capito male e che ci fossero altre due puntate da vedere, e invece no, schermo nero e una lunga attesa di almeno due anni in vista della terza stagione. 

House of the Dragon 2 alla fine è stata una stagione di passaggio in vista del terzo capitolo, senza però saper del tutto intrattenere e convincere, e che inguaia il futuro della serie: se poco poco non è epica come dovrebbe e ci si aspetta, allora sarà un vero flop.


Tierra de Mujeres - Intrecci di vite 
Miniserie


Prodotta e interpretata da Eva Longoria, Tierra de Mujeres è disponibile su Apple Tv+ ed è terminata lo scorso 24 luglio dopo l'uscita a cadenza settimanale. 
Ispirandosi vagamente al romanzo La tierra de las mujeres di Sandra Barneda, la protagonista è Gala (Longoria appunto), una donna in carriera che sembra vivere una vita agiata, in procinto di lanciare un nuovo business a New York. Un bel sogno che però finisce in frantumi quando scopre che il marito Fred in realtà è pieno di debiti e ricercato da tizi poco simpatici che devono riscuotere quanto gli deve. Invece di risolvere il guaio però Fred fugge, e non riuscendo a rintracciarlo Gala decide di fare lo stesso, portando con se sua madre Julia (Carmen Maura) e sua figlia Kate (Victoria Bazúa), nel paesino sperduto della Spagna di cui è originaria sua madre.

Qui Gala spera di trovare un rifugio sicuro, ma scoprirà che Julia le ha raccontato diverse bugie sulla sua giovinezza e quindi sul suo passato, menzogne che la costringeranno a rivedere ancora una volta i suoi piani.

Portando un po' le vibes di Desperate Housewives, Tierra de mujeres già dal titolo fa capire che si tratta di una serie tv al femminile, con donne dal carattere forte che si confrontano e si scontrano fra loro.
La Gala di Eva Longoria non può non far pensare ad una sorta di Gabrielle Solis più matura ma sempre glamour; sua madre Julia è una donna affetta da demenza senile, ma ancora tosta e con una giovinezza turbolenta, e Kate invece è una adolescente che però sa essere riflessiva. 

Proprio le differenze fra tre protagoniste principali offrono il fianco ad affrontare l'argomento rapporti intergenerazionale. Ma è comunque il tema della famiglia quello portante, visto anche in epoche differenti e con approcci più o meno sani.
Attorno alle tre protagoniste girano altrettante donne volitive, coraggiose, lavoratrici in una storia che si fraziona in vari generi: si parte dalla dramedy, ma ci sono venature da soap e con qualche momento da crime-thriller.


A guardarla nel suo insieme Tierra de Mujeres - Intrecci di vite è abbastanza godibile, scorrevole e ritmata, giocando su qualche colpo di scena più o meno riuscito, ma è andando avanti dai primi episodi e guardando nel dettaglio che il buon punto di partenza non viene rispettato del tutto.
Fra qualche forellino nella trama, qualche momento telefonato, o già visto, o poco credibile, e l'assenza di qualche approfondimento dove necessario, Land of women secondo me non riesce a distinguersi in questa terra fertile di costanti nuove produzioni seriali.

Restano ottime ovviamente le interpretazioni, Eva Longoria e Carmen Maura sono due prime della classe, e i paesaggi spagnoli sono un bellissimo sfondo alle vicende, ma ammetto che dalla storia mi aspettavo qualcosa in più.
Il finale lascia uno spiraglio ad una possibile seconda stagione, ma in realtà Tierra de Mujeres sarebbe pensata come una serie limitata quindi non credo ci sarà un altro capitolo.
Piccolo avviso ai naviganti: la serie tv ha molti dialoghi in spagnolo, quindi se non masticate la lingua o vi scoccia leggere i sottotitoli, potrebbe annoiarvi. 



The Umbrella Academy
Quarta stagione


L'otto agosto è arrivato su Netflix il quarto e l'ultimo capitolo di The Umbrella Academy, e si sa che i finali non sono mai facili da gestire, sia per chi li crea, che deve accontentare tutti, sia da chi li guarda, che deve gestire le proprie aspettative.
In questa quarta stagione, che non si basa sui fumetti, ci troviamo sei anni dopo rispetto ai fatti precedenti, quando i "figli" dell'egoista ed eccentrico miliardario Reginald Hargreeves sono finalmente riusciti a riallineare le linee temporali e salvare il mondo ma si ritrovano tutti senza poteri.
Così Luther (Tom Hopper) è diventato uno sgangherato spogliarellista, Diego (David Castañeda) e Lila (Ritu Arya) hanno messo su famiglia e sono entrambi annoiati dai loro ruoli di genitori, Allison (Emmy Raver-Lampman) vive con un germofobico Klaus (Robert Sheehan) e tenta di diventare una attrice. Viktor (Elliot Page) sembra quello che ha trovato maggiore stabilità, mentre Cinque (Aidan Gallagher), diventato un agente della CIA, sta seguendo una pista: pare che esista un gruppo di fondamentalisti che sono a conoscenza delle linee temporali e della Umbrella Academy.
Ma sarà Ben, uscito di prigione, a (ri)accendere la miccia, scatenando la catarsi e quindi la fine del mondo. 


The Umbrella Academy è forse l'unica serie tv basata su super eroi che sono riuscito a seguire per così tanto tempo perché, oltre all'azione, alla componente fantasy, alle situazioni assurde, grottesche o splatter in cui finiscono i protagonisti, c'è anche una componente familiare. Quella degli Hargreeves è in fondo una famiglia disfunzionale, ed ognuno dei suoi membri ha i suoi traumi e i suoi complessi, ma che troverà la sua unicità e la sua forza. 
Tuttavia una serie tv come The Umbrella Academy è fatta per intrattenere e questa stagione finale ci riesce secondo me solo in parte.
Questa quarta stagione infatti riprende le dinamiche delle precedenti, soprattutto della prima, ma hanno asciugato la narrazione, puntando a soli sei episodi contro i 10 degli anni precedenti, così da mantenere un buon ritmo, e forse con la sotterranea consapevolezza che era meglio non portarla per le lunghe. Ma questo pone due problemi: il primo è che tante linee narrative vengono lasciate in sospeso, ed il secondo è che c'è uno sbilanciamento fra gli sviluppi dei vari protagonisti.


Soprattutto fra gli episodi 4 e 5 c'è stata meno centratura, un maggior rallentamento specie perché ci hanno tenuti troppo appresso ai problemi di Klaus. In generale non tutte le storyline hanno secondo me del tutto senso, e non tutti i personaggi riescono ad avere un arco narrativo completo, o meglio se nel quadro d'insieme le cose prendono una piega definitiva, non tutti i fratelli Hargreeves, da un punto di vista personale, hanno uno sviluppo.
Mi riferisco soprattutto a Luther, di cui ad esempio non sappiamo che fine abbia fatto la moglie, ed Allison, ma non posso dire di aver apprezzato il ritorno ad una più melodrammatica caratterizzazione di Viktor, che è tanto potente quanto pesante in ogni cosa che dice e fa. 

Ho invece amato il duo Gene e Jean, interpretati da Megan Mullally, che non ho subito riconosciuto, e Nick Offerman, che gestiscono il gruppo degli "illuminati" convinti di conoscere le linee temporali.

È stata forse meno convincente anche la vena sarcastica, elemento portante di The Umbrella Academy ma che in questa quarta stagione non ha brillato, facendomi sorridere davvero poco e niente.
Non posso dire però nemmeno di aver dovuto tirar fuori i fazzoletti, perché anche nel momento di massima tensione e sacrificio, non c'è stata secondo me una costruzione emotiva importante che desse allo spettatore il tempo e il coinvolgimento necessari per empatizzare.
Alla fine un po' ci si affeziona a questa banda di strampalati ma umani supereroi e quindi un po' mi spiace salutarli, e se da un punto di vista emotivo il finale forse non è stato come mi aspettavo, almeno nei fatti la storia ha un suo senso.
Senza contare che arrivare ad un finale programmato prima della improvvisa cancellazione, è già un grande traguardo per una qualunque serie tv di questi tempi.


Speravo di volare in alto con queste commedie "dallo spazio", ma forse se ne salva solo una

Tema simile e un cast con volti noti e riconoscibili legano due film che ho visto da poco, ma hanno scopi differenti e soprattutto portano a casa risultati diversi.


Fly me to the Moon - Le due facce della Luna (2024)


Genere: commedia, drammatico, sentimentale
Durata: 132 minuti
Regia:  Greg Berlanti 
Uscita in Italia: 11 Luglio 2024 (cinema)/ Apple Tv+
Paese di produzione: Stati Uniti

Gli anni '60 sono stati un'epoca turbolenta per gli Stati Uniti, dove oltre alle divergenze e tensioni intestine sui diritti civili, pulsavano gli echi della violenza della guerra in Vietnam che ovviamente divideva l'opinione pubblica. Per cercare di distrarre l'opinione pubblica e contrastare l'URSS nella corsa allo spazio, l'amministrazione Nixon decise di far di tutto pur di dare risalto alla operazione spaziale di sbarco sulla Luna, e per fare questo assunsero una esperta di marketing, Kelly Jones (Scarlett Johansson), pubblicitaria di Madison Avenue che sembra essere in grado di vendere il ghiaccio agli eschimesi, anche con modi poco convenzionali. L'obbiettivo era quello di aumentare l'interesse per l'allunaggio da parte degli americani, ma Kelly dovrà scontrarsi con le reticenze del responsabile della missione NASA, conosciuta come Apollo 11, Cole Davis (Channing Tatum). Davis infatti prende estremamente sul serio il suo lavoro, specie considerando il disastro dell'Apollo 1.


Se questa storia vi suona come vera o verosimile, sappiate che nel film di Greg Berlanti a quanto pare c'è ben poco di vero rispetto ai fatti che hanno poi portato all'allunaggio del luglio del 1969. Pare infatti che la NASA abbia spinto per una campagna di marketing, condotta dall'esperto di relazioni pubbliche Julian Scheer, per far sognare un po' gli americani e farli appassionare, ma il personaggio di Kelly Jones con i suoi modi poco ortodossi non è mai esistito.
Eppure Fly Me To The Moon mischia finzione e realtà per creare una commedia con dentro una vena romantica, qualche tinta drammatica e un bel po' di satira. Sono costanti i riferimenti ad esempio alla scaramanzia degli astronauti, e soprattutto alle diverse teorie complottistiche che girano intorno al famoso sbarco sulla Luna. 

Per me è un film che ha funzionato su tanti profili, sia come generale intrattenimento, visto anche l'impatto visivo, con la fascinosa ricostruzione degli anni'60, che i big money di Apple possono garantire e come dicevo su una sequela di attori che sono bravi e belli. Oltre al duo Johanson-Tatum, ci sono anche due buone performance di Woody Harrelson e Ray Romano.

Fly me to the moon però è praticamente un sequestro di persona ingiustificato, con una durata che sfora troppo il contenuto da raccontare, e che non è supportata da uno sviluppo dei personaggi originale o particolarmente articolato che potesse fare affezionare a loro in qualche modo. L'impressione è che, se spogliato dai volti di star arcifamose, potrebbe diventare un film generico con una durata eccessiva.

Ho trovato poi che le battute comiche o comunque più satiriche funzionino, ma quando il film cerca di andare verso un versante drammatico, risulta stucchevole e un po' troppo studiato a tavolino. Anche la parte più romantica, oltre che vagamente prevedibile, è un po' fiacca.
Mi sfugge ancora perché abbiano fatto vestire Channing Tatum come un personaggio di Star Treck ma questo è del tutto collaterale. 
Sebbene il twist sull'ormai strausato tema dell'allunaggio è sicuramente soddisfacente, nell'insieme Fly me to the moon non è un film che rivedrei complice soprattutto una durata che è fuori da ogni logica e l'assenza di un vero impatto emotivo.



Space Cadet (2024)


Genere: commedia
Durata: 110 minuti
Regia: Liz W. Garcia
Uscita in Italia: 4 Luglio 2024 (Prime Video)
Paese di produzione: Stati Uniti

Sempre attirato dalla presenza di attori conosciuti, in questo caso Emma Roberts e un Tom Hopper fresco dal finale di The Umbrella Academy, ho voluto vedere Space Cadet, ma me ne sono pentito presto, arrivando alla fine davvero sui gomiti.

La storia in questo caso è quella di Tiffany "Rex" Simpson (Roberts appunto) la quale, pur essendo intelligente, sveglia, promettente, ha perso un po' la sua strada con la morte della madre. Da bambina sognava infatti di diventare un'astronauta ma alla fine si è ritrovata a fare la barista. L'incontro casuale con un vecchio amico però le riaccende quella passione al punto che cercherà di iscriversi al percorso di addestramento di cadetti della NASA, pur non avendo i requisiti necessari. Eppure, con lo zampino della sua amica Nadine, riuscirà ad accedervi, ma dovrà mantenere un grosso segreto. 

Space Cadet è uno dei film più vuoti e inutili a cui abbia assistito quest'anno, che non riesce nemmeno a strappare una risata o ad essere in qualche modo brillante. L'intrattenimento che propone è al limite del demenziale e dell'assurdo, ma nel peggiore dei significati. La storia stessa è però il più grande problema perché non si regge in piedi, è basata chiaramente sul nulla e non c'è il minimo di credibilità o realismo in quello che racconta. Anche però preso come una sorta di fiaba assurda, secondo me è davvero tutto troppo sciocco e puerile per poterlo in qualche modo consigliare anche solo come staccapensieri. 
Con Space Cadet la mente mi è andata a film comici e un po' slapstick come il franchise degli anni '80 di Scuola di Polizia, ma quello a suo modo faceva sorridere e funzionava per la sua epoca.

Purtroppo anche Emma Roberts non riesce a salvare Space Cadet e un po' tutti i personaggi sono stereotipati al limite del caricaturale, senza una evoluzione o un approfondimento. 
Se posso essere cattivo, tanto siamo fra noi, ad un certo punto ho pensato che stessi guardando uno dei tanti film-spazzatura che Netflix sforna quotidianamente, ed invece ricordarmi che ero su Prime Video, in un certo senso, mi ha fatto ancora più male. 

Se poi la morale positiva di Space Cadet è quella di credere in se stessi, nella propria passione anche quando le cose non vanno per il meglio, perché prima o poi arriverà il nostro momento giusto, la nostra occasione, allora il film deve scontrarsi con quanto ha raccontato prima, ovvero una protagonista senza qualifiche, senza studi e che di più è andata avanti mentendo a discapito di persone più preparate di lei. E questo onestamente non mi sembra un bel messaggio. 
Nulla poi da aggiungere sulla messa in scena o sulla regia, tutto piatto, poco attraente per un occhio allontanato già da una trama vuota. Se poi la sostanza di Fly Me To The Moon non ne giustifica la durata, potete immaginare cosa penso delle quasi due ore proposte per Space Cadet.


Film Netflix: cosa vedere e cosa evitare!

Non sapete cosa vedere su Netflix? Ve lo dico io, o meglio, vi dico la mia e magari mi dite anche la vostra. Ve lo devo però preannunciare: nessun titolo è particolarmente esaltante, un po' perché avevo bisogno di storie un po' più liete, un po' perché non mi pare ci siano state uscite così esaltanti per cui stracciarsi le vesti.


Linee parallele (2022)



Titolo originale: Look Both Ways
Genere: commediadrammatico
Durata: 110 minuti
Regia: Wanuri Kahiu
Uscita in Italia: 17 Agosto 2022 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Sono davvero basse le velleità di Linee Parallele, il nuovo film con Lili Reinhart, che già dal titolo rivela le sue intenzioni. È infatti il classico film basato sulle sliding door: cosa sarebbe successo se Natalie, appena terminato il college, non fosse rimasta incinta del suo migliore amico? E cosa invece sarebbe accaduto alla carriera di Natalie se il test di gravidanza fosse stato negativo, ed avrebbe potuto proseguire il suo sogno di fare l'animatrice di cartoni animati? È questo a ciò a cui assistiamo in questo nuovo film Netflix, ma c'è anche altro.

Infatti la vita di Natalie in Linee Parallele diventa un po' la metafora dell'esistenza di tantissime donne, spesso costrette a scegliere fra privato e lavoro, fra maternità e carriera, e non sempre è facile far coincidere tutte queste parti della vita. Ma non c'è un moralismo di fondo, non c'è una strada giusta o sbagliata da seguire, perché ogni percorso mostra i suoi aspetti più belli, ma anche le sue criticità. 
L'unica strada per le Natalie che conosciamo, al fine di trovare la quadra, è quella di seguire i propri sogni e fare, in qualunque caso, ciò che realmente sente. 


L'aspetto positivo in questo quadro che può sembrare melenso e poco originale, è che Linee Parallele non dà un giudizio o una soluzione su quale strada sia meglio percorrere, non c'è una morale che espande la sua ombra sopra ogni passo della protagonista, ma l'obbiettivo è solo di raccontare. 
Dall'altro lato però Look Both Ways abbraccia a pieno il genere commedia o comunque di dramedy, non dando mai troppo spazio a momenti drammatici o complicati, e dandoci un finale quanto più roseo possibile. Tutti i problemi di Natalie passano come lo sfogliare delle pagine di un libro con la conseguenza che, nonostante non sia un film da evitare, lascia ben poco su cui riflettere.


La stagione dei matrimoni (2022)


Titolo originale: Wedding Season 
Genere: commedia
Durata: 97 minuti
Regia: Tom Dey
Uscita in Italia: 4 Agosto 2022 (Netflix)
Paese di produzione: Canada

Asha è bella e determinata ma mette a dura prova i genitori di origine indiana che la vorrebbero sposata con un buon partito piuttosto che presa dal lavoro. Così la madre la iscrive ad una app di incontri il cui risultato sarà conoscere Ravi, un giovane che sembra avere un po' gli stessi problemi di Asha.
Nonostante fra Ravi ed Asha non sia scattata la scintilla al primo sguardo, per poter sopravvivere alle insistenze dei genitori e alla stagione dei matrimoni, decidono di allearsi. Ma da cosa nascerà cosa, e la vicinanza fra i due farà crescere l'interesse e l'affiatamento, anche se questo comporterà il complicarsi della situazione.


Mentre guardavo La stagione dei matrimoni aspettavo un appiglio, un aggancio che me lo facesse apprezzare e che mi portasse a dire che non stavo solo perdendo tempo, ma purtroppo questa svolta non c'è stata. Si tratta infatti di un film estremamente prevedibile, banale e con una originalità pari a zero, sia nel contesto del genere, e quindi di questi film che strizzano l'occhio a Bollywood, sia per il cinema in genere.
Il paragone che mi è venuto in mente è quello con Never Have I Ever, dove si gioca sempre con gli stereotipi della cultura indiana, ma vengono usati in modo davvero divertente e intelligente; in questo film invece manca proprio lo sforzo di portare sullo schermo qualcosa di diverso.


Purtroppo il rapporto fra Asha e Ravi segue una parabola vetusta, e che ho trovato anche poco carina quando si scopre che lui non è proprio uno spiantato ma un dj di fama internazionale, con un bel gruzzolo da parte. Come a dire che se fosse stato un morto di fame era da condannare, ma con la grana si ragiona meglio.
La stagione dei matrimoni resta innocuo, non fa danni, ha qualche trovata simpatica, e la fattura risulta gradevole, ma lì finiscono le qualità di questo film Netflix, che non annoia ma non è in grado di intrattenere o di farsi ricordare in qualche modo. A meno che non apprezziate la sensazione di comfort, di certezza che danno questi film, direi che Wedding Season è da lasciar stare perché ci sono modi più stimolanti di impiegare il tempo. 
Se stavate invece cercando la nuova serie di Disney +, la recensione è qui.




Love in the Villa - Innamorarsi a Verona (2022)


Titolo originale: Love in the Villa
Genere: commedia
Durata: 114 minuti
Regia: Mark Steven Johnson
Uscita in Italia: 1 Settembre 2022 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti D'America

È diventato uno dei film più visti di recente su Netflix Italia, ma purtroppo Love in the Villa soffre di tutti i difetti che ho trovato in La stagione dei matrimoni, e forse qualcuno in più.
Verona fa da sfondo allo sfortunato incontro fra Juliet, una insegnante follemente innamorata di Romeo e Giulietta, e Charlie, di origine inglese ed esperto di vino. I due infatti, per colpa di uno strambo errore, si troveranno a condividere la stessa "villa" a pochi passi proprio dal famoso balcone di Giulietta, ma non sarà affatto una convivenza facile. Inutile proseguire però a raccontarvi la trama, perché tutto è come sembra e come potete immaginarvi.


Se da un lato Kat Graham ormai si è data a queste commedie romantiche (vedi questo film di Natale), non mi aspettavo che Tom Hopper, fresco del successo di The Umbrella Academy, si svendesse per un film così banale, ma anche non propriamente fatto bene. Infatti, come potete immaginare, Verona viene sfruttata come occasione per sciorinare una sequela di cliché tipici dell'ottica straniera sulla cultura italiana, e così è tutto un pizza, mandolini, piloti spericolati, abbracci e baci a caso, fino ai cannoli, per non farci mancare nulla anche se incoerentemente con le tradizioni venete.
Ma se si gratta sotto questa superfice non particolarmente ricercata, non resta nulla.


Per buona parte di Love in the Villa non ho potuto fare a meno di pensare che ciò che accade nella storia sia immorale e illegale, e questo comporta che i siparietti fra i protagonisti non risultino simpatici, ma solo assurdi.
La prevedibilità della storia inoltre scioglie qualunque alchimia fra gli attori, che sembrano bamboline le quali sanno già la loro sorte, e si limitano ad attendere che arrivi il loro momento. Tra l'altro, oltre ad uno scarso approfondimento su Juliet e Charlie, questi sembrano schizofrenici: in particolare la ragazza che passa dall'essere estremamente fredda e calcolatrice a dolce e romantica da una scena all'altra. Non voglio poi infierire sui brutti outfit di Kat Graham.
Love in the Villa si salva solo per i bei scorci di Verona, e anche per la simpatica presenza di Emilio Solfrizzi. Per il resto è anch'esso un comfort film di cui si può fare volentieri a meno. 



Serie Tv in costume: due novità promosse... ma non troppo

Torno a parlare di period drama con due serie tv che ho terminato di recente e che trovate in streaming. Entrambe però non sono legate solo dal genere, ma anche dalle sensazioni che mi hanno lasciato, non sempre altamente positive.


Sherlock & Daughter 
Prima Stagione

sherlock and daughter recensione

Dal 4 ottobre 2025 in esclusiva su Sky e in streaming su NOW è arrivata Sherlock & Daughter, e il titolo dice già tutto, o quasi.
Come in molti adattamenti dedicati ai personaggi di Conan Doyle, anche questa serie tv si apre con un mistero: una ragazza di nome Amelia Rojas (Blu Hunt) si è intrufolata come membro della servitù per avvicinarsi al famosissimo investigatore Sherlock Holmes (David Thewlis, Enola Holmes 2, Kaos) e convincerlo ad aiutarla a scoprire chi ha ucciso sua madre.

Ovviamente il detective non impiegherà molto a scoprire le reali intenzioni della ragazza, ma le tornerà improvvisamente utile in quanto Amelia è stata indirettamente coinvolta in un caso in cui deve indagare. È infatti sparita la figlia di un importante ambasciatore, tuttavia Sherlock è sotto lo scacco della misteriosa banda criminale del Filo Rosso e non ha molto spazio di manovra.
Amelia per fortuna si rivelerà subito scaltra e volitiva, ma che altri misteri nasconde?

Sherlock & Daughter si muove in modo inedito nel mondo di Conan Doyle, ed è un progetto interessante se non siete dei puristi di Holmes. L'aggiunta di una figlia, che diventa una spalla per l'investigatore, è piacevole, efficace e tutto sommato coerente. Si segue un po' appunto la scia dei film Netflix su Enola Holmes, che hanno dato un twist diverso, femminile appunto, alle vicende di Sherlock.

Questa serie tv SKY/NOW miscela infatti sia i casi da risolvere a questioni familiari altrettanto complesse, e gioca in un misto di umorismo e dramma, che si uniscono ai misteri da risolvere. Sullo sfondo ci sono anche le nuove invenzioni, come il telefono, e in generale l'evoluzione tecnologica che diventa parte integrante delle indagini. 

A far funzionare poi Sherlock and Daughter ci pensa un cast che mi ha convinto, che credo abbia un buon affiatamento e che tutto sommato si è trovato ad interpretare personaggi in evoluzione. C'è anche una discreta cura nella messa in scena della Londra vittoriana, per quanto i capelli costantemente sciolti di Amelia sono un tocco forse troppo contemporaneo. 

Non do una piena promozione a Sherlock & Daughter perché ho sempre avuto la sensazione che le mancasse qualcosa. È composta da 8 episodi, che in generale hanno un buon ritmo, ma a volte mancano di fluidità e soprattutto gli snodi narrativi più importanti non hanno sempre lo stesso impatto. Quando mi aspettavo che insomma la serie esplodesse, o in qualche modo mi risucchiasse nella storia, questo non sempre è avvenuto. Forse la colpa è di aver voluto fare un po' troppo per una prima stagione, inserendo un caso investigativo che si riempie di sotto trame e appunto tutta la questione personale di Sherlock e la figlia. 
Anche le scelte creative sulla grafica potevano avere un tocco più originale: ogni tanto appaiono delle semplici scritte che chiariscono parti delle indagini, e che sembrano un po' sempliciotte come soluzione. 

Quindi se volete darle una chance cercate magari di non avere aspettative troppo alte perché potrebbe non riuscire a soddisfarle del tutto, ma pensandola come un intrattenimento godibile da divano e copertina.
Non ho letto ancora di un rinnovo per una seconda stagione di Sherlock & Daughter ma ammetto che non mi dispiacerebbe proseguire la loro avventura, anche perché ormai il "grosso" è fatto. 



Death By Lightning
Miniserie

Death by lightning Netflix Recensioni

È arrivata il 6 Novembre su Netflix la miniserie Death by Lightning, che è tratta dal libro "Destiny of the Republic" di Candice Millard e si basa su fatti reali. 

James A. Garfield è stato il ventesimo presidente degli Stati Uniti alla fine dell'800, ma non è particolarmente ricordato nella storia perché il suo mandato duro circa sei mesi. Garfield venne infatti assassinato da un certo Charles Guiteau, un avvocato fallito, prima fervente sostenitore del presidente, poi convinto di doverlo eliminare per il bene della nazione. 
Due uomini differenti, ma che la storia finirà per legare, e in un certo senso anche per dimenticare quasi allo stesso modo.
Death By Lightning ricostruisce proprio quanto accaduto all'epoca, ma strizzando l'occhio anche alle situazioni odierne. D'altronde corruzione e misfatti politici sono argomenti sempre attuali.

Questa miniserie Netflix ha avuto un suo momento in cima alla classifica dei più visti, e ne capisco le ragioni. Infatti non solo racconta un fatto poco noto, ma lo fa anche abbastanza bene, anzi i punti di forza di Death By Lightning sono proprio la ricostruzione storica ed il suo cast.

Michael Shannon nei panni del presiedente Garfield è misurato, calmo, saggio, un padre non solo per i suoi figli ma anche per nazione che deve servire, e un politico che riesce a dimostrare anche polso e decisione. Dall'altra parte c'è Matthew Macfadyen come Guiteau che, sebbene nelle sue stranezze sia una sorta di comic relief per la serie, riesce quasi a fare tenerezza e suscitare una sorta di empatia, pur risultando comunque inquietante. Secondo me riesce bene proprio a mostrare quanto sia labile il legame fra sostegno fervente e fanatismo.

Con ruoli un po' più defilati, ma comunque ben comprensibili sin da subito, troviamo anche gli ottimi Shea Whigham, Betty Gilpin (American Primeval), Bradley Whitford (The Diplomat) e Nick Offerman (The Umbrella Academy).

death by lightning recensione serie tv

Death By Lightning ha però anche i suoi lati di ombra. Infatti la sensazione generale che ho avuto è che non si sentisse l'urgenza di una serie tv del genere, se non per il "limitato" scopo di raccontare appunto i fatti. Essendo composta da soli quattro episodi non si ha il tempo di scavare a fondo su quei temi che accennavo sopra come appunto l'ambizione umana e il fanatismo, ma tutto scorre molto in fretta. Anche i personaggi secondari restano appunto in disparte, utili come riempitivo e non come figure autonome.

È soprattutto il primo episodio che secondo me lascia un po' spiazzati, sembra caotico, ma man mano che i tasselli si uniscono risulta tutto più chiaro. 
Anche lo stile di Death by Lightning, oscillando molto rapidamente fra il dramma e l'ironia per sottolineare in qualche modo la stranezza delle circostanze, può lasciare perplessi.
Questa serie tv Netflix però secondo me funziona nella drammatizzazione degli eventi, risultando tutto sommato emotivamente coinvolgente quindi tutto sommato si merita una promozione. 



Prime Video: le serie tv che ho terminato, fra dubbi e intrattenimento

Oltre a Scarpetta, ho terminato altre nuove serie tv su Prime Video che, devo dire, mi incuriosivano parecchio. Tiriamo un po' le somme e vediamo com'è andata con questi due titoli.



Young Sherlock
Prima Stagione

In attesa del ritorno di The Gentlemen e Mobland, Guy Ritchie ha pensato di impegnarsi su altri fronti e, ispirandosi ai romanzi Andrew Lane, ha dato nuova vita a Sherlock Holmes, ripercorrendo la sua giovinezza. 
Young Sherlock, arrivata in streaming il 4 marzo, parte proprio dalle origini del mito, quando l'investigatore di fama mondiale era poco più che un giovane uomo (qui interpretato da Hero Fiennes Tiffin, Il ministero della guerra sporca, Scatta l'amore) che ancora non sapeva bene cosa fare del suo futuro, e per una serie di peripezie lo ritroviamo come maggiordomo ad Oxford. La sua arguzia ed intelligenza però lo rendono particolarmente attento a tutto, così pian piano non solo a cercherà di risolvere un complesso intrigo che riguarda una misteriosa principessa cinese, ma anche di affrontare alcuni fantasmi dal passato che riguardano la sua famiglia.

La madre di Sherlock, Cordelia Holmes, (Natascha McElhone, Hotel Portofino) infatti si trova in un ospedale psichiatrico a seguito della morte di sua figlia, mentre sembra assente il signor Silas Holmes (Joseph Fiennes, The Handmaid's Tale) in viaggio all'estero come sempre. Ma non tutto è come appare.

Guy Ritchie firma una origin story che è tutta intrattenimento, come ci si aspetta dalle sue produzioni, e che riesce nell'intento di usare un personaggio noto per raccontare altro. 
Tocca ammettere che non era necessario tirare fuori ancora una volta il personaggio di Conan Doyle (pure l'anno scorso avevamo visto Sherlock & Daughter che aveva più o meno lo stesso scopo), però Young Sherlock ha qualche asso nella manica che è ben giocato.

Come le altre serie tv di Ritchie che ho visto, anche qui non manca un budget sostanzioso che gli ha consentito di raccogliere un ottimo cast, fra cui anche Colin First e Max Irons, ma anche di mettere in scena una ricostruzione di location e costumi d'epoca ricca ed elaborata. Ovviamente quello che non può mancare è tanta azione, con scazzottate ed inseguimenti, e momenti di suspense spesso usati come cliffhanger fra un episodio e l'altro. 

In Young Sherlock però hanno anche saputo trovare delle soluzioni creative interessanti ed originali, ad esempio quando ci mostrano come Holmes elabora mentalmente le sue indagini, ricostruendo alcune scene attraverso i suoi ricordi.

La mia promozione è quindi certa, visto che parliamo di una serie tv dinamica, in cui non è tanto il "perché" a tenerti attaccato allo schermo, ma il "come". Però, nell'ottica di parlarne qui pubblicamente, e quindi eventualmente di consigliarla, devo fare alcuni disclaimer che suoneranno come rimproveri alla serie ma non lo sono.

Il primo aspetto riguarda il fatto che, nel tentativo di proporre altro, Young Sherlock non è un semplice giallo, in cui l'investigatore si limita a risolvere il caso o quasi, ma abbiamo un personaggio che vive a tutto tondo. Così ci vengono mostrati i suoi drammi personali, con una famiglia tosta e complessa, le beghe amorose e il rapporto con l'amico (al momento almeno) James Moriarty, interpretato da Dónal Finn. 

Tutto questo a molti potrà sembrare quasi un modo di sviare dal personaggio che conosciamo, o comunque dare alla serie dei risvolti non proprio attesi dal genere che si prefigge. Lo stile poi di Guy Ritchie può non piacere, specie quando scivola in una deriva più pop e contemporanea.

Quindi, Young Sherlock secondo me non farà impazzire i puristi, ma io l'ho trovata accattivante e una seconda stagione non mi dispiacerebbe. Proprio in questi giorni Prime Video ha confermato che la serie è stata rinnovata per un nuovo ciclo di episodi, quindi non resta che attendere.


Bait - Fuori Parte
Miniserie


Shah Latif (Riz Ahmed, The Night OfSound of Metal) è un giovane attore che sta ancora cercando la sua strada e spera che quel provino per diventare il nuovo James Bond sia l'occasione della vita. E sarebbe anche una svolta epocale, perché le origini pakistane di Shah lo renderebbero il primo agente 007 non bianco della storia. Peccato però che il casting non vada esattamente al meglio, ma Shah non molla e decide di far scoppiare un pettegolezzo che possa tenerlo a galla in lizza per il ruolo. 
Il giovane attore però verrà schiacciato dal suo stesso piano, finendo in un guazzabuglio mediatico e personale, dovendo anche gestire una relazione finita male e il rapporto con la sua caotica e ingombrante famiglia.

Creata dallo stesso Ahmed, Bait nasce come una commedia che però nasconde un senso vagamente più profondo. Da un lato c'è un attore che si ritroverà a gestire una situazione più complessa e grande di lui, spinto fra le pressioni dell'industria del cinema, inclusi colleghi pronti a fargli uno sgambetto in qualunque momento, la fama improvvisa e l'ambizione a raggiungere un ruolo che può cambiargli la carriera. Una tensione che porterà Shah a intraprendere una serie di scelte sempre più sbagliate che a volte si fa fatica a comprendere.

In realtà il provino per diventare il nuovo James Bond nasconde un doppio fondo: Shah è un giovane di origini pakistane ma che si sente a tutti gli effetti britannico, e che quindi, ipoteticamente potrebbe ricoprire quel ruolo. Tuttavia, l'agente più famoso di sempre, è legato ad una tradizione che è difficile scardinare e continua ad essere raffigurato sempre allo stesso modo: bianco ed eterosessuale. Bond diventa quindi l'emblema di una specifica cultura britannica particolarmente conservatrice.
Così nasce tutto un discorso di appartenenza culturale, e di quanto in fondo gli immigrati di seconda generazione restino comunque esterni rispetto alla possibilità di accedere ad alcuni ruoli, non solo cinematografici. 


Ne consegue così anche l'approccio che Shah ha con la sua famiglia, la "causa di tutti i suoi problemi", che sogna di ammazzare a sangue freddo, ma che non smette mai di difendere.

Questo discorso, ben più serio e complesso di un attore e dei suoi provini, viene inserito in una serie tv che in realtà ha intenti ben più leggeri, con un minutaggio corto e da soli sei episodi, e questo mi dà il fianco per parlare un po' dei problemi di Bait - Fuori Parte.

Di per sé non avrebbe in verità dei difetti, ma è il mio gusto (e questo d'altronde è il mio sito) che non sempre è stato convinto da alcune scelte. Come dicevo, ad esempio, il percorso di Latif diventa sempre più incasinato, schizofrenico, a tratti assurdo e, quando questo capita, mi provoca più distacco che interesse. Si crea un tipo di comicità che a me non fa nemmeno sorridere, quindi viene meno la premessa di una commedia. 

Anche il focus sui personaggi non mi ha sempre convinto: se Shah Latif può a volte sembrare come uno che se le va a cercare, i personaggi di contorno non aiutano proprio a farlo apparire migliore né hanno una qualche forma di approfondimento. Eppure Bait ha un cast di tutto rispetto, perché qui e lì appaiono Ritu Arya (The Umbrella Academy), Rafe Spall (Trying), Sian Clifford (Unstable, Chevalier) e Guz Khan che ha scritto pure la sceneggiatura insieme a Riz Ahmed.

Tirando quindi le somme il bilancio su Bait - Fuori Parte è positivo perché riesce ad essere intelligente ma non pesante, ma è racchiusa in un involucro, o più semplicemente in scelte creative che a me piacciono poco e che dubito possano accontentare un ampio pubblico. Se abbiamo più meno gli stessi gusti, ritenetevi avvisati. 


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