Prime Video: le serie tv che ho terminato, fra dubbi e intrattenimento

Oltre a Scarpetta, ho terminato altre nuove serie tv su Prime Video che, devo dire, mi incuriosivano parecchio. Tiriamo un po' le somme e vediamo com'è andata con questi due titoli.



Young Sherlock
Prima Stagione

In attesa del ritorno di The Gentlemen e Mobland, Guy Ritchie ha pensato di impegnarsi su altri fronti e, ispirandosi ai romanzi Andrew Lane, ha dato nuova vita a Sherlock Holmes, ripercorrendo la sua giovinezza. 
Young Sherlock, arrivata in streaming il 4 marzo, parte proprio dalle origini del mito, quando l'investigatore di fama mondiale era poco più che un giovane uomo (qui interpretato da Hero Fiennes Tiffin, Il ministero della guerra sporca, Scatta l'amore) che ancora non sapeva bene cosa fare del suo futuro, e per una serie di peripezie lo ritroviamo come maggiordomo ad Oxford. La sua arguzia ed intelligenza però lo rendono particolarmente attento a tutto, così pian piano non solo a cercherà di risolvere un complesso intrigo che riguarda una misteriosa principessa cinese, ma anche di affrontare alcuni fantasmi dal passato che riguardano la sua famiglia.

La madre di Sherlock, Cordelia Holmes, (Natascha McElhone, Hotel Portofino) infatti si trova in un ospedale psichiatrico a seguito della morte di sua figlia, mentre sembra assente il signor Silas Holmes (Joseph Fiennes, The Handmaid's Tale) in viaggio all'estero come sempre. Ma non tutto è come appare.

Guy Ritchie firma una origin story che è tutta intrattenimento, come ci si aspetta dalle sue produzioni, e che riesce nell'intento di usare un personaggio noto per raccontare altro. 
Tocca ammettere che non era necessario tirare fuori ancora una volta il personaggio di Conan Doyle (pure l'anno scorso avevamo visto Sherlock & Daughter che aveva più o meno lo stesso scopo), però Young Sherlock ha qualche asso nella manica che è ben giocato.

Come le altre serie tv di Ritchie che ho visto, anche qui non manca un budget sostanzioso che gli ha consentito di raccogliere un ottimo cast, fra cui anche Colin First e Max Irons, ma anche di mettere in scena una ricostruzione di location e costumi d'epoca ricca ed elaborata. Ovviamente quello che non può mancare è tanta azione, con scazzottate ed inseguimenti, e momenti di suspense spesso usati come cliffhanger fra un episodio e l'altro. 

In Young Sherlock però hanno anche saputo trovare delle soluzioni creative interessanti ed originali, ad esempio quando ci mostrano come Holmes elabora mentalmente le sue indagini, ricostruendo alcune scene attraverso i suoi ricordi.

La mia promozione è quindi certa, visto che parliamo di una serie tv dinamica, in cui non è tanto il "perché" a tenerti attaccato allo schermo, ma il "come". Però, nell'ottica di parlarne qui pubblicamente, e quindi eventualmente di consigliarla, devo fare alcuni disclaimer che suoneranno come rimproveri alla serie ma non lo sono.

Il primo aspetto riguarda il fatto che, nel tentativo di proporre altro, Young Sherlock non è un semplice giallo, in cui l'investigatore si limita a risolvere il caso o quasi, ma abbiamo un personaggio che vive a tutto tondo. Così ci vengono mostrati i suoi drammi personali, con una famiglia tosta e complessa, le beghe amorose e il rapporto con l'amico (al momento almeno) James Moriarty, interpretato da Dónal Finn. 

Tutto questo a molti potrà sembrare quasi un modo di sviare dal personaggio che conosciamo, o comunque dare alla serie dei risvolti non proprio attesi dal genere che si prefigge. Lo stile poi di Guy Ritchie può non piacere, specie quando scivola in una deriva più pop e contemporanea.

Quindi, Young Sherlock secondo me non farà impazzire i puristi, ma io l'ho trovata accattivante e una seconda stagione non mi dispiacerebbe. A riguardo non ci sono ancora notizie ufficiali ma immagino tocchi solo aspettare.


Bait - Fuori Parte
Miniserie


Shah Latif (Riz Ahmed, The Night OfSound of Metal) è un giovane attore che sta ancora cercando la sua strada e spera che quel provino per diventare il nuovo James Bond sia l'occasione della vita. E sarebbe anche una svolta epocale, perché le origini pakistane di Shah lo renderebbero il primo agente 007 non bianco della storia. Peccato però che il casting non vada esattamente al meglio, ma Shah non molla e decide di far scoppiare un pettegolezzo che possa tenerlo a galla in lizza per il ruolo. 
Il giovane attore però verrà schiacciato dal suo stesso piano, finendo in un guazzabuglio mediatico e personale, dovendo anche gestire una relazione finita male e il rapporto con la sua caotica e ingombrante famiglia.

Creata dallo stesso Ahmed, Bait nasce come una commedia che però nasconde un senso vagamente più profondo. Da un lato c'è un attore che si ritroverà a gestire una situazione più complessa e grande di lui, spinto fra le pressioni dell'industria del cinema, inclusi colleghi pronti a fargli uno sgambetto in qualunque momento, la fama improvvisa e l'ambizione a raggiungere un ruolo che può cambiargli la carriera. Una tensione che porterà Shah a intraprendere una serie di scelte sempre più sbagliate che a volte si fa fatica a comprendere.

In realtà il provino per diventare il nuovo James Bond nasconde un doppio fondo: Shah è un giovane di origini pakistane ma che si sente a tutti gli effetti britannico, e che quindi, ipoteticamente potrebbe ricoprire quel ruolo. Tuttavia, l'agente più famoso di sempre, è legato ad una tradizione che è difficile scardinare e continua ad essere raffigurato sempre allo stesso modo: bianco ed eterosessuale. Bond diventa quindi l'emblema di una specifica cultura britannica particolarmente conservatrice.
Così nasce tutto un discorso di appartenenza culturale, e di quanto in fondo gli immigrati di seconda generazione restino comunque esterni rispetto alla possibilità di accedere ad alcuni ruoli, non solo cinematografici. 


Ne consegue così anche l'approccio che Shah ha con la sua famiglia, la "causa di tutti i suoi problemi", che sogna di ammazzare a sangue freddo, ma che non smette mai di difendere.

Questo discorso, ben più serio e complesso di un attore e dei suoi provini, viene inserito in una serie tv che in realtà ha intenti ben più leggeri, con un minutaggio corto e da soli sei episodi, e questo mi dà il fianco per parlare un po' dei problemi di Bait - Fuori Parte.

Di per sé non avrebbe in verità dei difetti, ma è il mio gusto (e questo d'altronde è il mio sito) che non sempre è stato convinto da alcune scelte. Come dicevo, ad esempio, il percorso di Latif diventa sempre più incasinato, schizofrenico, a tratti assurdo e, quando questo capita, mi provoca più distacco che interesse. Si crea un tipo di comicità che a me non fa nemmeno sorridere, quindi viene meno la premessa di una commedia. 

Anche il focus sui personaggi non mi ha sempre convinto: se Shah Latif può a volte sembrare come uno che se le va a cercare, i personaggi di contorno non aiutano proprio a farlo apparire migliore né hanno una qualche forma di approfondimento. Eppure Bait ha un cast di tutto rispetto, perché qui e lì appaiono Ritu Arya (The Umbrella Academy), Rafe Spall (Trying), Sian Clifford (Unstable, Chevalier) e Guz Khan che ha scritto pure la sceneggiatura insieme a Riz Ahmed.

Tirando quindi le somme il bilancio su Bait - Fuori Parte è positivo perché riesce ad essere intelligente ma non pesante, ma è racchiusa in un involucro, o più semplicemente in scelte creative che a me piacciono poco e che dubito possano accontentare un ampio pubblico. Se abbiamo più meno gli stessi gusti, ritenetevi avvisati. 


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