Sono degli scandali più o meno noti il perno attorno a cui girano due serie tv che ho terminato di recente, e che sono accomunate proprio da queste tematiche scottanti e dai risvolti drammatici, ma anche dalla mia opinioni su di loro.
A Very British Scandal Miniserie
Se A Very British Scandal vi suona familiare è perché questa miniserie è stata creata dalla stessa casa produttrice che nel 2018 pubblicò A Very English Scandal (ne parlai qui), quindi si potrebbe definire quasi la seconda stagione di una serie antologica. Un cambio di nome di cui disconosco le ragioni, ma nella sostanza si tratta della stessa cosa, visto che la nuova serie, disponibile su Tim Vision dal 21 Aprile, racconta sempre di un fatto di cronaca realmente accaduto che ha sconvolto e fatto parlare l'opinione pubblica inglese. Se in A Very English Scandal ci si concentra sul caso dell'omosessualità del politico Jeremy Thorpe, in A Very British Scandal ci troviamo sempre negli anni '60 ma assistiamo al contorto divorzio tra i duchi di Argyll, Margaret Campbell e Ian Campbell.
Questa miniserie ci porta a conoscere la storia di un amore malato, che diventerà terminale quando i demoni di ognuna delle parti prenderanno il sopravvento e cercheranno di fagocitare l'altro, e che riempirà le pagine dei giornali scandalistici dell'epoca perché i colpi bassi fra Margaret e Ian furono parecchi. Tradimenti, violenze, bugie e ricatti furono parte integrante del divorzio "Argyll vs Argyll", ma non si tratta solo di un racconto di cronaca rosa pruriginosa, perché A Very British Scandal ci rivela altro.
Premettendo che nessuna delle due parti ne esce pulita da questa vicenda, credo che questa miniserie riesca a dipingere una profonda disparità di genere fra uomo e donna, dove l'immagine e la reputazione di quest'ultima poteva essere macchiata facilmente, e la stessa Margaret verrà schiacciata completamente da questo divorzio, e finì per essere considerata una donna da evitare persino dai suoi non proprio santi amici. Il suo peccato fu quello di voler vivere liberamente la propria sessualità, che all'epoca era visto come mortale, ma che ancora oggi ha un peso diverso a seconda che si tratti di un uomo o una donna. Lo abbiamo visto anche in Pam & Tommy se vogliamo far riferimento ad un accadimento più recente.
A Very British Scandal riesce a dare un quadro completo di questa vicenda su tutti i suoi livelli, risultando impeccabile da un punto di vista tecnico e scenografico, e con una recitazione altissima. Paul Bettany e Claire Foy ci raccontano due personaggi sfaccettati, interessanti da un certo punto di vista, ma pieni di vizi, traumi e ombre. Una buona serie tv che però rispetto al capitolo precedente ha toni davvero molto più drammatici, e soprattutto secondo me non riesce a palesare davvero quella che era l'opinione pubblica sulla vicenda: sembra infatti che tutto quello che riguarda gli ex coniugi Argyll si svolga dietro quattro mura o al massimo all'interno di un tribunale. Sperando non ci siano altri cambi di nome, vedrei volentieri una seconda (o meglio terza) stagione di A Very British Scandal qualora venga rinnovata.
Anatomia di uno scandalo Miniserie
Da un fatto di cronaca vera, passo ad un fatto di cronaca verosimile: l'accusa di stupro da parte di una giovane ragazza rivolta ad un politico in evidenza, denuncia che porta inevitabilmente ad un controverso processo giudiziario, non senza colpi di scena, e metterà in subbuglio la stampa scandalistica e l'opinione pubblica. Anatomia di uno scandalo si muove in effetti su binari vicini a A Very British Scandal, ma ci riporta ai giorni nostri e si concentra soprattutto sulla tematica del consenso in un rapporto sessuale. E potrebbe sembrare un argomento difficile ed interessante, ma lo sviluppo in questa miniserie Netflix lascia alquanto a desiderare.
Sono pochi o meglio nulli gli spunti originali di Anatomia di uno scandalo, e spesso l'ho trovata prevedibile in quei colpi di scena, con tanto di primi piani dei personaggi sotto shock, che dovrebbero fornire nuovi sviluppi, ed invece restano appesi e poco approfonditi. Nonostante le buone interpretazioni di Rupert Friend, Sienna Miller, Naomi Scott e Michelle Dockery, tutti i personaggi mi sono sembrati tratteggiati con superficialità. L'esempio lampante è come viene rappresentata l'accusatrice del deputato James Whitehouse: non sappiamo nulla di lei, oltre a ciò che racconta in tribunale, e non sparirà dalla circolazione non appena il processo è concluso. Lo stesso vale per la signora Whitehouse, le cui reazioni sembrano andare a vuoto.
Seppur si tratti di sei episodi, ci sono pochi aspetti approfonditi, e gli stessi rapporti fra i personaggi risultano strani, freddi, poco chiari ed anche gli intrecci sul versante politico mi sono sembrati semplicistici. I flashback di cui Anatomy of a Scandal fa abuso sono spesso irritanti, a volte scattosi, altre con effetti che sembrano datati. Tutto questo credo sia dovuto al fatto che i creatori della serie hanno tentato di mantenere quanta più suspense possibile per convogliare il tutto in un finale di impatto, ma non ci sono riusciti bene. Anatomia di uno scandalo è infatti una serie tv guardabile ma che se ne va come arriva, che non spicca in qualcosa, e che mi è sembrata al di sotto rispetto i recenti lavori di David E. Kelley (anche se vista Big Sky non mi stupisce che quest'uomo abbia alti e bassi). Non c'è ancora una conferma per una seconda stagione, ma secondo me potrebbe dare poco un rinnovo.
Vi vedo lanciati con le liste delle serie tv migliori e peggiori del 2018, in tutte le varianti possibili e immaginabili, ma io devo dirvi la verità, non ho molta voglia di guardarmi indietro e fare lunghi elenchi approfonditi di top e flop. Tra l'altro, se da un lato non ho trovato le migliori serie tv della vita, dall'altro non posso nemmeno dire di aver assistito ai peggiori spettacoli possibili.
Posso dirvi che ho apprezzato i messaggi trasmessi da Le terrificanti avventure di Sabrinae in Insatiable, e soprattutto come questi messaggi vengano veicolati attraverso delle serie comunque leggere e per ragazzi. Ho un ottimo ricordo di The Marvelous Mrs. Maisel, aspetto ardentemente che doppino la seconda stagione, e credo che l'attrice Rachel Brosnahan, si meriti il Golden Globe; così come mi è piaciuta The Alienist e voglio il seguito e pure una cena con Luke Evans se possibile. Ma non posso considerarle delle serie impeccabili, senza ombra di difetto.
Così come i miei flop, non sono proprio dei bocciati senza possibilità di redenzione. O meglio, vi aspettavate forse che la seconda stagione di 13 Reasons Why potesse farmi improvvisamente cambiare idea sull'intera serie? Certo che no, già la prima stagione mi aveva lasciato perplesso, figuratevi il seguito senza senso.
Ma più che fastidio, è stato dispiacere per ad esempio Here and Now che è stata buttata alle ortiche con un'idea stramba, seppur avesse i suoi (pochi) punti di forza; e poi ho persino rivalutato (di poco eh!) The Affair con l'ultima stagione. L'unica cosa che mi fa davvero strano è che American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace abbia vinto il Golden Globe come miglior miniserie, perché forse abbiamo visto due robe diverse e non ci siamo capiti. Posso accettare che Darren Chris si sia beccato una statuetta come miglior attore perché, dai, è stato bravo, era inquietante e più calato di uno spaghetto nell'acqua bollente a mezzogiorno. Ma la serie è troppo dispersiva rispetto a quello che dovrebbe raccontare, gli attori ispanici che parlano in inglese per interpretare personaggi italiani sono a dir poco strambi e si raggiunge la noia anche con facilità.
Insomma guardiamo avanti anche perché ci aspetta una intensa stagione di serie tv. Negli ultimi tempi ne ho recuperate ben quattro, fra cui due miniserie per i più frettolosi.
Killing Eve
Prima Stagione
⭐⭐⭐
Anche Killing Eve, trasmessa da TimVision lo scorso ottobre, si è fatta notare ai Golden Globe con due candidature e la vittoria di Sandra Oh come miglior attrice, cosa per cui non sono del tutto d'accordo, ed inizio a pensare che debba avere più di un santo in paradiso.
Killing Eve racconta appunto le vicende di Eve Polanstri che lavora per l'ente per la sicurezza inglese e che farà strada nel suo lavoro seguendo le mosse di una killer professionista di nome Villanelle, che non sembra avere tutte le rotelle a posto, oltre ad essere particolarmente spietata.
Eve invece è un po' goffa, alle prese con un matrimonio che non proprio la soddisfa, ed anche un ruolo lavorativo che non riesce a farla volare. Ma proprio grazie alla caccia a Villanelle riuscirà a fare un grosso passo avanti nella sua carriera, e ottenere la svolta che cercava.
Tuttavia fra le due donne si creerà una strana chimica che le spingerà ad avvicinarsi, per quanto entrambe siano ligie al loro ruolo e a quella che è la loro missione.
Avevo buone aspettative su Killing Eve e in parte sono state ripagate perché la serie parte in maniera intrigante, fresca, accattivante ed anche con una vena comica che, per quanto non faccia sbellicare, va ad alleggerire le puntate. Col tempo però ho notato degli aspetti che non mi hanno fatto impazzire. Intanto dei buchetti narrativi che sinceramente non ho capito e non volevo, ma soprattutto secondo me questa serie ha sofferto il fatto che sin da prima della messa in onda si sapeva già che sarebbe stata rinnovata per una seconda stagione. Quindi loro avranno pensato bene di allungare la storia il più possibile, prendersi il loro bel tempo, e giocare il più possibile.
Ma, cosa ben peggiore a mio avviso è che della storia intrigante di spionaggio, del thriller, di tensione e anche d'azione che dovrebbe essere alla base di Killing Eve, alla fine, è rimasto poco.
Il tutto è un po' evoluto in una sorta di tragicomico surreale cacio e pepe, che per me smonta quell'impianto che sembrava molto interessante. Anche i personaggi sembravano ben costruiti, ma poi ho avuto l'impressione quasi che stessi vedendo un'altra serie tv.
E, in tutta onestà, non credo che Sandra Oh meritasse il Golden Globe. Non fraintendetemi: è brava come attrice e il suo ruolo in Killing Eve è comunque ben strutturato, oltre ad avere una evoluzione, quindi è anche dinamico da seguire. Tuttavia credo che la vera star della serie sia Jodie Comer (forse non ve la ricordate in The White Princessperché l'ho visto solo io e i genitori di Jodie). La sua interpretazione di Villanelle è perfetta, riesce a passare dall'infantile allo spietato fino ad essere cruenta, freddissima, a volte sembra quasi spenta, intristita, eppure dentro l'azione. Ha un range di emozioni e personalità che la rendono stramba, inquietante ed affascinante allo stesso tempo.
La cosa che mi incuriosisce è scoprire come proseguiranno con la seconda stagione di Killing Eve, ma il mio interesse è scemato.
Hill House - The Haunting of Hill House
Prima Stagione
⭐⭐⭐🌠
Acclamata e amata da tanti Hill House, che potete recuperare su Netflix, su di me non ha avuto un fascino senza eguali.
La famiglia Crain, composta da Hugh, Olivia e la squadra di calcetto che sono i loro cinque figli, si trasferisce a Hill House, che non gode proprio di una buona fama, con l'intento di ristrutturarla e tirarci su un bel gruzzolo. Tuttavia ben presto si renderanno conto che la grande casa nasconde più di qualche segreto e porta i segni di tutte le anime che hanno attraversato quelle stanze. Il destino dei Crain si legherà quindi indissolubilmente a quello di Hill House, e, nonostante passeranno molti anni, tutti i componenti porteranno le ferite lasciate dal breve periodo in quelle mura.
In totale sincerità sono un fifone. Non amo gli horror e devo dire che Hill House in questo senso riesce molto bene a creare ansia e tensione, ma non ho capito le ragioni per così tanta acclamazione.
Le storie di case infestate non mi sembrano una novità che si sono inventati quelli di Netflix, e la storia è tratta da un romanzo del 1959, per cui non sono vicende proprio mai sentite, anzi.
Tra l'altro, una volta capito come funziona questo gioco malefico che la casa mette in atto, e quali creature la abitano, e specie quando gli spettri si palesano con i loro trucchi un po' posticci tipici dei tutorial di Youtube, devo dire che la tensione cala e si riduce a pochi momenti di dubbio.
A spezzare poi "l'incantesimo" di Hill House, quel senso di desolazione, claustrofobia e mancanza di fuga è proprio la storia stessa che si apre subito a vari paesaggi, compreso il grande giardino intorno all'abitazione, seppur inquietante, e a nuove situazioni, spostandosi fra passato e presente.
Ma soprattutto a farmi perdere il contatto con la storia è stata una semplice domanda: perché?
Con quale logica una famiglia, la cui capostipite soffre di frequenti emicranie e paranoie, decide di andare in una casa antica, in cui probabilmente ci saranno tantissimi fastidiosissimi rumori? E con che logica decidono di trasferirsi con bimbi piccoli a seguito in una casa da ristrutturare, col rischio che diventi pericolosa anche solo per le scale, i martelli, i cacciavite e gli attrezzi sparsi in giro?
E dove sono i genitori durante le giornate di 'sti ragazzini?
Insomma, più che un acchiappa fantasmi forse serve prima chiamare i servizi sociali.
Certo, si fa molta leva anche sulla psicologia dei personaggi, sembra che si voglia sottintendere che più che la casa, il problema sia una sfortunata ereditaria malattia mentale, anche se è un alone che svanisce molto presto.
Gli attori in ogni caso sono bravissimi nel rappresentare il rapporto che i fratelli Crain hanno fra loro, di come siano stati segnati dalle vicende di quella casa. Però mi è mancata quell'idea di non detto fra di loro, di mistero, di un segreto che si portano dietro, perché ognuno affronta il passato e il riflesso dello stesso in modo diverso.
È come se ognuno avesse un ricordo completo della loro esperienza a Hill House e una reazione ben definita alla stessa, quando invece credo dovrebbero avere idee frammentarie dovute a rimembranze diverse e magari incomplete. Pensavo di aver colto male io questo aspetto, ed invece è proprio voluto, ed ho scoperto che tutti i fratelli rappresentano qualcosa, ovvero le cinque fasi del dolore.
Sarà anche voluto, ma secondo me rompe un po' la tensione, l'intreccio, il come mai fra i fratelli comunque non scorra buon sangue.
Sinceramente il modo in cui interagiscono fra loro mi è sempre sembrato un po' isterico, più che arrabbiato o rancoroso, e mi è capitato di trattenere la risata per non svegliare tutta casa.
Insomma The Haunting of Hill House, per quanto abbia dei punti di forza, come la regia, o la recitazione, la cura dei dettagli e i tanti elementi da approfondire, mi ha lasciato con parecchi dubbi. Seguirla è piacevole e scorrevole, il finale in qualche modo prova a riunire tutti i pezzi, ma, da non appassionato di horror, non capisco come si possa considerarlo quasi un capolavoro.
Vanity Fair
Miniserie
⭐⭐⭐⭐🌠
Merita senza ombra di dubbio la miniserie Vanity Fair che LaEffe ha trasmesso intorno ad Ottobre/Novembre. Appena ho visto la locandina mi ha colpito, al punto che l'avrei guardata anche in lingua originale. Si tratta di una serie in sette puntate, ispirata ovviamente al romanzo di William Makepeace Thackeray.
Protagonista assoluta di questa fiera della vanità è Rebecca "Becky" Sharp, di umili origini ma grandi aspirazioni, la quale frequenta un collegio con un'altra protagonista, Amelia Sedley, che invece è una ragazza di buona famiglia. Le due ragazze hanno caratteristiche diametralmente opposte non solo per le proprie origini: Becky, conscia di non avere nessuno al mondo, ha un carattere forte, spigliato, non si dà mai per vinta, ma soprattutto vuole a tutti i costi migliorare la propria condizione sociale, cercare di arraffare il più possibile e restare sempre a galla.
Amelia invece vive in un mondo tutto rosa fatto del suo amore per il giovane George, e più volte mi è venuta voglia di urlarle contro per quanto risulta cieca. Entrambe però sono destinate alla stessa fine perché, come ci ricordano ad ogni puntata, alla Fiera della Vanità tutti si impegnano per ciò che non vale la pena avere.
Tralasciando la modernità del messaggio contenuto in Vanity Fair, ho adorato questa miniserie tanto da centellinarmela. Carini i costumi, la ricostruzione della metà dell'ottocento, e in generale risulta piacevole la regia, che rende tutto scorrevole. Forse avrei incupito un po' le luci, perché i temi sono tutt'altro che brillanti, ma questa è una mia visione, perché per il resto non ho nulla di negativo da dire.
Adoro come Becky rompa la quarta parete guardando direttamente in camera, ma adoro proprio l'attrice che la interpreta, Olivia Cooke, e come l'abbia resa perfetta, sfacciata e disposta a tutto pur di emergere.
Nonostante entrambe le protagoniste siano due esempi da non seguire, siano due antieroine, in parte è impossibile non empatizzare con loro e con le loro vicende (certamente l'epoca diversa rende la storia più comprensibile, in prospettiva), e Vanity Fair in questo senso riesce a coinvolgere lo spettatore, a farlo sorridere, a farlo riflettere.
Quindi se come me amate le serie in costume, e cercate una piccola perla, piacevole da seguire e che non impegni troppe serate, Vanity Fair è da tenere in considerazione.
A Very English Scandal
Miniserie
⭐⭐⭐⭐
Ispirata sempre ad un romanzo, ma anche a reali fatti di cronaca, mi son sorpreso a scoprire che anche A Very English Scandal avesse ben tre candidature ai Golden Globe di quest'anno, e son contento che se ne siano portati a casa uno, perché è una miniserie carinissima.
Nelle tre puntate di A Very English Scandal si raccontano le vicende del parlamentare Jeremy Thorpe, che intraprese una relazione omosessuale con un giovane ragazzo, Norman Scott/Josiffe. Lo "scandalo" è dovuto al fatto che, non solo siamo nell'Inghilterra degli anni '60, dove l'omosessualità era ancora all'epoca un reato, ma soprattutto per come le cose evolvettero. Thorpe infatti cercò di mantenere le apparenze di buon padre di famiglia fedele solamente alla moglie (anzi, le mogli) fino alla fine, nonostante la sua omosessualità non fosse un segreto assolutamente bisbigliato. E i suoi tentativi di mantenere questa facciata si trasformarono nel tentato omicidio di Norman Scott.
Quel che mi ha sorpreso è che si tratta di una storia reale ma assurda. Intanto i personaggi hanno sicuramente le loro particolarità: Thorpe era leader del partito liberale, e pare fosse un politico davvero apprezzato e attivo nelle campagne che muoveva, ma era sicuramente un tipo un po' eccentrico, plateale, dai modi un po' sopra le righe. Dall'altro lato Norman Scott rivelerà un carattere anch'esso particolare, lunatico, vendicativo, a tratti infantile, più volte descritto dai mass media come un arrampicatore sociale, ma anche un po' vittima delle vicende e di una sorte non proprio a suo favore.
L'unione di questi due personaggi, congiunti alle circostanze socio-politiche, creerà un caos che si è protratto praticamente fino ai giorni d'oggi. A tratti inoltre la storia assume connotati ironici, ma molti momenti sono davvero drammatici.
Le vicende di A Very English Scandal coinvolgono sì due personaggi che diventeranno in vista, ma soprattutto si tocca un tema sensibile all'epoca ed anche tutt'ora, e colpisce come tutto questo rendez-vous di situazioni, personaggi, intrecci e casini vari, sia mosso praticamente dai condizionamenti e dalla percezione che la società aveva ed ha dell'omosessualità, e questo ha un risvolto molto amaro. I due protagonisti letteralmente si piegano al terrore che la società non li comprenda, o peggio li giudichi come esseri alieni, ed in parte sarà realmente così.
Lo stesso Thrope cercò di negare, come vi dicevo, parte delle vicende, eppure pare che dichiarò, nell'ultima parte della sua vita, che oggi probabilmente le cose sarebbero state percepite in modo diverso. E per fortuna è vero.
Mi ha colpito anche come, i media di comunicazione dell'epoca, cercarono in tutti i modi di sfruculiare nella vita dei personaggi, di come tutti i dettagli vennero sbattuti in tv e sui giornali, in un modo di fare gossip molto attuale.
A parte comunque la storia, i punti di forza di A Very English Scandal sono diversi. Non sono mai stato un grande fan della recitazione di Hugh Grant, ma devo dire che qui è perfetto, equilibrato, calato nel ruolo e credibile. Forse hanno calcato un po' la mano con Norman Scott, ma l'interpretazione di Ben Whishaw meritava il Golden Globe che ha vinto, perché immagino non sia stato facile muoversi in un range di emozioni disparate nel giro di pochi attimi. La regia poi è stata affidata ad un volto noto anche sul mio blog ovvero Stephen Frears, già regista di film come The Queen, Florence, Victoria e Abdul, e molto altro che probabilmente avrete visto, quindi la godibilità da questo punto di vista è garantita, e rende A Very English Scandal una miniserie da recuperare.
Questa è una parte di ciò che ho recuperato negli ultimi tempi del 2018, e in parte nel 2019. Quest'anno spero di non far accavallare troppe serie tv, perché sapete che mi piace di chiacchierare e non voglio ammorbare nessuno.
Fatemi sapere se vi va, cosa vi tiene compagnia in questo periodo!
Gennaio purtroppo subisce gli strascichi dell'anno che lo precede e tocca chiudere parentesi prima di procedere con qualcosa di nuovo. Ho infatti alcune serie tv che ho terminato nel 2024, ma di cui non sono riuscito a parlare prima della fine dell'anno e quindi eccoci qui a chiacchierarne. Alcune di queste non sono volutamente finite nell'elenco dei migliori titoli da recuperare, e quindi capite bene che non si tratta di qualcosa di imperdibile, ma potrebbero essere interessanti da punti di vista diversi.
A Very Royal Scandal Miniserie
Disponibile su TimVision dal 26 Novembre e composta da 3 episodi, A Very Royal Scandal è il terzo capitolo dell'antologia basata su vari scandali più o meno del passato che hanno stuzzicato l'opinione pubblica del Regno Unito e non solo. Dopo A Very English Scandal del 2018 e A Very British Scandal del 2022 è arrivata appunto una terza stagione che si concentra sulla famosa intervista che Emily Maitlis, giornalista della BBC, fece al principe Andrea in merito alle accuse di coinvolgimento in un altro scandalo, a sfondo sessuale, che riguardava l'imprenditore e allora amico del principe Jeffrey Epstein.
Se avete una sensazione di déjà-vu sappiate che non dipende solo dal fatto che si tratta di un caso giudiziario e di cronaca che ormai è noto, ma sempre nel 2024 era arrivato su Netflix un film intitolato Scoop, con un bel cast, che raccontava proprio questa vicenda.
Con A Very Royal Scandal si cambia però un po' prospettiva: infatti la miniserie si basa su un libro scritto dalla stessa Maitlis, che quindi si concentra sul suo ruolo in quel periodo e per la creazione dell'intervista, e non colei che la organizzò ovvero la produttrice televisiva Sam McAlister. Oltre allo "scontro" fra il principe Andrea e i media mondiali, che scoppiò appunto durante l'intervista e con tutto quello che ne seguì, A Very Royal Scandal non si tira indietro nel raccontare anche quello che fu l'impatto della vicenda sulle rispettive famiglie, sia del reale che appunto della giornalista.
Ho voluto vedere questa serie tv non solo per una completezza di informazioni, e per la facilità di seguirla, vista la durata, ma soprattutto per il cast e perché sapevo che sarebbe stata produzione tutto sommato di livello. E poi sapevo che nel cast ci sarebbero stati degli attori che in genere apprezzo, come Michael Sheen e Ruth Wilson, ma anche Alex Jennings, spesso legato a produzioni sui reali inglesi, e Joanna Scanlan, entrambi molto presenti in tante serie tv e film che ho visto.
Non c'è molto altro che possa aggiungere su A Very Royal Scandal perché alla fine, sebbene si lasci seguire, mi è sembrata una miniserie fine a se stessa, che come arriva se ne va, senza poi avere particolari picchi. Si tenta di raccontare i fatti senza un particolare schieramento, rispettando però l'ottica fortemente femminile che avevamo visto anche in Scoop. Sicuramente il personaggio di Emily Maitlis viene approcciato diversamente qui: se Gillian Anderson la dipingeva come una giornalista precisa, un po' intimorita ma coraggiosa, qui la Emily è molto più energica, a tratti incasinata, e talvolta mette in dubbio il suo operato.
Il reale problema di A Very Royal Scandal, ma in generale per quanto riguarda tutto questo franchise, è che si è persa un po' della verve, della leggerezza che aveva la prima stagione. L'impostazione antologica, e quindi il variare delle tematiche e delle storie, comporta anche un cambio di stile, ma è come se ci sia incupiti sempre di più, perdendo quel piglio british che ci si aspetta. A Very Royal Scandal per esempio, anche esteticamente, a volte trasmette freddezza, ha un taglio molto cronistico, e non trova degli alleggerimenti. Questo è più un avviso ai naviganti insomma: se avete visto la prima stagione, aspettatevi altro.
The Sticky - Il Grande Furto Prima stagione
Dal dramma passo ad una commedia, anzi per l'esattezza una comedy crime arrivata su Prime Video il 6 dicembre 2024 in sei brevi episodi. Ispirandosi ad una storia vera di un furto milionario di sciroppo d'acero in Quebec, The Sticky racconta invece le vicende di tre persone comuni che si ritrovano a diventare dei ladri non solo ovviamente per il guadagno economico, ma soprattutto come atto di rivalsa verso la società in cui vivono.
Conosciamo così Ruth Landry (Margo Martindale), coltivatrice di sciroppo d'acero che rischia di perdere le sue piantagioni proprio mentre il marito è in coma, Mike (Chris Diamantopoulos), un non troppo credibile mafioso di Boston e l'insospettabile Remy (Guillaume Cyr), guardia di sicurezza dal carattere fin troppo docile e per questo preso poco sul serio dal padre. I tre si coalizzeranno nel furto proprio per cercare di rimediare ognuno ai propri casini.
Anche per The Sticky è stato il cast, e soprattutto Margo Martindale, a farmi dare una possibilità alla serie tv, che in verità non ha nulla di così eccezionale, sebbene si lasci seguire. Ormai siamo pieni di queste storie in cui, in un fondo drammatico, che ciclicamente ritorna in modi diversi, vengono piantati qui e lì dei momenti più comici, in modo diverso. A volte sono i dialoghi, altre volte sono alcune scene, altre ancora i personaggi stessi. Quest'ultimo è il caso di The Sticky che fa leva su situazioni e protagonisti grotteschi e a volte caricaturali, spesso sopra le righe o con reazioni esagerate, per cercare di trovare ilarità in circostanze drammatiche o tensive. Il problema per me è che questo tipo di comicità non sempre riesce a coinvolgermi, anzi spesso la trovo sciocca, e va a coprire la parte più interessante della serie, ovvero la narrazione.
Sono forse fra i pochi che ad esempio non è riuscito a terminare Fargo, serie tv acclamata, che sembra quasi una delle ispirazioni per The Sticky, proprio per questo motivo.
Non posso dire che non l'abbia vista volentieri, perché tutto sommato è scorrevole, tiene compagnia, è ben recitata e non dura molto, e Prime Video, come ad esempio per Al Lago con Papà, ha farcito gli episodi con piccole didascalie che raccontano il dietro le quinte delle scene, se guardate dal pc. Aggiungeteci il cameo di Jamie Lee Curtis, che è anche produttrice, una chicca extra che non guasta. Se quindi a voi questo genere di comicità piace, allora troverete The Sticky ancora più interessante. Forse mi sarebbe piaciuto un maggiore innesto poliziesco, ma nonostante gli sceneggiatori avessero in mente ben cinque stagioni, Prime Video ha cancellato la serie che quindi non avrà una seconda stagione. Temevo che la storia non potesse reggere così a lungo e così tanto senza precipitare ancora di più nell'assurdo, ma non avere nemmeno una conclusione non è mai una cosa carina.
Bad Sisters Seconda stagione
Vi avevo anticipato parlando delle migliori serie tv del 2024 che avrei presto parlato della seconda stagione di Bad Sisters, su Apple Tv dal 13 Novembre al 24 Dicembre 2024, che al contrario di The Sticky, è appunto una dramedy che mi è piaciuta tantissimo fin dalla prima stagione e sono stato molto contento di ritrovare le sorelle Garvey seppur forse per un'ultima volta.
Dopo aver scoperto chi ha ucciso John "The Prick" Paul (Claes Bang) ed aver coperto le tracce del possibile assassino, le sorelle si ritrovano in un certo senso punto e a capo, perché temono che il loro segreto possa essere scoperto. Sono infatti un po' fra l'incudine e il martello: da un lato la polizia, ed una zelante ispettrice in particolare, che le mette alle strette, dall'altro la sorella del vicino Roger, Angelica (Fiona Shaw), fervente cattolica (d'altronde siamo in Irlanda) che non si capisce bene da che parte stia. E così ancora una volta le Garvey dovranno cercare di restare a galla in questo mare di guai.
Le seconde stagioni sono sempre un punto cruciale per le serie tv, e Bad Sisters è riuscito a superare questo giro di boa puntando sui suoi cavalli vincenti, ovvero il gruppo di attrici che interpretano le sorelle Garvey. Sul piano narrativo infatti la storia, per quanto abbia nuovi punti d'appoggio, ha più o meno le stesse dinamiche, e perde un po' del suo effetto sorpresa rispetto al primo ciclo di episodi, ma riesce comunque a raccontare una vicenda divertente, in grado davvero in questo caso di farmi sorridere, sempre parlando di sorellanza e famiglia.
Ve la definivo come una dramedy qualche riga fa, ma secondo me in Bad Sisters 2 oltre alla vena drammatica si innesta molto di più una aspirazione thriller, con alcuni momenti di tensione che appunto possono essere anche comici. Rispetto alla prima stagione è forse più collaterale qui l'annosa questione morale che potrei riassumere come il fine che giustifica i mezzi, ma non per questo mancano gli spunti di riflessione.
Vince però ancora una volta il forte legame messo in scena da Sharon Horgan, nei panni di Eva ma anche ideatrice e produttrice della serie, Anne-Marie Duff in quelli di Grace, Eva Birthistle, che ha il ruolo di Ursula, Sarah Greene, ovvero Bibi, ed Eve Hewson nei panni della piccola di casa, Becka. I loro dialoghi, spesso pungenti e poco politicamente corretti, il loro modo di aiutarsi pur essendo estremamente diverse, le dinamiche che creano rispetto agli altri personaggi, sono il punto vincente ancora una volta di Bad Sisters.
Qui purtroppo arriva la brutta notizia: giustamente Horgan ha affermato che se questa seconda stagione può essere un naturale proseguo del primo ciclo di episodi, ma proseguire ulteriormente sarebbe davvero poco credibile. D'altronde, per quanto siano cattive, c'è un limite alle cose che possono capitare a queste sorelle, e già questa stagione aveva visto una riduzione ad otto episodi piuttosto che dieci, segno che le cose da dire sono nettamente diminuite. Si parla quindi di trovare eventualmente altre storie collaterali, e chissà se mai vedremo un Bad Sisters 3, ma intanto abbiamo due stagioni assolutamente godibili e con un finale sensato.
È tempo di recap anche per quanto riguarda le serie tv, visto che nel 2022 ne ho viste tantissime e alcune di queste meritano un recupero. Ho raccolto infatti 10 delle migliori serie dell'anno appena concluso e sono sicuro troverete qualcosa di interessante fra questi titoli. Non è una vera e propria classifica, perché trovo sempre qualche difettuccio anche nelle serie tv che mi piacciono di più. Non vi parlerò inoltre di rinnovi, quindi di quanto mi possa essere piaciuta la seconda o le seguenti stagioni di una serie, ma proprio di novità o scoperte del 2022.
Landscapers - Un crimine quasi perfetto
Olivia Colman e David Thewlis interpretano i miti coniugi Christopher e Susan Edwards in una storia vera che forse non molti conoscono. I due infatti uccisero i genitori di Susan, ma per oltre 10 anni il misfatto non venne alla luce se non perché, rocambolescamente, furono gli stessi Edwards a confessare la colpevolezza. Landscapers, disponibile su Now, è una dark comedy con delle vene poliziesche perfetta da recuperare per chi non ha tempo per le serie tv: è composta da soli quattro episodi ed è una piccola chicca per quanto riguarda le scelte di regia, fotografia e ovviamente recitazione, visto che vanta un cast di tutto rispetto. Come vi dicevo nella recensione completa, il ritmo non è forse il suo forte, ma la ricostruzione delle vicende e di due personaggi così particolare è indubbiamente intrigante.
Pam & Tommy
In streaming su Disney Plus, Pam & Tommy racconta lo scandalo che investì PamelaAnderson, all'epoca sulla cresta dell'onda (in tutti i sensi) grazie a Baywatch, e Tommy Lee, quando il loro sex tape in viaggio di nozze divenne a tutti gli effetti virale. Pam & Tommy non è solo però una serie biografica, ma ci descrive uno spaccato storico preciso, ed il double standard che una donna doveva (e deve) affrontare quando si ritrova nella medesima situazione di un uomo. Credo che sia una serie tv ben interpretata, e sebbene nell'insieme non spicchi poi per qualche aspetto particolare, penso che meriti di essere vista. Se avete perso la recensione fate un salto qui.
Chloe - Le maschere della verità
Non ha avuto chissà che risalto, ma Chloe, miniserie firmata Prime Video Amazon, è secondo me una miniserie drammatica dalle tinte thriller coinvolgente e ben strutturata, che tocca anche argomenti universalizzabili ed attuali. Mi è piaciuta molto anche la costruzione dei personaggi che mi sono sembrati sfaccettati e solidi. Erin Doherty (la principessa Anna in The Crown) dà un'ottima prova recitativa e tutto il cast mi è sembrato all'altezza. Secondo me Chloe è una serie tv riuscita e da recuperare. Altri dettagli qui.
The Gilded Age
Gli amanti di Downton Abbey non possono aver perso l'ultimo lavoro seriale di Julian Fellowes, andato in onda su Sky/Now. The Gilded Age, per quanto sia sicuramente uno scalino indietro rispetto alla saga dei Crawley, si fa seguire molto volentieri grazie ad una cura delle scenografie e dei costumi, ed una storia intrigante, con un buon ritmo e ben recitata. Non le manca nulla per essere una delle migliori serie in costume che ho visto nel 2022. È già stata rinnovata per una seconda stagione, quindi siete ancora in tempo per recuperarla. La recensione completa qui.
House of Hammer: A Dark Dynasty
Non solo serie tv, ma anche docu serie quest'anno, e la migliore che ho scovato è stata House of Hammer: A Dark Dynasty reperibile su Discovery+. Il titolo dice molto dell'argomento trattato ma non tutto: si parte infatti dalle accuse di molestie e addirittura cannibalismo rivolte all'attore Armie Hammer, ma poi si scava in fondo alla vicende che riguardano tutta la sua dinastia, incluse le conoscenze influenti del nonno. L'ho trovata completa nel fornire tutti gli elementi per capire la vicenda, e inquietante al punto giusto da tenere attaccati allo schermo.
A proposito di circostanze poco chiare e di serie tv con delle parti più inquietanti, Santa Evita è una di queste. Se n'è parlato poco, ma anche in questo caso l'ho trovata piacevolmente (se così si può dire) appassionante. Si tratta della storia, certamente romanzata, degli ultimi giorni della vita di Evita Peron, e soprattutto di quello che accadde alla sua salma, che divenne un simbolo politico molto forte. Anche in Santa Evita ho trovato interpretazioni equilibrate e non macchiettistiche, e una serie tv da binge watchare tutta d'un fiato, che in sette episodi riesce ad essere completa.Qui altre info.
Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere
Mi potete anche dire che non ne capisca nulla di serie tv fantasy, e non mi offenderei perché avete ragione, ma a me The Rings of Power è piaciuta, l'ho trovata proprio appassionante e avvincente. Decisamente più del sequel di Game of Thrones, come vi raccontavo nel post in cui le ho messe quasi a confronto. Non è forse il capolavoro del 2022, probabilmente (anzi sicuramente) non risponde alle aspettative dei fan tolkieniani, ma ha risposto abbastanza alle mie, specie da un punto di vista grafico, grazie ad un apparato tecnico di tutto rispetto. Anche Gli anelli del Potere ha i suoi difetti evidenti di sceneggiatura, ma io la seconda stagione me la guardo volentieri, anche perché pare stiano lavorando per migliore.
Mercoledì
Nonostante i suoi difetti, in questo elenco delle migliori serie tv ci metto anche Mercoledì, anche per un'ottica di varietà. Infatti a me è sembrato un buon teen-drama con uno sfondo fantasy gradevole, e che si fa seguire molto volentieri. Ci sono sicuramente aspetti sceneggiativi che potevano essere perfezionati, come spiegavo qui, ma Mercoledì bilancia appunto con una protagonista forte e convincente, anche col resto delle avventure della famiglia Addams. Penso che Netflix investirà molto nelle prossime stagioni, quindi, nella strana ipotesi non l'abbiate fatto, tenetela d'occhio.
Black Bird
Poco mi convince su Apple TV +, ma Black Bird si salva perché racconta una storia vera particolare, e soprattutto è recitata in modo magistrale. Paul Walter Hauser si è beccato addirittura un Golden Globe per la sua interpretazione del serial killer Larry Hall, quindi non serve aggiungere altro. Essendo una miniserie è perfetta per chi ama il genere thriller/poliziesco, anche in questo caso con risvolti inquietanti, ma non ha chissà quanto tempo per potersi dedicare a visioni ludiche.
Vi avevo detto che non vi avrei parlato di seconde stagioni, ma in effetti A Very British Scandal si potrebbe definire più un sequel di A Very English Scandal e comunque racconta storie del tutto diverse. Un po' come alcune delle serie incluse in questa lista, si parla di una storia vera che non conoscevo: il divorzio negli anni '60, tra Margaret e Ian Campbell, duchi di Argyll.
E anche in questo caso il focus non è solo su quello che è accaduto fra i protagonisti, ma la psicologia e l'interpretazione degli stessi. Oltre alla perfetta ricostruzione dell'epoca abbiamo anche un cast riuscito, con Paul Bettany e Claire Foy potenti e ben calati nelle parti.
Per molti Queer as Folk, la famosa serie creata da Russell T. Davies agli inizi degli anni 2000, è un cult nel settore LGBTQ+, uno di quei telefilm che non puoi non conoscere, specie in relazione all'impatto sociale che avevano all'epoca certe tematiche, la cui rappresentazione in televisione era quasi assente. Io ricordo che la vidi con parecchia curiosità, ammetto anche un po' pruriginosa, ma presto l'interesse si sgonfiò sia per la versione americana che per quella britannica: mi sentivo poco rappresentato dai personaggi e che le vicende mi sembravano poco stimolanti e troppo incentrate sul sesso.
Quando però ho sentito parlare di un reboot di Queer As Folk ho pensato che potesse essere l'occasione giusta visto che nel tempo ho apprezzato altri lavori di Davies, come It's a Sin e la prima stagione di A Very English Scandal.
Disponibile su StarzPlay, canale che trovate su Amazon Prime Video e su Apple Tv+, la nuova versione di Queer As Folk prende le mosse dalle precedenti stagioni ma si rinnova su più fronti presentando nuovi personaggi e contesti attuali. L'ispirazione di partenza deriva da un fatto realmente accaduto ovvero la sparatoria al Pulse Nightclub nel 2016, ad Orlando, e dal trauma che deriva da un evento del genere. Qui ci troviamo al Babylon, e scopriamo le vite di Brodie, un ragazzo tornato in città dopo aver lasciato medicina, Ruth, una donna transgender che sta per avere un figlio con la loro (perché usa il pronome they/their) partner Shar, e conosciamo anche Mingus, un diciasettenne con il sogno di diventare una drag queen.
Questi, ed altri personaggi, si troveranno ad affrontare il dramma causato dalla sparatoria, che ha lasciato dietro vittime e traumi, ma anche i propri personali problemi legati alla sfera affettiva, in un ventaglio di persone e personalità che tenta di essere quanto più inclusivo possibile. È questo forse uno dei punti di forza di Queer As Folk 2022, visto che è davvero ampiamente queer, e prova a toccare argomenti e tematiche a volte non semplici da raccontare ma al tempo stesso importanti. Colpisce indubbiamente la dualità fra cui oscillano alcuni dei personaggi, che da un lato si mostrano quasi come dei paladini della comunità LGBTQ+, ma dall'altro hanno mire egoistiche e puramente personali.
C'è poi Ryan O'Connell che nei panni di Julian, il fratello di Brodie, ci apre una porta su cosa significhi essere disabile e omosessuale, un po' come aveva fatto in Special, mostrandone anche alcune ombre, seppur credo che la sua visione sia poco verosimile. È più interessante la parentesi di Mariv (Eric Graise). Questo ampio range di personaggi corrisponde indubbiamente ad un altrettanto ampio campo di temi come la genitorialità, il superamento di un lutto, l'accettazione di sé, i rapporti amichevoli e familiari. Il problema però è che tutto viene sviluppato poco, perché questa nuova versione di Queer As Folk ha una sceneggiatura davvero povera e con delle linee narrative che non riescono ad avere una esplosione così coinvolgente. Infatti per buona parte dei primi episodi mi sembrava che si rimestasse sempre sulle stesse situazioni senza saper creare degli sviluppi, al punto che mi sono proprio annoiato.
Fortunatamente da oltre metà della prima stagione si aggiungono nuovi tasselli alla storia, ma arrivano secondo me troppo tardi per poter ribaltare del tutto la narrazione. Inoltre, nel corso delle puntate, il trauma della sparatoria sembra un argomento da far lampeggiare selettivamente qui e lì più che qualcosa che ha davvero coinvolto i personaggi. Purtroppo ancora una volta secondo me si gira troppo attorno all'apparenza, alle feste, al sesso più o meno incontrollato, allo "sballo" e meno a creare una storia solida e realistica, che riesca a fornire davvero una rappresentazione dell'omosessualità e della queerness più ampia e non la stessa macchietta che viene venduta ormai da decenni.
A reggere la bandiera dello scarso approfondimento e della superficialità c'è Brodie, quello che dovrebbe il personaggio principale, che si trascina portandosi dietro un tormento, un malessere quasi adolescenziale che non nasce da una situazione specifica, o per lo meno non ci viene spiegata ma che sicuramente ha origine prima della sparatoria. Peccato però che parliamo di un ragazzo alla soglia dei trent'anni. Lui viene volutamente scritto per essere antipatico, ma senza darci una panoramica del suo vissuto. La scena che più mi ha colpito è stata proprio la discussione che si tiene nel settimo episodio fra Brodie appunto e suo fratello Julien, dove entrambi si accusano a vicenda, in breve, di avere una vita più facile dell'altro. Anche qui, invece che scavare a fondo in queste tematiche familiari, è tutto un oscillare fra chi ha fatto sesso con chi e chi è più attraente dei due.
Non se la passano meglio le altre storyline, come quella fra Ruth e Shar: una parabola buttata alle ortiche, con risvolti forzati e anche imbarazzanti. Spiace per Kim Catrall il cui personaggio ha secondo me molto potenziale anche nel suo cambiamento, ma finisce per avere una deriva quasi bizzarra per come viene narrata. Questo nuovo reboot di Queer as Folk non riesce a slegare i personaggi dalle loro vicende sessuali, ma soprattutto, nonostante ogni fascia della comunità meriti rappresentazione, e la serie si pone con una impostazione corale, non riesce a mettere in luce personaggi più empatizzabili, realistici, umani, approfonditi e sfaccettati come le storie che vorrebbero raccontare. Non mi stupisce insomma che la serie non avrà una seconda stagione.
Mi tingo di arcobaleno più del solito per parlarvi delle ultime serie tv a tema LGBTQ+ che ho terminato. Sapete che non mi chiudo mai in un unico genere o tematica, e non mi sento di dover aggiungere una quota rainbow alle mie recensioni, perché mi piace spaziare quindi tutti gli argomenti sono sempre inclusi nelle varie serie tv che seguo. Tuttavia ritrovandomi personaggi e storie queer tutti insieme, com'è successo con alcuni film tempo fa, ho pensato avesse senso raccoglierli tutte qui.
Love, Victor Seconda stagione ⭐⭐⭐🌠
Dopo una prima stagione poco esaltante, lascio un pollice in su a questo secondo capitolo di Love, Victor, la serie tv di Starz Original andata in onda dal 18 giugno al 20 agosto. Le avventure del giovane Victor Salazar questa volta hanno saputo intrattenermi decisamente meglio, ma soprattutto, quasi come se mi avessero letto, mi è sembrato abbiano cercato di mandare messaggi più corretti. Love, Victor 2 ha dato anche maggiore spazio ai personaggi: il protagonista principale, alle prese con la sua nuova storia d'amore fuori dall'armadio, è quello che sicuramente ha l'evoluzione più solida, visto che ha preso totale consapevolezza della sua sessualità, ma anche tutti i comprimari riescono ad avere delle storyline più o meno interessanti.
Rimando a settembre il percorso dei signori Salazar che è forse quello che ho trovato più ripetitivo, come se non sapessero bene che finale dare al loro rapporto e quindi rimescolino spesso le carte. Ma nell'insieme non ci si annoia affatto in questa seconda stagione di Love, Victor. I punti davvero critici sono forse questo modo edulcorato con cui continuano ad essere trattati certi argomenti, soprattutto il coming out di Victor che non sembra avere alcuna interferenza davvero in grado di metterlo in difficoltà (buon per lui).
Non ho inoltre ancora promosso del tutto la recitazione di Michael Cimino, molto carino in alcune parti, monoespressivo in altre. La serie comunque va presa per quello che è, e giustamente non ha né i tempi né l'intenzione di voler drammatizzare ogni aspetto della vita dei protagonisti.
Nella mia esperienza è difficile che una serie tv si salvi alla seconda stagione, ma con Love, Victor ci sono riusciti.
Si ferma (per fortuna) con questa seconda stagione la serie autobiografica che si ispira alla vita della comica Mae Martin, con cui fin dai primi episodi non ho avuto molta affinità. Devo ammettere che un po' mi spiace, perché mi sembra di non averne saputo cogliere il messaggio e l'essenza, ma Feel Good 2 per me è ancora una volta un flop. Nonostante si susseguano temi interessanti che spaziano dall'identità di genere, su cui Mae sta cercando di raccapezzarsi, passando per il superamento di un trauma e finendo anche con le difficoltà lavorative, specie nel mondo dello spettacolo, non c'è stato un momento che mi abbia fatto cambiare idea rispetto alla prima stagione.
Il tutto diventa un calderone di cose che vengono giusto toccate ma mai realmente approfondite, e questo è forse il problema più grande di Feel Good. È difficile ridere, ma è anche difficile potersi commuovere o riflettere, perché è tutto frenetico, accompagnato da questi dialoghi a macchinetta che spesso risultano un po' impostati e inverosimili. A voler essere anche puntigliosi mi è anche sembrato che sbagliassero nel distinguere la differenza fra outing e coming out in un episodio. Anche il rapporto fra Mae e George non mi ha mai appassionato, e in questa seconda stagione secondo me non ha nemmeno occasione di crescere veramente. Ho apprezzato quando, a riguardo, uno dei loro amici dice a Mae e George che sono pesanti e avvolte nel loro dramma. Un attimo di verità per una serie che non evolve ma accade, e il fatto che non ci sarà una terza stagione secondo me è sintomo che non avevano più nulla da raccontare.
It's a sin Miniserie ⭐⭐⭐⭐
Essere giovani all'inizio degli anni '80 doveva proprio essere una bella esperienza, specie per chi viveva in una città ricca come Londra e con la voglia di inseguire i propri sogni. Ma tutto cambia, se si tratta di giovani ragazzi omosessuali: è vero che quelli sono stati anni di rivalsa per il mondo LGBT, ma quel periodo è stato anche segnato dal diffondersi dell'AIDS che cambierà le vite di moltissimi ragazzi dell'epoca, non solo da un punto di vista personale, ma anche sociale. Quella che sarà una vera e propria pandemia coinvolgerà anche un gruppo di amici molto diversi fra loro che dovranno affrontare i diversi risvolti della malattia.
It's a sin è forse una delle serie tv, almeno fra queste, che più mi ha coinvolto emotivamente. Si tratta di un racconto in cinque episodi disponibili su Starz Play, e che sebbene sia certamente un racconto forte, spiazzante, particolarmente drammatico (forse non adatto al periodo, vista l'altra pandemia in corso), sa anche regalare qualche sorriso, attimi di dolce, e la bellezza dell'amicizia e dell'amore fra i protagonisti. A colpirmi sono state certamente alcune scene e passaggi strazianti, come ad esempio i vari modi in cui la malattia colpiva incontrollatamente, spandendosi a macchia d'olio. O ancora come venivano cancellate le vite dei ragazzi morti per AIDS, quasi come per rimuovere l'onta della vergogna.
Si tratta di 5 episodi fatti davvero bene, con una narrazione scorrevole e con un buon ritmo, e credo che, insieme ad A Very English Scandal, It's a sin sia una delle miniserie che ho preferito fra quelle scritte da Russell T Davies fino ad ora. Pare che abbia avuto anche un impatto social importante, visto che nel Regno Unito sono aumentate le richieste di esami per l'HIV. Quindi potete immaginare le forti sensazioni che trasmette. Devo però comunque sottolinearne anche alcune pecche perché se no non dormo bene la notte. It's a sin parte da una vicenda che è storia, ma che nel mondo del cinema e delle serie tv non è obbiettivamente originale (due esempi abbastanza recenti sono Dallas Buyers Club e The Normal Heart) e qui non viene trattata in modo particolare rispetto ad altri prodotti.
In questo senso ad esempio, sebbene il cast sia capace e credibile, i personaggi seguono un po' gli stereotipi già visti spesso legati agli omosessuali, perpetrando questa mia idea. Inoltre qui e lì mi è sembrata troppo didascalica, come se stessero spiegando a dei bambini quelli che potevano essere i problemi dell'epoca e la scarsa conoscenza del virus. Ciò nonostante penso sia sempre importante raccontare ancora oggi quella che era la mentalità e la visione della società sul tema dell'omosessualità e dell'AIDS in un periodo così di svolta, e It's a sin lo fa bene e con intensità.
Special Seconda stagione ⭐⭐🌠
Si chiude anche la parentesi di Special con questa seconda ed ultima stagione, arrivata su Netflix il 20 maggio di quest'anno, e purtroppo non posso dire che mi abbia soddisfatto del tutto. Le avventure di Ryan sono sempre spunto di riflessione, trovandosi lui in questa sorta di limbo, come ci viene ricordato in questa seconda stagione, fra l'essere un ragazzo comune, ma nell'avere anche esigenze particolari per via della sua disabilità. E soprattutto ora che vive in maniera piena e aperta la sua omosessualità, ci dà il suo punto di vista anche su questo tema.
Una seconda stagione che segue in linea generale il terreno battuto dalla prima (ne parlavo qui), ma che onestamente non mi ha entusiasmato. Restano quei dialoghi sarcastici e sopra le righe, che rendono la serie spiritosa, ed è comunque sempre piacevole da seguire, ma dall'altro lato, l'evoluzione dei personaggi, non mi è sembrata ideale. È soprattutto Ryan che non mi ha soddisfatto: in Special 1 il suo carattere era altalenante, quasi un anti eroe molto umano, imperfetto e genuino. Qui mi è sembrato che cercassero di farlo diventare di colpo impeccabile, forse per lasciarci un ricordo di lui quanto più possibile positivo, non avendo anche forse i tempi per una crescita più spontanea.
La sua relazione con Tanner ad esempio ci viene spacciata come se dovesse essere solida e intima, ma in realtà nasce nel giro di pochissimo tempo, per cui non è una sorpresa che possa non funzionare, perdendo secondo me di appeal. Anche gli scontri fra i due, che sembrano mettere Ryan dalla parte della ragione, secondo me non sono del tutto equi. Tra l'altro allungando la durata degli episodi era cresciuta la mia speranza di un approfondimento più curato, interessante e strutturato, che invece non c'è stato. Ne giovano almeno i personaggi secondari, soprattutto Kim che secondo me meriterebbe una serie a parte. Il pregio di Special 2 è comunque aver saputo chiudere il cerchio in modo carino, lasciando che i protagonisti avessero quel "lieto fine" che speravamo potessero avere.