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|#backtoseries chapter 15|
Miniserie a gogò e... protesta! (The White Princess, Taboo, Z: The Beginning of Everything...)

Le serie tv sono diventate ormai la mia compagnia preferita in quest'ultimo periodo un po' incasinato. Ho più specificatamente trovato la pace dei sensi con le miniserie, il giusto intermezzo per me fra un film, ma senza sfiancarti con tre ore consecutive di visione, ed un telefilm vero e proprio, ma senza 800 episodi a stagione. Anzi, a volte hanno solo una stagione.
Come sempre classifichetta ma in modo coinciso e centrifugato così non vi abbotto.
E come sempre nonostante io li eviti, se proprio non volete alcuno spoiler, state attenti.


Una stella va alla settima stagione di Pretty Little Liars, che nonostante ancora non sia terminata si è rivelata una ciofeca spazziale. 

pretty little liars 7 recensione

Speravo in un cambio di registro più netto, in una reale crescita almeno alla fine di tutto. Invece la storia è sempre la stessa, le dinamiche sono sempre le stesse, i personaggi sono più o meno sempre gli stessi. Speravo che le liars diventassero più mature, più "cattive", più risolute. Invece urlano, si guardano in giro con fare circospetto e non concludono nulla. Proprio come facevano nelle passate stagioni quando erano "solo" delle ragazzine del liceo. Hanno cercato di introdurre problemi "da adulti", di creare uno stacco con la nuova generazione, ma secondo me non sono riusciti. E gli stessi personaggi, Mona in particolare, ammettono che le dinamiche sono rimaste le spesse. 
Le novità, o comunque i momenti più critici, come ad esempio il ruolo di Aria, che avrebbe dovuto in qualche modo shockare, è alla fine la realizzazione di una delle teorie che più si rincorrono nel corso di questi anni in cui la serie è in onda. Non se ne esce, seguirlo per me è diventato davvero pesante e sto stringendo i denti proprio per una sorta di sadica abitudine.
Non me ne sentirete più parlare, fra tre settimane sarà tutto finito, ma ci tenevo a bocciarlo ancora una volta.


⭐⭐

Due stelle a The Catch, ma non per colpa della serie in sé, ma per la fine che ha fatto. 




Questa seconda stagione aveva ripresto il ritmo e la verve che la storia aveva perso dopo le prime puntate della prima stagione. Stava funzionando bene, e nonostante non sia mai stata una serie tv epica, The Catch riusciva a coniugare ironia ad azione e dramma. Invece proprio sul "più bello" ABC ha falciato la serie cancellandone il rinnovo. Come vi dicevo per Sense8, son cose che capitano, principalmente per i costi del telefilm che poi non vengono ripagati da altrettanto share. Generalmente sono abbastanza preparato all'evenienza, tuttavia avrei apprezzato anche solo uno o due episodi, se non, ancora meglio, una terza stagione più breve che potesse chiudere in qualche modo il cerchio. Leggevo inoltre che serie come Once Upon a Time, nonostante non avessero questo rating pazzesco, sono state rinnovate. 
Insomma due stelle per The Catch per protestare a questa ingiustizia. Non me lo dovevi fare ABC!
Una parentesi brevissima e due stelline (e mezza) per la seconda stagione di Billions.  La scorsa volta ne avevo date tre ma giunto alla fine ho tirato un po' le somme e posso dire che non mi ha preso.



È stata per me una stagione iniziata così così e questo, lo ammetto, deve avermi influenzato abbastanza nel corso delle altre puntate. 
La struttura generale di Billions meriterebbe comunque il massimo dei voti: dal cast alla macchinazione della storia, ma sono arrivato all'ultima puntata e non ricordavo pezzi di intreccio narrativo, sintomo che non mi aveva emozionato e quindi avesse lasciato un qualche segno.
Alla fine della fiera la sceneggiatura mi è parsa quella di un illusionista che tenta di impressionarti con mille gestualità teatrali, ma stringi stringi c'è poca magia. 


⭐⭐

Nella mia classifica tre stelle vanno a diverse nuove serie tv, direi la maggiorparte di quelle che ho seguito.
Z: The Beginning of Everything è una di queste. Trattasi appunto di una miniserie, basata su un romanzo di Therese Anne Fowler e disponibile sulla piattaforma Amazon Video.



A parte queste informazioni tecniche, Z: The Beginning of Everything racconta le vicende di Zelda Sayre Fitzgerald, la moglie dello scrittore Francis Scott Fitzgerald. Siamo negli algidi anni '30, e già questo mi ha fatto battere il cuore, ma a piacermi è stata anche la storia in sé. I due dovevano essere due tipetti abbastanza suscettibili e sicuramente questo passa attraverso la serie. Una coppia legata da un sentimento particolare, forte ma quasi morboso, di bisogno reciproco. Due amanti che si consumano a vicenda nel prendere l'uno dall'altra. Così descriverei Zelda e Scott.
La serie è di facile approccio: 10 puntate da circa mezzora l'una. Un bingewatching a portata di click. Bisogna dire che i due non hanno avuto una lunga esistenza, ma sono state due vite molto intense. Questo è un po' il lato negativo della serie: non aspettatevi capitomboli narrativi e un ritmo concitato. Ho avuto l'impressione che questa prima stagione sia stata girata un po' col freno a mano, non sapendo forse che riscontro avrebbe avuto. La storia inoltre è molto semplice, e si segue con estrema facilità, ma per me resta comunque molto carina e interessante.
Amazon, dopo una prima conferma, ha dichiarato che non ci sarà una seconda stagione. 

Tre stelle anche per un'altra coppia del passato: Enrico VII e Elisabetta di York di The White Princess.

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Ci sono effettivamente delle similarità fra questa serie e quella che vi citavo poco sopra: anche The White Princess è tratta da un romanzo, ed è ispirata a fatti realmente accaduti. Una miniserie composta da 8 episodio di un'ora l'uno circa, firmata BBC e attualmente disponibile solo in lingua originale. Si segue con molta facilità e secondo me ha alcune carte vincenti. Mi è piaciuta perché c'è una buona ricostruzione dell'epoca e l'ho trovata in certi momenti molto emozionante. Nonstante la durataDall'altro lato però come per Z, non c'è una ricchezza di avvenimenti, anzi la trama è lineare, non ci sono colpi di scena particolarmente inaspettati e se avete una generale infarinatura di storia inglese vi risulterà un po' spoilerata. Dall'altro lato però parlare di Enrico VII e non del più inflazionato successore nonché figlio Enrico VIII, mi è parsa una bella mossa. Il cast è ben assortito e sicuramente troverete qualche volto noto.
Un telefilm per chi ama le serie in costume, la storia inglese, e chi vuole un po' di compagnia in attesa di prodotti più interessanti.

⭐⭐⭐⭐

E, rullo di tamburi, quattro stelle vanno a Taboo.



È indubbiamente la miglior serie che ho visto in questo ultimo periodo sotto tanti punti di vista. In primis quello più tecnico visto che non si discosta molto da un vero e proprio film con una narrazione che è costante ma si allenta o restringe a seconda del momento. Non manca la suspense, l'azione e un certo lato gotico che solo l'Inghilterra dell'800 può regalare. Se siete orfani di Penny Dreadful potrebbe fare al caso vostro.
L'intreccio narrativo ha alcuni snodi da seguire con attenzione ma per il resto non annoia mai. A questo punto vi chiederete se 4 stelle siano solo un mio capriccio per riempire un posto in questa classifica. In realtà vi dico di no, ma ci sono una serie di motivazioni. La prima è che Taboo è ancora alla prima stagione per cui sono in attesa di vedere cosa sanno fare. Mi è parso inoltre che, forse nel dubbio che potesse anche non essere riconfermato, abbiano qui e lì accelerato o comunque caricato troppo alcune puntate con molti avvenimenti. Un'altra ragione è che mi è mancata un po' di emozione nel senso che sono sicuro che il personaggio di James Delaney (Tom Hardy) che poi è il perno della storia sia in grado di dare molto e di tirar fuori molte sfaccettature. Insomma mi aspetto un pizzico di umana drammaticità in più, maggiori sfaccettature. 
Queste sono mie aspettative ma in ogni caso sono sicuro che Taboo, in un modo o nell'altro, saprà guadagnarsi un'altra stellina. 

E concludo qui con le mie personalissime opinioni sulle mie serie tv del momento. E voi che state seguendo di bello?
Io visto che praticamente tutte questi telefilm si sono conclusi, ho in lista Decline and fall, ma soprattutto Chiamatemi Anna, la serie di Netflix che già me lo sento mi farà frignare alla peggio maniera. Ve la ricordate "Anna dai capelli rossi"? Ecco.


Maniche a sbuffo nel cuore forever.

A presto!




|#backtoseries chapter 14|
Di finali di stagioni... o quasi.

A scuola il momento delle pagelle arrivava a metà o a fine anno scolastico, ma se dovessi aspettare di finire tutte le serie tv che seguo per dare i miei voti, vorrebbe dire aspettare che l'eternità spalanchi le sue braccia e ci inghiotta tutti, per cui totalmente a random ho deciso di darvi le mie stelline. In realtà avrei voluto farlo settimana scorsa, ma poi 13 Reasons Why si è preso tutto lo spazio. Nel mentre alcune serie tv sono effettivamente terminate, altre ci sono quasi, altre invece sono appena iniziate quindi darò giusto una impressione generale. 
Come sempre vi avverto: se siete indietro con la visione potete saltare la lettura, perché nonostante non ci siano spoiler diretti, devo pur far rifermento a quel che accade nelle varie serie tv.

⭐⭐⭐⭐⭐

Feud 

Risultati immagini per Feud poster

Senza alcun dubbio cinque stelle vanno a Feud, la miniserie creata da Ryan Murphy che racconta la faida più glamour di Hollywood: quella fra Joan Crawford e Bette Davis.
Questa è stata una serie che ha saputo prendermi fin dal primo episodio, grazie intanto ad una impeccabile messa in scena e una narrazione in grado di ricreare appunto lo show biz dell'epoca, ma allo stesso tempo una certa decadenza, un declino che stava pian piano avvicinandosi. Uno spioncino sui retroscena, lo potrei definire. Ma un altro merito di Feud è quello di essere in grado di raccontare una storia già nota, perché alla fine bastava fare qualche ricerca su Google e sapere tutto, senza annoiare, ma anzi trascinandoti. La serie infatti ha saputo trasmettermi un range di emozioni parecchio ampio, cosa per me fondamentale non avendo conoscenze tecniche.
Così si passa dalla tristezza, alla suspense, all'ironia a volte amara. Centrale ovviamente è stata anche (o soprattutto) la bravura di Jessica Lange e Susan Sarandon. Infatti entrambe non sono solo state brave a raccontare la vita di due attrici che erano state e si erano messe l'una contro l'altra, ma hanno avuto l'abilità di trasmettere la vita di due donne che si portavano dietro un certo vissuto, certe debolezze, ma anche una certa forza che poi si riversava nel proprio talento. Nonostante il racconto riguarda il periodo dalle riprese di Che fine ha fatto Baby Jane? e il periodo dopo, è come se noi conoscessimo quasi tutto di queste due icone
C'è chi dice che Jessica Lange non abbia reso al meglio il ruolo di Joan Crawford, che sia stata troppo fredda, ma secondo me, guardando alcune interviste e filmati d'epoca, ha saputo rendere bene il carattere di questa donna, che si era cristallizzata in una figura algida ed elegante. 
Ho trovato invece un po' sopra le righe Susan Sarandon in alcuni aspetti, probabilmente nel tentativo di nascondere una somiglianza fisica non perfetta, visto che Bette Davis era decisamente meno curata.
Un altro neo che posso dirvi è che forse non riuscirei a fare una megamaratona a guardare le puntate tutte in una volta, perché verso la fine sembra quasi che la storia ricominci da capo, quindi potrebbe risultare un po' ripetitiva. Ma queste sono quisquilie, perché sinceramente rivedrei Feud molto volentieri.

Cinque stelle anche a This is us, serie su cui non mi soffermo anche perché ormai è finita anche in Italia, ma mi basta dire che secondo me ci mettono la droga nei fotogrammi o non si capisce come possa farmi sprofondare in uno stato emotivo così profondo da farmi piangere ad ogni episodio con nulla. È sconvolgente.



Il finale ha seguito l'andazzo dell'intera stagione, magari non ha sorpreso con milioni di interrogativi, ma d'altronde This is us, più che sorprendere, vuole raccontare.
Come vi dicevo l'altra volta, ho un po' paura che nella seconda stagione possano calcare troppo la mano, ma non fasciamoci la testa prima di essercela rotta ché le bende mi servono per asciugare le lacrime. 

⭐⭐⭐⭐

Younger


Sì, ho dato 4 stelle ad una serie tv che dura 20 minuti a puntata e in cui recita Hilary Duff e ne vado abbastanza orgoglioso. Il motivo è semplice: fra questa sequela di morti ammazzati, di struggimenti, di liti, di complotti, di battaglie psicologiche e fisiche, Younger è una boccata di aria fresca.
La serie tv smandrappona che ti alleggerisce l'animo. Younger è l'equivalente delle mutande con l'elastico comodo. Intanto perché dura poco, ma anche nella sua breve durata, ha un ottimo ritmo, è leggera e godibile, soprattutto se non volete tenere impegnate troppo le sinapsi. 
Ci sono un po' di cose su cui chiudere un occhio, tipo il fatto che la storia si basi su una bugia che nella realtà non reggerebbe due giorni, e non parlo necessariamente di controllare i documenti, anche solo di guardare in faccia l'attrice che interpreta Liza, che sembra la mamma di Nina Dobrev.

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No age-shaming, Sutton Foster è una bellissima donna, ma 26 anni... ehm, no. Ma ripeto, non importa, perché quello che mi piace è comunque lo sviluppo, il ritmo, qualche risata che Younger è in grado di farmi fare. Tra l'altro è una serie che sta continuando in più stagioni, siamo alla seconda in Italia, ma in totale saranno almeno 5.

Big Little Lies


Big Little Lies è stata senza dubbio la rivelazione del periodo. Una miniserie di sette episodi che sembrava non avesse un seguito ed invece stanno tutti dando la propria disponibilità per una seconda stagione, eccetto i creatori, ma va bene così, perché è tutto perfetto.
È perfetto il cast con tre stelle del cinema che si sono prestate abilmente in una serie tv ed hanno fatto benissimo perché si sono ritrovate ad interpretati dei ruoli psicologicamente molto interessanti (in particolare Nicole Kidman secondo me). È perfetta la fotografia bellissima e la regia e l'ambientazione che racchiude tutto quanto. 
La sceneggiatura è scorrevole, non particolarmente corposa anche se tocca argomenti non proprio da chiacchiere al bar. C'è tensione, c'è un buon intreccio narrativo, ci sono un paio di risate. Insomma Big Little Lies si merita più di una possibilità.
Tuttavia, se proprio proprio devo muovere una critica e quindi darvi il motivo per le quattro stelle, sicuramente punto il dito ad un paio di puntate, la quinta e la sesta che potevano essere riassunte e accorpate in un solo episodio. Invece sono inutili; le ho guardate comunque con piacere, però odio le puntate che mi sembrano filler. E poi, ma qui forse cadiamo nello spoiler, il finale più o meno me lo aspettavo. O meglio, mi aspettavo i personaggi che sarebbero stati coinvolti principalmente, anche se non sapevo esattamente come. Di base, il fatto uno dei misteri su cui si arrovella la trama abbia come protagonisti due dei personaggi che non si incontrano mai, diciamo che mi ha aiutato molto, ma già prima avevo subodorato come stava andando la situazione.
Vedremo se e come sarà al seconda stagione, ma intanto recuperatela.


⭐⭐⭐

Billions

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Mi son reso conto adesso che non ho mai parlato approfonditamente di Billions, serie incentrata sulle storie di uno speculatore di alta finanza, Bobby "Axe" Axelrod, e del "gatto che lo insegue", ovvero il procuratore Chuck Rhoades. Di economia non ne capisco nulla, se mi danno il resto al supermercato ho bisogni di 5 minuti per contarli, ma Billions mi ha preso molto. La prima stagione è stata intrigante, coinvolgente, con una storia che, nonostante diventi via via più articolata, con dei dialoghi serrati e nonostante appunto divaghi a volte in questioni più tecnico-economiche, si fa seguire con molta attenzione. Quando è finita la prima stagione, ho atteso molto volentieri la seconda che però non mi sta prendendo allo stesso modo. 
Questa seconda stagione di Billions infatti non è iniziata per me nel migliore dei modi. E se una serie che dura 12 puntate non inizia bene, ho paura che non finisca bene. Non che qualcosa non mi sia piaciuto al punto tale da farmi smettere la visione, intendiamoci. L'intreccio narrativo mi stimola ancora a seguire la serie, ma ci sono state cose che mi hanno un po' lasciato perplesso.
Intanto l'introduzione di due nuovi personaggi mi ha fatto storcere un po' il naso.
Mi riferisco in particolare a Oliver Dake e Taylor Mason.


Il primo sembra praticamente un agente russo arrivato dal 1955, la seconda somiglia ad una versione cresciuta di Eleven da Stranger Things. Un'eccessiva caratterizzazione che stona per me con quella che uno dei migliori punti a favore di Billions ovvero il cast. La scelta dei personaggi principali per me è perfetta perché vanno oltre l'interpretazione, nel senso che già il loro aspetto, il loro volto è perfettamente coerente col personaggio, senza troppi fronzoli o "costumi di scena". Fortunatamente intorno alla sesta puntata hanno capito che di tutto il caos che avevano messo in scena, non fregava nulla a nessuno, quindi uno l'hanno tolto di mezzo, l'altro invece l'hanno dovuto ammorbidire per farlo entrare meglio nella storia. Infatti dalla sesta puntata per me la serie ha preso un po' di quota. In generale però anche la storia di questa stagione non mi sta prendendo al 100%; mi sembra guazzabugliosa, con filoni narrativi del tutto inutili creati ad hoc per creare scompiglio o aggiungere altra carne alla brace (vedi il "business" di Lara, argomento abbandonato nel giro di un paio di puntate), che però non vanno da nessuna parte. Sono lì che ad ogni puntata spero che i nuovi personaggi e le nuove storie portino a qualcosa di concreto, e invece finiscono per sgonfiarsi troppo presto e senza aver apportato cambiamenti effettivi alla trama, ovvero allo scontro Axe VS Chuck. Senza contare il vecchissimo stratagemma di lasciare il focus importante della puntata alla fine dell'episodio, che alla lunga mi annoia.
Insomma tre stelle non sono poche, ma nemmeno tante; avevo molte aspettative e per il momento non sono state colmate del tutto.

Do tre stelline anche a The Catch ma sono tre stelline molto provvisorie. L'ultima volta che vi ho parlato di questa serie eravamo ancora alla prima stagione, agli inizi, e tutto sommato andava bene, ma poi il telefilm ha subito una flessione verso il basso, vista la vuotezza delle puntate.

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Diciamo che ho iniziato la seconda stagione già prevenuto, e non è che fossi super entusiasta del ritorno della serie, tuttavia mi ha sorpreso. In questa seconda stagione di The Catch infatti l'intreccio narrativo è stato interessante, ben calibrato fra la parte più glamour e gossippara e la parte più d'azione e diciamo poliziesca. Permangono alcune incongruenze, non è che abbia questa sceneggiatura incredibile che possa in qualche modo sconvolgere con colpi di scena inaspettati. Però, un po' come per Younger, anche The Catch è quella serie che seguo con piacere e facilità, senza troppi sbattimenti. Considerate che ho realizzato di essere arrivato all'ottava puntata, ne mancano due alla fine e non me ne ero reso nemmeno conto. Insomma, funziona. 

Con le stelline ho finito qui. Una menzione flash per un'altra miniserie che sta andando in onda sull'emittente americana Starz e che mi sta piacendo, anche se è presto per valutare visto che sono state trasmesse solo due puntate. 
Parlo di The White Princess, telefilm basato sulla storia di Elisabetta di York e Enrico VII d'Inghilterra.


Lo so, un'altra storia su un'altra regina inglese, ma durando otto puntate ho pensato fosse digeribilissima. Al momento mi ha ricordato un po' Outlander per ambientazioni e per quel velo di mistero e magia che percorre gli episodi. Vedremo come proseguirà, intanto vi lascio il trailer se siete curiosi.


E per adesso è tutto, ci leggiamo presto.
Fatemi sapere le vostre serie tv del momento!







Le recuperate, i TOP&FLOP 2018 e un po' di Golden Globe!

Vi vedo lanciati con le liste delle serie tv migliori e peggiori del 2018, in tutte le varianti possibili e immaginabili, ma io devo dirvi la verità, non ho molta voglia di guardarmi indietro e fare lunghi elenchi approfonditi di top e flop. Tra l'altro, se da un lato non ho trovato le migliori serie tv della vita, dall'altro non posso nemmeno dire di aver assistito ai peggiori spettacoli possibili.
Posso dirvi che ho apprezzato i messaggi trasmessi da Le terrificanti avventure di Sabrina e in Insatiable, e soprattutto come questi messaggi vengano veicolati attraverso delle serie comunque leggere e per ragazzi.  Ho un ottimo ricordo di The Marvelous Mrs. Maisel, aspetto ardentemente che doppino la seconda stagione, e credo che l'attrice Rachel Brosnahan, si meriti il Golden Globe; così come mi è piaciuta The Alienist e voglio il seguito e pure una cena con Luke Evans se possibile. Ma non posso considerarle delle serie impeccabili, senza ombra di difetto.


Così come i miei flop, non sono proprio dei bocciati senza possibilità di redenzione. O meglio, vi aspettavate forse che la seconda stagione di 13 Reasons Why potesse farmi improvvisamente cambiare idea sull'intera serie? Certo che no, già la prima stagione mi aveva lasciato perplesso, figuratevi il seguito senza senso.
Ma più che fastidio, è stato dispiacere per ad esempio Here and Now che è stata buttata alle ortiche con un'idea stramba, seppur avesse i suoi (pochi) punti di forza; e poi ho persino rivalutato (di poco eh!) The Affair con l'ultima stagione. L'unica cosa che mi fa davvero strano è che American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace abbia vinto il Golden Globe come miglior miniserie, perché forse abbiamo visto due robe diverse e non ci siamo capiti. Posso accettare che Darren Chris si sia beccato una statuetta come miglior attore perché, dai, è stato bravo, era inquietante e più calato di uno spaghetto nell'acqua bollente a mezzogiorno. Ma la serie è troppo dispersiva rispetto a quello che dovrebbe raccontare, gli attori ispanici che parlano in inglese per interpretare personaggi italiani sono a dir poco strambi e si raggiunge la noia anche con facilità.
Insomma guardiamo avanti anche perché ci aspetta una intensa stagione di serie tv. Negli ultimi tempi ne ho recuperate ben quattro, fra cui due miniserie per i più frettolosi.



Killing Eve
Prima Stagione
⭐⭐⭐

Anche Killing Eve, trasmessa da TimVision lo scorso ottobre, si è fatta notare ai Golden Globe con due candidature e la vittoria di Sandra Oh come miglior attrice, cosa per cui non sono del tutto d'accordo, ed inizio a pensare che debba avere più di un santo in paradiso.


Killing Eve racconta appunto le vicende di Eve Polanstri che lavora per l'ente per la sicurezza inglese e che farà strada nel suo lavoro seguendo le mosse di una killer professionista di nome Villanelle, che non sembra avere tutte le rotelle a posto, oltre ad essere particolarmente spietata. 
Eve invece è un po' goffa, alle prese con un matrimonio che non proprio la soddisfa, ed anche un ruolo lavorativo che non riesce a farla volare. Ma proprio grazie alla caccia a Villanelle riuscirà a fare un grosso passo avanti nella sua carriera, e ottenere la svolta che cercava. 
Tuttavia fra le due donne si creerà una strana chimica che le spingerà ad avvicinarsi, per quanto entrambe siano ligie al loro ruolo e a quella che è la loro missione. 


Avevo buone aspettative su Killing Eve e in parte sono state ripagate perché la serie parte in maniera intrigante, fresca, accattivante ed anche con una vena comica che, per quanto non faccia sbellicare, va ad alleggerire le puntate. Col tempo però ho notato degli aspetti che non mi hanno fatto impazzire. Intanto dei buchetti narrativi che sinceramente non ho capito e non volevo, ma soprattutto secondo me questa serie ha sofferto il fatto che sin da prima della messa in onda si sapeva già che sarebbe stata rinnovata per una seconda stagione. Quindi loro avranno pensato bene di allungare la storia il più possibile, prendersi il loro bel tempo, e giocare il più possibile. 
Ma, cosa ben peggiore a mio avviso è che della storia intrigante di spionaggio, del thriller, di tensione e anche d'azione che dovrebbe essere alla base di Killing Eve, alla fine, è rimasto poco. 



Il tutto è un po' evoluto in una sorta di tragicomico surreale cacio e pepe, che per me smonta quell'impianto che sembrava molto interessante. Anche i personaggi sembravano ben costruiti, ma poi ho avuto l'impressione quasi che stessi vedendo un'altra serie tv
E, in tutta onestà, non credo che Sandra Oh meritasse il Golden Globe. Non fraintendetemi: è brava come attrice e il suo ruolo in Killing Eve è comunque ben strutturato, oltre ad avere una evoluzione, quindi è anche dinamico da seguire. Tuttavia credo che la vera star della serie sia Jodie Comer (forse non ve la ricordate in The White Princess perché l'ho visto solo io e i genitori di Jodie). La sua interpretazione di Villanelle è perfetta, riesce a passare dall'infantile allo spietato fino ad essere cruenta, freddissima, a volte sembra quasi spenta, intristita, eppure dentro l'azione. Ha un range di emozioni e personalità che la rendono stramba, inquietante ed affascinante allo stesso tempo. 
La cosa che mi incuriosisce è scoprire come proseguiranno con la seconda stagione di Killing Eve, ma il mio interesse è scemato. 


Hill House - The Haunting of Hill House
Prima Stagione
⭐⭐⭐🌠

Acclamata e amata da tanti Hill House, che potete recuperare su Netflix, su di me non ha avuto un fascino senza eguali. 



La famiglia Crain, composta da Hugh, Olivia e la squadra di calcetto che sono i loro cinque figli, si trasferisce a Hill House, che non gode proprio di una buona fama, con l'intento di ristrutturarla e tirarci su un bel gruzzolo. Tuttavia ben presto si renderanno conto che la grande casa nasconde più di qualche segreto e porta i segni di tutte le anime che hanno attraversato quelle stanze. Il destino dei Crain si legherà quindi indissolubilmente a quello di Hill House, e, nonostante passeranno molti anni, tutti i componenti porteranno le ferite lasciate dal breve periodo in quelle mura.


In totale sincerità sono un fifone. Non amo gli horror e devo dire che Hill House in questo senso riesce molto bene a creare ansia e tensione, ma non ho capito le ragioni per così tanta acclamazione. 
Le storie di case infestate non mi sembrano una novità che si sono inventati quelli di Netflix, e la storia è tratta da un romanzo del 1959, per cui non sono vicende proprio mai sentite, anzi. 
Tra l'altro, una volta capito come funziona questo gioco malefico che la casa mette in atto, e quali creature la abitano, e specie quando gli spettri si palesano con i loro trucchi un po' posticci tipici dei tutorial di Youtube, devo dire che la tensione cala e si riduce a pochi momenti di dubbio.
A spezzare poi "l'incantesimo" di Hill House, quel senso di desolazione, claustrofobia e mancanza di fuga è proprio la storia stessa che si apre subito a vari paesaggi, compreso il grande giardino intorno  all'abitazione, seppur inquietante, e a nuove situazioni, spostandosi fra passato e presente. 



Ma soprattutto a farmi perdere il contatto con la storia è stata una semplice domanda: perché?
Con quale logica una famiglia, la cui capostipite soffre di frequenti emicranie e paranoie, decide di andare in una casa antica, in cui probabilmente ci saranno tantissimi fastidiosissimi rumori? E con che logica decidono di trasferirsi con bimbi piccoli a seguito in una casa da ristrutturare, col rischio che diventi pericolosa anche solo per le scale, i martelli, i cacciavite e gli attrezzi sparsi in giro? 
E dove sono i genitori durante le giornate di 'sti ragazzini?
Insomma, più che un acchiappa fantasmi forse serve prima chiamare i servizi sociali.



Certo, si fa molta leva anche sulla psicologia dei personaggi, sembra che si voglia sottintendere che più che la casa, il problema sia una sfortunata ereditaria malattia mentale, anche se è un alone che svanisce molto presto.
Gli attori in ogni caso sono bravissimi nel rappresentare il rapporto che i fratelli Crain hanno fra loro, di come siano stati segnati dalle vicende di quella casa. Però mi è mancata quell'idea di non detto fra di loro, di mistero, di un segreto che si portano dietro, perché ognuno affronta il passato e il riflesso dello stesso in modo diverso. 
È come se ognuno avesse un ricordo completo della loro esperienza a Hill House e una reazione ben definita alla stessa, quando invece credo dovrebbero avere idee frammentarie dovute a rimembranze diverse e magari incomplete. Pensavo di aver colto male io questo aspetto, ed invece è proprio voluto, ed ho scoperto che tutti i fratelli rappresentano qualcosa, ovvero le cinque fasi del dolore.



Sarà anche voluto, ma secondo me rompe un po' la tensione, l'intreccio, il come mai fra i fratelli comunque non scorra buon sangue.
Sinceramente il modo in cui interagiscono fra loro mi è sempre sembrato un po' isterico, più che arrabbiato o rancoroso, e mi è capitato di trattenere la risata per non svegliare tutta casa.
Insomma The Haunting of Hill House, per quanto abbia dei punti di forza, come la regia, o la recitazione, la cura dei dettagli e i tanti elementi da approfondire, mi ha lasciato con parecchi dubbi. Seguirla è piacevole e scorrevole, il finale in qualche modo prova a riunire tutti i pezzi, ma, da non appassionato di horror, non capisco come si possa considerarlo quasi un capolavoro.


Vanity Fair
Miniserie
⭐⭐⭐⭐🌠

Merita senza ombra di dubbio la miniserie Vanity Fair che LaEffe ha trasmesso intorno ad Ottobre/Novembre. Appena ho visto la locandina mi ha colpito, al punto che l'avrei guardata anche in lingua originale. Si tratta di una serie in sette puntate, ispirata ovviamente al romanzo di William Makepeace Thackeray.


Protagonista assoluta di questa fiera della vanità è Rebecca "Becky" Sharp, di umili origini ma grandi aspirazioni, la quale frequenta un collegio con un'altra protagonista, Amelia Sedley, che invece è una ragazza di buona famiglia. Le due ragazze hanno caratteristiche diametralmente opposte non solo per le proprie origini: Becky, conscia di non avere nessuno al mondo, ha un carattere forte, spigliato, non si dà mai per vinta, ma soprattutto vuole a tutti i costi migliorare la propria condizione sociale, cercare di arraffare il più possibile e restare sempre a galla. 
Amelia invece vive in un mondo tutto rosa fatto del suo amore per il giovane George, e più volte mi è venuta voglia di urlarle contro per quanto risulta cieca. Entrambe però sono destinate alla stessa fine perché, come ci ricordano ad ogni puntata, alla Fiera della Vanità tutti si impegnano per ciò che non vale la pena avere.



Tralasciando la modernità del messaggio contenuto in Vanity Fair, ho adorato questa miniserie tanto da centellinarmela. Carini i costumi, la ricostruzione della metà dell'ottocento, e in generale risulta piacevole la regia, che rende tutto scorrevole. Forse avrei incupito un po' le luci, perché i temi sono tutt'altro che brillanti, ma questa è una mia visione, perché per il resto non ho nulla di negativo da dire.
Adoro come Becky rompa la quarta parete guardando direttamente in camera, ma adoro proprio l'attrice che la interpreta, Olivia Cooke, e come l'abbia resa perfetta, sfacciata e disposta a tutto pur di emergere. 
Nonostante entrambe le protagoniste siano due esempi da non seguire, siano due antieroine, in parte è impossibile non empatizzare con loro e con le loro vicende (certamente l'epoca diversa rende la storia più comprensibile, in prospettiva), e Vanity Fair in questo senso riesce a coinvolgere lo spettatore, a farlo sorridere, a farlo riflettere. 
Quindi se come me amate le serie in costume, e cercate una piccola perla, piacevole da seguire e che non impegni troppe serate, Vanity Fair è da tenere in considerazione.


A Very English Scandal
Miniserie
⭐⭐⭐⭐

Ispirata sempre ad un romanzo, ma anche a reali fatti di cronaca, mi son sorpreso a scoprire che anche A Very English Scandal avesse ben tre candidature ai Golden Globe di quest'anno, e son contento che se ne siano portati a casa uno, perché è una miniserie carinissima. 


Nelle tre puntate di A Very English Scandal si raccontano le vicende del parlamentare Jeremy Thorpe, che intraprese una relazione omosessuale con un giovane ragazzo, Norman Scott/Josiffe. Lo "scandalo" è dovuto al fatto che, non solo siamo nell'Inghilterra degli anni '60, dove l'omosessualità era ancora all'epoca un reato, ma soprattutto per come le cose evolvettero. Thorpe infatti cercò di mantenere le apparenze di buon padre di famiglia fedele solamente alla moglie (anzi, le mogli) fino alla fine, nonostante la sua omosessualità non fosse un segreto assolutamente bisbigliato. E i suoi tentativi di mantenere questa facciata si trasformarono nel tentato omicidio di Norman Scott



Quel che mi ha sorpreso è che si tratta di una storia reale ma assurda. Intanto i personaggi hanno sicuramente le loro particolarità: Thorpe era leader del partito liberale, e pare fosse un politico davvero apprezzato e attivo nelle campagne che muoveva, ma era sicuramente un tipo un po' eccentrico, plateale, dai modi un po' sopra le righe. Dall'altro lato Norman Scott rivelerà un carattere anch'esso particolare, lunatico, vendicativo, a tratti infantile, più volte descritto dai mass media come un arrampicatore sociale, ma anche un po' vittima delle vicende e di una sorte non proprio a suo favore. 
L'unione di questi due personaggi, congiunti alle circostanze socio-politiche, creerà un caos che si è protratto praticamente fino ai giorni d'oggi. A tratti inoltre la storia assume connotati ironici, ma molti momenti sono davvero drammatici.



Le vicende di A Very English Scandal coinvolgono sì due personaggi che diventeranno in vista, ma soprattutto si tocca un tema sensibile all'epoca ed anche tutt'ora, e colpisce come tutto questo rendez-vous di situazioni, personaggi, intrecci e casini vari, sia mosso praticamente dai condizionamenti e dalla percezione che la società aveva ed ha dell'omosessualità, e questo ha un risvolto molto amaro. I due protagonisti letteralmente si piegano al terrore che la società non li comprenda, o peggio li giudichi come esseri alieni, ed in parte sarà realmente così.
Lo stesso Thrope cercò di negare, come vi dicevo, parte delle vicende, eppure pare che dichiarò, nell'ultima parte della sua vita, che oggi probabilmente le cose sarebbero state percepite in modo diverso. E per fortuna è vero.



Mi ha colpito anche come, i media di comunicazione dell'epoca, cercarono in tutti i modi di sfruculiare  nella vita dei personaggi, di come tutti i dettagli vennero sbattuti in tv e sui giornali, in un modo di fare gossip molto attuale. 
A parte comunque la storia, i punti di forza di A Very English Scandal sono diversi. Non sono mai stato un grande fan della recitazione di Hugh Grant, ma devo dire che qui è perfetto, equilibrato, calato nel ruolo e credibile. Forse hanno calcato un po' la mano con Norman Scott, ma l'interpretazione di Ben Whishaw meritava il Golden Globe che ha vinto, perché immagino non sia stato facile muoversi in un range di emozioni disparate nel giro di pochi attimi. La regia poi è stata affidata ad un volto noto anche sul mio blog ovvero Stephen Frears, già regista di film come The Queen, Florence, Victoria e Abdul, e molto altro che probabilmente avrete visto, quindi la godibilità da questo punto di vista è garantita, e rende A Very English Scandal una miniserie da recuperare.


Questa è una parte di ciò che ho recuperato negli ultimi tempi del 2018, e in parte nel 2019. Quest'anno spero di non far accavallare troppe serie tv, perché sapete che mi piace di chiacchierare e non voglio ammorbare nessuno.
Fatemi sapere se vi va, cosa vi tiene compagnia in questo periodo!







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