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Recuperi tardivi ed inaspettate delusioni

Lo avevo anticipato e mi spiace essere monotematico ma questo per me è un periodo carichissimo di serie tv da vedere, e più che in altri periodi ne sto seguendo ogni sera più di un episodio, per far fluire questo ingorgo. Ovviamente non mi sto lamentando di guardare troppe serie tv, ma è solo per dirvi che #backtoseries sarà molto frequente.
In questa recensione ho raccolto tre serie tv che hanno degli aspetti positivi, ed alcune mi sono piaciute, ma la mia vena critica e polemica non si fa sfuggire tutti quegli aspetti che invece non gradisco, che fanno scemare la tensione, che potevano essere condotti diversamente. Insomma fatemi sentire un po' sceneggiatore.


Insatiable
Seconda stagione
⭐⭐⭐🌠


Attendevo con molta curiosità la seconda stagione di Insatiable, che è riuscita a scampare le critiche che la prima stagione ha dovuto affrontare e a cui qui ho provato a rispondere a modo mio. Credo che abbiano saputo tenere botta anche con questo secondo ciclo di episodi, che trattano una storia ancora più cupa e deviata.
Avevamo lasciato Patty intenta a nascondere le tracce di un omicidio, ma la nuova stagione di Insatiable sarà segnata da ulteriore morte, tensione e problemi per la giovane reginetta di bellezza che vuole a tutti i costi uscirne pulita. Ovviamente dovrà anche affrontare il disturbo che la assilla da più tempo, l'ossessione per il cibo, che si ripresenterà più forte che mai visto lo stress che dovrà superare.
Al suo fianco c'è sempre Bob, che cercherà di sostenerla e darle tutto il suo supporto, sebbene anche lui deve affrontare una profonda crisi personale.



Ironia, trash, ma anche tanto da raccontare in questa seconda stagione di Insatiable che mi ha convinto, fatto sorridere ed anche riflettere, esattamente come la prima stagione. Ho capito che ci sono due fazioni, oltre a chi detesta questa serie tv in toto: chi riesce a coglierne solo il lato più ludico, trash appunto, divertendosi per le battute frizzanti e serrate, per le situazioni assurde, e per i personaggi; oppure c'è chi come me vuole andare a fondo e sguazza nei sotterranei dei messaggi che Insatiable vuol trasmettere.
Ho avuto l'impressione che in questa seconda stagione abbiano voluto in un certo senso chiarire da che lato stanno i personaggi, rendere più palese che la serie non è l'esaltazione della magrezza, ma proprio l'opposto.



Le contraddizioni umane, la follia umana, in un crescendo che ci porta a scoprire il lato peggiore dei personaggi, è questa la base della serie tv. C'è sempre molta amarezza, c'è sempre questo rimbalzo fra il capire quanto conta ciò che si è, e quanto invece siamo diventati quel che abbiamo subito. In generale questo modo sopra le righe consente di parlare di tante tematiche ma credo capitino in modo fluido e organico, sempre in linea con la storia di Insatiable, che non perde un solo momento per risultare attuale: si parla di appropriazione culturale, di coppie poliamorose, si sconvolgono alcuni cliché che invece vediamo in altre serie o nella nostra società.


In questa seconda stagione di Insatiable hanno continuato a battere il chiodo sulla doppia facciata dei personaggi, da un lato perfetti, simpatici, estroversi, dall'altro segnati psicologicamente: Bob Armstrong rivela la sua depressione, che ha anche una linea ereditaria nella sua famiglia, suo figlio Brick nonostante sembri un tipo solare e in gamba e a cui non manca nulla, ha diverse insicurezze per il futuro, così come Nonnie che vorrebbe seguire le orme del padre ma non vuole cadere in uno stereotipo, o Magnolia che pur essendo praticamente una venere, che si sente smarrita in quanto soffre il razzismo della sua stessa comunità che non la considera abbastanza nera. Sono sottigliezze queste che forse noi italiani bianchi non possiamo comprendere (un parallelismo che potrebbe rendere l'idea è il razzismo di alcuni italiani del nord nei confronti di quelli del sud), ma esistono nella società di oggi.



Certo, Insatiable non è una serie perfetta, non lo è mai stata: la trama della seconda stagione secondo me è più debole, ha perso un po' di freschezza visto che veniamo da una prima stagione già esaustiva, hanno fatto bene secondo me ad eliminare due episodi che potevano risultare ripetitivi, fra sfilate e concorsi. La struttura narrativa comica ogni tanto secondo me abbassa un po' troppo l'intensità di certi momenti, ma è giustamente la carota, dove il bastone è il raccontarci una storia cruda e forte.
Tornando ai personaggi, mi è sembrato un po' lasciato a se stesso Bob Barnard, perché sembra che arrivi in scena ma non fa nulla che possa incidere nella crescita del suo personaggio, né all'interno della storia.



A volte bisogna abbassare la soglia della credulità, insomma ma la qualità di Insatiable è la capacità di trovare il male nel bene ed il bene nel male, e questo lo rende in un certo senso realistico perché non è mai tutto bianco o nero specie quando si tratta delle intenzioni umane.
Mi hanno fatto notare che Insatiable potrebbe non essere appetibile per chi magari non si ritrova nei disturbi alimentari, o comunque non ne ha mai subito il problema. Io credo che in parte non sia del tutto vero, perché i problemi alimentari di Patty, questo vuoto e tracotanza insieme, possano essere una parafrasi per chiunque. Oltre al fatto che non è obbligatorio seguire temi solo vicini al nostro orticello, ma a volte è bello ampliare i proprio orizzonti.
Purtroppo non avremo la terza stagione di Insatiable, perché Netflix ha cancellato lo show.


The Sinner
Prima stagione 
⭐⭐⭐

Ho recuperato la prima stagione di una serie che volevo vedere da praticamente un anno ma non avevo avuto occasione, ma per l'arrivo della seconda agli inizi di quest'anno, mi sembrava il momento di recuperare i primi otto episodi di The Sinner.


Cora Tanetti sembra vivere una esistenza non proprio entusiasmante, ma tutto sommato con un quotidiano comune e tranquillo: è sposata, vive vicino casa della suocera, ed ha un bambino insieme al marito Mason. Tuttavia una normale giornata al mare segnerà una svolta estrema nella vita di Cora e della sua famiglia: con uno scatto la donna uccide a coltellate a sangue freddo un ragazzo sulla spiaggia. Sembra un colpo dato dalla follia, ma Cora si dimostra fin troppo lucida per poter avere qualche disturbo psichico, tuttavia il suo passato rivelerà molto presto abusi, tragedi e drammi che sono stati fossilizzati nella sua memoria.



Una storia cupa, torbida, a tratti inquietante, anche con un impatto visivo forte, quella di The Sinner è uno spaccato narrativo che mi ha tenuto incollato dal primo episodio fino alla risoluzione di questo giallo intricato. È una serie tv tratta da un romanzo omonimo quindi si gioca sul collaudato, eppure a tratti ho trovato la storia originale, intrigante, e molto ben recitata. Non ricordavo sinceramente che Jessica Biel sapesse calarsi così bene nei panni di una donna ferita e smemorata, ma anche tutto il cast ha saputo seguire e supportare la sua interpretazione.
C'è però più di un aspetto che non ho apprezzato in The Sinner 1, che riguarda proprio la costruzione dell'intreccio. Per diverse puntate assistiamo appunto allo spaesamento di Cora, che ricerca nei pochi flash della sua memoria una soluzione al suo comportamento. Solo l'aiuto del detective Harry Ambrose riuscirà a scardinare quella porta, ma lo sviluppo della storia poteva essere condotto meglio. 



Sono veramente pochi gli elementi che portano avanti il filone narrativo principale nel corso dei primi sei episodi, e questo comporta da un lato una noiosa ripetitività, anche poco credibile. Cora si ritrova giustamente in carcere e per tutto il tempo da sola non ha nemmeno un ricordo che la possa aiutare, se non soliti flash sparsi. Per tutta la permanenza in prigione si preferisce giocare sui suoi "non ricordo", allungando il brodo con l'entrata di un antagonista, e per questo, arrivati al settimo episodio ci dobbiamo sorbire un'intera puntata spiegone in cui chiariscono tutti i punti rimasti in sospeso. Questo secondo me interferisce con il crescendo narrativo, smorza la tensione, sebbene tutto l'ingranaggio di puntata in puntata mi aveva davvero convinto. Ci sono poi alcune semplificazioni, che rendono il finale appunto un po' troppo sbrigativo rispetto allo sviluppo.
The Sinner per me merita tre stelle, ma queste mie perplessità non mi impediranno di recuperare quanto prima la seconda stagione, che ha comunque in parte altri personaggi ed altre storie, quindi amanti dei gialli, datevi da fare a recuperarla. 


Euphoria
Prima Stagione
⭐⭐🌠



"Pier devi vedere Euphoria!" mi son sentito dire da più parti e da più persone da quando è andata in onda su Sky a fine settembre (anzi a dir la verità anche quando era ancora uscita solo in America), ed io l'ho vista ragazzi, ma non ho capito cosa ci fosse di così esaltante.
Rue fa parte della generazione Z, coloro che hanno scavalcato noi Millennial in questa gara a chi è peggio, è giovanissima, è simpatica e spigliata ma purtroppo ha già avuto un'infanzia travagliata nel tentativo di essere curata dai suoi disturbi psichici e dalla morte del padre che l'ha resa tossicodipendente. Rue diventa la voce narrante non solo delle sue vicende ma anche degli altri protagonisti che, chi più chi meno, si ritrova in parte nei suoi panni, circondati da famiglie disfunzionali, piccoli e grandi traumi che hanno segnato le loro brevi vite.



Se Euphoria è il manifesto della generazione Z come ho letto da qualche parte, allora fatemi dire che questa generazione è estremamente noiosa, ed arriva tardi. Gli argomenti che infatti hanno causato grandi polemiche (in parte ingiustificate secondo me) nei confronti della serie non mi sembrano essenzialmente una novità nel mondo dei telefilm né nel mondo reale.
A me sinceramente è sembrata una serie che non ha niente da raccontare, che fa leva su dei personaggi che non hanno niente di interessante da dire, visto che sono per la maggiore banali stereotipati e male approfonditi. Da una ecosistema già visto, fra atleti e cheerleader, sfigati e outsider, non si dirama nulla che possa essere diverso, nuovo, originale. Di adolescenti ribelli, che hanno una doppia vita rispetto a quella conosciuta dai genitori, fissati con le chat, col sesso, col porno, o peggio che hanno delle vere e proprie dipendenze, da alcol, fumo, farmaci ne abbiamo visti una infinità, non serve certo Euphoria a raccontarcelo.


Forse lo fa a tratti in un modo più crudo, più diretto e sicuramente riflettente dei nostri giorni rispetto ad altre serie tv, ma per il resto ho visto ben pochi appigli sia di originalità che di approfondimento. Anche argomenti come la depressione, il disturbo bipolare, o il rapporto con i genitori, sono solo abbozzi.
Jules mi sembrava potesse essere l'ancora di salvezza da questo punto di vista: un passato difficile, una madre tutt'altro che comprensiva e affettuosa, la transizione, ma per il resto della serie il suo personaggio si appiattisce. E poi dove lo trova il tempo (ed i soldi) di farsi tutti quei make-up con l'eyeliner glitterato?
Interessante poteva essere l'approccio che hanno avuto con Kat, che piuttosto che essere rappresentata come una sempiterna sfigata, trova una forza particolare, ma bisogna dire che già da principio era perfettamente integrata nel suo gruppetto, quindi non solo la sua evoluzione non è poi così rivoluzionaria, ma risulta comunque poco approfondita.



Non ho trovato poi così malevolo l'uso di sostanze stupefacenti o la sessualizzazione di Euphoria, (sebbene sia conscio che sia un vero problema l'influenza delle serie tv sui giovani) ma non ho apprezzato certi dialoghi o certe frasi della protagonista che vengono buttate lì a caso e sono molto più fuorvianti. Ad esempio "Devo provare a cambiare, devo farlo per coloro che amo" - no, devi farlo per te stessa secondo me - oppure affermare che l'accettazione sessuale spinga ad essere violenti. O ancora, ho trovato brutto che quasi con tono risibile e sempre in modo randomico si facesse costante riferimento alle sparatorie di massa: non suona caustico, suona semplicemente fuoriluogo.



Insomma, per me Euphoria è un costante tiro alla fune per cui se mi piace una cosa, ce ne sono altre dieci che mi lasciano perplesso. Ad esempio ho apprezzato il modo in cui abbiano reso bene questi ragazzi, che poi sono un po' come tutti gli adolescenti: scaltri e boriosi sulle prime, ma poi se la fanno sotto appena le cose si fanno serie. Dall'altro lato i rapporti fra i personaggi sono strani: da che sembra non si conoscano nemmeno, non si parlino, non escano insieme, a che te li ritrovo a far comunella.
O ancora non so quanto sia realistica la storia in generale, l'intreccio Nate e Jules secondo me ha dei tasselli mancanti. Ed i colpi di scena sono prevedibili, anche da una persona poco sveglia come me.
Bravissimi però gli attori, da Zendaya ad Hunter Schafer.



Mi piace moltissimo la regia, il montaggio, le musiche, le scelte di luci che attirano costantemente l'attenzione dello spettatore. Ad esempio nella quarta puntata, "Sali sulla giostra", sembra davvero di stare tutto il tempo in un luna park, con questa musica costante che si muove seguendo la tensione della narrazione. O l'inserimento, ad un certo punto, di una parte con i personaggi disegnati stile Anime che rende l'esperienza visiva multimediale. Tuttavia questa costruzione tecnica secondo me perde di intensità una volta che aggiungono quella costante patinatura, quasi perfezione della composizione scenica, alla serie.
Potrei continuare ancora, ma credo sia più che sufficiente a farvi capire che Euphoria per me non merita il successo che sta riscuotendo, non la trovo così trasgressiva e shockante, essendo stata ampiamente preceduta per tematiche da serie come Sex EducationThe End of the F***ing World, e persino da quello sconquasso di 13 Reasons Why, giusto per nominarne alcune recenti. 
Qui trovate la mia recensione di Euphoria 2.







|#backtoseries chapter 30|
Insatiable: magri è meglio? | La mia opinione e risposta alle critiche

Quando decido di seguire una serie tv generalmente cerco di non leggere nulla che possa influenzare la mia opinione. Questo lo facevo anche prima di avere una piattaforma in cui condividere pubblicamente ciò che penso, perché guardo quel che mi piace, e anche se gli altri la considerano stupida, alla fine non importa.
Non so se questo discorso è chiaro, ma quello che voglio dire è che quando ho scelto di seguire Insatiable, la nuova serie di Netflix, ero spinto dal nome, e dal trailer che mi dava l'idea di una storia più leggera, cosa di cui ho bisogno di tanto in tanto. Tuttavia i miei sogni di sollazzarmi con qualche risata facile sono stati spezzati da un'onda di critiche che Insatiable si è beccato persino prima di essere trasmessa.


Molte delle critiche che sono state mosse e sono addirittura confluite in una petizione per sospendere la serie, provengono dal fatto che Patty Bladell (Debby Ryan), a seguito di uno scontro con un senza tetto, si ritrova una mascella rotta che la costringe ad una dieta liquida per tre mesi, con l'inaspettata conseguenza che Patty dimagrirà di diversi chili assumendo le sembianze di una vera e propria reginetta di bellezza.
La ragazza capisce subito il potenziale del suo cambiamento e deciderà di sfruttare il suo nuovo aspetto per iniziare un piano di vendetta contro chi l'ha trattata male e bullizzata nel corso dei suoi anni da ragazza in carne.


Fat shaming, fat shaming, fat shaming, intervallato da qualche "body shaming", hanno urlato da più parti appena hanno visto il trailer, in quanto sembrava suggerire che in Insatiable soltanto le persone con una particolare forma fisica, preferibilmente magra o atletica, possano essere sexy, considerati desiderabili e avere l'opportunità di scegliere cosa fare nella vita, essere sicuri di sé, o partecipare eventualmente ad un concorso di bellezza. 
Body shaming aggravato, secondo i detrattori, dal fatto che il tutto è condito da situazioni trash, demenziali, dialoghi a volte scurrili e con doppi sensi, quindi un modo troppo leggero per trattare un argomento serio
Ma lasciatemi dire che guardando tutti gli episodi di Insatiable, la storia e i sottotesti che si colgono sono tutt'altri, e chi non ha cambiato idea rispetto al trailer probabilmente secondo me non ha capito molto di questa serie. O magari non l'ha nemmeno vista.
Fatemi partire con due domande: chi dice che un personaggio di fantasia di una serie tv deve fare e dire cose universalmente condivisibili?
E chi dice che devono essere azioni positive o "giuste"?



La risposta che state cercando è probabilmente nessuno, perché una serie tv può raccontare qualsiasi cosa con più o meno serietà ed ovviamente siamo noi spettatori a filtrare quello che vediamo. Altrimenti crederemmo sia giusto nascondere omicidi come Annalise Keating ed avere relazioni al limite dell'incesto come Brooke Logan.
Il fatto è che Insatiable, nonostante i colori saturi, il rosa shocking, i lustrini, le battute per nulla politically correct, nasconde una storia piena di ombre che coinvolgono tutti i personaggi. E ad un certo punto il peso ed il dimagrimento vengono fagocitati (per restare in tema) da queste ombre.
Ogni personaggio ha un segreto, e molto spesso riguarda l'accettazione di sé, ogni personaggio riflette la propria immagine in una controparte, in qualcuno che viene considerato migliore perché apparentemente riesce a star dietro ai canoni imposti dalla società. Ma tutto è finzione, perché nessuno è escluso dal commettere degli errori.
È qui che si smonta l'accusa di fat shaming: nessuno di questi "magri" è bello dentro quanto fuori.
Nessun allenamento o dieta riesce a tirarli fuori dai casini che creano.

Un concorso di bellezza poco inclusivo. Praticamente Miss Italia

Sono il primo che cerca di provare empatia per i protagonisti, ma a volte, se non ci si riesce, non vuol dire che questi non abbiano comunque qualcosa da dire.
A volte bisogna immedesimarsi, più che capire il personaggio.
Bob Armostrong (Dallas Roberts) ad esempio è un costruttore di facciate per nascondere la sua completa insicurezza. Lo fa con la sua vita, in cui cerca in tutti i modi di inquadrarsi, con una bella casa, e una moglie perfetta, Coralee che in realtà a sua volta nasconde le sue umili origini; e lo fa anche con le ragazze che trasforma in perfette reginette di bellezza
D'altronde questo è quello che hanno insegnato a Bob: cercare di vincere a tutti i costi.
Ma tutto scricchiola molto facilmente, ed è palese, eppure tutti guardano dall'altro lato perché semplicemente è più facile.
Patty da sola ci fa capire come tutte le critiche che sono state mosse ad Insatiable, non hanno senso, perché in lei l'esaltazione della magrezza contro il grasso, svanisce. Lei stessa si renderà subito conto che essere magra non ha veramente migliorato la sua vita, "non è magico", e non l'ha resa una persona migliore né le ha davvero fatto ottenere tutto quello che voleva, anzi l'ha fatta letteralmente impazzire.

Io all'Agenzia delle Entrate dopo la terza volta che mi rimbalzano.

Si renderà col tempo conto che al suo interno si formano dei pensieri malevoli e una rabbia che sfocia subito nell'odio più profondo, praticamente in ogni situazione.
Patty non ha avuto degli esempi solidi ed è stata sempre circondata da genitori assenti e da vessazioni a scuola. Al suo interno ha un solco di ira scavato da anni di prese in giro, di bullismo e di violenza e probabilmente l'unico modo in cui riesce ad rapportarsi con gli altri è proprio l'aggressività. Nonostante la magrezza raggiunta, nonostante la bellezza, è ben poca l'empatia che c'è in lei, il senso del perdono, la solidarietà.
Non è chiaro se Patty sia sempre stata così, e se l'essere dimagrita abbia fatto uscire il suo vero io, è però chiaro secondo me, che tutto quello che ha subito ha lasciato il segno.
Nessuno troverà la sua salvezza quindi, nessuna facciata diventerà reale, nessuno riesce davvero a migliorarsi, ma chi più chi meno, e Patty in primis, sarà risucchiato in un vortice sempre più nero.
Non so voi, ma questi per me non sono dei personaggi piatti, non sono dei personaggi vuoti. Hanno una storia da raccontare, ma il problema forse è che non ci piace sentirla.

"Quindi mi stai dicendo che Insatiable non fa tanto schifo?"

Posso capire che non tutti apprezzino lo stile trash e grottesco della serie, e che a volte il sarcasmo può risultare fuori luogo, ed annacquare i veri momenti di riflessione. Anche io ho notato che magari alcuni fili narrativi sono un po' forzati, o che non è così divertente come si potrebbe pensare. 
Tuttavia Insatiable riesce a sollevare tantissimi temi importanti senza cadere nel pietismo o nel miserevole. Sessualità, bullismo, temi più socio-politici come la vendita delle armi in America, le differenze generazionali, le dipendenze da alcol, droghe o appunto dal cibo.
Molti di questi temi vengono toccati appena, ma si notano chiaramente. Ad esempio il cibo visto come rifugio dalle frustrazioni, per colmare un vuoto o come unica fonte di certezza dove tutto e tutti sembrano non promettere la minima stabilità
So che questo punto è stato criticato, (che pensantezza però regà!) ma il fatto che non sia il comportamento di tutte le persone plus size, non vuol dire che non sia o sia stata la storia di qualcuno.
Anche l'idea di sentirsi comunque grassi dopo essere dimagriti è un argomento che passa da Insatiable, e che io stesso personalmente ho provato. O il pensiero di non essere "abbastanza donna" nonostante l'aver affrontato una transizione.
Ma è tutto un modo per dire che siamo esseri umani, ed abbiamo bisogno di tempo per imparare a guardarci con i nostri occhi e non con quelli degli altri. 
Abbiamo bisogno di tempo per guarire dal male fatto a noi stessi e subito da altri. 


Ho apprezzato molto il modo sottile in cui hanno sottolineato un aspetto che noto frequentemente nella realtà, ovvero che queste famose tematiche sensibili, vengono a volte sfruttate o manipolate dai media e dalle persone per impietosire, o, peggio, per trarne un vantaggio.
Credo che Insatiable non voglia dire alle persone come si deve essere, anzi, vuol proprio sottolineare come non bisogna essere con se stessi e con gli altri, e credo sia un peccato che rischi di non avere più possibilità di approfondire tutto questo, solo perché c'è chi si sente offeso perché non è una serie tv che parla di body positive ogni minuto. 
Questa è la storia di Patty, di Bob, di Coralee, dell'altro Bob, di Magnolia, di Angie, non è la vostra o la mia, ma non è detto che non possa dire qualcosa di me o di voi.
Perché la verità è che i mostri esistono in ogni forma, perché non hanno forma, ma gesti, parole e azioni.




{Recensioni Film 🎥🎬}
Sierra Burgess non è una sfigata, ma è strana e un po' inquietante.

Se alle mie orecchie, o meglio ai miei occhi, giungono critiche riguardo ad un film o una serie tv, mi incuriosisco e voglio capire come mai e cosa muove questi feedback negativi, soprattutto se sfociano quasi in polemica. Si può dire che guardo quasi più film con recensioni negative che quelli che sono piaciuti, insomma. Un po' di masochismo che non guasta.
Così è stato per la serie tv Insatiable, dove secondo me c'è stato un modo sbagliato di comprendere la storia, e per le stesse ragioni ho deciso di vedere Sierra Burgess è una sfigata, su Netflix. 
Volevo capire se anche in questo caso ci fossero stati dei fraintendimenti magari nel capire il personaggio o la storia, ma devo dire che no, è tutto tristemente molto chiaro.


Sierra Burgess è una ragazzina come tante: è timida, un po' in carne, ama studiare, ha una buona parlantina, ha una famiglia che la sostiene, e dentro al suo armadio non c'è un unico capo di abbigliamento che stia bene con l'altro. E poi lei chiaramente non ama usare il balsamo, ma questa è un'altra storia.
Sierra è un po' la classica vittima dei bulli a scuola, ma riesce sempre a rispondere con positività. Tuttavia un giorno diventa succube di uno scherzo messo in atto da Veronica, la classica ragazzetta bella, cheerleader che a scuola tutti vorrebbero. Veronica infatti dà il numero di Sierra ad un ragazzo che ci prova con lei, Jamey, fingendo che sia il suo. Così Jamey scrive al numero che crede sia di Veronica, ma dall'altra parte c'è Sierra, che però coglie l'occasione per fingersi la bella della scuola e chattare tranquillamente col ragazzo.


Ovviamente una situazione così potrebbe essere provvisoria, ma Sierra riesce a fare un patto con Veronica affinché possa sfruttarla, o meglio sfruttare il suo volto e il suo corpo, e proseguire la sua farsa con Jamey per molto tempo.

L'idea iniziale di Sierra Burgess è una sfigata potrebbe essere dolce, simpatica e tipica di un film adolescenziale, in cui le differenze fra i ragazzi fluiscono in un messaggio positivo di accettazione di sé e degli altri, ma il risultato finale è tutt'altro che positivo. 
Sierra non è un personaggio positivo come allegramente il film cerca di farci credere, ma non è proprio una bella persona, non ha un carattere che dovrebbe essere considerato come accettabile.  
Sierra viene descritta come una ragazza dolce, matura, intelligente, ma in realtà non ha empatia, si comporta come una bambina di cinque anni viziata e sociopatica. Sierra è il classico esempio di come tematiche come il fat shaming o il body positive vengano strumentalizzati per creare pietà negli altri, da tenere in tasca e tirar fuori al momento più opportuno.  
Quello che Sierra vuole in realtà è essere carina, piacere a tutti, è affamata di popolarità, e quando non riesce, fa i capricci. 


Sierra sfrutta la propria intelligenza, si pone nei confronti degli altri con superiorità intellettiva per ottenere ciò che vuole, ovvero cose futili.
Non ha capito nulla di quello che è stato l'insegnamento dei genitori, che saranno anche un po' strani, ma la supportano, e le hanno solo instillato il sacro messaggio che l'aspetto esteriore non conta, che deve essere se stessa. Ma lei, non accontentandosi, quasi se la prende con loro perché praticamente non le hanno ripetuto ogni giorno di mettersi a dieta.
Ma Sierra sa cosa vuol dire avere dei genitori che, invece di sostenerti, riflettono su di te la loro ansia e frustrazione e in generale i loro problemi?
Certo che sì, o meglio, lo saprebbe se avesse un minimo di empatia, ma lei invece è vuota. 
A dimostrare a Sierra che non è tutto oro ciò che luccica ci pensa Veronica, la ragazza carina della scuola, che però nasconde una situazione familiare al limite del "chiamate i servizi sociali".


Veronica subisce tutti i giorni un costante stress psicologico da parte della madre (Chrissy Metz di This is us) che, dopo essere stata abbandonata dal marito, riversa sulla figlia maggiore tutta la sua bile e le dà messaggi del tutto sbagliati come il fatto che potrà andare avanti solo col suo aspetto.
Le scene fra la madre di Veronica e la ragazza non mi son sembrate nemmeno girate molto bene in verità, la regia mi è parsa un po' strana, ma questo è un altro discorso.  
Veronica è letteralmente l'opposto di Sierra sotto tanti punti di vista, eppure è l'unica rivelazione, l'unica parte interessante, l'unico faro all'interno di questo film. 
La vera evoluzione è proprio Veronica, che scopre di essere altro oltre che carina, sia da un punto di vista umano che intellettuale. Una ragazza che finisce per confrontarsi con situazioni anche gravi e complicate, che ovviamente nel film vengono abbandonate per far spazio all'ego di Sierra.
Ma sapete come la tratta Sierra in tutta la sua magnanimità e sensibilità? 
Come una scema. 


Per lei Veronica a stento sa leggere, figuratevi pensare, è solo la comparsa da sfruttare quando le fa comodo. E non avete notato che Sierra la guarda in modo quasi inquietante? Specie quando Veronica si scatta alcuni selfie, fateci caso. 
Vi dicevo, l'idea di partenza di Sierra Burgess è una sfigata, poteva essere una cosa carina e tenera se durava poco, un classico film sentimentale per ragazzi, se riuscivano a trovare una soluzione narrativa affinché una bugia così importante potesse avere un realistico risvolto in cui non ti dovrebbero arrestare. Ma così sviluppato non sembra una storia adolescenziale, è solo una serie di circostanze imbarazzanti. E scatena un effetto domino che porta a situazioni sbagliate
Ed è vero l'aspetto esteriore di Sierra non è affatto un difetto, il vero problema è la sua cattiveria e il suo egoismo.


Prima mette in moto delle situazioni ma poi quando non vanno come dice lei, o non riesce ad affrontarle, se la prende con gli altri. Che sia Veronica, la sua famiglia, o le "cose che le sono successe", il colpevole è sempre un altro. Il mondo cospira contro Sierra nella sua mente, e lei per tutta risposta prende in giro un ragazzo innocente che potrebbe tenerci a lei, rovina la reputazione di una persona che le si dimostra amica e che cerca di aiutarla, e come ciliegina sulla torta, allontana il suo migliore amico Dan, che, per quanto sia irritante, si suppone le voglia bene.
La cosa forse peggiore è che tutto questo meccanismo malsano, fatto di personaggi evitabili come Sierra appunto, si risolve con un colpo di bacchetta all'interno del film, come se nulla fosse successo, con due risultati negativi: il primo è che la storia risulta poco credibile e costruita male, della serie basta una canzoncina e siamo tutti amiconi. 

Un atto di pentimento? No, solo un modo per pensare al prossimo diabolico piano.

Il secondo è il messaggio che manda, ovvero che anche se imbrogli e sei una persona orribile, anche senza far nulla per cambiare o far ammenda per i tuoi sbagli, puoi essere premiato. Come a dire che due smorfie di imbarazzo bastino a farti apparire migliore. 
Sierra Burges non è una sfigata, è una ragazza bianca, eterosessuale, di buona famiglia, che dalla sua ha anche scaltrezza, malizia e una testa che funziona a suo vantaggio, è sicuramente privilegiata ma non è una sfigata. E fatemi spendere due parole anche sull'attrice Shannon Purser, ripescata dal sottosopra di Stranger Things senza alcun particolare talento. 
Non credo sia il peggiore dei film sull'adolescenza che abbia visto, e, nonostante la prevedibilità, ha un aspetto positivo, ovvero che non è eccessivamente noioso; ma Sierra Burgess è una sfigata è un film strano, e un po' inquietante, che fa passare dei messaggi, o meglio dei caratteri e dei comportamenti come normali quando invece sarebbero immorali, illegali e da condannare. Spero che non sia riuscito negli intenti iniziali perché se è stato pensato e fatto volutamente così, siamo nei guai. 

Titolo originale: Sierra Burgess is a loser
Genere: commedia
Durata: 105 minuti
Regia: Ian Samuels
Uscita in Italia: 7 Settembre 2018
Paese di produzione: Stati Uniti

Voto 3


Se volete conoscere le novità in uscita al cinema, questa settimana le commento da Pensieri Cannibali. Cliccate qui, che fra suore, Il Volo, e i voti gonfiati di Cannibal Kid, il trash dilaga. 





Le recuperate, i TOP&FLOP 2018 e un po' di Golden Globe!

Vi vedo lanciati con le liste delle serie tv migliori e peggiori del 2018, in tutte le varianti possibili e immaginabili, ma io devo dirvi la verità, non ho molta voglia di guardarmi indietro e fare lunghi elenchi approfonditi di top e flop. Tra l'altro, se da un lato non ho trovato le migliori serie tv della vita, dall'altro non posso nemmeno dire di aver assistito ai peggiori spettacoli possibili.
Posso dirvi che ho apprezzato i messaggi trasmessi da Le terrificanti avventure di Sabrina e in Insatiable, e soprattutto come questi messaggi vengano veicolati attraverso delle serie comunque leggere e per ragazzi.  Ho un ottimo ricordo di The Marvelous Mrs. Maisel, aspetto ardentemente che doppino la seconda stagione, e credo che l'attrice Rachel Brosnahan, si meriti il Golden Globe; così come mi è piaciuta The Alienist e voglio il seguito e pure una cena con Luke Evans se possibile. Ma non posso considerarle delle serie impeccabili, senza ombra di difetto.


Così come i miei flop, non sono proprio dei bocciati senza possibilità di redenzione. O meglio, vi aspettavate forse che la seconda stagione di 13 Reasons Why potesse farmi improvvisamente cambiare idea sull'intera serie? Certo che no, già la prima stagione mi aveva lasciato perplesso, figuratevi il seguito senza senso.
Ma più che fastidio, è stato dispiacere per ad esempio Here and Now che è stata buttata alle ortiche con un'idea stramba, seppur avesse i suoi (pochi) punti di forza; e poi ho persino rivalutato (di poco eh!) The Affair con l'ultima stagione. L'unica cosa che mi fa davvero strano è che American Crime Story: L’assassinio di Gianni Versace abbia vinto il Golden Globe come miglior miniserie, perché forse abbiamo visto due robe diverse e non ci siamo capiti. Posso accettare che Darren Chris si sia beccato una statuetta come miglior attore perché, dai, è stato bravo, era inquietante e più calato di uno spaghetto nell'acqua bollente a mezzogiorno. Ma la serie è troppo dispersiva rispetto a quello che dovrebbe raccontare, gli attori ispanici che parlano in inglese per interpretare personaggi italiani sono a dir poco strambi e si raggiunge la noia anche con facilità.
Insomma guardiamo avanti anche perché ci aspetta una intensa stagione di serie tv. Negli ultimi tempi ne ho recuperate ben quattro, fra cui due miniserie per i più frettolosi.



Killing Eve
Prima Stagione
⭐⭐⭐

Anche Killing Eve, trasmessa da TimVision lo scorso ottobre, si è fatta notare ai Golden Globe con due candidature e la vittoria di Sandra Oh come miglior attrice, cosa per cui non sono del tutto d'accordo, ed inizio a pensare che debba avere più di un santo in paradiso.


Killing Eve racconta appunto le vicende di Eve Polanstri che lavora per l'ente per la sicurezza inglese e che farà strada nel suo lavoro seguendo le mosse di una killer professionista di nome Villanelle, che non sembra avere tutte le rotelle a posto, oltre ad essere particolarmente spietata. 
Eve invece è un po' goffa, alle prese con un matrimonio che non proprio la soddisfa, ed anche un ruolo lavorativo che non riesce a farla volare. Ma proprio grazie alla caccia a Villanelle riuscirà a fare un grosso passo avanti nella sua carriera, e ottenere la svolta che cercava. 
Tuttavia fra le due donne si creerà una strana chimica che le spingerà ad avvicinarsi, per quanto entrambe siano ligie al loro ruolo e a quella che è la loro missione. 


Avevo buone aspettative su Killing Eve e in parte sono state ripagate perché la serie parte in maniera intrigante, fresca, accattivante ed anche con una vena comica che, per quanto non faccia sbellicare, va ad alleggerire le puntate. Col tempo però ho notato degli aspetti che non mi hanno fatto impazzire. Intanto dei buchetti narrativi che sinceramente non ho capito e non volevo, ma soprattutto secondo me questa serie ha sofferto il fatto che sin da prima della messa in onda si sapeva già che sarebbe stata rinnovata per una seconda stagione. Quindi loro avranno pensato bene di allungare la storia il più possibile, prendersi il loro bel tempo, e giocare il più possibile. 
Ma, cosa ben peggiore a mio avviso è che della storia intrigante di spionaggio, del thriller, di tensione e anche d'azione che dovrebbe essere alla base di Killing Eve, alla fine, è rimasto poco. 



Il tutto è un po' evoluto in una sorta di tragicomico surreale cacio e pepe, che per me smonta quell'impianto che sembrava molto interessante. Anche i personaggi sembravano ben costruiti, ma poi ho avuto l'impressione quasi che stessi vedendo un'altra serie tv
E, in tutta onestà, non credo che Sandra Oh meritasse il Golden Globe. Non fraintendetemi: è brava come attrice e il suo ruolo in Killing Eve è comunque ben strutturato, oltre ad avere una evoluzione, quindi è anche dinamico da seguire. Tuttavia credo che la vera star della serie sia Jodie Comer (forse non ve la ricordate in The White Princess perché l'ho visto solo io e i genitori di Jodie). La sua interpretazione di Villanelle è perfetta, riesce a passare dall'infantile allo spietato fino ad essere cruenta, freddissima, a volte sembra quasi spenta, intristita, eppure dentro l'azione. Ha un range di emozioni e personalità che la rendono stramba, inquietante ed affascinante allo stesso tempo. 
La cosa che mi incuriosisce è scoprire come proseguiranno con la seconda stagione di Killing Eve, ma il mio interesse è scemato. 


Hill House - The Haunting of Hill House
Prima Stagione
⭐⭐⭐🌠

Acclamata e amata da tanti Hill House, che potete recuperare su Netflix, su di me non ha avuto un fascino senza eguali. 



La famiglia Crain, composta da Hugh, Olivia e la squadra di calcetto che sono i loro cinque figli, si trasferisce a Hill House, che non gode proprio di una buona fama, con l'intento di ristrutturarla e tirarci su un bel gruzzolo. Tuttavia ben presto si renderanno conto che la grande casa nasconde più di qualche segreto e porta i segni di tutte le anime che hanno attraversato quelle stanze. Il destino dei Crain si legherà quindi indissolubilmente a quello di Hill House, e, nonostante passeranno molti anni, tutti i componenti porteranno le ferite lasciate dal breve periodo in quelle mura.


In totale sincerità sono un fifone. Non amo gli horror e devo dire che Hill House in questo senso riesce molto bene a creare ansia e tensione, ma non ho capito le ragioni per così tanta acclamazione. 
Le storie di case infestate non mi sembrano una novità che si sono inventati quelli di Netflix, e la storia è tratta da un romanzo del 1959, per cui non sono vicende proprio mai sentite, anzi. 
Tra l'altro, una volta capito come funziona questo gioco malefico che la casa mette in atto, e quali creature la abitano, e specie quando gli spettri si palesano con i loro trucchi un po' posticci tipici dei tutorial di Youtube, devo dire che la tensione cala e si riduce a pochi momenti di dubbio.
A spezzare poi "l'incantesimo" di Hill House, quel senso di desolazione, claustrofobia e mancanza di fuga è proprio la storia stessa che si apre subito a vari paesaggi, compreso il grande giardino intorno  all'abitazione, seppur inquietante, e a nuove situazioni, spostandosi fra passato e presente. 



Ma soprattutto a farmi perdere il contatto con la storia è stata una semplice domanda: perché?
Con quale logica una famiglia, la cui capostipite soffre di frequenti emicranie e paranoie, decide di andare in una casa antica, in cui probabilmente ci saranno tantissimi fastidiosissimi rumori? E con che logica decidono di trasferirsi con bimbi piccoli a seguito in una casa da ristrutturare, col rischio che diventi pericolosa anche solo per le scale, i martelli, i cacciavite e gli attrezzi sparsi in giro? 
E dove sono i genitori durante le giornate di 'sti ragazzini?
Insomma, più che un acchiappa fantasmi forse serve prima chiamare i servizi sociali.



Certo, si fa molta leva anche sulla psicologia dei personaggi, sembra che si voglia sottintendere che più che la casa, il problema sia una sfortunata ereditaria malattia mentale, anche se è un alone che svanisce molto presto.
Gli attori in ogni caso sono bravissimi nel rappresentare il rapporto che i fratelli Crain hanno fra loro, di come siano stati segnati dalle vicende di quella casa. Però mi è mancata quell'idea di non detto fra di loro, di mistero, di un segreto che si portano dietro, perché ognuno affronta il passato e il riflesso dello stesso in modo diverso. 
È come se ognuno avesse un ricordo completo della loro esperienza a Hill House e una reazione ben definita alla stessa, quando invece credo dovrebbero avere idee frammentarie dovute a rimembranze diverse e magari incomplete. Pensavo di aver colto male io questo aspetto, ed invece è proprio voluto, ed ho scoperto che tutti i fratelli rappresentano qualcosa, ovvero le cinque fasi del dolore.



Sarà anche voluto, ma secondo me rompe un po' la tensione, l'intreccio, il come mai fra i fratelli comunque non scorra buon sangue.
Sinceramente il modo in cui interagiscono fra loro mi è sempre sembrato un po' isterico, più che arrabbiato o rancoroso, e mi è capitato di trattenere la risata per non svegliare tutta casa.
Insomma The Haunting of Hill House, per quanto abbia dei punti di forza, come la regia, o la recitazione, la cura dei dettagli e i tanti elementi da approfondire, mi ha lasciato con parecchi dubbi. Seguirla è piacevole e scorrevole, il finale in qualche modo prova a riunire tutti i pezzi, ma, da non appassionato di horror, non capisco come si possa considerarlo quasi un capolavoro.


Vanity Fair
Miniserie
⭐⭐⭐⭐🌠

Merita senza ombra di dubbio la miniserie Vanity Fair che LaEffe ha trasmesso intorno ad Ottobre/Novembre. Appena ho visto la locandina mi ha colpito, al punto che l'avrei guardata anche in lingua originale. Si tratta di una serie in sette puntate, ispirata ovviamente al romanzo di William Makepeace Thackeray.


Protagonista assoluta di questa fiera della vanità è Rebecca "Becky" Sharp, di umili origini ma grandi aspirazioni, la quale frequenta un collegio con un'altra protagonista, Amelia Sedley, che invece è una ragazza di buona famiglia. Le due ragazze hanno caratteristiche diametralmente opposte non solo per le proprie origini: Becky, conscia di non avere nessuno al mondo, ha un carattere forte, spigliato, non si dà mai per vinta, ma soprattutto vuole a tutti i costi migliorare la propria condizione sociale, cercare di arraffare il più possibile e restare sempre a galla. 
Amelia invece vive in un mondo tutto rosa fatto del suo amore per il giovane George, e più volte mi è venuta voglia di urlarle contro per quanto risulta cieca. Entrambe però sono destinate alla stessa fine perché, come ci ricordano ad ogni puntata, alla Fiera della Vanità tutti si impegnano per ciò che non vale la pena avere.



Tralasciando la modernità del messaggio contenuto in Vanity Fair, ho adorato questa miniserie tanto da centellinarmela. Carini i costumi, la ricostruzione della metà dell'ottocento, e in generale risulta piacevole la regia, che rende tutto scorrevole. Forse avrei incupito un po' le luci, perché i temi sono tutt'altro che brillanti, ma questa è una mia visione, perché per il resto non ho nulla di negativo da dire.
Adoro come Becky rompa la quarta parete guardando direttamente in camera, ma adoro proprio l'attrice che la interpreta, Olivia Cooke, e come l'abbia resa perfetta, sfacciata e disposta a tutto pur di emergere. 
Nonostante entrambe le protagoniste siano due esempi da non seguire, siano due antieroine, in parte è impossibile non empatizzare con loro e con le loro vicende (certamente l'epoca diversa rende la storia più comprensibile, in prospettiva), e Vanity Fair in questo senso riesce a coinvolgere lo spettatore, a farlo sorridere, a farlo riflettere. 
Quindi se come me amate le serie in costume, e cercate una piccola perla, piacevole da seguire e che non impegni troppe serate, Vanity Fair è da tenere in considerazione.


A Very English Scandal
Miniserie
⭐⭐⭐⭐

Ispirata sempre ad un romanzo, ma anche a reali fatti di cronaca, mi son sorpreso a scoprire che anche A Very English Scandal avesse ben tre candidature ai Golden Globe di quest'anno, e son contento che se ne siano portati a casa uno, perché è una miniserie carinissima. 


Nelle tre puntate di A Very English Scandal si raccontano le vicende del parlamentare Jeremy Thorpe, che intraprese una relazione omosessuale con un giovane ragazzo, Norman Scott/Josiffe. Lo "scandalo" è dovuto al fatto che, non solo siamo nell'Inghilterra degli anni '60, dove l'omosessualità era ancora all'epoca un reato, ma soprattutto per come le cose evolvettero. Thorpe infatti cercò di mantenere le apparenze di buon padre di famiglia fedele solamente alla moglie (anzi, le mogli) fino alla fine, nonostante la sua omosessualità non fosse un segreto assolutamente bisbigliato. E i suoi tentativi di mantenere questa facciata si trasformarono nel tentato omicidio di Norman Scott



Quel che mi ha sorpreso è che si tratta di una storia reale ma assurda. Intanto i personaggi hanno sicuramente le loro particolarità: Thorpe era leader del partito liberale, e pare fosse un politico davvero apprezzato e attivo nelle campagne che muoveva, ma era sicuramente un tipo un po' eccentrico, plateale, dai modi un po' sopra le righe. Dall'altro lato Norman Scott rivelerà un carattere anch'esso particolare, lunatico, vendicativo, a tratti infantile, più volte descritto dai mass media come un arrampicatore sociale, ma anche un po' vittima delle vicende e di una sorte non proprio a suo favore. 
L'unione di questi due personaggi, congiunti alle circostanze socio-politiche, creerà un caos che si è protratto praticamente fino ai giorni d'oggi. A tratti inoltre la storia assume connotati ironici, ma molti momenti sono davvero drammatici.



Le vicende di A Very English Scandal coinvolgono sì due personaggi che diventeranno in vista, ma soprattutto si tocca un tema sensibile all'epoca ed anche tutt'ora, e colpisce come tutto questo rendez-vous di situazioni, personaggi, intrecci e casini vari, sia mosso praticamente dai condizionamenti e dalla percezione che la società aveva ed ha dell'omosessualità, e questo ha un risvolto molto amaro. I due protagonisti letteralmente si piegano al terrore che la società non li comprenda, o peggio li giudichi come esseri alieni, ed in parte sarà realmente così.
Lo stesso Thrope cercò di negare, come vi dicevo, parte delle vicende, eppure pare che dichiarò, nell'ultima parte della sua vita, che oggi probabilmente le cose sarebbero state percepite in modo diverso. E per fortuna è vero.



Mi ha colpito anche come, i media di comunicazione dell'epoca, cercarono in tutti i modi di sfruculiare  nella vita dei personaggi, di come tutti i dettagli vennero sbattuti in tv e sui giornali, in un modo di fare gossip molto attuale. 
A parte comunque la storia, i punti di forza di A Very English Scandal sono diversi. Non sono mai stato un grande fan della recitazione di Hugh Grant, ma devo dire che qui è perfetto, equilibrato, calato nel ruolo e credibile. Forse hanno calcato un po' la mano con Norman Scott, ma l'interpretazione di Ben Whishaw meritava il Golden Globe che ha vinto, perché immagino non sia stato facile muoversi in un range di emozioni disparate nel giro di pochi attimi. La regia poi è stata affidata ad un volto noto anche sul mio blog ovvero Stephen Frears, già regista di film come The Queen, Florence, Victoria e Abdul, e molto altro che probabilmente avrete visto, quindi la godibilità da questo punto di vista è garantita, e rende A Very English Scandal una miniserie da recuperare.


Questa è una parte di ciò che ho recuperato negli ultimi tempi del 2018, e in parte nel 2019. Quest'anno spero di non far accavallare troppe serie tv, perché sapete che mi piace di chiacchierare e non voglio ammorbare nessuno.
Fatemi sapere se vi va, cosa vi tiene compagnia in questo periodo!







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