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Film e Serie tv di Settembre: pochi ma buoni (più o meno)

Pensavo che la ripresa settembrina mi avrebbe dato una spinta a gestire meglio il mio tempo e tutti gli impegni, ed invece mi sono sicuramente perso qualcosa nel corso del mese che sta per passare. Inevitabilmente ho anche perso qualche colpo con i film e le serie tv e quindi qui sul blog, ma è stato un mese comunque positivo perché non ho vere e proprie bocciature da lamentare.

Le opinioni più tiepide le ho avute forse col nuovo film L'Uomo dei Sussurri, arrivato su Netflix a fine Agosto.


Come vi dice in review, il cast è la punta di diamante del film e fa tutto il lavoro per una sceneggiatura che non spicca per innovazione e in parte anche per logica man mano che la storia evolve. La suspense e il ritmo ci sono pure, infatti L'uomo dei sussurri è uno di quei film semplici che ti riempiono la serata, e va benissimo per questo scopo. Ma se vi aspettate qualcosa di più secondo me non riesce ad emergere in questo mare magnum attuale. Non è quindi bocciato, penso solo che ce ne dimenticheremo presto.

Meglio, ma comunque non mi ha soddisfatto al 100% anche la seconda parte o la seconda stagione di Cent'anni di solitudine, in streaming sempre da agosto ma che io ho visto poi a settembre.


Aspettavo con tanta curiosità il proseguo di questa serie, che reputo ed ho reputato una delle migliori proposte di Netflix degli ultimi anni. Resta ancora un'opera enorme proprio per sceneggiatura, messa in scena e interpretazioni anche in questa seconda parte che chiude definitivamente la serie, però mi è mancato qualcosa. La gestione dei tempi in particolare non mi è sembrata ottimale e l'idea di pubblicare il finale dopo settimane dal resto degli episodi mi è sembrata una scelta poco centrata. Se volete approfondisco qui.

A proposito di ritorni, non è una sorpresa che fra i promossi di Settembre ci troviate la quinta stagione di Trying.


Io sono un fan di questa piccola serie tv Apple Tv + tanto che vorrei durasse per sempre: sa di casa, sa di buono, sa di favola e anche di coccola ma pur sempre con un occhio più o meno cinico sulla nostra quotidianità. Mi rendo conto però che nessuna serie tv può durare per sempre e anzi auguro a Trying una degna conclusione, ma intanto questa quinta stagione mi è piaciuta. È sempre coerente, divertente e dolce quanto basta. Il ritmo continua ad essere impeccabile così come la caratterizzazione dei personaggi a cui ormai voglio bene. Aspetto insomma il rinnovo per una sesta stagione che Apple ancora non ha rilasciato.

E poi a settembre è tornata una nuova stagione di The Gentlemen, la serie tv di Guy Ritchie che invece è già stata confermata e sembra sia già in produzione con una terza stagione.


A me, che non sono proprio fan del machismo a volte un po' tamarro, The Gentlemen ha subito fatto presa grazie al cast azzeccatissimo, che in questa seconda stagione si espande con qualche cameo interessante, e ad una storia che prosegue con coerenza e nervo. La parentesi italiana è forse un po' farcita di cliché, ma sono funzionali alla storia e soprattutto dà aria alla narrazione. E poi ci sono alcuni dei nostri attori bravi e credibili. Questa seconda stagione è forse un po' più oscura, più cruda, ma io aspetto e spero che la serie prosegua proprio su questa strada, magari dandoci una sorta di Mobland ma con un pizzico di ironia e humor inglese. Staremo a vedere, ma intanto la recensione completa è qui. 

Ultima promozione di settembre va invece al film The Invite - Il piacere è tutto nostro, che merita le attenzioni che sta ricevendo.


L'ho detto e lo ripeto: non è secondo me il film più innovativo e unico che abbia visto negli ultimi tempi, ma è efficace a darci ancora una volta una finestra sempre attuale sul complicato mondo delle relazioni sentimentali. Olivia Wilde sta diventando un'ottima regista, in grado di rendere spazi e inquadrature come parte integrante della storia, e gli attori coinvolti sono più che azzeccati per i loro ruoli. Se volete sapere di più, la mia lunga riflessione su The Invite vi aspetta qui.

I ritorni seriali che stavo aspettando, tiriamo le somme

Chiudere parentesi, spuntare elenchi, depennare liste, chiamatelo come volete ma nelle ultime settimane ho terminato un paio di serie tv tornate con nuove stagioni durante questa torrida estate. Tiro un po' le somme così ne parliamo un attimo.


Cent'anni di Solitudine 
Parte 2

Quando sembrava non ci fosse più speranza, a distanza di quasi due anni, il 5 Agosto sono arrivati su Netflix gli ultimi 8 episodi dell'adattamento del romanzo di Gabriel García Márquez. Anzi in realtà ci hanno fatto un po' penare perché il vero finale conclusivo è arrivato il 26 dello stesso mese.
Su queste mie pagine Cent'anni di solitudine è stata molto apprezzata perché per una volta Netflix ha fatto tutto giusto: avevano il consenso della famiglia dello scrittore a procedere con questo adattamento, ed hanno scelto un cast del tutto colombiano. Ma soprattutto erano stati in grado di traslare in immagini il realismo magico di Márquez, seppur la natura stessa del genere e della storia possa essere ostica per alcuni, o poco leggibile da altri, essendo così ricca, fluente ma anche articolata.

Eppure questa seconda parte di Cent'anni di Solitudine riesce meglio su certi aspetti, ma peggio su altri rispetto alla prima. Subito la stagione si apre con una piccola anticipazione di quello che sarà, ma poi si torna nel vivo di Macondo che non è più la città che José Arcadio Buendìa aveva fondato. Lentamente infatti sta cambiando faccia, sempre più stranieri si affacciano mentre la tecnologia avanza, e con l'arrivo di una stazione tutto precipita.

Il focus di questa nuova stagione è sui gemelli Aureliano Segundo e José Arcadio Segundo. Il primo finirà per sposare l'austera e fervente religiosa Fernanda del Carpio, che pretenderà un ruolo di spicco nella famiglia. L'animo sognatore di José Arcadio invece lo spingeranno a studiare i manoscritti che dovrebbero contenere tutti i segreti della sua dinastia ma anche portare quella che sarà una delle rovine di Macondo: la modernità.

La parte 2 di Cent'anni di Solitudine va a chiudere perfettamente la serie con le caratteristiche, i pregi e i difetti che già conoscevamo dalla prima stagione, ma anche con qualche variazione più o meno importante. La narrazione ad esempio mi è sembrata un po' più fluida, più veloce, più lineare rispetto a quelle linee caotiche che i primissimi episodi seguivano. Diciamo che l'avvento della modernità, porta tutto su un piano più terreno, mentre quella magia torna a far capolino solo con alcuni personaggi.
Questo non è necessariamente un male, ma ammetto che mi è parso di notare ci sia stata una gestione delle tempistiche meno efficace rispetto alla parte 1.


Penso ad esempio agli episodi dedicati a Renata: è vero che, mentre vediamo crescerla, sullo sfondo si sviluppa la faccenda della compagnia bananiera ma la storia della figlia di Fernanda sembra una parentesi quasi da soap opera, che poi non ha grossi agganci col resto. Anche la scelta di posticipare l'ultimo episodio a distanza di settimane dal resto di questa seconda stagione di Cent'anni di solitudine non ha secondo me aiutato. Le puntate da un'ora non sono esattamente adatte al binge watching, però questo finale, che è potente e chiude il cerchio, poteva essere più godibile da vedere subito.

Questa piccola flessione però secondo me non intacca quel che è e che è stato il valore di questo adattamento di Cent'anni di solitudine, che è riuscito a mostrarci un'opera così metaforica, complessa, fantasiosa e ricca di simbolismo. Quindi è comunque una serie tv che merita nonostante lo zampino di Netfllix finisca sempre per farsi riconoscere. 



Trying 
Quinta stagione

Credo che al momento Trying sia la serie tv più longeva che sto seguendo, che fra chiusure e cancellazioni arrivare addirittura ad una quinta stagione è diventato sempre più raro. E forse è ancora più raro che una serie tv rispetti il patto che ha fatto col suo pubblico per così tanto tempo. 

Trying è sempre stata quella serie tv leggera, fiocchettosa, inglese quanto basta, di compagnia e accogliente che secondo me forse non ha avuto mai quel successo virale che in fondo si meritava. Questa sua longevità ha però ripagato grazie ad una storia che non ha trovato intoppi sul suo cammino ma che come dicevo ha rispettato il patto col pubblico. Trying non ha mai voluto essere rivoluzionaria ma ha raccontato una storia coerente fino a questa quinta stagione: Jason e Nikki hanno provato a diventare genitori, e adesso stanno provando a prendersi cura dei due ragazzi che sono riusciti ad adottare non senza alti e bassi.

Il diversivo di questa stagione è Kat (Charlotte Riley, Malice), la madre naturale di Princess e Tyler che vorrebbe riallacciare i rapporti con i figli. Se Tyler sarà meno interessato alla cosa, Princess, essendo più grande, cercherà le risposte che ha sempre voluto conoscere da quella donna che in fondo è una estranea.

Questa sarà una doppia sfida per Nikki che già deve stare al passo con due adolescenti, ma adesso ci sono altre nuove dinamiche che fa fatica a capire. E poi sia lei che Jason (Rafe Spall, Bait) stanno iniziando dei nuovi percorsi lavorativi che li metteranno ulteriormente in difficoltà.

Ovviamente lo saprete se seguite Trying: quando si parla di problemi all'interno di questa serie tv, nonostante tocchi argomenti complessi e attuali, non si tratta mai di drammi interminabili. C'è sempre una battuta, una scena, un personaggio che riesce a spezzare la tensione e portare tutto ad un piano più ironico. Eppure questa quinta stagione mi è sembrata davvero ricca e profonda, ed anche un po' più matura.

Non ricordo ad esempio altri episodi in cui fra Nikki e Jason si creassero gelosie e dubbi sulla loro relazione, e questi aspetti potrebbero essere anche approfonditi di più in una eventuale prossima stagione (manca ancora la conferma ufficiale).
E poi ci sono le varie parentesi su Karen e Scott che, oltre ad alleggerire ulteriormente la narrazione con le idee strampalate di lui e i tentati di controllo di lei, danno sempre il fianco a riflessioni sulla famiglia, sugli affetti, su ciò che conta davvero. Credo che, a meno che non la vediate con estremo cinismo, sia impossibile non volere bene a questa banda di scalmanati che ne combina sempre una.
Trying è una serie tv che secondo me non sembra sentire il tempo che passa, ma che riesce ancora a soddisfarmi episodio dopo episodio e che resta uno dei titoli migliori di Apple TV. La chiusura di questa quinta stagione non mi è sembrata risolutiva, ma ancora manca un rinnovo ufficiale. 

Prime Video: le serie tv che ho terminato, fra dubbi e intrattenimento

Oltre a Scarpetta, ho terminato altre nuove serie tv su Prime Video che, devo dire, mi incuriosivano parecchio. Tiriamo un po' le somme e vediamo com'è andata con questi due titoli.



Young Sherlock
Prima Stagione

In attesa del ritorno di The Gentlemen e Mobland, Guy Ritchie ha pensato di impegnarsi su altri fronti e, ispirandosi ai romanzi Andrew Lane, ha dato nuova vita a Sherlock Holmes, ripercorrendo la sua giovinezza. 
Young Sherlock, arrivata in streaming il 4 marzo, parte proprio dalle origini del mito, quando l'investigatore di fama mondiale era poco più che un giovane uomo (qui interpretato da Hero Fiennes Tiffin, Il ministero della guerra sporca, Scatta l'amore) che ancora non sapeva bene cosa fare del suo futuro, e per una serie di peripezie lo ritroviamo come maggiordomo ad Oxford. La sua arguzia ed intelligenza però lo rendono particolarmente attento a tutto, così pian piano non solo a cercherà di risolvere un complesso intrigo che riguarda una misteriosa principessa cinese, ma anche di affrontare alcuni fantasmi dal passato che riguardano la sua famiglia.

La madre di Sherlock, Cordelia Holmes, (Natascha McElhone, Hotel Portofino) infatti si trova in un ospedale psichiatrico a seguito della morte di sua figlia, mentre sembra assente il signor Silas Holmes (Joseph Fiennes, The Handmaid's Tale) in viaggio all'estero come sempre. Ma non tutto è come appare.

Guy Ritchie firma una origin story che è tutta intrattenimento, come ci si aspetta dalle sue produzioni, e che riesce nell'intento di usare un personaggio noto per raccontare altro. 
Tocca ammettere che non era necessario tirare fuori ancora una volta il personaggio di Conan Doyle (pure l'anno scorso avevamo visto Sherlock & Daughter che aveva più o meno lo stesso scopo), però Young Sherlock ha qualche asso nella manica che è ben giocato.

Come le altre serie tv di Ritchie che ho visto, anche qui non manca un budget sostanzioso che gli ha consentito di raccogliere un ottimo cast, fra cui anche Colin First e Max Irons, ma anche di mettere in scena una ricostruzione di location e costumi d'epoca ricca ed elaborata. Ovviamente quello che non può mancare è tanta azione, con scazzottate ed inseguimenti, e momenti di suspense spesso usati come cliffhanger fra un episodio e l'altro. 

In Young Sherlock però hanno anche saputo trovare delle soluzioni creative interessanti ed originali, ad esempio quando ci mostrano come Holmes elabora mentalmente le sue indagini, ricostruendo alcune scene attraverso i suoi ricordi.

La mia promozione è quindi certa, visto che parliamo di una serie tv dinamica, in cui non è tanto il "perché" a tenerti attaccato allo schermo, ma il "come". Però, nell'ottica di parlarne qui pubblicamente, e quindi eventualmente di consigliarla, devo fare alcuni disclaimer che suoneranno come rimproveri alla serie ma non lo sono.

Il primo aspetto riguarda il fatto che, nel tentativo di proporre altro, Young Sherlock non è un semplice giallo, in cui l'investigatore si limita a risolvere il caso o quasi, ma abbiamo un personaggio che vive a tutto tondo. Così ci vengono mostrati i suoi drammi personali, con una famiglia tosta e complessa, le beghe amorose e il rapporto con l'amico (al momento almeno) James Moriarty, interpretato da Dónal Finn. 

Tutto questo a molti potrà sembrare quasi un modo di sviare dal personaggio che conosciamo, o comunque dare alla serie dei risvolti non proprio attesi dal genere che si prefigge. Lo stile poi di Guy Ritchie può non piacere, specie quando scivola in una deriva più pop e contemporanea.

Quindi, Young Sherlock secondo me non farà impazzire i puristi, ma io l'ho trovata accattivante e una seconda stagione non mi dispiacerebbe. Proprio in questi giorni Prime Video ha confermato che la serie è stata rinnovata per un nuovo ciclo di episodi, quindi non resta che attendere.


Bait - Fuori Parte
Miniserie


Shah Latif (Riz Ahmed, The Night Of, Sound of Metal) è un giovane attore che sta ancora cercando la sua strada e spera che quel provino per diventare il nuovo James Bond sia l'occasione della vita. E sarebbe anche una svolta epocale, perché le origini pakistane di Shah lo renderebbero il primo agente 007 non bianco della storia. Peccato però che il casting non vada esattamente al meglio, ma Shah non molla e decide di far scoppiare un pettegolezzo che possa tenerlo a galla in lizza per il ruolo. 
Il giovane attore però verrà schiacciato dal suo stesso piano, finendo in un guazzabuglio mediatico e personale, dovendo anche gestire una relazione finita male e il rapporto con la sua caotica e ingombrante famiglia.

Creata dallo stesso Ahmed, Bait nasce come una commedia che però nasconde un senso vagamente più profondo. Da un lato c'è un attore che si ritroverà a gestire una situazione più complessa e grande di lui, spinto fra le pressioni dell'industria del cinema, inclusi colleghi pronti a fargli uno sgambetto in qualunque momento, la fama improvvisa e l'ambizione a raggiungere un ruolo che può cambiargli la carriera. Una tensione che porterà Shah a intraprendere una serie di scelte sempre più sbagliate che a volte si fa fatica a comprendere.

In realtà il provino per diventare il nuovo James Bond nasconde un doppio fondo: Shah è un giovane di origini pakistane ma che si sente a tutti gli effetti britannico, e che quindi, ipoteticamente potrebbe ricoprire quel ruolo. Tuttavia, l'agente più famoso di sempre, è legato ad una tradizione che è difficile scardinare e continua ad essere raffigurato sempre allo stesso modo: bianco ed eterosessuale. Bond diventa quindi l'emblema di una specifica cultura britannica particolarmente conservatrice.
Così nasce tutto un discorso di appartenenza culturale, e di quanto in fondo gli immigrati di seconda generazione restino comunque esterni rispetto alla possibilità di accedere ad alcuni ruoli, non solo cinematografici. 


Ne consegue così anche l'approccio che Shah ha con la sua famiglia, la "causa di tutti i suoi problemi", che sogna di ammazzare a sangue freddo, ma che non smette mai di difendere.

Questo discorso, ben più serio e complesso di un attore e dei suoi provini, viene inserito in una serie tv che in realtà ha intenti ben più leggeri, con un minutaggio corto e da soli sei episodi, e questo mi dà il fianco per parlare un po' dei problemi di Bait - Fuori Parte.

Di per sé non avrebbe in verità dei difetti, ma è il mio gusto (e questo d'altronde è il mio sito) che non sempre è stato convinto da alcune scelte. Come dicevo, ad esempio, il percorso di Latif diventa sempre più incasinato, schizofrenico, a tratti assurdo e, quando questo capita, mi provoca più distacco che interesse. Si crea un tipo di comicità che a me non fa nemmeno sorridere, quindi viene meno la premessa di una commedia. 

Anche il focus sui personaggi non mi ha sempre convinto: se Shah Latif può a volte sembrare come uno che se le va a cercare, i personaggi di contorno non aiutano proprio a farlo apparire migliore né hanno una qualche forma di approfondimento. Eppure Bait ha un cast di tutto rispetto, perché qui e lì appaiono Ritu Arya (The Umbrella Academy), Rafe Spall (Trying), Sian Clifford (Unstable, Chevalier) e Guz Khan che ha scritto pure la sceneggiatura insieme a Riz Ahmed.

Tirando quindi le somme il bilancio su Bait - Fuori Parte è positivo perché riesce ad essere intelligente ma non pesante, ma è racchiusa in un involucro, o più semplicemente in scelte creative che a me piacciono poco e che dubito possano accontentare un ampio pubblico. Se abbiamo più meno gli stessi gusti, ritenetevi avvisati. 


Due serie tv terminate che già mi mancano 😍

Ci sono quelle operazioni "feel good" che hanno il solo scopo di farti star bene quando le guardi e che riescono a tenerti compagnia senza stancare, e anche quando le cose sono imperfette, o buffe, alla fine funzionano comunque. Le ultime due serie tv che ho terminato sono proprio così, e già mi mancano.


Non sono ancora morta 
Seconda stagione

Ci è voluto esattamente un anno prima di vedere la seconda stagione di Non sono ancora morta e devo dire che come la prima resta una serie tv da vedere, ma purtroppo non è stata rinnovata per una terza stagione.
Prodotta da ABC ma da noi disponibile su Disney Plus dal 3 Luglio di quest'anno, anche in Non sono ancora morta 2 continuiamo a seguire Nell (Gina Rodriguez) e i suoi amici, mentre si destreggia fra un necrologio da scrivere per il giornale e una vita da trentenne da gestire, con nuove relazioni e le amicizie di sempre che la supportano. Ma Nell deve ancora continuare a nascondere il suo segreto: quasi come Melinda Gordon in Ghost Whisperer, la necrologista continua a vedere gli spiriti delle persone morta su cui deve scrivere.


Nonostante il successo pare che ABC non abbia voluto proseguire il progetto Not Dead Yet, e un po' capisco anche le ragioni. Si tratta alla fine di una sit-com spiritosa che anche in questa seconda stagione prosegue per buona parte con una narrazione verticale, in cui ogni episodio (in questo caso sono 10, quindi 3 in meno rispetto alla passata stagione) ha una storia che inizia e termina nel giro di circa mezz'ora. Lo stile inoltre è tipico della workplace comedy, visto che tutte le dinamiche riguardano principalmente quello che accade nell'ufficio del giornale, e i personaggi che vi navigano intorno, ognuno con la sua storia più o meno sviluppata. Ovviamente Non sono ancora morta non parla di come scrivere un necrologio, ma di vari aspetti della vita, sempre in modo leggero e garbato.
Ad esempio in questa seconda stagione si concentrano di più sugli interessi amorosi di Nell e soprattutto si parla di maternità, dell'orologio biologico che inizia a ticchettare più intensamente.


Un altro aspetto che ho apprezzato è che anche i personaggi secondari questa volta prendono più spazio e hanno un piccolo sviluppo nelle loro linee narrative. È soprattutto il rapporto fra Lexi (Lauren Ash) e Edward (Rick Glassman) ad avere maggiori scene, e c'è anche un nuovo personaggio, ovvero il padre di Lexi interpretato da Brad Garrett, che avrà un peso importante per il corso della storia specie negli ultimi episodi. 
Per far questo ho notato che la serie ha messo un po' da parte le storie dei vari "spiriti" che Nell vede, e per quanto questi dessero l'occasione di riflettere sia sulla vita che sulla morte, non è poi un grosso problema.
Un po' per tutta Not Dead Yet 2 ho avuto comunque la sensazione che erano già predisposti all'idea che non ci sarebbe stata una stagione tre, come se si cercasse di dare ad ognuno dei suoi personaggi maggiore consapevolezza e una sorta di maturazione, e io sono della scuola di pensiero che le serie tv non dovrebbero essere stirate troppo a lungo, ma un altro ciclo di episodi, che andasse ad esplorare una maggiore emotività, mi sarebbe piaciuto.
Il fatto è che Non sono ancora morta, con tutti i suoi difetti, ti fa compagnia con ironia, e finisci per affezionarti ai personaggi, anche a quelli più strambi, ma va bene così.



Trying
Quarta stagione

Per fortuna è solo un arrivederci quello con Trying, che dopo questa quarta stagione, terminata agli inizi di Luglio, è stata confermata per una quinta stagione. Secondo me questa serie tv Apple Tv+ è la perfetta accezione di "feel-good" perché hanno saputo creare dei personaggi alla fine empatizzabili, che ti sembrano quasi amici che vorresti nella tua vita.
In Trying 4, Nikki e Jason (Rafe Spall e Esther Smith) non stanno più provando a diventare genitori, ma ad esserlo realmente visto che hanno adottato due bambini che adesso sono diventati due adolescenti, perché abbiamo fatto un salto avanti di ben 6 anni.

Essere genitori in questa fase delicata della vita non è semplice, specie se i figli in questione sono stati adottati e devi in qualche modo rispondere alle tantissime domande che si pongono, soprattutto sui genitori biologici. E così Nikki e Jason cercheranno di aiutare Princess al meglio delle loro possibilità e saranno supportati come sempre dalla loro famiglia.

Trying 4 ha saputo ancora una volta portare avanti i valori della serie tv senza snaturarsi ma proseguendo con una storia e dei percorsi tutto sommato organici con quanto raccontato fino ad adesso. È vero che si sente un po' il tempo che passa, che le battute sono forse un po' più stanche e i dialoghi sembrano a volte meno brillanti, ma la famiglia Newman/Ross continua ad essere caciarona e accogliente tanto da voler stare ancora un po' con loro, e sanno ancora darci quei piccoli colpi di scena che danno ancora più ritmo alla serie.
Il peso dei quattro anni insomma si fa sentire, e non c'è mai stata una vera e propria soluzione a quella mancanza di alcuni approfondimenti che erano necessari, ma d'altronde Trying non ha mai avuto la possibilità entrare molto dentro agli argomenti, visto che gli episodi durano solo mezz'ora circa. 


Forse l'aspetto più "pesante" di questa quarta stagione riguarda la capacità di dare ai personaggi secondari una storia interessante, ed in particolare il filone narrativo di Scott (Darren Boyd), che è sempre stato uno dei personaggi più bizzarri ma che adesso sembra prendersi uno spazio per una missione da compiere, che forse non avrebbe dovuto avere. Ho invece apprezzato Karen (Sian Brooke) che sta bilanciando meglio i suoi lati, da quello cinico a quello più affettuoso, dimostrando una lenta e costante crescita.

Trying 4 porta ancora insomma quel senso di casa, di famiglia, di imperfezione, che ti fa sentire parte di questo gruppo a volte sgangherato ma umano. Qui vi parlo della quinta stagione, arrivata ad Agosto 2026.

  

One Day: è meglio il film o la nuova serie tv Netflix?

Un libro, un film e pure una serie tv: c'è un limite per cui una stessa storia può essere strizzata e riproposta? A quanto pare no, e One Day ne è la riprova.
Dal romanzo omonimo di David Nicholls (che non ho letto, per questo è escluso dal discorso), One Day racconta la storia di Emma Morley e Dexter Mayhew, due giovani che si conoscono la sera della loro laurea, il 15 luglio del 1988, e sembra che fra i due possa nascere qualcosa, ma non accade nulla di concreto se non l'inizio di un rapporto che li renderà irrimediabilmente legati. 
Subito dopo la laurea seguiamo un po' quello che accade ad Em e Dex nel corso di circa venti anni, sempre causalmente il 15 luglio, con nuove relazioni, lavori e amicizie, scopriamo come si ritroveranno e si allontaneranno a secondo di dove la vita e le loro scelte li porterà.

Sia il film che la serie tv quindi girano intorno agli stessi elementi e alle stesse linee narrative, dove più e dove meno, ed abbiamo a che fare con una storia romantica che però non vuole risultare prevedibile, con delle vene più drammatiche, ma che non si muove troppo sul melodramma, restando più che altro una rom-com agrodolce, che cerca di esplorare altri tipi di relazioni, non solo quelle sentimentali ma anche con la famiglia e gli amici. Non aspettatevi però gli elementi brillanti della commedia tradizionale.

La versione cinematografica di One Day è uscita nel 2011, e non credo di averla vista in quegli anni, quindi l'ho recuperata su Prime Video di recente. Nelle vesti dei due protagonisti troviamo addirittura due giovanissimi Anne Hathaway e Jim Sturgess (che non vedevo dai tempi di Home Before Dark), ma anche Rafe Spall, che poi ho amato in Tryng, e Patricia Clarkson sebbene in un ruolo molto collaterale.


Genere: Drammatico, Sentimentale
Durata: 107 minuti
Regia: Lone Scherfig 
Uscita in Italia: 11 Novembre 2011 (Cinema)/ Prime Video
Paese di produzione: Gran Bretagna, Stati Uniti d'America

Da un punto di vista strettamente narrativo mi è sembrato un film molto scorrevole, forse anche troppo perché se si guarda facilmente e con piacere, sembra che comunque corra per arrivare al suo finale. Il rapporto fra Dexter ed Emma pare infatti carente di qualche step, perché li vediamo separati e improvvisamente insieme, più maturi, che magari discutono o fanno pace, quando di mezzo non sembra essere intercorso nulla. Come se avessero preso tanti segmenti, e li avessero messi uno dopo l'altro, e sta a noi trovarci il filo conduttore. Di conseguenza la loro distanza sembra qui e lì quasi una forzatura da copione. Ad esempio non sappiamo bene come Dexter arrivi a lavorare in televisione e tutti i problemi che affronta, fra cui le dipendenze, né vediamo Emma alle prese con altre relazioni.

One Day in fondo è uscito in anni in cui i film non duravano quanto un volo fra Auckland e New York, e nella sua ora e quaranta inevitabilmente si perde qualche passaggio che mi sarebbe piaciuto conoscere meglio, anche per non far sembrare le reazioni dei due come spropositate, o poco costruite. Anche il mio coinvolgimento è stato quindi un po' ballerino, non sempre sono stato travolto dall'impatto che le scene dovrebbero avere. 

Inutile dire che di questa fretta ne risentono molto i personaggi secondari, che sono tratteggiati in modo superficiale e spesso sembrano caricaturali, come ad esempio Tilly, l'amica di Emma, che quasi non ha un ruolo in questa versione.

Dall'altro lato però ho apprezzato come i due protagonisti vengono raccontati: Anne Hathaway riesce ad essere arguta ma non petulante, fin da subito vediamo in lei un bagliore che può anticiparci la donna che sarà in futuro, e sa adattarsi a tutte le fasi della vita di Emma. Anche i costumi le danno una mano a maturare e a far vedere i suoi cambiamenti nel tempo. Il personaggio di Emma è interessante ma un po' limitato per certi versi: qui la conosciamo soprattutto sul lato lavorativo, ma quasi nulla si sa dei suoi partner nel tempo, e purtroppo ammetto che non ho colto come mai fosse interessata a Dexter se non per la tipica attrazione fra studentessa e cattivo ragazzo.

Il Dexter di Jim Sturgess infatti non risulta magari subito simpatico, anzi fin dall'inizio sembra problematico, il tipico ragazzo di buona famiglia che non vuole mettere la testa a posto. Non ne capiamo bene nemmeno tutti i lati d'ombra, ma qui il suo interesse e direi quasi il bisogno che ha di Emma è molto più palese che nella serie tv Netflix.
Nel film però ho apprezzato la sua parabola: da ragazzo sbruffoncello lo vediamo maturare, diventare più sicuro e consapevole, come un uomo che vuole fare la cosa giusta dopo aver sofferto molto.

In effetti questa trasposizione di One Day a me ha dato più l'idea di un dramma romantico: sono quasi assenti parentesi di comicità volontaria, e già quella breve anticipazione nella scena iniziale, col senno di poi, imposta la storia verso il momento più forte di tutto il film.

La serie tv presenta ovviamente molti aspetti differenti nella sua struttura. La produzione Netflix di One Day è arrivata in streaming l'otto febbraio di quest'anno, ed ha suddiviso la storia in addirittura 14 episodi da circa 30 minuti l'uno. In questo caso i protagonisti sono interpretati da Ambika Mod, che non ricordavo fosse stata sia in Trying che in I Hate Suzie, ma immagino con ruoli minori per cui notarla sarebbe stato difficile, e Leo Woodall, che invece avevo notato bene nella seconda stagione di The White Lotus.


La storia e a volte anche i dialoghi sono inevitabilmente sempre quelli, se non con una variazione poco importante della nazionalità della attrice protagonista, puntando alla diversity che oggi è più presa in considerazione, o alcune location come la Grecia al posto della Francia quando i due vanno in vacanza. In questo caso, la durata della miniserie, stranamente molto più lunga di quanto si suole fare di questi tempi, dà ovviamente lo spazio per mostrare e gestire qualche dinamica in più, ed un quadro di insieme più completo, ma comunque ci sono stati aspetti che avrei voluto conoscere un po' di più. Penso ad esempio alla perdita della madre di Dexter, o il rapporto di Emma con la famiglia o con il fidanzato Ian perché da quello che ci mostrano era inevitabile che le cose fra i due non potessero funzionare. Avrei invece rimosso parti che indubbiamente mi hanno dato l'idea di riempitivo che non toglievano e non aggiungevano nulla alla serie in sé.

Questo adattamento di One Day inoltre mi ha incuriosito proprio per la sua impostazione generale: credo infatti sia stato pensato così per scatenare il binge watching nello spettatore, ma se da un lato c'è la curiosità di capire cosa accadrà il successivo 15 luglio, dall'altro non è che sempre mi sentissi così coinvolto da avere fretta di scoprire cosa sarebbe capitato a Dexter e Emma. Questo credo fosse dovuto alla chimica fra i due attori che non è estremamente trascinante. 


Leo Woodall secondo me se l'è cavata molto bene, è naturale nel ruolo di Dex e ne racconta tutte le sfumature, anche se forse si poteva fare qualcosa in più per invecchiarlo nel corso degli anni, e anche in questo caso c'era il tempo per esplorarne le dipendenze che sviluppa da ragazzo. Nel film risulta però molto più coinvolto verso Emma sin da subito, mentre in questa miniserie sembra quasi che lui dalla ragazza voglia solo un'amicizia per buona parte del tempo.

Non posso dire lo stesso per Ambika Mod che ho trovato un po' piatta, ripetitiva, a volte sembra che il suo interesse per Dexter sia più da copione che reale, e rispetto al film l'ho trovata meno arguta, meno pungente, anzi anche quando matura sembra avere reazioni molto infantili e lagnose. La Emma del film secondo me riesce a crescere "meglio", a diventare forte e indipendente, e sin da subito si ha l'idea che quella ragazza sia abbastanza decisa. Però la miniserie ci dà almeno qualche aspetto in più della sua vita sentimentale come la relazione con il preside della scuola in cui finirà a lavorare. 

In generale non c'è questo grandissimo affiatamento fra i due protagonisti ed è forse la pecca più grande di questa versione di One Day. Non è tanto una questione estetica, perché mi sta bene una coppia imperfetta o comunque che potrebbe sembrare male assortita, ma è più che altro l'atteggiamento di uno verso l'altra. Ho notato tra l'altro che anche la regia e la messa in scena non li aiutano: sono spesso inquadrati o posizionati di fronte, come se debbano sempre scontrarsi più che relazionarsi.
Alla fine ci si affeziona comunque ai due, sono teneri, ma è più che altro una simpatia per i singoli individui che per la coppia.

Non ho amato invece troppo come hanno raccontato alcuni dei personaggi secondari: non si scade magari nel caricaturale (non sempre almeno) come nel film, e qui ad esempio Tilly (Amber Grappy) è un elemento attivo nella storia, ma ad esempio ho apprezzato poco la fidanzata di Dexter, Sylvie (qui interpretata da Eleanor Tomlinson) che all'improvviso lo odia non si capisce bene per quale motivo.

Un'altra differenza che ho notato è che in questa serie si percepisce forse maggiormente l'ambientazione degli anni '90, non so se per cura dei dettagli o semplicemente perché c'è una distanza temporale maggiore rispetto a quando è stata creata la versione cinematografica, e quindi l'adattamento ha saputo ricreare più lucidamente e con precisione l'epoca. Anzi le varie epoche.

Per il resto il One Day proposto da Netflix è una miniserie che ho seguito volentieri, che scorre rapidamente e che magari fa compagnia, ma che batte sul finale il film perché risulta più esaustiva, non tanto perché vengono mostrate cose estremamente fondamentali, ma perché costruiscono meglio il rapporto fra Emma e Dexter. Io l'ho trovato anche più coinvolgente proprio perché meno affrettato, anzi abbiamo modo di vedere l'evoluzione del ragazzo. 

Decidere quale dei due adattamenti sia meglio non è quindi semplice, ma credo che in ogni caso, se la storia vi è piaciuta e vi ha coinvolti, potete recuperare entrambe le trasposizioni (o quella che ancora vi manca) perché ognuna aggiunge dei tasselli e degli elementi all'insieme, si muovono su livelli interpretativi e narrativi che in un certo senso si incastrano, ed entrambi hanno i loro difetti. A me tutta la vicenda ha colpito per la sua dolcezza, senza diventare pesantona o smielata, e mi fa pensare che la vera quadra si possa raggiungere leggendo il romanzo.



Rinnovi e Novità su Apple Tv +

Apple Tv + sta lanciando alcune produzioni molto affini (almeno sulla carta) ai miei gusti, infatti ne sto seguendo diverse in questo periodo. Inizio intanto con due serie tv uscite di recente che ho terminato da poco. 
Fatemi aprire una parentesi vagamente polemica: io non sono né sarò mai (nemmeno ci provo a dirla tutta) il miglior recensore di serie tv, sono qui a dire la mia come farei fra amici, ma almeno ne parlo quando sono state pubblicate tutte le puntate e le ho viste, perché a volte leggo già pareri categorici dopo due episodi e sinceramente non so come si faccia.


The Morning Show
Terza Stagione

Le seconde stagioni possono essere per tante serie tv un po' una ghigliottina: è facile iniziare più o meno bene, ma dove si trovano la forza e gli argomenti per proseguire con un intero nuovo ciclo di episodi che siano altrettanto potenti? Ne ha sofferto anche The Morning Show, che dal principio mi è sembrata una delle migliori serie proposte da Apple Tv+ specie in un periodo in cui la piattaforma non aveva ancora tantissimi contenuti nel suo catalogo. La seconda stagione infatti della serie con Jennifer Aniston è rimasta incastrata nel suo voler raccontare ad ogni costo quanti più temi attuali, dal Covid, al movimento Me Too, diventando poco centrata e poco interessante, anche perché era arrivata un po' tardi su questi argomenti.
Con la terza stagione però arrivata dal 13 Settembre le cose cambiano.

La parentesi pandemia, l'assalto al Campidoglio e quello che è successo con Mitch Kessler (Steve Carell) non è stato dimenticato, anzi si raccolgono i risolti negativi ma anche qualche vittoria. Alex Levy è ormai sulla cresta dell'onda grazie al suo programma in streaming, ma anche Bradley Jackson (Reese Witherspoon) è riuscita ad ottenere l'ambito posto nel notiziario serale, ma c'è una nuova incognita. Andare avanti significa anche dover fronteggiare il cambiamento, e se lo streaming era una ancora di salvezza durante la pandemia, adesso si inizia ad avvertire la difficoltà per l'UBA+ di progettare a lungo periodo, come per qualunque piattaforma di contenuti online. 
Solo un nuovo investitore può salvare la situazione, ma a che costo?

Questa terza stagione di The Morning Show mi è piaciuta tantissimo, al punto che l'ho vista davvero con vorace curiosità perché, come dicevo, hanno saputo riprendere le redini degli argomenti principali, ed aggiungere lì dove serve, sia in termini di cast che di argomenti da trattare, come ad esempio le discriminazioni razziali, a volte molto sottili, nell'ambito dei media. Si passa più al dietro le telecamere che davanti, si parla di giochi di poteri, di affari, ma sempre in modo coerente ovviamente alla serie, con qualche colpo di scena azzeccato. 
Sono le due protagoniste, Alex e Bradley ad avere la parabola più interessante: la prima finalmente ha il coltello dalla parte del manico e può iniziare ad imporre la sua in vari contesti del network per cui lavora da tanti anni; la seconda invece paga lo scotto di aver fatto dei passi avanti nella sua carriera ma non saper mettere da parte il suo privato.


Il cast di The Morning Show si rivela ancora una volta adatto ai ruoli, anche se non ho amato alcuni momenti più esagerati dei personaggi di Mark Duplass e Billy Crudup, molto bravo invece come sempre Jon Hamm nei panni di un miliardario che però non sembra una macchietta.
Questa terza stagione sa comunque riflettere l'attuale in maniera precisa, tagliente e senza scendere nello ormai stereotipato wokismo, guardando anche al risvolto della medaglia.
Ho sbuffato solo un po' per il quinto episodio perché mi sembrava un po' inutile questa sorta di flashback (non vi rivelo su cosa) ma tutta la stagione ha un ottimo ritmo e non mi sono mai annoiato.
Quindi sì, sono contento che abbiano rinnovato The Morning Show per una quarta stagione e non vedo l'ora che arrivi, anche perché ci siamo fermati ad un punto interessante. Ne ho parlato qui. 



Still Up
Prima stagione

Apple Tv + ha un'altra serie ottima secondo me, che si intitola Trying e che è una commedia deliziosa, in grado di far sorridere ma anche riflettere, solo che quelli della mela morsicata non sono secondo me bravissimi in questo genere. Lo avevo già notato con Platonic, serie che finì per lasciare a metà (la nominavo qui) perché piena di situazioni pacchiane e assurde, e un po' scade in questo problema anche Still Up, ma c'è altro da dire su questa comedy disponibile sempre da settembre in streaming.
I protagonisti sono Lisa e Danny, due più o meno trentenni che hanno una amicizia virtuale, fatta di videochiamate e messaggi, non perché vivono a distanza di chilometri, ma perché Danny non esce di casa. I due tra l'altro soffrono entrambi di insonnia, quindi finiscono per fare lunghe conversazioni alle ore più disparate.
Proprio grazie al filtro degli smartphone, Lisa e Danny finiranno per aprirsi e raccontare non solo il loro quotidiano, ma anche mettere in gioco i loro sentimenti.

Still Up ha tutti gli elementi tipici delle commedie romantiche tradizionali ma tenta una doppia mossa: da un lato modernizzarla attraverso l'uso costante della tecnologia, dall'altro aggiungere il quid dell'insonnia, vedi il titolo stesso. 
In entrambi i casi questa serie tv Apple non funziona alla perfezione, perché infatti quegli stilemi della rom-com sono ormai un po' logori per cui serve un contorno che riesca a rinfrescarli. Il tema della difficoltà di comunicazione è raccontato bene: Lisa ad esempio riesce ad avere un rapporto più diretto con Danny che col compagno, perché in fondo un po' tutti ci sentiamo più a nostro agio dietro uno schermo (manco a dirlo, tutti iPhone). C'è però da dire che, almeno in principio, i due protagonisti hanno un rapporto di amicizia in divenire, per cui è più facile aprirsi e condividere anche stranezze e aspetti meno piacevoli del proprio carattere se non c'è un intento romantico di fondo.


Mi sono piaciute alcune delle svolte che hanno saputo dare alla narrazione, ma non solo si cade in situazioni esasperate e poco credibili, ma alcune spiegazioni, per quanto coerenti e congeniali, arrivano tardivamente all'ultimo episodio, che può sembrare alla fine, appunto, un grosso spiegone. Questi avvenimenti un po' sopra le righe purtroppo non sempre mi hanno strappato una risata, quindi diventano un po' fine a se stessi.
Cosa forse più grave è che non viene sfruttato e spiegato fino in fondo il motivo dello "Still Up" ovvero dell'insonnia dei due protagonisti, che diventa presto una questione collaterale, e spesso non si parla nemmeno di un'orario particolarmente tardo per giustificare il titolo dell'intera serie. Non è come ad esempio in The Flatshare, in cui c'erano ragioni pratiche per l'escamotage dei post-it, e viene messo da parte presto seguendo una logica più realistica.

Fra gli alti e bassi ci va pure la chimica fra Antonia Thomas e Craig Roberts, che sono adatti ai ruoli anche se percorrono lo stereotipo della protagonista comunque bella e tutto sommato in gamba, con lui invece meno attraente (suona cattivo, ma è così) e più impacciato, ma dal cuore tenero. I personaggi secondari sono invece molto defilati, assolutamente non costruiti e a stento utili da spalla ai comprimari.
Still Up è insomma da approcciare per quello che è: una commedia che vuol tenere compagnia, e che ci riesce anche grazie ad una messa in scena e una regia accogliente, ma secondo me nel catalogo di Apple tv è un paio di passi indietro rispetto a Trying.
La serie è stata cancellata e non ci sarà una seconda stagione. 



Serie tv viste, promosse, bocciate e poco chiacchierate!

Ho atteso fin troppo per parlarvi di alcune serie tv che ho visto nelle settimane passate, ma per questioni logistiche e di tempo, non sapevo dove piazzarle. Ho pensato però di radunarle tutte qui, in breve così da chiacchierarne, perché c'è davvero di tutto: serie tv italiane e straniere, da piattaforme diverse, alcune promosse, altre bocciatissime al punto che non sono riuscito a terminarle. 


Guida astrologica per cuori infranti
Due Stagioni 


Disponibile su Netflix dal 27 ottobre 2021, Guida Astrologica per Cuori Infranti si basa su un romanzo di Silvia Zucca, ed ha come protagonista Alice, la cui vita è un po' un disastro su più fronti, soprattutto dal punto di vista sentimentale e personale, ma anche sul lavoro non sta messa meglio. Un po' una Bridget Jones torinese, ma tutto cambia quando conosce Tiziano "Tio", che fa la comparsa in una soap per la tv locale alla quale Alice lavora. Con lui infatti scoprirà il magico mondo degli oroscopi e dell'astrologia e la vita della ragazza ripartirà.


Cercavamo una serie tv leggera e che non fosse troppo impegnativa per intervallarla a telefilm più pesantoni e cervellotici e siamo ricaduti proprio su Guida Astrologica Per Cuori Infranti che avrebbe pure le carte in regola per essere una serie di comfort, seguendo ad esempio il filone di Emily in Paris, ma non ci riesce del tutto. 
Entrambe le stagioni infatti sono composte da 6 episodi dalla durata di circa 30 minuti ciascuno, e gli intenti sono leggeri e briosi. Alice come dicevo è un po' una sorta di Bridget Jones, buffa, impacciata, ironica e autoironica, ma il confine fra divertente e sciocco è molto labile in questa serie tv.


Guida Astrologica Per Cuori Infranti punta molto sulla scorrevolezza, ma si perde nel dare profondità ai personaggi: tutti infatti risultano abbastanza stereotipati e con dei dialoghi ingessati. È vero che Alice e Tio sono quelli di cui conosciamo maggiori dettaglio, ma nel corso del tempo risultano piatti, non c'è una crescita o uno sviluppo particolarmente interessanti, specie per quanto riguarda l'astrologo. Tutti quelli che ruotano intorno a loro sembrano più dei figuranti di cui sappiamo poco o nulla, e molte volte vorremmo dargli una sberla per smuoverli un po'. 


Sono poche (direi nulle) sia le risate, e i momenti romantici perdono di coinvolgimento, risultando spesso prevedibili e un po' smielati.
Solo nel quinto episodio della seconda stagione ho trovato qualche idea più nuova e interessante, ma in un contorno che di qualità secondo me ne ha poche.
Non c'è inoltre particolare differenza fra la prima e la seconda stagione, che, avendole viste una dopo l'altra, potevano essere tranquillamente accorpate in un solo ciclo. 
Sono sicuro di aver visto di peggio nella mia vita, ma l'unico vero pregio che ho trovato in Guida Astrologica Per Cuori Infranti è avermi fatto un po' rivivere il mio viaggio a Torino. 



Sanditon
Due Stagioni


Ispirandosi ad un'opera incompiuta di Jane Austen, Sanditon racconta le avventure di una giovane ragazza figlia di proprietari terrieri, Charlotte Heywood, nella Regency Era in Inghilterra. Durante un fortuito incidente Charlotte aiuterà i coniugi Parker, che vengono da Sanditon, una fiorente località che il signor Parker vorrebbe far diventare una ricca stazione balneare. Per ringraziare la giovane Charlotte dell'aiuto, i Parker la inviteranno proprio a Sanditon per farle conoscere la cittadina e magari farle sposare un buon partito.
Per Charlotte inizierà così una nuova avventura, dove incontrerà nuovi amici ed anche persone che le ruberanno il cuore, ma non sarà tutto semplice, anzi ci saranno anche momenti di sofferenza.


Non si sente parlare in giro molto di Sanditon perché in effetti ha avuto una genesi non semplice: la prima stagione, di otto episodi, è andata in onda su LaF dal 18 settembre al 9 ottobre 2020, poi sembra che l'emittente britannica ITV che la produceva, non l'abbia rinnovata. I diritti però sono passati a PBS Masterpiece che ha creato la seconda stagione, che in Italia è però andata in onda su Sky dal 20 luglio al 3 agosto di quest'anno, e si è ridotta a 6 episodi.
Ma a parte questi dettagli tecnici, Sanditon è una bella serie tv di compagnia per gli amanti dei period drama. 


Ha una trama infatti molto semplice da seguire, snella ma piacevole, che punta alla coralità della narrazione. È vero che a volte ci sono delle facilonerie in alcuni snodi, ma penso che siano voluti proprio per rendere la serie tv un piacevole intrattenimento e non un mattone troppo drammatico. Non manca certo i momenti di commozione, ma ci sono scene anche più allegre e simpatiche. 
I personaggi di Sanditon hanno un po' tutti un loro percorso, ma è soprattutto Charlotte quella che ha la maturazione maggiore. Si tenta anche di farla diventare una sorta di eroina di indipendenza, ma senza uscire troppo al contesto storico.


Dalla prima alla seconda stagione, nonostante il passaggio di testimone nella produzione, non ho notato grosse differenze. Certamente l'addio di Theo James nei panni di Sidney Parker abbassa il livello di gnoccagine, ma la sua uscita, che non vi spoilero, è comunque sensata ed ha dato l'opportunità di inserire nuovi intrighi e personaggi. Sanditon ha appunto una terza ed ultima stagione, ne parlo qui.



Trying
Terza stagione


Vi avevo promesso chiacchiere brevi, quindi vado alla svelta sulla terza stagione di Trying, serie tv firmata Apple Tv + che continua a convincermi e continuo a trovarla solida, esattamente come la prima e la seconda stagione. Dopo aver tentato di diventare genitori, Nikki e Jason adesso devono provare ad esserlo e a farlo nel migliore dei modi. Ma le sfide dell'adozione sono molteplici e non sempre possono superare tutto da soli.


Trying è tutto quello che una serie tv come Guida Astrologica per cuori infranti, per fare un esempio, vorrebbe essere ma senza riuscirci. Anche in questa terza stagione c'è tanta ironia, ci sono situazioni buffe e sopra le righe, ma ci sono anche i momenti di commozione, tenerezza, riflessione, calore e crescita. Nonostante il tempo che passa c'è ancora chimica fra i due protagonisti, ed è una serie tv giusta per la sua impostazioni, grazie all'assenza di patinature, ma con una grossa dose di normalità.
La quarta stagione di Trying è andata in onda a Luglio 2024, ne parlo qui.



Santa Evita
Miniserie


Spendo invece due parole in più per Santa Evita, di cui ho poco letto in giro, ma che merita attenzione. Miniserie in sette episodi disponibile su Star, sempre nell'ala di Disney+, dal 26 Luglio di quest'anno, e prodotta da Salma Hayek Pinault, Santa Evita vuole raccontare la vita e la morte della celeberrima Eva Peron. Una delle icone del passato, una donna forte e volitiva, molto dedita alla politica, ma la cui vita venne stroncata a soli 33 anni da un brutto male.


La sua fama è sopravvissuta nel tempo diventando una icona, ma con essa anche un alone di mistero: sembra infatti che il corpo di Evita venne imbalsamato alla perfezione, e per tre anni fu esposto in una teca, ma quando un golpe militare ribaltò il governo del presidente Juan Domingo Perón, la salma della first lady d'Argentina non poteva diventare un baluardo per i suoi sostenitori. Quindi venne tenuto nascosto per ben 16 anni, e Santa Evita cerca di raccontare quello che accadde alle spoglie di Eva durante quegli anni.


La base di questa serie tv è l'omonimo romanzo dell'argentino Tomás Eloy Martínez, che unisce fatti reali a quelle che furono alcune delle leggende, a volte anche macabre e pruriginose, riguardo ai personaggi che ruotarono intorno al corpo esanime della Perón, che assume effettivamente dei connotati quasi mistici, persino nella rappresentazione della salma. Ma scopriamo anche il vissuto della politica: muovendosi con vari flashback, Santa Evita cerca anche di raccontare il suo percorso di crescita e di vita politica e privata, inclusa l'infanzia e l'incontro con il generale argentino. E non mancano anche alcuni aspetti contraddittori della figura di Eva.


Per questo Santa Evita mi è sembrata una serie tv completa ma non didascalica, è ben recitata e ha una generale buona fattura che secondo me la rende interessante. Forse i vari passaggi fra le diverse fasce temporali a volte possono essere frammentari non avendo un ordine cronologico, ma alla fine la storia risulta chiara e comprensibile nel suo insieme.
La recitazione è misurata, non si eccede nel caricaturale o nella farsa, e gli attori sono abbastanza verosimiglianti alle persone realmente esistite. 
È una vicenda secondo me affascinante raccontata in una miniserie che merita di essere recuperata.



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