Nelle ultime settimane ho parlato quasi esclusivamente di titoli che trovate su Netflix, ma è stata una pura coincidenza perché nel frattempo stavo (e sto) seguendo altre serie tv su piattaforme differenti. Quello di cui vi voglio parlare sono entrambe delle miniserie che ho recuperato di recente ma che non sono esattamente uscite recenti. Vi spiego tutto meglio.
The Patient
Miniserie

È su Disney+ dal dicembre 2022, ma quando The Patient è arrivata, il 4 settembre, su Prime Video ho capito che dovevo darle una chance ed ho fatto bene tutto sommato.
Protagonista quasi assoluto è Steve Carell (Rooster) che interpreta Alan Strauss, uno psicologo che si troverà molto nei guai: un suo paziente infatti, un certo Sam Fortner (Domhnall Gleeson, Echo Valley), l'ha rapito e lo tiene prigioniero, letteralmente incatenato nel suo seminterrato. Sam è infatti un uomo molto disturbato, frutto di una famiglia disfunzionale, che uccide chiunque si scontri anche solo vagamente con lui.
Così cercherà aiuto dal suo analista affinché riesca ad fermare questa scia di sangue, ma rapendolo non sarà di certo semplice per Alan. Lo psicologo infatti cercherà in tutti i modi di far ragionare il suo "paziente" ma in quella prigionia inizierà lui stesso ad inseguire i suoi fantasmi.

Sulla carta The Patient si pone come un thriller psicologico che non può fallire: è stata scritta infatti da Joel Fields e Joe Weisberg, ovvero il padre di The Americans (che io abbandonai alla terza stagione, ma questo è un altro discorso), e ha appunto un cast ristretto ma che si ritrova messo molto in evidenza dalla struttura della serie stessa. Ben 10 episodi ma da circa 20/30 minuti ciascuno, e una impostazione quasi teatrale: Alan e Sam si ritrovano in questo scantinato che è il fulcro di buona parte della narrazione, e hanno qui le loro sedute. Per una serie tv che alla fine si basa molto sui dialoghi e sulla tensione che si crea fra i personaggi, servivano due bravi attori, e Steve Carell e Domhnall Gleeson riescono a convincerci molto bene.
Io ho preferito in generale il primo perché Alan appare come un uomo spaventato, che cerca di aggrapparsi a ciò che dovrebbe conoscere molto bene, ovvero la ragione. Nella sua ricerca di lucidità però l'analista si perderà nei meandri dei suoi stessi traumi: un lutto recente, un rapporto conflittuale col figlio, ricordi dal passato a cui cercherà anche di aggrapparsi.

Non che Domhnall Gleeson sia da meno nella sua interpretazione ma il suo personaggio è abbastanza "lineare" ed anzi forse poteva essere tratteggiato in modo più sfaccettato. È il "tipico" serial killer che ha un rapporto difficile col padre, ed una madre altrettanto stramba, che quasi improvvisamente sente l'esigenza di cambiare strada. Diciamo che anche la sua personale redenzione sembra non essere profondamente motivata, quindi convince ma non fino in fondo.
Purtroppo questa bidimensionalità di Sam non trova una giustificazione nemmeno nella struttura stessa di The Patient: i 10 episodi risultano spesso fin troppi per quello che invece raccontano, e l'impressione che ho avuto è che forse 8 puntate potevano bastare. Certamente non mancano i colpi di scena e la creatività della regia a volte si fa interessante, però che magari sarebbe stato meglio racchiudere questa storia in un film o in meno episodi, è un pensiero che ho avuto in più momenti.
Arrivati poi alla fine, che ovviamente non vi svelo, si ha un po' un senso di incompletezza, pur avendo seguito una serie tv che in effetti ha fatto il suo percorso ed ha avuto i suoi tempi.
In ogni caso è consigliata e non si scade mai troppo nella noia.
Lucky
Miniserie

Passo a qualcosa di più recente con Lucky, miniserie che è arrivata su Apple Tv+ dal 17 luglio al 19 agosto di quest'anno. Anya Taylor-Joy (The Gorge) torna alla serialità vestendo i panni di Luciana "Lucky" Armstrong, una giovane donna che è cresciuta a pane e truffe sotto la spinta del padre John. L'ultima rapina è un classico colpo grosso per poi fuggire all'estero, e coinvolge anche suo marito Cary (Drew Starkey, Queer), ma le cose non vanno come previsto. Cary sparisce infatti all'improvviso nel nulla con tutto il bottino, e Lucky si troverà costretta così a sua volta ad una fuga per la sopravvivenza. Alle calcagna infatti avrà l'agente dell'FBI Billie Rand (Aunjanue Ellis-Taylor) che con Lucky ha già dei trascorsi, e Priscilla Masterson (Annette Bening, Apples Never Fall) pericolosa e potente boss criminale, nonché suocera di Lucky.

Adattata dal romanzo di Marissa Stapley, Lucky mi ha incuriosito soprattutto per i nomi che ho già elencato e che mi hanno fatto subito pensare ad un progetto che valesse la pena recuperare. In parte ho avuto ragione perché sono stato ripagato con una miniserie che si segue molto piacevolmente, con un ritmo a volte anche intenso, qualche colpo di scena ben studiato, e una messa in scena convincente, oltre ovviamente a delle interpretazioni valide.
La logica e lo stile di base di Lucky è quella tradizionale di un action-thriller in cui però il protagonista non è il ragazzone muscolosone che cade sempre in piedi, ma una donna che deve farsi furba per sopravvivere e che deve sfruttare quel pesante bagaglio di conoscenze che purtroppo le ha tramandato il padre.
Lucky infatti è una protagonista ben creata, che non è solo funzionale all'azione, ma si sviluppa nel corso dei sette episodi. Non è una eroina perfetta, ma vive questa interessante dicotomia fra il sapere cosa è giusto e cosa no, e il non poter uscire da quello che sembra il suo destino. In tutto questo il peso fondamentale sta nel rapporto fra Lucky ed il padre, che potrei definire al tempo stesso amorevole e disfunzionale.

Il punto più debole di questa miniserie è forse la brillantezza e l'originalità della scrittura, che cedono il passo a cliché già noti e a quelle coincidenze e convenienze che troviamo spesso in prodotti di questo tipo. Banalmente è come se, quando si arriva in momenti in cui Lucky può essere davvero in pericolo, qualcosa funziona in suo favore. Sono le tipiche semplificazioni che, a stare attenti, rendono la sceneggiatura meno appagante. A me, in senso più ampio, è mancata una sensazione di reale tensione, paura, preoccupazione per quello che potrebbe succedere alla protagonista. Nonostante i colpi di scena, non c'è quel twist che scompagina le carte e stravolge davvero la trama.
Lucky quindi manca secondo me di un elemento che la possa far emergere e rendere più interessante del panorama medio del genere, però resta godibile, divertente, si fa seguire e riesce a coinvolgere senza doversi arrovellare troppo.
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