Arrivata su Netflix il 13 Agosto di quest'anno, e balzata subito fra i titoli più visti in classifica, La mia brillante carriera è una di quelle serie tv che non potevo perdere perché sembrava avesse tutto per convincermi.
Adattata dall'omonimo e coraggioso romanzo di Miles Franklin degli inizi del secolo scorso, e già trasposta al cinema con un film degli anni '70, La mia brillante carriera ci porta a cavallo fra ottocento e novecento e ci fa conoscere le avventure di Sybylla Melvyn (qui Philippa Northeast probabilmente al suo ruolo di lancio).
Giovane intelligente ma anche indomita e poco ligia alle regole "tradizionali", che fa parte di una numerosa famiglia nell'Australia rural, Sybylla sembra non possa sfuggire al suo destino: trasferirsi dalla nonna Winifred (Anna Chancellor, La Fidanzata, My Lady Jane) per assicurarsi un futuro migliore, ovvero, trovare un marito benestante. Per le donne dell'epoca sembrava fosse l'unica strada per potersi assicurare una vita stabile, e nel caso dei Sybylla anche poter sanare i tanti debiti del padre.
Eppure la giovane ragazza in realtà sogna altro, ovvero di diventare una stimata e nota scrittrice, ma come può la vita da moglie coesistere con quella di un lavoro che all'epoca non era considerato accettabile per una donna?
A sorpresa nella vita di Sybylla arriveranno pure degli uomini che le faranno venire dei dubbi sul suo futuro. Da un lato c'è Frank Hawden (Jake Dunn) con cui si creerà una relazione spontanea ma anche frustrante e a tratti non proprio positiva, e dall'altro c'è Harry Beecham (Christopher Chung, Blitz), giovane rampollo che invece darà a Sybylla molte più speranze, seppur vengano da mondi diversi. Ma una ragazza così coraggiosa, a volte testarda e impulsiva, riuscirà a lasciar andare il suo sogno di una vita per inseguire l'amore?
È chiaro come Miles Franklin abbia fatto confluire ne La mia brillante carriera anche il suo vissuto e quello di altre scrittrici donne che, nate in un'epoca in cui le aspettative e le convenzioni sociali le schiacciavano in ruoli stereotipati, hanno fatto fatica ad emergere e a far conoscere il loro talento. Così My Brilliant Career diventa un racconto di femminismo, lotta, autodeterminazione ma anche ribellione e rottura verso certi schemi. Sybylla è l'emblema della giusta e importante realizzazione di sé, in una storia dai confini che purtroppo escono dal periodo storico e si attualizzano ancora oggi.
La serie stessa gioca su due stili differenti: la messa in scena curata di questa campagna australiana a volte ruvida che si alterna ai salotti buoni, ma indubbiamente meno ricchi di quelli delle città inglesi, si unisce a dialoghi, interpretazioni e musiche sicuramente più moderne. E poi ci sono anche quelle sfumature di genere che adesso ci si aspetta da un dramma storico, perché si passa dalla commedia al velato erotismo, passando ovviamente per il dramma.
D'altronde una protagonista che non appartiene al suo tempo, sopra le righe, umana, non poteva che meritare una storia aperta ad una riflessione più ampia. Inoltre la stessa sceneggiatrice Liz Doran ha voluto aggiungere degli elementi che dessero anche maggiore dinamismo alla storia, come una relazione omosessuale o la caratterizzazione di Harry Beecham come un australiano di origine cinese. No, non è il politicamente corretto che lo ha imposto, ma intelligentemente si tratta di un riferimento alla storia coloniale dell'Australia.
Tutto questo doveva fare molta presa su di me ed invece, alla fine La mia brillante carriera mi ha lasciato qualche perplessità. È come se avessero voluto unire molte cose contemporaneamente, condensandole in soli sei episodi, che sono anche pochi per gli standard attuali. Questo si traduce in una gestione dei tempi che a volte mi è sembrata strana: rapida al limite del frettoloso in alcune parti (specie sul finale) e troppo densa e compassata in altre. Anche la caratterizzazione dei personaggi e le loro storyline soffrono a volte, specie i secondari che diventano giusto figuranti di passaggio.
La stessa Sybylla ad esempio ci racconta che vuole scrivere ma non mi sembra trasmetta così tanto il suo tentativo di emergere come scrittrice. Lei mi è sembrata in ogni caso una protagonista a tratti difficile da empatizzare, le cui scelte a volte lasciano più di qualche dubbio.
Nella scelta poi di voler essere moderna e seguire quella che è la forma dei period drama contemporanei, La mia brillante carriera si addolcisce troppo. I problemi di alcol e i debiti del signor Melvyn ad esempio sono quasi romanticizzati da questo contesto bucolico, lasciando da parte una sofferenza che avrebbe ispessito la vena drammatica della serie.
In generale, sebbene come vi dicevo i temi di fondo siano sempre attuali, bisogna dire che non c'è stato il tentativo di inserirli in una veste particolarmente originale. Di protagoniste ribelli ne abbiamo viste a iosa, e anche di triangoli amorosi ce ne sono già stati di più avvincenti.
Qui almeno le interpretazioni riescono a colmare alcuni di questi vuoti, anche se ho preferito come hanno calibrato i loro ruoli i personaggi secondari, più che gli eccessi a volte vorticosi della Sybylla di Philippa Northeast.
La mia brillante carriera riesce forse ad emergere un po' più nel finale, che da un lato lascia la strada aperta per un possibile seguito, dall'altro riesce a spezzare quella prevedibilità. Resta però il fatto che questa serie tv non mi ha saputo legare e restarmi impressa come pensavo all'inizio, forse pagando il prezzo di una serialità che oggi punta più ai numeri e alla rapidità di fruizione che alla possibilità di dare allo spettatore una storia che lasci il segno.
Ho letto qui e lì di una possibile seconda stagione, ma visto il costo della prima sono certo che Netflix si farà bene i conti in tasca prima di procedere.
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