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Due miniserie da scoprire (anche se non sono le migliori!)

Sono state rese disponibili in streaming praticamente nell'ultimo mese ed è stato semplice recuperare queste due miniserie perché i loro generi sono del tutto affini al mio gusto, ma non le considero particolarmente di rilievo nel loro insieme, e ve lo spiego nella mia recensione.


Asunta
Miniserie

Poco dopo l'uscita di Baby Reindeer su Netflix si è affacciata una nuova miniserie che si è accaparrata in breve tempo le prime posizioni della classifica dei prodotti più visti, sempre perché tratta da una storia vera. Asunta infatti racconta le vicende e soprattutto le indagini che seguirono il ritrovamento di una bambina di origini cinesi, la prima adottata in Galizia, Asunta Basterra appunto, che era stata data per scomparsa e che invece venne rinvenuta morta. Al dramma di una giovane vittima però se ne aggiunse un altro: i primi indiziati per questo omicidio furono proprio i genitori adottivi di Asunta, Alfonso Basterra e Rosario Porto.
I due infatti fornirono infatti testimonianze e dichiarazioni speso incongruenti o contraddittorie, ma le indagini, condotte da un agguerrito giudice Malvar, non sono affatto semplici e soprattutto i due imputati si dichiareranno innocenti fino alla fine.

Quello di Asunta è uno dei casi che ancora oggi, a distanza di più di dieci anni, suscita curiosità perché appunto non c'è stata una prova schiacciante che accusasse i genitori della ragazzina, rendendo tutto il caso dubbio e sospeso, e infatti ci vollero due anni prima di arrivare alla conclusione del processo.
La miniserie proposta da Netflix in questo senso riesce a raccontare tutte le prospettive della vicenda in modo chiaro e completo, sia delle indagini con tutte le linee investigative che vennero prese in considerazione, sia nel ricostruire le dinamiche familiari fra i Basterra e anche come i media si approcciarono alla vicenda e il peso che hanno avuto nell'opinione sociale che si creò sul caso. Ne esce una vicenda cruda, shockante, che fa anche riflettere sul rapporto genitori-figli.
El Caso Asunta è però una di quelle serie tv che non riesce a creare quel pathos necessario quando si ha a che con fatti reali che inevitabilmente vengono spoilerati anche solo leggendo una pagina Wikipedia. 


Il talento degli sceneggiatori in questo senso sta proprio nel sapere dare il giusto taglio alla narrazione, ma in questo caso si ha la sensazione di vedere un legal drama misto ad un true crime documentaristico, che finisce per coinvolgere poco. O per lo meno, a me è mancato qualcosa, nonostante le buone interpretazioni di Candela Peña e Tristán Ulloa, che ricoprono i ruoli dei genitori adottivi di Asunta, e la capacità di questa miniserie di portare al grande pubblico una vicenda che molti (incluso me) potrebbero non conoscere. L'impressione che ho avuto è che 6 episodi siano anche troppi per raccontare in questo modo le vicende e anche se non ci si annoia, ti aspetti qualcosa di più.

Invece, di mezzo ad appunto le indagini, ci piazzano delle parentesi sulla vita privata del giudice Malvar (Javier Gutiérrez) che onestamente non hanno alcun peso nella serie in generale se non un riempitivo che in qualche modo cerca di raccontarne il carattere burbero, ed il suo personaggio ha un andatura abbastanza stereotipata, del classico investigatore che vuole a tutti costi terminare le indagini in fretta e dare la colpa a chi ritiene più papabile in tal senso.
Per farla breve, con Asunta, per quanto sia una miniserie ben realizzata, ho avuto più o meno le stesse impressioni che mi ha dato ad esempio La verità secondo Maureen K.: ti porta alla scoperta di una storia drammatica, contemporanea ed interessante, ma lì finisce.


Shardlake 
Miniserie

Tratta dai romanzi di C. J. Sansom e disponibile su Disney + dal primo maggio di quest'anno, ho definito Shardlake come una sorta de Il Nome della Rosa più inglese. La miniserie prende il nome del suo protagonista, ovvero l'avvocato Matthew Shardlake, che viene assunto da Thomas Cromwell (sì, siamo nel 1500) per indagare su criminosi fatti accaduti nel monastero Benedettino di San Donato, in un paesello sperduto. 
Bisogna però contestualizzare: Enrico VIII infatti stava riformando la chiesa, passando all'anglicanesimo, ma non fu un processo facile al punto che dovettero agire in maniera diciamo decisa per "risolvere" la faccenda. In questo contesto il lavoro di Shardlake sarà molteplice: da un lato deve trovare delle prove tangibili che dimostrino la dissolutezza del monastero per Cromwell, trovare la verità sui fatti criminosi di cui sopra, ma anche accontentare la corona che vuole in ogni caso la chiusura del luogo di culto. 

Shardlake è, in breve, un period drama medievaleggiante che si veste da giallo, con tanto di indagini, una sorta di aiutante per il protagonista, morti improvvise e situazioni di pericolo per l'avvocato che diventa subito scomodo nel monastero. In questo senso a miniserie riesce molto bene e, sebbene abbia uno stampo abbastanza classico, si segue volentieri, è ben interpretata da tutto il cast ed ha una messa in scena efficace e curata. I soli 4 episodi sono diciamo a stento sufficienti per spiegare il contesto storico più ampio, infatti viene tutto riassunto nella prima puntata, ma bastano per raccontare in modo completo le vicende, e si arriva ad una conclusione soddisfacente. In realtà, essendo protagonista di più romanzi, Shardlake potrebbe diventare una sorta di serie antologica, ma ancora è presto per dirlo perché non c'è ancora un rinnovo ufficiale.
Questo finale però pone anche un dubbio morale ed etico sulla ricerca della verità, e su come è meglio gestirla per il bene di tutti.

Oltre però ad una mancanza di generale originalità, ci sono altri piccoli problemi che rendono Shardlake non la migliore fra le produzioni seriali in streaming. La stretta aderenza allo stile del giallo infatti evita che vi siano particolari approfondimenti sui protagonisti, al netto di un cast valido (c'è anche Sean Bean, sebbene in un ruolo limitato). Anche dello stesso Matthew, interpretato da un ottimo Arthur Hughes, attore realmente disabile e non frutto di trucco prostetico e CGI, è solo un avvocato che deve risolvere il mistero del monastero, non ha una particolare tridimensionalità.
L'inclusività e l'ottica più contemporanea però comporta l'inserimento nel cast di alcuni attori neri, che nell'Inghilterra del '500 stonano abbastanza, specie messi in quelle che all'epoca potevano essere delle cariche rilevanti.


Se questi difetti che ho sollevato non vi sono di impaccio ed amate entrambi i generi che la serie abbraccia, penso che Shardlake meriti una chance perché è un giallo "cotto e mangiato", che crea un intrattenimento semplice ma curato, perfetto anche per chi non ha troppo tempo per le serie tv.

Ripley: le differenze fra i film e la nuova serie tv Netflix

Ci sono quelle storie che vengono riproposte non sempre con la fortuna di essere apprezzate dal pubblico, ma non è il caso di Ripley, personaggio tratto dai romanzi di Patricia Highsmith, e che è tornato in auge quando Netflix (e ShowTime) ha proposto la sua serie tv, tanto che è diventato uno dei prodotti più visti sulla piattaforma. 

Ma Tom Ripley era già stato al centro di altri due film prima che venisse interpretato da Andrew Scott, e proprio fra queste tre diverse versioni vorrei fare un confronto, fra similarità, differenze e scoprire quale meglio rende secondo me l'essenza del personaggio. 

L'incipit è sempre lo stesso e penso che ormai sia più che noto: siamo negli anni '60, ed il giovane e scapestrano Thomas Ripley viene assoldato dal benestante signor Greenleaf affinché riporti a casa suo figlio Richard "Dickie" che si trova in Italia, dove fa una vita da nababbo con la compagna Marge Sherwood, con la scusa di cercare ispirazione per dipingere. In Tom però scatterà altro nei confronti di Dickie, una sorta di amore-ossessione che non solo è legato allo stile di vita agiata che il ragazzo conduce, ma anche verso il rampollo stesso, e proprio per questa sua estrema brama si ritroverà a compiere i peggiori atti pur di arrivare al suo scopo. 
Roba che l'Oliver di Saltburn non si è inventato nulla a confronto.

Erano gli anni '60 anche quando un giovanissimo e ancora non particolarmente famoso Alain Delon vestì i panni di Ripley in Delitto in pieno sole (Plein soleil), che è poi fra i primi adattamenti cinematografici di questa storia.


Titolo Originale: Plein Soleil
Genere: 
drammatico, thriller
Durata: 118 minuti
Regia: René Clément
Uscita in Italia: 1960
Paese di produzione: Francia, Italia

In questo caso si conosce poco della vita e della provenienza di Tom, si sa solo che appunto che è stato ingaggiato dal padre di Philippe (sì, non Dickie) "Filippo" Greenleaf (Maurice Ronet) affinché lo convinca a ritornare a casa. Tom e Philippe sono già a Roma, folleggiando come sempre, ma sarà una lunga traversata verso Taormina che spingerà Ripley ad iniziare il suo piano di rivalsa e vendetta contro lo pseudo amico.

Filippo infatti si prende gioco di Tom più e più volte durante il viaggio, al punto da sottovalutarlo anche quando questo gli dichiara apertamente le sue vere intenzioni. Così Tom avrà la strada spianata e alla prima occasione utile metterà in atto i suoi intenti criminali, e da quel momento costruirà un castello di inganni verso la famiglia Greenleaf e Marge (Duval in questo caso), iniziando a spacciarsi per Philippe, imitando la sua voce e scrivendo lettere per suo conto, e soprattutto riuscendo più e più volte a farla franca quando la polizia indagherà sulla scomparsa del ragazzo.

Delitto in pieno sole prende la storia di Ripley per farne un thriller abbastanza lineare, in cui a dirla tutta il personaggio principale viene un po' appiattito. Alain Delon è bravissimo ad interpretarlo, ha un fascino naturale, ma già non conoscere almeno sommariamente le sue origini e far diventare le sue intenzioni come mosse sì, dalla voglia di riscatto, ma soprattutto dalla vendetta verso Filippo, toglie alcune sfaccettature a Tom. In questo caso infatti il rampollo dei Greenleaf è davvero il tipico spaccone insopportabile che non si crea scrupoli con nessuno, lo si vede sin dalle prime scene, e che non rispetta nemmeno le aspirazioni della sua ragazza, quindi è più una rivincita che Tom vuole nei confronti di Philippe.

In questo Ripley infatti secondo me manca quella fascinazione e quella ambiguità che Tom ha nei confronti di Dickie, ma sembra più che altro interessato ai suoi soldi e a Marge, e ovviamente a salvarsi la pelle. Credo sia stata una scelta voluta sia per semplificare i livelli narrativi, sia forse per evitare di sfociare in temi più spinosi per l'epoca.


Tom infatti sembra abbastanza intenzionato a sedurre Marge, anche solo per aggiungerla all'elenco di cose che ha sottratto al suo "amico" più che per reale amore.
Se il Ripley di Delon come dicevo si perde qualche sfaccettatura, un po' più didascalici risultano anche il Filippo di Ronet e la Marge di Marie Laforêt, che si strugge per il suo amato in maniera molto semplicistica, senza poi avere una reale influenza nella storia.

Ma questo non toglie meriti al cast che è convincente (c'è pure un cameo di Romy Schneider) e Plein soleil in generale è un film che si lascia seguire, nonostante possa risultare un po' datato: infatti ha un ottimo ritmo, vengono raccontati abbastanza bene tutti i vari escamotage e spostamenti che Ripley mette in atto, oltre alla sua affabilità.
Cambia però il finale, che forse aggiunge una accezione morale che il romanzo di Highsmith sembra non avere.

Qualche decennio più tardi, il regista premio Oscar Anthony Minghella, riprenderà la storia di Ripley con un cast eccezionale: Jude Law, Matt Demon, Gwyneth Paltrow, Cate Blanchett, ma anche una bella scelta di attori italiani come Fiorello, Sergio Rubini, Stefania Rocca e Ivano Marescotti.
Era il 1999 e Il Talento di Mr. Ripley si beccò anche tante candidature ai vari premi, fra Golden Globes, Oscar e Bafta, ma le vittorie furono magre.

Titolo Originale: The Talented Mr. Ripley
Genere: 
drammatico, thriller
Durata: 139 minuti
Regia: Anthony Minghella
Uscita in Italia: 17 Marzo 2000 (Cinema)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Il Thomas Ripley di Matt Demon si avvicina per certi versi a quello di Delon, ma viene raccontato in maniera più ampia: sappiamo infatti che si occupa di piccoli lavori umili per sopravvivere, e come incontra quasi casualmente i genitori di Dickie, che lo assumono per riportare l'erede a casa. Inoltre sin da subito dimostra il suo carattere e i suoi talenti, perché sembra dolce e affabile, ma è anche scaltro e pieno di assi nella manica, al punto che pur rivelando a Richard il suo piano, saprà recuperare terreno e trovare un modo coerente e convincente per restare con lui.
Ripley infatti viene descritto come uno capace di imitare le voci, falsificare le firme degli altri, ma anche studiare le sue prede e trovarne i punti deboli. E poi c'è quella costante ambiguità, anche sessuale, nei confronti di Greenleaf che invece manca nel film degli anni '60.

Il Dickie di Jude Law è anch'esso ben bilanciato perché fa il latin lover affascinante e sensuale, un po' gradasso, ma è anche un po' gigione e a tratti ingenuo, egocentrico e lunatico al punto da far entrare Tom comunque nella sua sfera più privata e intima, e creando un legame che Ripley farà diventare malsano.
Ma anche Marge in questa versione riesce ad avere maggiore spazio e voce in capitolo. 


Narrativamente parlando credo che questo film del 1999 sia quello più articolato e complesso, perché racconta tutte le tecniche e le fughe di Ripley, e tutte le occasioni in cui dovrà agire per attuare il suo piano, ma in questo caso abbiamo un maggior numero di personaggi principali e secondari che finiscono per mettere Tom in ulteriore difficoltà, come ad esempio Meredith Logue interpretata da Cate Blanchett. Questo però non va ad appesantire troppo la visione, proprio perché sono personaggi funzionali alla narrazione. 
Ho trovato anche lo scontro fra Dickie e Tom, che poi è il momento di svolta, più convincente e coerente con il Ripley che ci hanno presentato, che in Delitto in pieno sole, in cui sembra più calcolato.


È insomma un crescendo, un vortice quello rappresentato in questo film che diventa sempre più oscuro, e che ha tutte le caratteristiche del thriller psicologico, fino al finale che lascia quell'alone di ambiguità su cosa sarà del destino di Ripley.
Nonostante i suoi 25 anni di età credo che Il Talento di Mr. Ripley sia ancora godibile e affascinante, con una regia piacevole e ottime interpretazioni. Avrei forse evitato una rappresentazione dell'Italia così stereotipata, ma in questo senso si vede anche molto di peggio in pellicole contemporanee, quindi ho poco da lamentare.

La versione in formato miniserie di Netflix, arrivata il 4 Aprile di quest'anno, si innesta quasi perfettamente in mezzo ai due predecessori cinematografici.

Andrew Scott è un Ripley più scafato, che vive di espedienti poco leciti per cercare di sopravvivere, per cui con altrettanta premeditazione accetterà il ruolo che gli richiede il signor Greenleaf, e dovrà adattarsi a tutto pur di raggiungere i suoi scopi. È un Tom più freddo, distaccato, calcolatore, a tratti quasi senza emozioni quello di Scott, e la sua è una interpretazione perfetta.
Il titolo non credo sia stato scelto in modo casuale per distinguersi dalle produzioni precedenti: infatti il "talento" di Ripley in questo caso è la sua astuzia più che la capacità di imitare qualcuno, e tutto gira intorno a lui. 

Manca però quella ambiguità sessuale che invece si trova spiccata nella versione del 1999, e secondo me, questo ed altri elementi, contribuiscono a settare la miniserie Netfilx molto più sul genere crime-thriller, mettendo da parte la componente psicologica del personaggio: questo Tom non mi è sembrato affascinato da Dickie, ma più che altro dalla sua posizione sociale e dal denaro, oltre che costretto a muoversi nel delicato castello di bugie che ha costruito. In questo senso ad esempio, nello scontro fra i due protagonisti, c'è meno pathos drammatico, si parla meno dei sentimenti che Ripley prova per il rampollo e più di come si sia compromessa la sua posizione. Sono insomma molto vaghe le vibes omoerotiche nella miniserie.


A proposito di Richard, interpretato qui da Johnny Flynn (visto l'anno scorso in The Lovers) non mi ha conquistato in questa veste forse meno stereotipata e più realistica, quasi bohemien del giovane americano che si trasferisce in Italia (la vera Atrani in questo caso e non la finta Mongibello) per dipingere, ma in cui manca verve e un carattere forte e deciso. Ad esempio la leggerezza del Dickie di Jude Law mi convince di più quando si tratta di non dar peso alle stranezze di Tom, mentre questa versione più serie e posata rende meno credibile le sue decisioni. È interessante che comunque abbiano scelto degli attori più maturi per i ruoli. 

La Marge Sherwood di Dakota Fanning è invece praticamente una via di mezzo rispetto alle precedenti versioni, quindi a tratti sospettosa di Tom, ma non abbastanza da non cadere nel suo inganno.
Dai nomi che ho snocciolato comunque potete capire che le interpretazioni sono comunque ottime, e non posso non nominare anche i personaggi secondari e le partecipazioni dei nostri attori italiani come Margherita Buy e Maurizio Lombardi.

Ripley non manca poi di tensione, e riprende quel finale aperto che già avevamo visto, ma comunque si discosta molto dai film per quanto riguarda lo stile, visto che Steven Zaillian (già regista di The Night Of per dirne una), che ha diretto e scritto la serie, ha dato un taglio più autoriale. Non solo il bianco e nero, ma anche i tempi dilatati da una macchina da presa che indugia su dettagli, parti di corpi, sguardi e oggetti, costruendo dei quadri estatici che richiamano il cinema degli anni passati.

Una scelta stilistica che rende la serie meno adatta ad una maratona di streaming e diversa rispetto alle altre produzioni, ma ammetto che non l'ho amata dogmaticamente, perché a volte mi è sembrato che alcune parti di alcuni episodi funzionassero meno proprio perché troppo allungati.
Inoltre si gioca a sottrazione visto che la pluralità di personaggi del film del 1999 non trova spazio nella miniserie, e fa strano considerando gli 8 episodi da quasi un'ora ciascuno.

A questa versione seriale di Ripley si deve però riconoscere una cura dei dettagli estrema, una eleganza nel raccontare l'Italia degli anni '60 che passa anche dalle musiche (si punta giustamente su Mina e non sul jazz) e che secondo me è il riflesso del fatto di essere una produzione Showtime, che in cambio ha preso da Netflix Uncoupled (che non avrà mai una seconda stagione), e sottolinea che forse la qualità va ricercata su altre piattaforme. 




Le mie riflessioni su Baby Reindeer, cosa non funziona in Mary & George e altre novità in streaming

Si continua con le nuove serie tv terminate, seppur il ritmo di visione sia stato rallentato da viaggi e dalla messa in onda settimanale che a volte non aiuta. 


Based on a True Story
Prima stagione

Credo che RaiPlay abbia fatto un buon colpo ad aggiudicarsi i diritti per Based on a true story, resa disponibile in streaming dal 29 Marzo di quest'anno.
A disdetta del titolo non si tratta in questo caso di una storia vera, ma è vero (perdonate il gioco di parole) che rovistare nei fatti degli altri ci piace sempre tanto, e a volte ci dà quel brivido, quella scossa, che ci aiuta a superare giornate noiose, rutinarie e fiacche.

È un po' questo il motore delle vicende di Ava (Kaley Cuoco) e suo marito Nathan (Chris Messina): la prima fa l'agente immobiliare non senza difficoltà, e soprattutto aspetta un figlio, il secondo invece sta avendo un po' una crisi di mezza età, visto che dopo una carriera da tennista professionista si è ritrovato "declassato" ad istruttore per bambini. Entrambi sono indubbiamente annoiati dalla vita, hanno problemi economici, e la loro relazione è un po' in un momento di stallo in attesa che evolva, ma tutto cambia quando un idraulico belloccio di nome Matt si presenta alla loro porta per alcuni guasti da riparare. Per caso Ava scopre che questo misterioso idraulico sembra avere una doppia, macabra vita: pare essere un serial killer.

La donna però, invece di denunciare Matt, rinchiudersi in casa con un coltello sempre a portata di mano, decide che può cogliere l'occasione per sfruttarla a suo vantaggio e creare un podcast. D'altronde quale miglior occasione se non raccontare una storia basata su fatti reali. Ma come si può gestire un uomo instabile e potenzialmente pericoloso?

Quelli più bravi di me li chiamano crimedy, questi prodotti che uniscono storie thriller e appunto crime con generi più leggeri e comici, e credo che Based on a true story sia un buon esempio della categoria ma non perfetto. 
Knives Out e Only Murders in the Building hanno aperto la strada e questa nuova serie tv su Raiplay secondo me ha alcune qualità. È divisa in otto episodi da mezzora circa l'uno, che non solo appunto fondono generi diversi, oscillando fra il comico e il thriller, ma con una vena vagamente splatter che rende il tutto meno smaliziato e più di impatto, e non mancano anche i momenti di suspense più o meno riusciti.

Kaley Cuoco arriva dritta da The Flight Attendant in un ruolo decisamente simile ma che le sta molto bene, e Messina e Tom Bateman nei panni di Matt, riescono a starle dietro senza sembrare di annaspare. Anzi quest'ultimo è davvero spesso inquietante. 

Based on a true story è comunque una serie tv che si lascia seguire, ma non è la produzione migliore del decennio. Va presa come una commedia in cui l'aderenza alla realtà a volte salta, e che a me ha dato l'impressione di essere, talvolta, un po' troppo studiata, come se si vedesse in modo scafato la costruzione di quei momenti di tensione e quei cliffhanger che casualmente arrivano a fine episodio.
Pochi i riferimenti più riflessivi, come ad esempio quello dell'impatto dei social e della tendenza comune a paragonarsi agli altri, ma in fondo non è lo scopo della serie.

È insomma un prodotto godibile senza mai picchi di particolare rilievo, che trova la sua giusta collocazione nello streaming gratuito su Raiplay, e ha avuto una seconda stagione di cui ho parlato qui.



Mary & George
miniserie

Attesissima almeno da me e divorata con curiosità, Mary & George è stata più o meno a livello delle mie aspettative, con qualche piccola pecca.
Andata in onda su Sky e Now, e terminata il 28 Aprile scorso, si basa sulla storia vera (questa volta davvero) di Mary Villiers (Julianne Moore) una donna arguta, dal carattere forte e indomabile, ma di umili origini, la quale, per sopravvivere alla dura vita dell'Inghilterra del '600, decise di fare di tutto per scalare la società ed arrivare alla vetta più alta: entrare nelle grazie di re Giacomo I (Tony Curran). Conoscendo i gusti del regnante per i giovani bei ragazzi, Mary fece in modo che il suo secondogenito George (Nicholas Galitzine reduce da Rosso, bianco & sangue blu) potesse diventare un perfetto uomo di corte, e sedurre il sovrano per poter acquisire prestigio, potere e denaro. 

Non sarà però un progetto semplice da realizzare, e non basterà la grazia di George, che aveva altre idee per la sua vita, a farlo progredire in questa missione. La corte è infatti un luogo spietato, che porterà da un lato Mary ad impiegare metodi leciti e non pur di far avanzare suo figlio, dall'altro George, verrà completamente assorbito dalla vita di sfarzi che gli consentirà essere il favorito del re, ma a discapito del rapporto con la madre.

Pur basandosi su una storia vera, Mary & George si innesta in una zona grigia per cui da un lato non è rigidamente storiografia, seppur costumi e scenografie seguano rigorosamente lo stile dell'epoca, dall'altro romanza dove necessario, ma senza diventare una sorta di Bridgerton stantia. È vero, non mancano le scene di sesso più o meno esplicite e diciamo che in questo la serie si dilunga anche troppo, a discapito di un finale che è forse il neo più grande di Mary and George.
Se infatti i primi episodi si perdono in questi amoreggiamenti, per così dire, la seconda parte finisce per dover mettere il piede sull'acceleratore per poter arrivare al finale. Inutile dire che non posso fare spoiler perché vi basterebbe leggere anche Wikipedia per scoprire cosa sia successo a George Villiers e alla sua famiglia, però posso dire che la sforbiciata temporale che porta alla conclusione dei fatti, mi è sembrata un po' troppo incisiva per poter spiegare gli ultimi anni della figura del favorito.

È come se la serie si concentrasse molto, con una buona manciata di drammatizzazione, sui risvolti interni ai palazzi, mentre quando doveva espandere la sua prospettiva, e darci l'opinione e le reazioni di un intero popolo, non lo fa. Probabilmente 8 episodi canonici sarebbero stati meglio invece di questi strani 7.


In ogni caso si può chiudere un occhio, anche in questo caso dando il giusto peso a Mary & George, che ovviamente non nasce come un documentario e che ti racconta una storia che magari non conosci e puoi approfondire altrove, ma che soprattutto si concentra sul rapporto particolare, e a volte complicato, fra madre e figlio.
Dalla sua ha anche delle belle location, come dicevo una messa in scena curata, e mi è piaciuto anche il montaggio di alcuni episodi, che dà ritmo anche ad una storia che sarebbe altrimenti lineare.
Il cast poi è ottimo: Julianne Moore è forse la migliore, ma anche Tony Curran è stato un buon King James I, anche se il suo spazio di manovra è particolarmente limitato, visto che poco si racconta di quello che fu il suo impegno nel periodo storico del suo regno. 
Nicholas Galitzine per quanto adatto e carino nel ruolo di George, credo ancora debba maturare nelle aree più drammatiche dei personaggi che interpreta (ve ne parlo anche più avanti). 



Baby Reindeer 
Miniserie


Credo che su Baby Reindeer si sia detto tutto, forse anche troppo, al punto che persino le persone reali coinvolte nella storia sono venute allo scoperto con tutte le conseguenze del caso (anche legali).
La storia è quella di Donny (Richard Gadd, non solo interprete, ma anche ideatore e sceneggiatore del serial) un comico poco più che ventenne che cerca di andare avanti nella vita e nella carriera con alterne fortune. Per sbarcare il lunario lavora in un pub dove un giorno per caso arriva una donna giù di morale. Questa si presenta come Martha (Jessica Gunning), avvocato rampante ma senza denaro, all'apparenza spiritosa e sensibile, ed forse fra i pochi ad aver compreso l'ironia del comico. Peccato che in realtà Martha inizierà a perseguitare Donny, diventando una sua agguerrita stalker, e costringendo l'uomo in un calvario che sembra senza fine.
Ma non sarà solo questo: Donny infatti sta cercando il suo posto nel mondo, ha un rapporto particolare con i genitori, deve superare una relazione con la sua ex ragazza, e dovrà affrontare altre violenze e abusi che lo porteranno a mettere in discussione la propria sessualità.

Oltre alla parte più inquietante delle vicende di Baby Reindeer, la cosa che a me, e penso anche ad tanti altri ha colpito, è il taglio diverso della serie, che per una volta non parla di una storia di persecuzione "tradizionale", della vittima perfetta, magari una giovane donna che semplicemente si ritrova a subire stalking e molestie. In questo caso la vittima è un uomo ed offre una rappresentazione e una possibilità di riflessione differente, che come dicevo esce anche dalla questione del "mero" atto persecutorio, per muoversi verso una maggiore profondità fatta di traumi irrisolti e stratificati, e un ventaglio di fragilità e insicurezze. Ma anche di accettazione di se stessi e della validazione che può arrivare dall'esterno. 

Questa serie Netflix tra l'altro non gioca solo su un binario unico, ma si sdoppia: Donny è sia vittima che carnefice, spesso di se stesso e delle proprie decisioni, della propria sensibilità ed empatia, ma non è un eroe, anzi spesso è causa del suo mal. Allo stesso modo Martha non è solo la stalker tal quale, ma una donna che è stata abbandonata a se stessa dalla società. Ci sono insomma delle sfumature che nella vita di tutti i giorni possiamo vivere e che creano un maggiore effetto di empatia rispetto ai personaggi, ma a questo ci arrivo fra un po' con una riflessione che vorrei fare.

Il successo di Baby Reindeer si deve però non solo alla storia cupa e drammatica che racconta o ai risvolti che questa può avere da un punto di vista umano, ma anche per la sua onestà, per la schiettezza, e questo taglio sarcastico che a volte porta lo spettatore a ridere o sorridere anche quando le cose si fanno decisamente brutte. E poi è interpretata benissimo, non solo da Richard Gadd che giustamente ci è dentro fino al collo avendo vissuto i fatti in prima persona, ma anche Jessica Gunning che interpreta tutte le follie di Martha, ma anche i suoi momenti down senza risultare caricaturale. 
È bella anche la messa in scena e l'estetica generale, ma anche il ritmo e il montaggio che hanno fatto perché tutto risulta chiaro, coinvolgente, senza scadere nella ripetitività che degli atti persecutori possono creare. 


Tuttavia mentre guardavo la serie e mentre coglievo tutte le opinioni esterne e l'eco che si è creata, mi chiedevo, Baby Reindeer avrebbe avuto lo stesso successo se non fosse stata tratta da una vicenda reale? Si sarebbe potuto evitare questo interesse morboso di voler trovare i personaggi reali e scoprire cosa sia accaduto, se lo stesso Gadd non avesse magari sottolineato cosa poteva rivelare e cosa no della sua storia? E soprattutto il personaggio di Donny sarebbe stato compreso davvero con la stessa empatia se appunto Netflix non avesse dichiarato che si trattava di un personaggio praticamente reale? 

Perché in fondo ci troviamo, come dicevo sopra, con un protagonista ventenne (anche se ha un aspetto più maturo) che spesso è vittima di se stesso, con una ironia a tratti imbarazzante, e che fa delle scelte davvero sbagliate fino alla fine. È vero che molte delle sue decisioni possono essere spiegate attraverso i traumi che ha subito, e che gli abusi appunto lasciano dei segni, ma molte volte sembra che Donny non abbia del tutto controllo di se stesso.
Non trovando un vero arco narrativo che lo porta a cambiare, crescere e redimersi, vedi appunto ciò che accade nel finale, e l'ambiguità dell'ultima scena, è possibile che molti lo avrebbero considerato un personaggio più che negativo e di conseguenza tutta la serie come una mera spettacolarizzazione di traumi, dolori e abusi se non ci fosse stato scritto "una travolgente storia vera"?


Finalmente Nuove Serie Tv: Promosse e rimandate!

Il ritorno delle uscite a cadenza settimanale delle serie tv hanno indubbiamente rallentato la visione di alcuni nuovi telefilm che sono terminati solo nelle ultime settimane. Ho tre novità di cui parlarvi, con qualcosa di promosso, una bocciata e una rimandata.


The New Look
Miniserie

Ormai le piattaforme streaming sono affollate di serie tv sulle vite degli stilisti più famosi, e dopo Cristóbal Balenciaga proposta da Disney, non potevo perdere The New Look, che è stata un po' la risposta di Apple Tv + e che si concentra sulla vita dello stilista Christian Dior, e del suo rapporto con i colleghi e rivali, in particolare Coco Chanel e di come questi si sono dovuti destreggiare per sopravvivere durante la seconda guerra mondiale. 
Dior e Chanel sono due spiriti diversi, e hanno due atteggiamenti in parte contrapposti, ma che in una sfera più privata si ritroveranno a volte anche simili, e soprattutto saranno entrambi gli emblemi di un senso più profondo della moda: non solo una questione di vezzo, magari per la classe più abbiente, ma una vera e propria leva di rinascita e sopravvivenza.

Se il Balenciaga di Disney+ rendeva il suo protagonista come uno dei narratori e commentatori della sua storia, lavorando attraverso flashback della sua vita e della sua carriera, puntando ad un ampio arco di racconto, The New Look non solo cambia prospettiva e quindi la figura centrale, che finirà per incontrarsi o scontrarsi con lo stesso Cristóbal e altri grandi nomi del haute couture, ma gioca su una maggiore linearità narrativa, muovendosi praticamente quasi in modo diretto ma in un periodo abbastanza circoscritto. L'incipit in realtà è la conferenza alla Sorbonne che Dior tenne nel 1955, un escamotage per iniziare a parlare della sua storia e appunto di come affrontò gli anni della guerra.
A The New Look devo sicuramente riconoscere lo sforzo produttivo che si è tradotto in un cast con nomi anche abbastanza di livello, come Juliette Binoche (Coco Chanel appunto), John Malkovich nei panni di Lucien Lelong, il sarto che aiutò Dior durante l'occupazione nazista, e una ritrovata e forse anche più intensa Maisie Williams nei panni della sorella di Dior, Catherine.


I big money di Apple si vedono anche in una bella messa in scena, in grado di spaziare dalle eleganti passerelle con gli abiti di Christian Dior, alle cupe strade di una Parigi bombardata e in guerra. 
Ma finiscono qui i complimenti che posso fare a The New Look, infatti è proprio lo sguardo, la prospettiva sui suoi personaggi che non funziona secondo me.
Dior infatti non trova, dal mio punto di vista, un buon interprete in Ben Mendelsohn, che forse nel tentativo di raccontare un Christian umano, dolce, a volte remissivo e sopraffatto dagli eventi soprattutto nella sfera privata, ce lo racconta come goffo, molle, con poco carisma, e anche il suo doppiatore non ha aiutato. Senza contare poi che dal 1943 al 1955, quindi in 12 anni di vita con una guerra in mezzo, il suo personaggio non ha un solo capello in meno.

È ben più grave però che, nel tentativo di fornirci due grandi icone così diverse ma così vicine, come Dior e Chanel, quest'ultima riesca a prendere il sopravvento non solo per il modo in cui Juliette Binoche riesce a raccontarne estro e momenti di ombra (non senza eccessi), ma anche per lo spazio sullo schermo che finisce per far diventare collaterale la storia di quello che doveva essere il protagonista. Non ne capisco l'intento, o meglio, per quanto possa essere affascinante il personaggio e la vita di Coco, non era meglio dedicarle un'altra serie tv? Dieci episodi possono sembrare molti, ma non lo sono in questo caso, o per lo meno sarebbero se si fossero concentrati meglio. 
The New Look non trova il suo focus, mette da parte la moda (ingannando chi invece magari potrebbe sperare di trovarcela) per una serie storiografica e biografica, che butta di mezzo tante storyline non sempre interessanti o con un buon ritmo. Mi è oscura la ragione delle troppe inquadrature tremolanti e dal basso.
Non c'è un rinnovo per una seconda stagione ufficialmente, ma si parla di far diventare The New Look come una sorta di serie antologica. Vedremo.



The Regime – Il Palazzo del Potere
Miniserie

Uno dei titoli più attesi della stagione seriale si è trasformato in una delle serie tv forse più interessanti (al netto di qualche inciampo) dell'ultimo periodo. Kate Winslet torna sul piccolo schermo dopo l'ottima Omicidio a Easttown e veste i panni aderentissimi di Elena Vernham, una cancelliera sovranista di un ipotetico stato dell'Europa centrale, piena di paranoie, egocentrismo, fisime, e dall'umore imprevedibile, che tenta a modo suo di governare uno stato al limite delle sue forze. Fra queste sue follie c'è anche quella di assoldare un ex caporale Herbert Zubak (Matthias Schoenaerts), che diventerà prima una sorta di guardia, che deve controllare che le percentuali dell'umidità del palazzo in cui vive la cancelliera non superi i limiti che lei ritiene dannosi (c'entrano la muffa e le patate) per i suoi polmoni, ma presto lo trasformerà persino in un suo consigliere e qualcosa di più. Ma quanto può durare un regno dittatoriale?

Con sei episodi disponibili su Sky e Now dal 4 Marzo all'8 aprile, The Regime è una dark comedy satirica che riesce a raccontare le contraddizioni, i lati grotteschi, assurdi e peggiori dei sistemi totalitari. La cancelliera interpretata da Kate Winslet è davvero inquietante, e sembra una miscela di vari personaggi reali, da Putin a Margareth Tatcher a Marine Le Pen, ma io ci ho visto anche ispirazioni prese da The Handmaid's Tale, specie in quel verde dei suoi abiti che mi ha portato alla mente le mogli dei generali di Gilead. I dialoghi che le hanno affibbiato sanno essere pungenti e Winslet riesce ad interpretarne perfettamente il carattere volubile, capriccioso, eccessivo, ma al tempo stesso paurosamente freddo, distaccato e inumano, incapace di provare empatia o di vivere in maniera aderente alla realtà. Interessante i modi in cui le fanno "addolcire" quello che devono trasmettere i suoi ministri all'opinione pubblica.

Con The Regime viene spontaneo pensare alla situazione geo-politica attuale, e al ruolo dei media che, specie in contesti governativi particolari, hanno. L'impostazione è però volutamente sopra le righe, farsesca, eppure il messaggio arriva forte e chiaro. 
HBO riesce a garantire, oltre che un cast di livello, anche una messa in scena appagante e curata, ma The Regime non è perfetta secondo me perché, al contrario di The New Look che si espande e anche troppo, qui lo sguardo risulta un po' chiuso. Da un punto di vista fisico, visto che il 90% della serie è girato in spazi interni, si perde la prospettiva di ciò che accade all'esterno. Molto spesso l'unica suggestione sono suoni o magari un notiziario, ma non si vive l'atmosfera vera e propria. Inoltre sarebbe stato interessante, proprio nell'ottica in cui potrebbe non esserci una seconda stagione, conoscere come Elena sia arrivata al potere. Questa visione così stretta all'interno del palazzo del potere è una lente di ingrandimento interessante, ma può togliere spazio allo sviluppo ad alcuni dei temi che The Regime vuole toccare.
Resta comunque una delle migliori serie dell'anno? È presto per dirlo, ma ci si avvicina. 


LOL - Chi Ride è Fuori
Quarta stagione 

Vorrei spendere due parole sulla nuova stagione di LoL - Chi Ride è Fuori, distribuita da Prime Video in due parti l'1 e l'8 Aprile di quest'anno e che ovviamente presentava un nuovo cast, come ogni edizione. Già alla terza stagione si discuteva se il programma stesse ormai subendo un declino e forse viene da chiederselo anche per questi nuovi episodi, che, per quanto mi riguarda, non posso dire di aver trovato così straordinariamente divertenti.

Il compito dei creatori di LOL è di trovare ogni volta dei personaggi che sappiano innescare delle dinamiche appunto divertenti, e questa volta in parte ci sono riusciti, ma siamo ben lontani dagli esordi. Ancora una volta hanno pescato fra vecchie e nuove leve del mondo del cinema, della comicità e della stand up comedy, ma non tutti sono stati convincenti secondo me.
Penso ad esempio a Claudio Santamaria, che segue la strada che aveva aperto l'anno scorso Giovanni Caccamo, rivelandosi sicuramente meglio del suo predecessore ma non all'altezza di competere con chi ha fatto della comicità la propria carriera.

Fra i bocciati ci metto anche Loris Fabiani, che pare sia stato il vincitore di LOL Talent Show: Chi fa ridere è dentro, in pratica il Sanremo Giovani del programma Amazon in cui trovare nuovi partecipanti al programma vero e proprio. Purtroppo non ho capito la comicità del suo Lunanzio, ma in generale l'ho trovato poco proattivo nel creare degli sketch e delle battute davvero efficaci. 
Nella sezione giusti ma non eccellenti nei fatti secondo me ci vanno Diego Abbatantuono ed Angela Finocchiaro. Il primo infatti ha quel fare indifferente che sta bene in un contesto come LOL ma che alla lunga probabilmente avrebbe offerto poco. La seconda invece ho trovato che interagisse abbastanza senza però mai aver fatto la battuta o la scena più divertente in assoluto. Lei stessa ammetterà di aver preso in prestito una gag dal LOL tedesco. 

Non mi è dispiaciuta Aurora Leone per la sua capacità di controbattere alle battute altrui, ma purtroppo non ha secondo me dei personaggi o delle capacità forti per competere con comici più rodati.

Penso ad esempio a Lucia Ocone, che col suo talento di caratterista, e portando i suoi personaggi storico come Veronika, è riuscita a dare molto a questa quarta stagione di LOL Chi Ride e Fuori, senza però essere sempre in mezzo a rompere le scatole a tutti, e sulla stessa barca ci posso mettere anche Giorgio Panariello. Una scoperta la vena comica di Maurizio Lastrico, che dopo Call My Agent sembra aver trovato il suo momento per emergere e credo che se la sia cavata, al netto del fatto che non ha portato uno sketch o un personaggio specifico, ma fosse tutto a braccio, e che anche lui non mi abbia fatto rotolare via dalla sedia per le risate.

I miei preferiti sono stati invece Rocco Tanica, che ha saputo portare il nonsense, le battute più o meno preparate unite a quelle estemporanee, e Edoardo Ferrario che non conoscevo bene, ma ha saputo davvero tenere testa anche a comici più rodati di lui e sempre in modo brillante.
Per quanto riguarda invece i presentatori resta una incognita per me perché continuino a mettere in mezzo Frank Matano e Lillo, i quali non danno nulla di davvero diverso e appunto divertente al programma. Fedez invece se la cava ancora bene, fa il suo, non strafa.

Ne esce una stagione di LOL Chi Ride e fuori secondo me non sgradevole nel suo insieme ma un po' sottotono, non in grado, anche questa volta, di portare materiale memabile o particolarmente originale, o di competere con le prime stagioni. 
La quinta stagione è stata confermata da Prime Video, ne ho parlato qui.


Serie tv dal passato (e le stavo quasi dimenticando 🙄)

I recuperi seriali sono come i famosi rotoloni della pubblicità (sì, sto facendo questa metafora) e non finiscono mai. Anzi, quando sembra che finalmente hai messo un punto, ecco che ciccia fuori una qualche stagione che avevi dimenticato. Provo a mettere un punto e chiudere alcune parentesi.

His Dark Materials - Queste oscure materie
Terza stagione

Fra la fine del 2022 e gli inizi del 2023 è andata in onda su Sky la terza ed ultima stagione di Queste Oscure Materie, saga fantasy tratta dai libri di Phillip Pullman, che compongono appunto una trilogia e che avevo seguito con abbastanza interesse, almeno fino ad un certo punto. La prima stagione infatti era stata convincente nel creare le basi per l'universo che stavano raccontando e farci conoscere Lyra e il suo daimon, una creatura molto speciale, ma che si capiva non aveva la potenza di una saga young adult di primo livello, perché la storia non era così accattivante, si perdeva in alcune lungaggini inutili lasciando indietro altri approfondimenti che avrei voluto conoscere. La seconda stagione di His Dark Materials invece già mi era sembrata meno incisiva della prima, con alcuni segni di cedimento perché mi ha dato l'idea di essere più che altro transitoria, con qualche sviluppo.
Arrivati a Queste Oscure Materie 3 invece ho visto ben chiari tutti i limiti della serie.

Non avendo letto i romanzi da cui è tratta non so dirvi se sia un problema della serie o della storia, a prescindere di come questa venga realizzata sullo schermo, ma se ho impiegato così tanto a recuperare e terminare la visione il motivo è semplice: non mi ha appassionato e non sono mai riuscito ad affezionarmi ai personaggi, al punto che ho dimenticato quasi puntualmente proprio di parlarne. 
La terza stagione di His Dark Materials soffre secondo me di una mancanza di concertazione su ciò che la serie doveva narrare davvero nel suo ultimo capitolo, ovvero la battaglia finale con tutte le forza in campo e lo scontro con l'Autorità, ma lo sviluppo di questa parte è inconsistente e troppo breve per appassionare.
Nel mentre poi Lyra si trova impegnata in un viaggio nel mondo dei morti che invece occupa troppo spazio e che appunto non sempre ha un ritmo convincente, per quanto possa avere un significato simbolico e dare l'opportunità di rivedere vecchi personaggi.


Si arriva poi ad un finale indubbiamente toccante, che chiude le vicende, ma anche qui non posso dirvi di essermi stracciato le vesti, o meglio non posso dirvi che mi siano rimaste particolarmente impresse le emozioni che ho provato, perché appunto non c'è mai stato un vero feeling con i personaggi da un punto di vista umano. Le interpretazioni, nonostante i giovani Dafne Keen (Lyra) e Amir Wilson (Will) siano letteralmente cresciuti rispetto agli inizi, non sono mai state così brillanti e appunto coinvolgenti, probabilmente perché entrambi i personaggi tendono ad essere respingenti. Sempre invece intensa Ruth Wilson.

La terza stagione di His Dark Materials chiude appunto le linee narrative, e mette tutti i personaggi al posto in cui dovrebbero stare, con un unico accenno finale ad una possibile altra avventura di Lyra, Pan e l'aletiometro, ed in effetti Pullman sta per terminare un'altra trilogia che la vede protagonista. Quindi potrebbe esserci una nuova possibilità di ritornarne nel mondo di Queste Oscure Materie, ma è un discorso ancora ipotetico, e vi confesso che probabilmente, se ne nascesse una serie tv, le darei una chance ma sarei anche disposto ad abbandonarla subito se non mi dovesse convincere. 


Wolf Like Me 
Seconda stagione


Non ho solo dimenticato di parlarne ma continuavo a dimenticare di recuperare la seconda stagione di Wolf like me, uscita in Italia su Prime Video il 9 Febbraio di quest'anno. L'intenzione in questo caso c'era tutta, ma passando in sordina anche sulla stessa piattaforma streaming Amazon, mi continuava a sfuggire, eppure la serie tv con Isla Fisher e Josh Gad (non potevano scegliere una coppia di attori più azzeccati secondo me) continua ad essere per me convincente.
Una sorta di rom-com con una punta fantasy che però cerca di trovare una sua profondità sfiorando con leggerezza temi non da poco. Se la prima stagione di Wolf Like Me infatti si è concentrata sulla conoscenza fra Mary e Gary, entrambi ancora toccati dai rispettivi lutti che li hanno coinvolti, in questi nuovi episodi (7 questa volta, uno in più rispetto alla stagione precedente), il loro rapporto è ormai consolidato ed aspettano anche un figlio. Sarebbe una bellissima notizia se non fosse che il segreto di Mary potrebbe mettere in difficoltà la gravidanza. Non basterà purtroppo l'aiuto della giovane figlia di Gary ad aiutarli.

Credo che Wolf Like Me sia una serie tv adorabile, che sa bilanciare momenti seri di tensione a situazioni più sopra le righe, battute ironiche e appunto questo contorno fantasy che viene ben gestito. Anche in questa seconda stagione poi si cerca di parlare anche di altro, come appunto la maternità e tutte le ansie ad essa collegate, ma più in generale anche del femminile, il rapporto genitori e figli in una famiglia allargata, e si ritorna comunque sull'elaborazione del lutto, e in generale sulle relazioni passate. Dall'altra parte poi c'è Gary che cerca di non farsi travolgere proprio da quel che è successo sia nella passata stagione che per quanto riguarda la vita di Mary prima di conoscerlo. 
Wolf Like Me 2 è una serie tv solida secondo me, che è riuscita a non farmi rimpiangere la buona prima stagione e che si guarda praticamente tutta d'un fiato.

Non è una critica ma non posso non constatare che sicuramente la prima stagione avesse forse dei temi maggiormente universalizzabili e con cui appunto un po' tutti potevamo sentirci affini, mentre qui come dicevo, prevalgono temi al femminile e secondo me si nota la volontà di aggiungere alcuni colpi di scena extra che potessero rendere la serie più ritmata e intrattenente. Sono tutte situazioni coerenti con la storia, che comunque resta nella sua bolla del surreale, ma si capisce che vengono create delle coincidenze per movimentare il tutto. 
Ciò non toglie che una terza stagione di Wolf Like Me la vedrei volentieri, e anche se non ci sono ancora conferme ufficiali, Isla Fisher si è detta fiduciosa. Spero però che non tentino la strada della prosopopea.


Tutte le volte che ci siamo innamorati (Todas las veces que nos enamoramos)
Prima Stagione

Non è stata una dimenticanza, ma un volontario recupero questa serie tv spagnola Netflix che è disponibile dal14 Febbraio dell'anno scorso, e che pensavo potesse essere un buon diversivo, leggero e non troppo impegnativo, nell'attesa che uscissero le puntate settimanali delle nuove serie tv che sto seguendo (ne parlo presto).
Al centro della storia c'è Irene, una giovane ragazza che si trasferisce a Madrid per studiare regia e cinema, e qui conoscerà i suoi nuovi coinquilini Da e Jimena, con i quali instaurerà subito un bellissimo rapporto. Proprio alla festa di un famoso regista, una sera Irene incontrerà Julio, un ragazzo, anche lui molto giovane, che invece sogna di fare l'attore e fra i due scatterà una scintilla. Quella che però sembra essere l'alba di una storia d'amore, troverà presto momenti di oscurità: siamo infatti a marzo del 2004, quando ci fu un attentato terroristico alla metropolitana di Madrid, e questo cambierà il corso degli eventi.

Attraverso salti temporali fra appunto il 2004 e il 2022, Tutte le volte che ci siamo innamorati racconta le vite e gli amori di questi quattro protagonisti, e devo dire che l'idea di partenza non mi era dispiaciuta, ma poi si è risolta in una storia guardabile ma non memorabile.

Raccontare il mondo del cinema dal dietro la macchina da presa ad esempio poteva essere una idea interessante, ma che viene presto abbandonata, o comunque diventa solo un escamotage collaterale e troppo semplicistico, per raccontare le vite sentimentali dei protagonisti, e soprattutto di Irene e Julio e questo è il problema.
Se è infatti molto pucciosa l'amicizia fra Da, Jimena e Irene, e secondo me viene raccontata in modo realistico, sincero, ma comunque sempre con molta ironia, tutta la parte romantica risulta solo un cliché ripetitivo e poco entusiasmante.
In qualunque periodo storico infatti i protagonisti di Todas las veces que nos enamoramos mi sono sembrati molto affiatati dal punto di vista fisico, ma poco da quello di vista mentale.

O meglio, buona parte degli scontri che portano la coppia a separarsi o comunque ad un momento di crisi, sembrano talvolta pretestuosi, poco sviluppati, creati ad hoc per poter raccontare qualcosa più che scaturiti da due caratteri forti o particolari, e le tante (pure troppe) scene di sesso non fanno altro che confermarlo. Ad esempio Julio sembra un ragazzo molto dolce ma nasconde dipendenze e non si capisce molto da cosa derivi questo suo malessere. Irene invece è molto spigliata anche se spesso esagerata, ma ne spengono, in modo troppo ferreo e appunto telefonato, ogni entusiasmo una volta che ce la mostrano 20 anni dopo più adulta e disincantata. A proposito dei salti temporali, secondo me non sono gestiti al meglio: se ti distrai un secondo, ti sei perso la scrittina che ti diceva in che anno si stanno svolgendo i fatti, e gli attori non vengono invecchiati a sufficienza per creare uno stacco più netto.

Se insomma avessero mantenuto gli intenti iniziali e asciugato un po' alcune dinamiche, magari riducendo la durata degli episodi a 20 o 30 minuti, Tutte le volte che ci siamo innamorati sarebbe stata una serie decisamente godibile, un po' alla One Day; così impostata invece mi è risultata al di sotto delle aspettative. Il finale decisamente aperto lasciava intendere che ci potesse essere una seconda stagione, ma pare che Netflix ne abbia cancellato il rinnovo a luglio dell'anno scorso.



Che caos la nuova stagione di Call My Agent Italia

L'anno scorso era diventata presto una delle serie tv più interessanti e promettenti della stagione, ma Call My Agent - Italia ha mostrato presto la difficoltà di restare sulle sue gambe una volta arrivati i nuovi episodi, che cercano di allontanarsi di più dalla produzione francese di Netflix.


L'originale Chiami il mio agente! (Dix pour cent) infatti è diventato un franchise che è stato esportato in tutto il mondo, e che qui in Italia è piaciuto molto (anche a me) perché hanno saputo declinare in salsa tricolore le dinamiche, i personaggi e le star che avevano reso la serie una ottima compagnia e un modo di fare intrattenimento divertente e non scontato.

Il 22 Marzo è tornata su Sky/Now la seconda stagione di Call My Agent - Italia che ancora una volta ci ha riportati negli uffici della CMA, l'agenzia di attori, artisti di vario genere e personaggi famosi che però sta attraversando un momento delicato. Dopo che il fondatore Claudio Maiorana ha abbandonato il suo ruolo, si cerca un nuovo compratore per le sue quote dell'agenzia, ma è importante in questo momento restare a galla e non fare danni per non rovinare il nome della CMA. Peccato che si inizi proprio con un clamoroso flop cinematografico, ma non tutto sembra perduto: un grande regista italiano sembra essere disposto a diventare il nuovo socio di maggioranza dell'agenzia.

Call My Agent 2 torna quindi ad esplorare la vita ed il lavoro di Vittorio (Michele Di Mauro), sua figlia Camilla (Paola Buratto), Gabriele (Maurizio Lastrico), Lea (Sara Drago), ed Elvira (Marzia Ubaldi scomparsa poco dopo la fine delle riprese), che devono cercare di stare al passo con le manie dei personaggi che affiancano, inclusi nomi come Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi, amiche e colleghe completamente fuori di testa che devono far parte di un progetto improbabile, Serena Rossi e Davide Devenuto, una coppia anche nella vita reale che deve cercare di tenere lontano dal gossip i loro panni sporchi o Claudio Santamaria, disposto a farsi arrestare pur di far parte di un film di Christofer Nolan.

Il concetto è sempre quello: prendiamo le manie di questi attori e trasformiamole in qualcosa di divertente, con situazioni strampalate e momenti di caos totale. A non avermi convinto però è lo sviluppo di queste idee e di queste dinamiche: molte mi sono sembrate infatti forzate, come se, invece che nascere "spontanee" da quelle manie e da quei tic più o meno noti, avessero preso i personaggi e ce li avessero buttati dentro, magari cucendogli addosso piccole stramberie.

Questo non rende Call My Agent noioso o lento, ma più macchinoso e a volte anche ripetitivo, come se si vedessero le rotelline dello sceneggiatore che girano (a volta a vuoto) per trovare qualcosa da far fare a questi personaggi in cerca di autore. 
Inoltre la versione italiana di Chiami il mio agente secondo me ha bruciato troppo in fretta il materiale originale, mettendo in mezzo situazioni che nella serie tv originale arrivavano man mano e che qui sono state già buttate fuori nella prima stagione. Ne risente soprattutto secondo me la parentesi sulla vita privata degli agenti, che se in Dix Pour Cent camminava quasi parallela accanto a quelle delle star, in questa seconda stagione diventa molto più collaterale. Il rapporto ad esempio fra Vittorio e la segretaria poi attrice Sofia, che nella serie originale era molto più graduale, con uno sviluppo più naturale, o ancora, ricordo che il rapporto fra la versione francese di Vittorio e sua figlia Camilla, aveva una costruzione più convincente. 
Perché le cose sono due: o copi bene e lo fai fino in fondo, o cerchi una strada che appunto sia strutturata e coinvolgente.


Per dirla in maniera semplice, se le linee narrative verticali sono più o meno funzionanti, dove alcune puntate sono più convincenti di altre (ad esempio le ultime due con Sabrina Impacciatore e Elodie), la narrazione orizzontale mi è sembrata più lasciata da parte e a volte completamente dimenticata, per poi spuntare fuori qui e lì.
Un esempio che posso farvi è quello del nuovo acquirente della CMA, Evaristo Loy (interpretato da Pietro De Nova) che non sembra aver trovato una sua dimensione all'interno delle storie, mentre il suo corrispettivo, Hicham Janowski (Assaâd Bouab), aveva un ruolo molto più attivo e interessante, quasi di rottura nelle dinamiche dell'agenzia. Quindi mi chiedo se tanto state riproponendo alcune linee narrative, perché non riproporne gli intenti invece di buttare occasioni alle ortiche?

Call My Agent 2 cerca poi la strada dell'ironia facile all'italiana, usando malissimo le capacità di Emanuela Fanelli, che interpreta Luana, questa attrice non proprio brillante che si sente una diva del cinema. Spalleggiata da un Corrado Guzzanti giustamente annoiato, il suo ruolo sembra quello di creare un riempitivo che sembra scollato dal resto e che semplicemente non fa ridere. Inoltre, a questo punto, penso che la carriera di Fanelli la renda un po' troppo conosciuta per fare la parte dell'attricetta.


Il tentativo poi di trovare uno spessore toccando temi come la violenza sessuale, argomento che purtroppo si è legato al mondo del cinema e dello spettacolo, si risolve in una narrazione didascalica e già vista dell'accaduto, molto approssimativa oltre che affrettata. 

La conferma di una terza stagione di Call My Agent secondo me fa capire quanto ci sia da raccontare e quanto sia un prodotto che quasi si auto rigenera, grazie a personaggi e artisti che hanno trovato una bella occasione per mettersi in discussione, ma questa seconda stagione secondo me perde di sottigliezza nei dialoghi, di brillantezza, ha una scrittura spesso caotica e superficiale.
Se vi va di sapere com'è proseguita la serie, di Call My Agent 3 ho parlato qui.




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