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Recuperi non necessari ma soddisfacenti! 👍🏻

Quando scelgo di guardare una serie tv, non mi aspetto sempre che sia perfetta, ma, come prima caratteristica voglio che mi sappia intrattenere, che mi tenga compagnia, che mi spinga a voler proseguire di puntata in puntata. Che poi la scrittura non sia impeccabile o che ci siano delle soluzioni narrative fiacche, riesco a notarlo anche io, ma a volte non importa, come nel caso di queste serie tv che hanno saputo appassionarmi senza stancarmi.
Avrete sicuramente sentito parlare di Fate: The Winx Saga (⭐⭐⭐🌠), serie tv sbucata su Netflix il 22 gennaio, che ha portato sin da subito commenti negativi, positivi, ma anche ironia.

fate winx la saga recensioni

Giustamente un po' tutti noi che agli inizi degli anni 2000 eravamo giovanissimi, ricordavamo la serie animata Winx Club con le coloratissime e un po' succinte fatine che studiano per diventare delle potenti creature magiche, e l'idea di un live action suonava strano, e a tratti trash. E poi sono insorti alcuni dei fan più sfegatati (che non sapevo esistessero) ché non sono riusciti ad accettare il fatto che questo Fate - The Winx Saga non seguisse pedissequamente tutti gli aspetti del cartone animato. Per me invece questa serie tv è stata una piccola piacevole scoperta.

Il presupposto della storia di Blossom, Stella, Musa, Aisha e Terra (già, Terra), può far pensare una storiella per bambini, ma questo Fate è invece più un teen drama con vene young-adult, con spesso scene più splatter, qualche spicchio di horror, e sicuramente un linguaggio più esplicito. In generale poi, quella delle fatine Winx è solo un nodo di partenza per cucirci attorno tutta un'altra storia.
Quello che a me è piaciuto di Fate - The Winx Saga non è certamente il titolo troppo lungo da scrivere, ma il fatto che non voglia essere la serie fantasy per eccellenza, ma solo trasportarci per qualche ora in un mondo fatto di magia, amicizia, amore, famiglia, ma anche inclusività e accettazione di se stessi. 


Il tutto viene racchiuso in una serie facile da approcciare, senza snobbismi, con una storia semplice e gradevole secondo me, che riesce a tenersi viva con qualche momento di tensione. Non è esente da difetti questa Fate: appunto spesso il trash appare in scelte evitabili, non spicca per originalità, gli effetti speciali sono credibili fino ad un certo punto, ma si fa seguire con piacere, è innocua, e non risulta stucchevole pur mettendo di mezzo i tipici scenari delle serie adolescenziali
Se siete orfani di Chilling Adventures of Sabrina, potrebbe soddisfare anche voi.
Qui trovate invece la recensione della seconda stagione di The Winx Saga.

A proposito di seconde stagioni e creature magiche, ho recuperato quella di A Discovery of Witches - Il manoscritto delle streghe che, ci tengo a precisare, considero ancora una monnezza, esattamente come fu per la prima stagione.

a discovery of witches 2

A Discovery of Witches infatti potrebbe essere una serie tv carina, un po' come Fate, senza troppe pretese ed innovazione, ma piacevole da guardare, ed invece hanno sempre optato, anche in questa seconda stagione, per una storia raffazzonata, i cui personaggi cambiano prospettiva da un momento all'altro, ed hanno reazioni diverse senza una minima coerenza e senso cronologico. Il problema deriva forse da un frettoloso ed errato sviluppo dei ruoli all'interno della storia, con la conseguenza che ciò che accade finisce per non avere il giusto impatto emotivo, per risultare poco strutturato, come un puzzle che non solo risulta montato male, ma alla fine non restituisce, nell'insieme dei pezzi, una immagine comprensibile.

A Discovery of Witches 2 recensione

Dall'altro lato, le linee narrative di A Discovery of Witches 2 sono poco equilibrate, ed anche le più piccole saltano a caso, con un risultato generale poco coerente, nonostante l'impegno di attori e chiunque collabori alla messa in scena.
Allora perché ho trovato soddisfacente questa seconda stagione de Il manoscritto delle streghe? Perché rispetto alla prima stagione mi ha intrattenuto meglio, è stata meno noiosa, mi ha incuriosito maggiormente, ed ho persino trovato un episodio che ha avuto senso da inizio a fine, e mi è piaciuto seguirlo (mi riferisco alla parentesi su Marcus Whitmore). Il salto nella Londra del XVI secolo, con il cambio di scenari e costumi molto belli, ha secondo me dato un po' di respiro ad una narrazione che sarebbe stata molto più stagnante. Credo che i due episodi in più abbiano anche supportato qualche approfondimento.
Essendo tratta da una trilogia di romanzi, A Discovery of Witches - Il manoscritto delle streghe si è conclusa con la terza stagione di cui ho parlato qui.

Ho molte più cose positive da dirvi su uno degli ultimi recuperi seriali che ho portato a termine, ovvero Dickinson (⭐⭐⭐), serie in due stagioni (che presto saranno tre) di Apple Tv +, con Hailee Steinfeld.

dickinson apple tv+

È stata la mia amica Simona (MissPenny09) a sponsorizzarmi questa serie tv, perché di Dickinson onestamente non ho sentito molto parlare: l'intento della serie è quello di raccontare in chiave assolutamente pop (come per Bridgerton ad esempio), la vita e le opere della poetessa Emily Dickinson. Si passa dal suo contrastato rapporto col padre, al bisogno costante e incessante di scrivere, fino ai sentimenti di profondo affetto (e non solo) per la amica e cognata Susan "Sue". Il ritratto che ci dà questa serie su Emily Dickinson l'ho trovato affascinante e ricco, e ho apprezzato l'ironia con cui riescono a raccontare anche un'epoca e alcune delle sue caratteristiche, come il rapporto con la morte e l'insistente bisogno di incasellare le donne in un ruolo specifico.

Dickinson ha sicuramente un approccio molto contemporaneo, sia nella musica che nel linguaggio, non è e non vuole essere una biografia affidabile e cronologicamente ineccepibile, ma solo un modo di raccontare questo personaggio straordinario, il suo estro e creatività con una chiave di lettura ironica, spassionata e sopra le righe. Conoscendo poco le poesie di Emily Dickinson, se non quelle studiate al liceo, è stato un piacere (ri)scoprirle, senza però annoiarmi. Tacito che non c'è una ricostruzione dettagliata del suo vissuto: non è una lezione di letteratura inglese ma pur sempre una serie tv.

apple tv + dickinson serie tv

Il risultato in linea generale di entrambe le stagioni mi è piaciuto, ho trovato degli episodi davvero spassosi e scorrevoli, complice anche la durata di circa 30 minuti. C'è forse una oscillazione fra episodi che mi hanno colpito di più, ed altri che ho trovato un po' ripetitivi; così come manca un po' di originalità nell'approccio: non c'è infatti ad esempio una trasparenza, una sottigliezza nel raccontare certe tematiche, ma vengono rappresentate in modo un po' troppo semplicistico e diretto. Tuttavia fra la prima e la seconda stagione di Dickinson non ho notato un dislivello particolare, solo forse un accentuarsi della eccentricità di certe situazioni, e qualche contraddizione interna.
La buona fattura, insieme ad un sarcasmo irriverente però rendono Dickinson una di quelle serie tv che meritano una chance e che possono diventare una piacevole compagnia.

Che serie tv state recuperando per adesso?



L'aggiornamento delle serie tv che ho abbandonato (e che abbandonerò)

Sono ormai arrivato al terzo capitolo delle serie tv che ho abbandonato (qui il primo e qui il secondo) nel corso dei mesi, di quelle che non ho mai più ricominciato, ma anche di quelle che non ho intenzione di continuare. Un episodio questo che nasce per puro caso: ho letto infatti che la serie tv Preacher, l'adattamento del fumetto di Garth Ennis e Steve Dillon, sarà disponibile su Netflix dal 30 settembre, e così ho avuto una illuminazione.

Le 4 stagioni di Preacher sono state pubblicate su Prime Video dal 2016 al 2019, ed in effetti ho visto la prima stagione proprio quando uscì, ma poi il nulla, non ho mai più proseguito ed in effetti penso di aver capito perché. È un dramedy fantasy, con una vena splatter abbastanza spinta, e una ironia caustica, e questa miscela di elementi, poco affine in generale ai miei gusti, indubbiamente mi ha fatto allontanare, e come scrivevo nelle impressioni della prima stagione, mi sono reso conto che non faceva molto per me, al punto che, in attesa della seconda stagione, ho completamente rimosso Preacher dalla memoria e non mi sono più guardato indietro.

Comunque appunto da fine settembre troverete tutti gli episodi su Netflix, ma a me non va proprio di recuperarla, ma se amate le serie tv tratte dai grafic novel, potrebbe piacervi.


A proposito di Netflix e serie tv datate, qualche tempo fa avevo tentato di vedere Master of None, serie tv in tre stagioni creata fra il 2015 e il 2021, ma con me qualcosa non ha funzionato. 

Il protagonista Dev, interpretato dal comico Aziz Ansari, è un ragazzo indio-americano di 30 anni, che vuol fare l'attore ma che in realtà è appunto un "buon a nulla". Gli intenti di Master of none secondo me si colgono subito, e sono quelli di far sorridere, ma al tempo stesso tirar fuori una qualche riflessione sulla vita, specie dei millennials, sulla società e sull'amore, e so che molti la amano o l'hanno amata, ma io mi sono annoiato dopo una manciata di episodi.
È vero che avendo quasi 10 anni di vita, Master of None oggi può risultare un po' datata, o meglio meno fresca e contemporanea, tuttavia, nonostante ogni episodio duri poco e le puntate siano svelte e poche, a me non ha fatto né sorridere né riflettere. Mi è sembrato solo di guardare un programma carino, ma che non mi stava dando nulla e per questo ho deciso di non proseguire la visione.

È stato più o meno lo stesso per quanto riguarda Dollface, la serie tv con protagonista Kat Dennings e disponibile su Disney +.

Io mi sono fermato alla prima stagione, e pare che la serie sia stata cancellata dopo la seconda, andata in onda nel 2022. Dollface potrebbe essere la controparte femminile di Master of None, viste alcune similarità sui temi che affronta (anche se in quest'ultima c'è anche la componente etnica da prendere in considerazione), e anche questa serie Disney soffre più o meno degli stessi problemi di quella Netflix: è carina ma poco d'impatto, poco coinvolgente e non sempre efficace sia nelle parti umoristiche che in quelle più riflessive. Ho lasciato indietro Dollface senza rimpianti e va bene così.

Passo in rapidità ai prodotti di Apple Tv + con un terzetto di serie abbandonate, due più datate e una recentissima. La prima è Dickinson, che ho cassato con la seconda stagione.

È stata rinnovata per una terza e ultima stagione che è stata resa disponibile nel 2021, ma che ho evitato di vedere perché secondo me la serie aveva già dato quel che poteva. Il racconto anacronistico della vita di Emily Dickinson infatti, per quanto a primo impatto affascinante, mi sembrava girasse sempre intorno gli stessi argomenti, lo stesso approccio e lo stesso tipo di ironia e secondo me due stagioni erano più che sufficienti per raccontare quel che volevano dire. Tra l'altro, in questo caso, ha influito il fatto che abbia visto i due cicli di episodi più o meno di fila, con la conseguenza che mi sembrava anche pesante recuperare il terzo. 

La seconda serie tv Apple Tv è che ho abbandonato è Truth Be Told, la cui terza stagione è stata pubblicata all'inizio di quest'anno.

Se dovessi fare un grafico sull'andamento del mio gradimento, sarebbe una parabola che sprofonda verso il basso. Avevo infatti trovato nella prima stagione di Truth be Told alcuni ingredienti interessanti, ma l'insieme della ricetta con molte imperfezioni e soprattutto mi ero reso conto che la storia della protagonista, la giornalista e podcaster Poppy Parnell (interpretata da Octavia Spencer) non avesse così tanti aspetti interessanti da poter reggere una serie tv longeva e forte. La seconda stagione invece per me è stato un flop totale: noiosa, ripetitiva, con personaggi scarsamente interessanti e mal caratterizzati. Non mi ha stupito leggere che Truth be told è stata interrotta con la terza stagione perché non c'era secondo me più molto da dire. 

La terza serie tv di Apple Tv si intitola Platonic ed è disponibile sulla piattaforma streaming da maggio di quest'anno. Io ho provato a darle una buona chance, arrivando praticamente oltre metà della prima stagione. 

La storia è quella di due amici di vecchia data Will e Sylvia, rispettivamente Seth Rogen e Rose Byrne, che si ritrovano dopo un periodo di lontananza. Non sono però più due ragazzini ma due adulti che si avvicinano alla mezza età e che hanno un approccio molto particolare, schietto e diretto. Non si parla quindi solo di amicizia fra uomo e donna, ma anche di tutte le curve che ci troviamo ad affrontare nella vita, fra famiglia, lavoro e amore. 

In Platonic, che mi aveva attirato proprio per il titolo, ho trovato delle idee interessanti ed una chiave ironica per parlare di quotidianità, ma il resto è una sequela di dialoghi e situazioni assurde, spesso con reazioni infantili da parte dei personaggi, scarsamente credibili e non divertenti come dovrebbero essere. È vero che ci sono dei momenti onesti, ma contornati da tanta fuffa.
Ho letto che molti amano il personaggio di Rose Byrne, mentre ritengono che l'ironia di Seth Rogen abbia stufato e sembra portare avanti sempre lo stesso personaggio. Per me entrambi sono da bocciare, e soprattutto è una di quelle serie tv che probabilmente non potrà mai avere una conclusione. 

A marzo di quest'anno, su Prime Video in questo caso, è stata pubblicata Daisy Jones and the Six, una miniserie in 10 episodi e tratta da un romanzo di Taylor Jenkins Reid.

Ispirandosi alla storia di una band rock britannica realmente esistita, Daisy Jones and the Six dovrebbe appunto raccontare la parabola di questo gruppo, dai momenti di successo, alle difficoltà interne ed esterne al gruppo. Per me però la chiave per narrare queste vicende è la più noiosa: infatti hanno inserito dei momenti a mo' di intervista/documentario, alle parti di "azione", dove i protagonisti raccontano appunto il loro punto di vista e cosa accadeva nel dietro le quinte dei loro periodi nella band. 
Ho trovato il ritmo di Daisy Jones and the Six estremamente lento, ma soprattutto mi è sembrato tutto posticcio, un mockumentary, come se stessi guardando degli attori fare dei personaggi e non essere dei personaggi (non so se rendo l'idea). Le fondamenta della storia in generale, per quanto carine, sono abbastanza banali: basti pensare ad A star is born come esempio.
Altri due aspetti che non mi sono piaciuti sono le caratterizzazioni dei personaggi, che non mi sono sembrati così iconici da amare subito, e la musica, anche questa, mi è sembrata finta, qualcosa di basico creato per la serie e non come se fosse musica "reale".
Dopo qualche episodio, l'ho abbandonata. 

Ho intenzione di non seguire più I Hate Suzie, o meglio non vedrò la seconda stagione, intitolata I Hate Suzie Too, che è ancora uscita su Sky in lingua originale.

Avevo definito I Hate Suzie come una serie tv dimenticabile, perché la protagonista, Suzie appunto, mi è sembrata irreale, sempre in procinto di avere una crisi, e in mezzo a situazioni volutamente esasperate, giusto per creare le dinamiche. Anche ai tempi della prima stagione, andata in onda nel 2021, mi ero detto che non avrei molto probabilmente proseguito, e visto che l'attesa della versione doppiata si è protratta così tanto, la mia vacillante voglia è completamente scemata.


Voi che serie tv avete abbandonato di recente o avete in programma di abbandonare prossimamente?




My Lady Jane non c'entra niente con Bridgerton, ecco perché

C'è stato tanto chiacchiericcio sulla serie tv My Lady Jane, disponibile in streaming su Prime Video dal 27 giugno, e che solo nelle ultime settimane ho avuto modo di recuperare, non capendo la direzione delle critiche che ha ricevuto.

Traendo ispirazione dalla base letteraria del romanzo omonimo di Cynthia Hand, Brodi Ashton e Jodi Meadows, My Lady Jane tenta una riscrittura, in chiave ironica e contemporanea, della storia che tutti conosciamo, o almeno dovremmo.

Siamo in Inghilterra intorno alla metà del 1500, ed alla morte di Enrico VIII (quello famoso per cambiare moglie ogni minuto), gli succedette suo figlio Edoardo VI, il quale però essendo cagionevole, morì all'età di 15 anni. Qui si aprì un po' il caos sulla successione: Edoardo infatti aveva lasciato un testamento in cui voleva come suo erede la cugina lady Jane Grey, scavalcando lo stesso testamento del padre che invece affermava che in assenza di figli da parte di Edward, il trono sarebbe spettato a sua sorella Maria (la sanguinaria) e Elisabetta (I). C'erano però diversi intoppi burocratici, senza contare poi tutte le altre persone che nella linea di successione avevano la precedenza rispetto a Jane.

Eppure Jane riesce a diventare regina, ma solo per 9 giorni, perché poi Maria la fa accoppare e si prende il posto che comunque le spettava.

Ma, nella serie tv Prime Video, sin da subito il nostro narratore ci racconta che l'intento è di scoprire cosa sarebbe accaduto se Lady Jane fosse riuscita a regnare più di 9 giorni, grazie al suo temperamento forte e coraggioso in grado di convincere il suo popolo della sua autorevolezza e legittimità. 

Le difficoltà per Jane non riguarderanno però solo la sua ascesa al trono, e gli intrighi di palazzo, ma prima dovrà gestire il rapporto con la madre, che la obbligherà a sposare Guilford Dudley per cercare di salvare la sua famiglia, poi dovrà convivere con un questo uomo che sembra diametralmente opposto a lei. Ma sarà governare il vero problema: in questa Inghilterra di My Lady Jane infatti non è la divisione fra cattolici e anglicani a creare tumulti interni, ma quella fra Etiani e Veritiani.

I primi infatti hanno le sembianze di esseri umani che però sanno trasformarsi in animali quando serve, ma i veritiani non accettano quelle che reputano delle creature malvagie e cercano di emarginarli o, peggio, ucciderli in ogni occasione possibile. 

Una riscrittura della storia che consente quindi di raccontare un'altra vicenda: Lady Jane infatti diventa una giovane eroina sveglia e intelligente, che crede nell'indipendenza e nell'inclusione, oltre che nell'amore vero, e che sfida il sistema e la visione arcaica della società.
Il tono settato da My Lady Jane è ironico, con degli spruzzi di nozioni storiche reali qui e lì, ma con una impostazione da commedia poco politicamente corretta (e spesso sboccata) che alla fine vuole intrattenere, ben lontana da qual si voglia intento documentaristico, ed è qui che sono scattati i paragoni con Bridgerton, che però reputo poco corretti.

È vero che entrambe le serie tv sono anacronistiche, sia per le scelte di musica, costumi e dialoghi, sia per gli attori (anche in My Lady Jane molte persone nere o di colore assumono ruoli che nell'Inghilterra del '500 non avrebbero mai avuto), ma qui secondo me finiscono le similarità.
Soprattutto tocca fare una premessa: è vero che Bridgerton ha avuto un enorme successo, ma già prima della serie di Shonda Rhimes c'erano altri titoli con uno stile simile.

Mi vengono in mente Vanity Fair, Gentleman Jack e Dickinson, tutte pubblicate prima e con pennellate più contemporanee, ed anche La fantastica signora Maisel (era il 2017) aveva una protagonista poco aderente ai canoni degli anni '50.

Ma My Lady Jane aggiunge altri due aspetti che non troviamo in Bridgerton. È infatti una serie ucronica, un what if vero e proprio, al contrario della serie Netflix dove i personaggi sono per la maggior parte inventati, e soprattutto c'è la componente fantasy che smonta qualunque forma di realismo, e i momenti di azione per dare un tocco epico al tutto.
Bridgerton inoltre punta molto sull'intreccio sentimentale e sessuale, mentre qui è un aspetto quasi secondario. 
Insomma io non so se quelli di Prime Video si siano messi ad un tavolo per trovare una risposta a Bridgerton, ma a me My Lady Jane ha ricordato più il film Disney Roseline, soprattutto per il tipo di comicità che porta.
Questo significa che la serie tv Prime mi abbia convinto del tutto? Assolutamente no.

Se è vero che riesce ad intrattenere e che il cast, capeggiato soprattutto da Emily Bader e Edward Bluemel (che avevo visto di recente in Belgravia: The Next Chapter), se la cava molto bene, non posso dire che My Lady Jane mi abbia tenuto incollato allo schermo tutto il tempo.
Il problema per me è stato soprattutto il ritmo e la lunghezza delle otto puntate che non mi è sembrata sempre in linea con le vicende che raccontano. L'unico stimolo ad una sorta di binge watching è il cliffhanger finale di ogni episodio, ma non sempre in me è scattata la voglia di proseguire con la puntata successiva.

Più nello specifico mi è sembrato che abbiano tentato di tenere insieme una serie di idee già viste, spesso riproponendole come se fossero particolarmente valide quando invece mi sono sembrate fiacche, come ad esempio la liaison fra la madre di Jane, lady Frances Grey (Anna Chancellor) ed il più giovane fratello di Guilford. Parentesi leggere, che poco influiscono sulla storia in generale, ma che non sono poi così divertenti. 

Ho sofferto anche la caratterizzazione stereotipata dei protagonisti, specie per quanto riguarda Guilford, ma anche Jane non ha una costruzione e uno sviluppo così solido. Poi non si capisce come mai nei primi episodi puntino tanto alle sue capacità di conoscere ed usare le erbe quasi fosse una sorta di maga, per poi abbandonare l'argomento e riprenderlo vagamente nell'ultimo episodio. 
O ancora Maria, la futura sanguinaria, ci viene presentata come una pazza furiosa, che nelle camere private diventa una maîtresse dedita al sadomaso, come se una parafilia debba essere per forza una caratteristica di una persona non propriamente equilibrata. 

Se non siete fra quelli che urlano all'oltraggio appena vedono personaggi reali inseriti in contesti non storiograficamente accurati, o che magari si annoiano con i period drama tradizionali che non allargano gli orizzonti verso generi differenti magari più leggeri, allora My Lady Jane potrebbe essere la vostra serie. Per me si deve ancora lavorare un po' su originalità, creatività e ironia.

A proposito, l'episodio finale, e lungi dal fare spoiler, lascia aperto uno spiraglio ad una seconda stagione, ma pare ormai confermato che la serie è stata cancellata da Prime Video dopo questa prima stagione. 



Classici rivisitati: tre film consigliati!

Metto da parte il mood lamentoso dello scorso post, per parlare invece di tre film che mi sono piaciuti e che sono anche parecchio diversi fra di loro, ma che vanno in modi diversi a toccare dei classici della letteratura.


Rosaline (2022)


Genere: commedia
Durata: 96 minuti
Regia: Karen Maine
Uscita in Italia: 14 ottobre 2022 (Disney+)
Paese di produzione: Stati Uniti

Verona, 1300. Il cuore della bella e giovane Rosaline batte solo per un dolce ragazzo di nome Romeo, che la corteggia con romantiche poesie. Purtroppo però il rapporto fra i due è osteggiato dalle rivalità fra le loro famiglie. Rosaline è infatti una Capuleti, mentre Romeo è un Montecchi, ma i due sono anche coraggiosi al punto di voler fronteggiare i rispettivi genitori pur di vivere il loro amore.
Rosaline, in particolare, è una ragazza spigliata dal carattere forte, che vuole essere rispettata anche in un epoca in cui le donne non dovrebbero nemmeno parlare a tavola.
Tuttavia le circostanze si metteranno di mezzo, e la coppia vacillerà.

Non avete letto male né io mi sono rincitrullito, perché Rosaline è la cugina di Giulietta, e Romeo è proprio quello delle opere Shakespeare.
Il film, disponibile su Disney + dal 14 Ottobre, riscrive infatti cosa sarebbe accaduto prima che la tragedia si consumasse, e che la storia di Romeo e Giulietta diventasse leggenda. Questa operazione è però portata avanti in chiave assolutamente leggera ed ironica, ma non sciocca.

Infatti Rosaline è uno di quei moderni period drama che si immerge in un contesto storico preciso, e lo fa con personaggi e costumi del passato, ma "inquinandosi" con dialoghi e tematiche più contemporanee. 
È un'impostazione che abbiamo già visto con Persuasione, Cenerentola, Dickinson, Blood, Sex & Royalty, Bridgerton e chissà quanti altri titoli sto dimenticando in questo momento, ma che in questo caso si declina in uno di quei film che rilegge un classico in modo brillante e piacevole, e che ti fanno sorridere dall'inizio alla fine, senza risultare banali.


Non a caso Rosalina incarna gli ideali di una ragazza femminista, che non si accontenta né di un amore scialbo, né di vivere sotto una cupola in cui non può essere se stessa e farsi valere come essere umano a tutto tondo. Una antieroina, che però può sbagliare e a volte essere troppo testarda.
Lo stesso vale però per Giulietta, all'apparenza docile, ma forte ed empatica, e permette al film di destrutturare anche una visione troppo idilliaca e forse datata dell'amore.
Rosaline non sarà un film impeccabile, sicuramente il ritmo nella parte centrale vacilla ad esempio, e non brilla per unicità, ma è ironico senza essere sciocco, ed ha un buon cast. Non conoscevo ad esempio Kaitlyn Dever, che interpreta Rosaline, ma che dimostra di poter sostenere da sola un'intero film. 



Pinocchio di Guillermo del Toro (2022)


Titolo originale: Guillermo del Toro's Pinocchio
Genere: 
animazione, fantastico, avventura
Durata: 121 minuti
Regia: Guillermo del Toro
Uscita in Italia: 9 dicembre 2022 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Messico


Nonostante il titolo faccia pensare ad un particolare slancio di egocentrismo, il Pinocchio di Del Toro merita questo titolo. Il regista messicano infatti prende alcuni dei personaggi e degli umori dell'opera di Collodi per farci altro, e per trasmettere una storia collaterale e differente, sua rispetto all'originale.
Ne esce fuori un film più cupo di quanto forse si possa pensare riportando alla mente i tanti rifacimenti di Pinocchio, ma anche più realistico volendo.
Infatti ci troviamo nell'Italia del Fascismo, quando un Geppetto, sprofondato nell'alcolismo a seguito della perdita del figlio Carlo, crea quasi per caso questo burattino. Una entità celeste, più che una fata turchina, darà vita a Pinocchio, che non sarà affatto facile da gestire per suo padre.

Il Pinocchio di Guillermo del Toro non è però soltanto un bambino discolo, che deve essere educato a diventare rispettoso e ligio, ma anzi vuole diventare un simbolo di libertà, di unicità, un burattino che non vuole fare il burattino, ma che vuole tenere i suoi fili ed esprimere se stesso. Un po' come aveva fatto con La Forma dell'Acqua, dove aveva dato vita ad una creatura da molti temuta ed odiata, ma da amare per altri.

È però una fiaba amara quella proposta da questo film, che non si tira indietro nel mostrare gli orrori della guerra, del dolore della vita, della morte e del fato. Si ridicolizza, ma senza sottovalutarlo, anche l'orrore del fascismo.
Nonostante sia tutti gli effetti un film di animazione in stop-motion, curatissimo in ogni fotogramma, non è esattamente un film per i più piccoli perché spesso risulta troppo cupo, con dei passaggi e dei dialoghi delicati, e i personaggi sono volutamente inquietanti.

Non immaginatevi però un film-mattone, pesante da vedere e senza ritmo (a parte in alcuni momenti), perché hanno saputo inserire qui e lì dei divertissement o delle battute che smorzano un po' la tensione e che danno un sorriso. È soprattutto Sebastian il grillo a darci la possibilità di staccare un attimo da quello a cui assistiamo. 
Tutti questi elementi rendono Pinocchio uno dei rifacimenti più interessanti almeno dell'ultimo periodo, e solo i puristi del racconto di Collodi avranno qualcosa secondo me da ridire.
E, nonostante il dolore, la sofferenza, e l'ineluttabilità della vita, il Pinocchio di Guillermo del Toro ci ricorda comunque che la vita è un dono meraviglioso.
 


The Pale Blue Eye – I delitti di West Point (2023)

Titolo originale: The Pale Blue Eye
Genere: 
thriller, orrore, giallo,
Durata: 128 minuti
Regia: Scott Cooper
Uscita in Italia: 6 gennaio 2023 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Restano le atmosfere cupe, con un sapore decisamente più tetro, ma ci spostiamo nel 1800 quando l'ispettore Augustus Landor viene chiamato ad indagare sulla misteriosa morte di un giovane cadetto, a cui è stato addirittura asportato il cuore. Non è una indagine semplice, visto che la risoluzione è trincerata dietro una coltre di intrighi e omertà, e quindi troverà il supporto di un altro cadetto, un ragazzo particolare di nome Edgar Allan Poe. I due sono accomunati da una particolare sensibilità, ma anche da un vissuto simile che li ha segnati. 
The Pale Blue Eye – I Delitti Di West Point si ispira ad un romanzo di Louis Bayard, e si tinge così subito di mistero, e si sviluppa come un thriller dalle tinte noir, senza però a mio avviso diventare un horror come viene definito.

Certo c'è qualche scena più cruda, ma nulla di così difficile a cui assistere, perché alla fine si tratta di un film classico, dalla struttura già nota, che secondo me non vuole sporcarsi, non vuole in alcun modo sbrodolare, ma essere solido. I Delitti di West Point infatti si segue volentieri, è intrigante, ma forse non riesce a sorprendere come ci si può aspettare, e che pecca in un andamento non sempre con lo stesso passo, ma che a volte anzi rallenta un po' troppo.
È però la fattezza e la recitazione ad essere le qualità migliori di questo film Netflix, anzi mi è sembrato al di sopra della media proposta dalla piattaforma.


La cura dell'epoca e le ambientazioni cute, oscure e perfettamente in linea con la storia sono precise e puntuali, ma sono Christian Bale e Harry Melling che sorreggono l'intera struttura con due interpretazioni di primo livello. A me è piaciuto molto il Poe di Melling perché lo intrepreta in modo inquietante ma senza esagerare e risultare macchiettistico. Non mi ha fatto impazzire la brevissima parentesi di Gillian Anderson, che inizia ad annoiarmi con questi ruoli sopra le righe.
Non un grande thriller imperdibile, ma sicuramente consigliato e giusto per la modalità streaming.




Due nuove comedy su Disney + di cui nessuno parla!

Tanta voglia di leggerezza per questa estate che già sta galoppando e quindi anche le serie tv possono farsi ogni tanto più liete. Ho terminato da pochissimo due nuove commedie che trovate su Disney+, facciamoci una chiacchierata ché magari ancora non le conoscete.

Alice and Steve
Prima stagione

Scritta da Sophie Goodhart, già sceneggiatrice di Sex Education, e arrivata in sei episodi binge l'8 giugno di quest'anno, Alice and Steve dimostra che ogni tanto ci possono essere idee originali.

Alice (Nicola Walker) e Steve (Jemaine Clement) sono amici da almeno venticinque anni, si conoscono benissimo ed hanno anche avuto un flirt da giovani, ma che è diventato col tempo una amicizia solida e sanno che l'uno può contare sull'altra. 
Quando però, un po' per caso, la figlia di Alice, Izzy (Yali Topol Margalith, Come uccidono le brave ragazze), conoscerà Steve, finendoci a letto, l'amicizia fra i due diventerà una lotta. Infatti Alice, pur essendo una donna dalla mentalità aperta, non sopporterà che la figlia stia con un uomo così maturo e letteralmente impazzirà pur di distruggere la relazione. 
Steve però non tarderà a rispondere al fuoco.

Non avevo letto nulla di Alice and Steve, eppure la trovo una piccola chicca inglese che come dicevo ha più di qualche idea originale. 
Nel corso di sei episodi, la serie prova a condensare le complicazioni delle relazioni umane contemporanee, dove non sempre è bianco o nero, e dove quel tic mentale che non abbandona la protagonista, farà scatenare un inferno. Alice infatti non è solo colpita per la differenza di età fra Izzy e Steve, ma si legge subito che c'è dell'altro e non è una gelosia retroattiva.
Tutto peggiora perché in questo caso è una madre che vuole proteggere la figlia, ma Alice and Steve la butta in caciara con una ironia che a me è piaciuta, anche con le sue punte più esagerate e grottesche.

A funzionare è sicuramente la caratterizzazione dei personaggi che arriva subito e senza farci sforzare troppo li delinea alla perfezione. Alice è una donna forte ma impulsiva, tanto che suo marito Daniel (Joel Fry) fa fatica a starle dietro, mentre Steve, per quanto in buona fede, è un po' quel patatone che cerca di fare la cosa giusta ma si incasina da solo.

Alla fine, Alice and Steve è un ritratto di diverse, umane insicurezze e di come queste, aggiunte ad una pessima comunicazione, possono incasinare tutto.
Non sarei me stesso però se non vi avvertissi di qualche piccolo neo che ho notato qui e lì. Penso ad esempio al fatto che mi è mancata un po' di chimica fra Izzy e Steve: la serie non dà un giudizio morale né fa sembrare il loro rapporto strano, ma non si capisce benissimo cosa li leghi.
Nel corso degli episodi mi è sembrato poi che la serie non gestisca benissimo i piccoli salti temporali che la storia inevitabilmente subisce. Non risulta ingarbugliata, ma vedendola capirete che in particolare una svolta sembra quasi troppo frettolosa.
Un altro aspetto su cui posso avvisarvi è che la prima stagione di Alice and Steve ha un finale aperto, e che, sebbene Sophie Goodhart sappia già come proseguire la storia, manca ancora una ufficializzazione da parte di Hulu che la produce. 



Not Suitable for Work
Prima stagione

Ho letteralmente divorato Not Suitable for Work, che è terminata esattamente il 23 giugno per via della cadenza settimanale, ma che mi ha convinto fin dal primo momento.
Scritta da Mindy Kaling, la serie ci fa conoscere cinque ventenni che si stanno affacciando al mondo del lavoro, mentre ovviamente tutti gli altri aspetti della vita continuano a correre. C'è AJ (Ella Hunt, Dickinson, L'amante di lady Chatterley) che sta iniziando il suo lavoro come analista per un grosso studio, e condivide un appartamento con Abby (Avantika Vandanapu) che invece fa l'assistente ad una esigentissima stylist di personaggi famosi. AJ è collega di Will (Davis Beau Bradley Barrett III) ragazzotto che vive nello stesso pianerottolo delle due ragazze, insieme a Jack (Josh Teitelbaum) e Kel (Nicholas Duvernay, The White Lotus).
Ognuno avrà le sue difficoltà, ma anche le sue vittorie lungo la strada che ha scelto, non senza combinare qualche casino.

Not Suitable for Work, al contrario di Alice and Steve, non ha la stessa originalità, ma l'ho trovata comunque fresca, adatta come intrattenimento estivo, piacevole da alternare a serie tv più complesse. Qui siamo nei toni e nelle tempistiche della sit-com corale, che strizza l'occhio a titoli come Friends, ma a cui si aggiungono molte delle dinamiche da ufficio. In realtà vita e lavoro si intrecciano spesso e volentieri per i protagonisti, quindi non c'è mai uno stacco netto. 

Si tratta comunque di un racconto feel-good, dove le criticità durano poco, perché sono la leggerezza e il divertimento la chiave di tutto. A me ad esempio è piaciuta la caratterizzazione dei personaggi, perché sono tutti un po' imperfetti, non sempre simpatici ma anche teneri, chiaramente come molti giovani, a volte molto sicuri, altre pieni di dubbi.
Ma quello che di base ho apprezzato in Not Suitable for Work è che non si prende troppo sul serio, non mi è sembrata una serie tv che si crede meglio di altre, ma solo appunto offrire un intrattenimento comodo. 

Ho notato in generale una buona alchimia nel cast, e c'è sicuramente qualche spunto realistico, ma sono sicuro che questa serie tv farà storcere qualche naso.
Penso ad esempio al fatto che molti non amano anche solo l'ombra di un personaggio un po' più sopra le righe, così come si possa soffrire il derivatismo di Not Suitable for Work. L'anno scorso ad esempio avevo conosciuto Adults sempre su Disney+, concettualmente simile, ma meno politicamente corretta.
 
La coralità in una comedy ha poi quasi sempre il prezzo di non riuscire a dare spazio a tutti i personaggi allo stesso modo, lasciando alcune dinamiche più di contorno. 
Per me comunque non sono grossi problemi perché le intenzioni, il tono e gli intenti di Not Suitable For Work, sono chiari fin da subito, i nove episodi di cui è composta scorrono bene, e i personaggi fanno quasi tuti tenerezza.
Si parla di una seconda stagione, ed in effetti c'è molto da esplorare, ma manca la conferma ufficiale, in caso aggiorno. 


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