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Tre Serie Tv Netflix da recuperare questa estate! 👍🏻👍🏻👍🏻

L'estate divide le persone in due macrocategorie: quelli per cui è tutta festa, mare, sole, Jambo e seratone, e quelli che cercano il proprio rifugio lontano dal caldo, dal caos e dalla puzza.
Io mi ritrovo più in questa seconda categoria dove la vitalità non è di casa, per cui se anche voi siete un po' come me possiamo scambiarci consigli per sopravvivere pacificamente alla stagione. Io oggi non ne ho solo uno ma ben tre consigli da darvi in formato serie tv.
Ovviamente non posso proporvi di recuperare nelle calde serate di luglio drammi familiari, tragedie socio-politiche e ricostruzione di vicende storiche sconosciute, ma ho riunito delle serie tv che mi sembra sappiano intrattenere, strappare un sorriso, magari suggerire argomenti delicati ma senza che vi si blocchi la digestione.
Specifico sin da subito che non sono le miglior serie che abbia visto nell'ultimo periodo, ma secondo me hanno molti aspetti positivi, e soprattutto sono "tascabili": una sola stagione con puntate brevi.

Special
Prima stagione
⭐⭐⭐🌠

Uscita su Netflix il 12 Aprile, Special è la storia di Ryan, un ragazzo appunto speciale. Ryan infatti non solo è omosessuale, ma è anche affetto da una lieve paralisi celebrale, e abita con la madre che si prende cura di lui come una chioccia. Ma Ryan alla soglia dei 30 anni vuole vivere una vita vera, con un lavoro che lo possa far stare in contatto con le persone, e anche con la voglia di esplorare la propria sessualità. Riuscirà così a trovare un lavoro come content creator per un blog, ed affacciarsi su un mondo per lui del tutto inesplorato, ma non vi dico altro perché Special dura solo otto episodi da 17 minuti l'uno circa.



Prima della serie tv, Special era un libro, addirittura un best seller, scritto proprio dall'attore che interpreta appunto Ryan, ovvero Ryan O'Connell. Si tratta infatti di una storia autobiografica, ma nonostante l'argomento di partenza abbastanza particolare e serio, l'approccio è tutt'altro che pesante, anzi l'ho trovato originale.
Special infatti secondo me ha la capacità di unire sarcasmo e ironia ad un momento ed una condizione personale che in realtà è abbastanza difficile per Ryan, tanto da spingerlo persino a mentire sulla sua paralisi pur di essere accettato, e affinché le cose vadano a "buon fine".
Il tema dell'accettazione di sé, della propria sessualità o ancora meglio del proprio corpo, viene poi ripreso anche in altre circostanze e da altri personaggi, specie dalla spalla/amica/collega/confidente/mentore Kim, sempre però con genuinità e ironia.



Da un lato quindi Special ci trasporta con tenerezza fra le ingenuità, le paure, le perplessità ed anche le difficoltà di Ryan, ma a controbilanciare il rischio di intraprendere la strada della serietà, ci pensano i personaggi di contorno, un po' eccessivi, un po' sopra le righe, così come i dialoghi a volte cinici che si alternano e non ci fanno pesare alcuni scambi di battute più intensi. Resta però di fondo un certo realismo. Il ragazzo infatti, come un po' tutti a volte, sa essere egoista, testardo, capriccioso, e mente anche se non è del tutto necessario, specie con la madre che in alcuni momenti tratta davvero ingiustamente male, nonostante lei sia sicuramente azzeccosa. Insomma, in un'aurea di leggerezza comunque riescono a trasmetterci un personaggio sfaccettato con una emotività più complessa di quel che sembra, senza però cadere nel pietistico.



Non mi chiamerei Pier se non sottolineassi però anche i punti deboli di Special, almeno secondo me. Uno fra tutti è il fatto che proprio per questioni di tempo non si riesce ad avere maggiori informazioni sui personaggi secondari, nonostante abbiano tanto potenziale, che spero venga ampliato in una seconda stagione (di cui però ancora non ci sono conferme). Inoltre alcune circostanze mi sembrano affrontate in maniera piuttosto semplicistica, come se tutto andasse fin troppo bene, quando in realtà ci potrebbero essere più intoppi.
Credo che Special possa essere sviluppata come una serie vera e propria, con puntate anche magari di mezz'ora, perché secondo me ha tanto da dare al grande pubblico che difficilmente può approcciarsi a questo tipo di argomenti. Intanto mi sembra una buona compagnia non troppo impegnativa e sicuramente scorrevole per questi noiosi pomeriggi di Luglio.
Qui potete leggere la recensione della seconda stagione. 



Bonding
Prima stagione
⭐⭐⭐

Nonostante i temi siano quasi del tutto diversi, ho ritrovato le stesse qualità che ho apprezzato in Special anche in Bonding, sempre disponibile su Netflix dal 24 Aprile in sette episodi da 15 minuti.

Immagine correlata

Divertente, sopra le righe, paradossale con punte un po' assurde, Bonding per me è stato una sorta di guilty pleasure che ho divorato puntata dopo puntata forse anche un po' troppo in fretta.
Bellissima, un po' chiusa ed enigmatica Tiffany è sì una studentessa di psicologia, ma la sera si trasforma in una dominatrice con il nome di Mistress May.
Impacciato, timido e in difficoltà economiche, Pete è invece un aspirante attore comico, attività in cui però non se la cava benissimo per via della sua timidezza. Per poter pagare l'affitto, Pete decide di diventare l'assistente di Mistress May. I due ragazzi erano infatti compagni al liceo, ma scopriremo anche che fra i due c'era dell'altro.
Due storie diverse che si ritroveranno legate in situazioni bizzarre ed anche rischiose, ma che si uniranno in una amicizia molto particolare.



Sebbene l'incipit di Bonding possa sembrare imbarazzante, secondo me gli intenti sono molto interessanti: partendo da situazioni a volte bizzarre, grottesche, costellate da personaggi strani, la serie riesce secondo me a trasmettere con naturalezza il mondo del sadomaso e delle pratiche erotiche estreme, senza appunto diventare canzonatoria di chi è protagonista di queste abitudini. Si ride, certo, o per lo meno io ho sorriso molto spesso, ma il più delle volte è per i dialoghi serrati e che danno ritmo alla storia.
La parte meno leggera e più riflessiva di Bonding è spinta sicuramente in parte da Tiff e dai suoi studi in psichiatria con cui si riusciamo un po' ad addentrarci alle motivazioni che spingono certe persone verso il BDSM, ma anche qui come in Special, non si eccede in approfondimenti soporiferi e pesanti.



Ci si sposta poi verso ambiti più personali che riguardano i personaggi stessi, il periodo del liceo grazie anche all'incontro con una vecchia compagna anch'ella in difficoltà ad affrontare i problemi "dei grandi", o, ancora una volta, si parla di accettazione specie per quanto riguarda l'omosessualità di Pete. Si passa attraverso dialoghi più intimi e delicati, di questi due amici che nonostante sembrino completamente diversi, condividono poi alcune fragilità.
Ho trovato interessante il fatto che la serie ha come protagonisti due giovani che non sono i classici adolescenti che vediamo in troppe serie tv di Netflix, (io ad esempio non vedo affinità con The End of the F***ing World) ma nemmeno le persone mature troppo incasinate di altre produzioni. Insomma persone in cui, anche un vecchiardo come me si può in minima parte ritrovare.



Ho letto in giro che le dominatrici, quelle vere, che lo fanno per professione (ciao amiche!), si sono lamentate per come Bonding esponga certi argomenti che riguardano appunto il sadomaso, ma secondo me non è l'intento della serie trattare in maniera accurata le pratiche di BDSM, ma semplicemente aprirsi verso un argomento originale e particolare che fa da base ad altre tematiche. Secondo me le critiche più giuste nei confronti di Bonding riguardano la caratterizzazione di personaggi, dove quelli principali, nonostante ci offrano ottime riflessioni, secondo me sono un po' stereotipati e tendono a sembrarci più banali e telefonati una volta che li conosciamo di più; i secondari invece finiscono per sembrare ombre piatte, senza minimo approfondimento.
È il peso che deve sopportare una serie tv con queste tempistiche, ma se amate la commedia dark, Bonding secondo me è perfetta per trascorrere un paio di ore in queste sere troppo calde. Non ci sono informazioni sulla seconda stagione, ma mi piacerebbe vederla rinnovata.


Amiche per la morte - Dead to Me
Prima stagione
⭐⭐⭐

Se avete più tempo a disposizione vi consiglio di dare una chance a Dead to Me, la cui prima stagione è stata distribuita da Netflix il 3 Maggio di quest'anno.



Un'altra commedia nera e un'altra storia su un legame strano, nato in circostanze non proprio piacevoli: Jen infatti sta cercando di superare la morte del marito, vittima di un incidente stradale, andando agli incontri di un gruppo di ascolto, dove incontra Judy, che pare stia affrontando la morte del fidanzato. Nonostante siano due caratteri diametralmente opposti, le due donne si ritrovano legate per le sensazioni che entrambe provano, dalla tristezza, alla rabbia, al senso di colpa, passando anche alla frustrazione di non avere giustizia. Tuttavia questo equilibrio fatto di chiacchiere e bicchieri di vino in giardino sotto il chiaro di luna, si spezzerà molto presto quando inizieranno a venire a galla le prime contraddizioni e bugie di Judy.



Sicuramente un punto a favore di Dead to Me - Amiche per la morte è la bravura del cast, Linda Cardellini e Christina Applegate su tutti, che credo abbiate visto in altri film e serie tv, che ci danno due donne molto interessanti, diverse, ma entrambe con punti di forza e debolezze, che si raccontano e ci raccontano tutte le difficoltà che stanno attraversando, e appunto quelle sfaccettature che un lutto può provocare, specie se avvenuto in circostanze misteriose. Judy in particolare secondo me è estremamente interessante, sempre vittima di questa lotta interiore che la divora, mi fa simpatia e tenerezza.
Ho trovato coinvolgenti, divertenti e concitati i dialoghi fra le due e tutti gli altri personaggi, così come la storia, in cui si innesta appunto questo mistero, si lascia seguire puntata dopo puntata. Non posso dire di aver fatto binge watch selvaggio, ma sicuramente avevo voglia di vedere dove volessero andare a parare con Dead to me. Non mancano i momenti di scontro, di introspezione, di dolore, e questo rende la serie un po' più intima.


Non posso dire però che il percorso narrativo sia fra i più solidi, basti pensare che già all'inizio partiamo già con una bugia che diventa vuoto narrativo, che poteva anche essere facilmente evitato; o anche il fatto che alcuni episodi mi son sembrati dei filler inutili che non aggiungono o tolgono al filone principale, e secondo me fanno calare la tensione su una storia che già ha un intreccio non propriamente dei più convincenti, nell'ottica appunto di vicende caratterizzate da drammi, reati e circostanze non limpide. Quelli bravi parlerebbero di "anticlimatico", specie quando noi spettatori finiamo per sapere troppo di ciò che accade o è accaduto, mentre nella serie resta ancora dubbio.
Soffrono anche un po' i personaggi secondari che risultano più funzionali a fare da spalla che a muovere le vicende o magari raccontarci altro sui personaggi principali.
Non mancano però i colpi di scena, che, uniti appunto ai momenti più sarcastici e cinici, riescono a riattivare l'attenzione di chi come me la sera è un po' stanco per restare attaccato ad uno schermo che non mi trasmette abbastanza emozioni e argomenti su cui riflettere. 


Inoltre, questa amicizia fra Judy e Jen, che sembrerebbe poi molto semplice, con un equilibrio tutto suo, alla fine si rivela piuttosto complicata, fatta di stacchi molto netti, di alti e bassi che forse nella realtà porterebbero ad un allontanamento definitivo, visto che non si parla di amiche di vecchia data o parenti, ma riesce a riprendersi alla fine, con una mossa che aprirà nuovi orizzonti per una seconda stagione già confermata. Dead to me - Amiche per la morte non è la serie tv perfetta, non è esente da difetti che persino un incompetente come me riesce a notare, ma non credo nemmeno voglia esserlo. Intanto però ci ha dato 10 episodi in cui non manca ironia, bravi attori e che tengono in buona compagnia. Le puntate durano solo mezz'ora l'una, quindi la serie tv perfetta come passatempo senza impegnarci troppo (anche le sinapsi).


Questi sono i miei suggerimenti delle serie tv da vedere, in leggerezza ma non troppo, su Netflix durante questa estate, ma ovviamente accetto anche i vostri suggerimenti. Cosa state seguendo?





Pregi e difetti delle ultime serie tv recuperate nel 2022

Prima del nuovo anno, volevo chiudere con quante più serie tv possibile, portandomi avanti con alcuni recuperi, ma anche con nuovi titoli che mi interessavano o incuriosivano. Ci sono sicuramente dei pregi ma anche dei difetti in ognuna di queste serie tv.
Inizio con Black Bird, forse la più "datata" ma parliamo pur sempre di una serie tv uscita questo luglio su Apple Tv+, e che io ho recuperato solo di recente. 


Basata su una storia vera, e tratto da un'autobiografia, Black Bird è la storia dell'affascinante narcotrafficante James "Jimmy" Keene Jr. Arrestato per i suoi crimini, fra cui spaccio e possesso di armi da fuoco, Jimmy dovrà ovviamente scontare diversi anni di carcere, ma avrà una occasione particolare. Potrebbe infatti uscire prima se, sfruttando le sue doti di affabulatore carismatico, è in grado di far confessare un uomo ritenuto il serial killer di alcune donne. 
La vita in prigione non è facile però, e mantenere la propria copertura metterà a dura prova anche un tipo come Jimmy.

Black Bird è una serie crime solida, convincente e coinvolgente, che secondo me non spicca tanto per la trama, che alla fine è basata su un fatto di cronaca quindi lo spoiler è a portata di click, ma più che altro per le interpretazioni. Se Taron Egerton è credibile come James Keene, è soprattutto Paul Walter Hauser nei panni di Larry Hall ad inquietare in tutte le piccole e grandi manie di questo serial killer. E poi c'è l'ultima apparizione di Ray Liotta, che non si è risparmiato. 


I difetti di Black Bird sono forse ascrivibili al suo ritmo, visto che i sei episodi non sono tutti particolarmente incalzanti, proprio perché non c'è molta azione ma si scava più nella sfera psicologica dei protagonisti. Non ho da annotare particolari momenti di noia, ma sicuramente certe parti erano evitabili. Inoltre si vede che si tratta di una autobiografia perché il protagonista, pur non risultando un santo, ne esce quasi fosse un super uomo. Black Bird racconta sicuramente una storia cupa che credo sia affascinante da conoscere se apprezzate il genere.

Sempre in ordine di apparizione, il 17 Novembre è arrivata la terza ed ultima stagione di Dead To Me - Amiche per la morte, e c'è chi ha pianto e chi mente. Per me non è mai stata una serie tv di punta, ve lo dicevo anche nelle recensioni delle stagioni precedenti, per via di una serie di stramberie che ho trovato eccessive e che portavano a distanziare il mio interesse.


È però indubbio che questi eccessi erano anche una chiave usata in Dead To Me per parlare di altro, specie dell'elaborazione del lutto, di amicizia, famiglia, malattie, di tanti alti e bassi della vita. E tutti questi argomenti si sentono ancora di più in questa terza stagione che da un lato chiude le parentesi narrative della storia in sé, dall'altro tocca molte corde più emotive. Credo che in questo ci sia anche la malattia di Christina Applegate, affetta da sclerosi multipla, che viene letta nella serie attraverso un'altra chiave di lettura. 
Resta la sagacia di alcune battute,  un buon ritmo generale e resta soprattutto la bella chimica fra la Applegate appunto e Linda Cardellini che ha sempre caratterizzato questa serie tv Netflix. 


Apprezzo sempre quando una serie tv trova un suo compimento sensato e completo, arrivando ad un finale, anche se non dopo chissà quante stagioni, e questo sicuramente è un merito per Dead To Me 3. Un demerito secondo me è invece l'incapacità di andare oltre in certi temi: c'è stata in questa stagione, ma anche in quelle passate, la dicotomia fra libero arbitrio e casualità nelle vicende che accadono alle protagoniste. Si trattava di una faccenda interessante secondo me da approfondire ed intorno a cui avviluppare le storyline, in questo ultimo capitolo però la questione viene ancora una volta accennata. Inoltre Jen e Judy non sembrano più così in "pericolo" ma la sensazione è che comunque la sfangheranno, anche contro la logica comune. 
Ecco, avrei voluto un finale un po' più teso, ma invece hanno preferito (anche giustamente forse) salutare gli spettatori con una chiusura dolce e amara, ma toccante.

Il 23 Novembre sono uscite poi su Netflix due serie tv, ma una è passata un po' in sordina forse perché si tratta più di una docu-serie, che invece merita. Mi riferisco a Blood, Sex & Royalty, che in tre episodi in cui si alternano parti sceneggiate come appunto un vero telefilm, e interventi di esperti, racconta la storia di Anna Bolena ed Enrico VIII. 


La particolarità sta nel taglio dato a questo documentario: intanto si parte dal punto di vista di Anne, dalla sua confessione, ma soprattutto si sceglie uno stile moderno, pop, fresco, un po' come quello visto in Bridgerton, o Enola Holmes, ma senza perdere di vista l'accuratezza storica. In questo modo secondo me Blood, Sex & Royalty riesce ad attirare l'attenzione dei più giovani, ma a risultare educativa e non noiosa. La stessa Anna Bolena, interpretata da Amy James-Kelly (che non ricordavo di aver visto in Safe) diventa doppiamente la narratrice di ciò che le accade, spiegandoci chi siano i personaggi che la circondano.


Non aspettatevi, al contrario del titolo, una serie tv particolarmente cruda o friccicarella, perché di sangue e sesso ce n'è sono ben pochi, ma il vero difetto di Blood, Sex & Royalty è secondo me il fatto che non approfondisca molto i protagonisti "secondari" pur cercando di dare un quadro completo dell'epoca. Comunque resta una gradevole piccola scoperta e spero che riescano a farla diventare una serie antologica per raccontare, sempre con questa linea, altre donne del passato e del presente.

A proposito di reali, ho anche avuto modo di vedere Harry & Meghan, la docu-serie sui due duchi di Sussex, uscita su Netflix l'8 e il 15 Dicembre.


Ho letto tantissime critiche, a mio avviso in parte incomprensibili, su questo prodotto: c'è chi orgogliosamente ha ammesso di non volerlo vedere nemmeno sotto tortura e chi, pur non provando alcun interesse, l'ha visto solo per dire che facesse schifo. Come se io, che me ne intendo di calcio quanto di fisica aerospaziale, ad ogni partita iniziassi a lamentarmi per l'esistenza del pallone. Ha senso per voi?
Tornando ad Harry e Meghan penso bisogna fare un po' di pulizia: è indubbiamente una miniserie rivolta a chi è interessato alla vita dei reali ed eventualmente tifa per una o l'altra fazione. Per il resto del pubblico sarà un ridondante approfondimento su fatti privati che forse una persona normale farebbe bene a tenere per sé.


Io sono sempre curioso per quel che accade in casa Windsor & co., ma ammetto che non ho amato del tutto Harry & Meghan. Infatti sei episodi mi sono sembrati eccessivi per quello che è il contenuto narrato, e solo dal terzo in poi mi è sembrato ci fosse più carne da mettere al fuoco. Si tratta pur sempre della loro prospettiva sui fatti accaduti nella loro vita, soprattutto a seguito del matrimonio fra il principe Harry e l'ex attrice Markle, e di come, secondo loro, la stampa abbia fatto di tutto per distruggere la coppia mentre la famiglia reale non li ha supportati in questo processo.
Concettualmente ho trovato giusto e sensato che i due duchi avessero l'opportunità di dire la loro, di denunciare tutte le situazioni che hanno compromesso il loro vissuto, compreso il razzismo dei social e dei media, e fornire una loro chiave di lettura sui fatti che sono accaduti.


L'impostazione però non è delle più coinvolgenti, perché Harry and Meghan mi è sembrato troppo impostato, costruito, sia nello stile che nella narrazione. Sono pochissime le reali rivelazioni fatte in questa docu serie, ed anche i filmati privati mi son sembrati scarsi in spontaneità. Credo che l'intento di pulire quanto più possibile la loro immagine, e far passare ciò che di marcio vive nella Corona inglese (spoiler: molte cose le sapevamo già) abbia compromesso in parte la genuinità degli intenti. Sarei curioso di capire se ci sarà un seguito e soprattutto di quali benefici in termini di immagine abbiano ottenuto i due rampolli. 


La parentesi si chiude qui, anche se ammetto che avrei voluto recuperare ancora qualche altro titolo. Lo farò sicuramente il prossimo anno.


Due recuperi interessanti e due NOVITÀ di cui dobbiamo parlare...

Ci sono poche certezze nella vita: la morte, tranne quella della regina Elisabetta, le tasse, e la mia lista di serie tv da recuperare che non finisce mai. Tuttavia, fra nuove uscite e un paio di serie che erano da un po' nel cassetto, ho fatto un passo avanti.


The Act
Miniserie
⭐⭐⭐⭐🌠


Divento serio per raccontarvi la storia di The Act, che è forse una delle storie più angoscianti e al tempo stesso affascinanti che abbia conosciuto nell'ultimo periodo.
Quella di Gypsy Rose Blanchard è all'apparenza la vicenda particolare di una ragazzina in fondo normale, visto che sin dalla tenerà età sembra avesse bisogno di tantissime cure mediche per i suoi svariati problemi di salute degenerativi, che la costringono, tra l'altro, su una sedia a rotelle. Sempre al suo fianco, pronta ad accudirla, ad offrirle supporto e affetto, c'è la madre Dee Dee, che tutti conoscono come una donna dolce, amorevole, magari un po' apprensiva, ma completamente dedita alle cure della figlia Gypsy.


Sembra questa una vicenda drammatica come purtroppo moltissime altre, ma nulla di questo è vero.
Gypsy infatti non ha alcuna malattia o disabilità, può camminare tranquillamente, e non necessita di cure particolari, eppure la madre Dee Dee le ha sempre mentito, imprigionando la figlia in una messa in scena inquietante. Le manovre della donna non riguardano però solo Gypsy, perché infatti Dee Dee sfrutta le inesistenti problematiche della ragazzina per ottenere vantaggi e denaro dalle associazioni benefiche.
Gypsy pian piano si renderà conto che nulla di ciò che la madre le ha raccontato ed imposto, è vero e soprattutto nascerà in lei la voglia di poter finalmente vivere una vita normale come qualunque altra ragazza, ma dovrà arrivare ad un gesto estremo per uscire da questo tunnel fatto di una manipolazione psicologica incessante.


Forse non l'ho ancora detto, ma gli eventi di The Act sono tutti completamente veri. Gypsy Rose e Dee Dee Blanchard sono i nomi reali delle protagoniste di questa storia inquietante. Nella mia descrizione sono stato vago forse, ma quello messo in scena da Dee Dee è stato un vero e proprio calvario fisico e psicologico nei confronti della figlia, che si è trovata a subire, a quanto pare, violenze verbali e fisiche da questa madre che sapeva trasformarsi in un orco.
E se pensate sia una storia datata, vi sbagliate, perché solo di recente, nel 2017, le circostanze sono state chiarite e il caso è stato chiuso.


Vi dicevo che ho trovato affascinante The Act non perché abbia perso qualche rotella, ma perché mi è venuto spontaneo cercare informazioni sulle parti più raccapriccianti della storia, e pare che, nonostante la drammatizzazione, tantissime delle situazioni più strane, assurde, sordide, siano realmente accadute.
Una storia inquietante raccontata in modo inquietante, ma con una cura della messa in scena eccellente. Il tutto trascinato dalla bravura di Joey King e Patricia Arquette che rendono perfettamente il crescendo di una serie tv cruda e drammatica.
The Act merita di essere recuperata secondo me, sono solo otto episodi che vi verrà voglia di consumare uno dopo l'altro. È disponibile dallo scorso giugno su Starz Play, ma vi consiglio di prepararvi un po' psicologicamente prima di affrontarla.


Trying
Prima Stagione
⭐⭐⭐🌠


Cambiamo del tutto mood con Trying, un bocconcino di serie tv che trovate su Apple Tv Plus dal primo maggio di quest'anno, e che ci porta per le strade di Camden Town a conoscere Jason e Nikki, una giovanissima coppia che sta provando (appunto) ad avere un bambino. Jason e Nikki sono due ragazzi comuni, con dei lavori normali ma con tanto affetto e affiatamento da dare al loro pargolo. Tuttavia non sempre le cose vanno per come speriamo, e tocca trovare strade alternative. Nel loro caso, non potendo avere bambini biologici, proveranno ad adottarne uno, e quindi inizierà così il loro viaggio nel mondo dell'affidamento che li porterà a mettersi in discussione, l'uno con l'altra e con se stessi.


Trying è l'esaltazione della normalità, della semplicità, della verità, specie per quanto riguarda il mondo della genitorialità, ma non solo. Jason e Nikki infatti ci parlano anche del loro amore, e di come entrambi vogliono colmare un vuoto e crescere, diventare a tutti gli effetti gli adulti responsabili che tentano di accudire un'altra vita. Ma non pensate che Trying tratti solo dell'ansia di diventare genitori, perché è anche importante la parentesi su come i protagonisti si rapportano con loro stessi e come fronteggiano il peso della società, sempre disposta a giudicare ogni tua mossa e a non farti sentire mai abbastanza. Quindi lo sguardo si amplia e tocca una riflessione sull'esistenza in generale.


In Trying c'è dolcezza e ironia, anche se questa fa leva tutta sui dialoghi che non sempre sono riusciti a strapparmi una risata così fragorosa, ma che funzionano bene. C'è una Londra fresca e dinamica che fa da sfondo. C'è una colonna sonora piacevole e decisamente indie. E poi c'è anche il tempo per riflettere, anche se ammetto che avrei voluto un pelo più di introspezione, conoscere ad esempio qualche dettaglio in più sulla vita e sul passato di Jason e Nikki, visto che ci fanno subodorare qualcosa di più serio.
Capisco però che Trying è una comedy che non vuole incupirsi troppo, e non ha nemmeno il tempo di farlo, visto che gli otto episodi durano poco più di 20 minuti. Quanto basta insomma per raccontarci che i piani B possono rivelarsi altrettanto validi.
Ci sarà una seconda stagione in cui magari potranno darmi gli approfondimenti che cerco.


Amiche per la morte - Dead to Me
Seconda stagione
⭐⭐🌠


Ho da spendere due parole anche sulla seconda stagione di Dead to me. Se ricordate, il primo ciclo di episodi non mi aveva proprio fatto capitolare follemente della serie, seppur fosse gradevole. Godibile ma senza picchi, se non il fatto che ci fossero due attrici come Linda Cardellini e Christina Applegate che trascinano il tutto.


Questa seconda stagione, arrivata l'8 maggio su Netflix,  segue la strada già tracciata dalla prima, con Jen e Judy sempre alle prese con il loro rapporto conflittuale, dovuto a due caratteri opposti, e messo alla prova da tutto il caos che hanno creato intorno a loro: le due infatti sono sempre più legate da una scia di sangue, nella traballante speranza di riuscire a farla franca.
È una chimica che funziona quella fra le due donne, che ci porta ad avere momenti ironici e più leggeri, e momenti più drammatici. Devo dire che in questa stagione questi risvolti più seri e cupi mi hanno colpito un pelo di più rispetto alla precedente, proprio per il modo in cui li hanno messi in scena. Tuttavia in questa altalena di sensazioni, fra il sarcasmo e la tristezza, mi è sembrato che Jen e Judy fossero anche un pelo più isteriche, con reazioni non sempre realistiche e credibili.



Amiche per la morte 2 però secondo me soffre soprattutto per una storia non così intrigante, a tratti prevedibile, che poteva essere riassunta in decisamente meno episodi. Bisogna premettere che sin da subito la serie richiede di abbassare un po' la soglia della credulità, ma con questa seconda stagione si va ulteriormente avanti nell'assurdo e a tratti diventa un po' troppo. Come sempre vi dico, arrivare a situazioni strampalate, inevitabilmente mi porta ad essere meno coinvolto in una serie tv che alla fine può dire tutto e il contrario di tutto.


Posso capire che si tratta di una seconda stagione e che, come accade a moltissime serie tv, si muove a tentoni per non bruciarsi troppo un possibile rinnovo, ma non posso considerarla come una valida giustificazione. Insomma, fra personaggi secondari che servono poco allo sviluppo narrativo, e una chiusura finale che mi ha messo poca curiosità sul futuro della serie, secondo me questa seconda stagione di Dead To me non è stata delle più entusiasmanti, continua ad avere difetti più o meno importanti, che potrebbero essere smussati. Credo che solo grazie la durata degli episodi questa serie non risulta pesante, ma continua ad essere sempre una fresca compagnia da seguire.


In difesa di Jacob
Defending Jacob
Prima stagione
⭐⭐⭐


Ritorno su Apple tv + per raccontarvi di In Difesa di Jacob, serie tv tratta da un romanzo, e che è stata un po' vittima del Corona virus: la pubblicazione infatti doveva essere settimanale dal 24 aprile al 29 maggio, ma, a causa appunto della pandemia, il doppiaggio in italiano è stato fermato dal sesto episodio, per riprendere solo nell'ultimo periodo.
Quella di Defending Jacob è una storia che mi ha attirato subito, con la presenza di attori molto interessanti, e che prende le sembianze di un legal drama classico: Andy Barber è un procuratore distrettuale con una famiglia quasi da Mulino Bianco. Ha una moglie adorabile, un buon lavoro, un figlio adolescente che non ha mai dato grossi problemi. Tutto però cambia quando Andy si ritroverà ad indagare per l'omicidio di Ben, un ragazzo coetaneo di suo figlio Jacob, il quale finirà presto per essere coinvolto nelle indagini.
Jacob infatti sembra fosse bullizzato da Ben e che avesse quindi tutti i motivi per volerlo morto. Da quel momento la vita dei Barber verrà inghiottita in una voragine in cui nulla è come sembra, e che spingerà tutti a rivalutare la propria posizione e il proprio passato.


Messa così, In difesa di Jacob, sembrerebbe una serie particolarmente intrigante e che avrebbe potuto soddisfare completamente il mio palato. Eppure qualcosa mi è mancato e, ammetto, mi è anche dispiaciuto.
La storyline, come accennavo, non è affatto male, non spicca per originalità, ma si fa seguire con piacere. Io stesso, se non fosse stato per il Covid, avrei finito la serie in poco tempo. I colpi di scena funzionano discretamente, anche se la tensione a volte cede e dondola, e qui e lì ho trovato delle parti che potevano essere eliminate, mentre altre sono gestite molto bene. 
Credo che però il focus di Defending Jacob non sia tanto lo sviluppo delle vicende, quanto l'emotività e il risvolto più intimo e personale di una famiglia che si vede coinvolta in una faccenda così drammatica.


Credo che tutti abbiate notato la presenza di Chris Evans, che interpreta il padre di Jacob appunto, e che credo fosse alla sua prima serie tv, e dell'amatissima Lady Mary di Downton Abbey, ovvero Michelle Dockery, nei panni di Laurie Barber. Il cast è sicuramente il punto centrale della serie, e non devo dirvi io che sono bravissimi, ma anche in questo caso qualcosa non mi ha convinto.
Non ho amato troppo infatti la definizione dei caratteri di questi genitori: la madre sempre apprensiva, terrorizzata, contrapposta al padre che minimizza costantemente, e fa un po' lo sceriffo. Se da un lato questo ci dà una visione diversa su come si può affrontare un dramma simile, dall'altro lato mi è sembrato un po' banale come impianto.


Chris Evans poi in particolare, secondo me, è un pelo troppo perfetto per la parte del genitore distrutto e travolto dagli eventi.
Se questi però sono tutto sommato aspetti che posso farmi star bene senza troppa sforzo, meno indulgente mi sento di essere con la struttura generale della narrazione.
Col senno di poi ritengo che, oltre appunto ad eliminare alcuni passaggi inutili, fosse possibile dare maggior risalto allo snodo risolutivo finale, dando una costruzione più particolare, intricata e in crescendo già dagli episodi precedenti. Credo che In Difesa di Jacob funzioni abbastanza bene sia come miniserie, sia nell'eventualità di proseguire con una seconda stagione (ancora non confermata). Non posso però dirvi che sia una serie il cui dramma mi è arrivato allo stomaco e mi è rimasto una volta terminato l'ultimo episodio.




Tre Serie Tv Netflix da vedere senza aspettative

Sto finendo diversi titoli recenti dal catalogo Netflix, una piattaforma sempre prolifica, ma che ultimamente sembra puntare su serie tv molto vicine ai miei gusti, almeno sulla carta. Queste tre di cui vi sto per parlare hanno secondo me un unico comune denominatore: vanno viste senza particolari aspettative. 


Black Doves 
Prima Stagione

Arrivata su Netflix il 5 Dicembre ed è stata già rinnovata per una seconda stagione, ma soprattutto Black Doves ha fatto guadagnare a Keira Knightley (tornata sullo schermo dopo "Lo strangolatore di Boston), che interpreta la protagonista, una nomination ai Golden Globe. Non si può dire quindi che non si sia fatta notare, probabilmente anche perché facilmente contrapponibile ad un'altra serie tv che un po' ha dei richiami simili ed uscita di recente, ovvero The Day of the Jackal.

In questo caso la protagonista è Helen Webb (Knightley appunto) moglie e madre, che sembra avere una famiglia del mulino bianco a fianco di un noto politico inglese. In realtà Helen ha una doppia, anzi forse tripla, vita, visto che in realtà il suo reale lavoro è quello di spia che fa parte di un gruppo che si definiscono colombe nere, e che sottrae informazioni e segreti di stato al marito. Se ciò non bastasse Helen ha pure un amante, e quando quest'ultimo viene trovato morto, scatterà un grosso campanello d'allarme per la spia che penserà di aver perso la sua copertura, ed inizierà la nostra avventura.

Vi ho nominato The Day Of The Jackal come serie tv affine, ma Black Doves mi ha dato l'impressione di essere un misto fra Killing Eve e The Diplomat, con una spolverata di The Americans. Un risultato generale che si lascia seguire, che unisce, come ormai sempre più accade, tanti generi e linguaggi differenti. Alla spy story si lega infatti il dramma personale, soprattutto dell'incasinato Sam (Ben Whishaw, attore dalla carriera variegata direi), una sorta di collega e angelo custode di Helen, e la commedia, oltre ad una dose di azione e violenza a tratti splatter.

Il tentativo è forse quello di rendere un minimo profonda una serie di intrattenimento, che sicuramente non vuole creare dinamiche pesanti e troppo filosofiche, e creare dei personaggi che non sono esattamente dei super eroi, ma possono essere fallaci sia nella vita che nel lavoro.


Io credo che, al netto di avere una attrice famosa come Keira Knightley stampata sul poster, che può far pensare ad una serie particolarmente curata, Black Doves vada presa appunto come una compagnia piuttosto vuota e fine a se stessa. Anzi direi anche imperfetta, almeno in questa prima stagione.
Mi è mancata infatti la forza, il mordente ma soprattutto un reale movente per seguire questa serie tv Netflix. È infatti come se non ci fosse il tentativo di creare un mondo completo e strutturato, ma sembra che semplicemente assistiamo ad una serie di eventi, più o meno credibili e non sempre ordinati, senza darci un contesto specifico.

Banalmente ad esempio, noi non sappiamo molto di queste "colombe nere", come nasce la loro organizzazione e che compito hanno. Tocca insomma subire le vicende senza farsi troppe domande, perché appena ci si pone qualche dubbio, Black Doves crolla nell'incapacità di dare risposte. Probabilmente è colpa anche della brevità, essendo composta da soli 6 episodi, ma visto il buon cast e la piacevole produzione e messa in scena generale, spero che la seconda stagione riesca a colmare le lacune e dimostrarsi più solida e completa.


No Good Deed
Miniserie


Il 12 Dicembre è invece arrivata su Netflix la miniserie in otto episodi ideata da Liz Feldman, già madre di Dead to Me. No Good Deed unisce altri due volti famosi del piccolo schermo americano, come Lisa Kudrow e Ray Romano, ma anche Linda Cardellini e Luke Wilson, in un'altra serie tv che tocca stili e generi diversi.
Si parte da un assunto normalissimo, come la vendita della bella casa di una coppia di Los Angeles, i Morgan, che fa subito gola ad almeno tre coppie. Proprio la corsa per accaparrarsi la dimora, ci mostrerà luci ed ombre delle vite di tutte le persone coinvolte in questa compravendita, fino proprio al dramma che ha spinto i Morgan a voler allontanarsi da quella villa. 

Un po' mistery, un po' dramma, un po' commedia degli equivoci, No Good Deed tenta un po' tutte le strade, e in parte riesce, in parte no. Bisogna dirlo chiaramente: se ci fossero stati altri attori coinvolti probabilmente nessuno se la sarebbe filata, ma visti i nomi è già più invitante come prodotto da piazzare in streaming. Anzi sono quasi certo che Netflix l'abbia proprio pensata come qualcosa da seguire facilmente, che potesse intrattenere ma che come arriva se ne va.

No Good Deed è infatti una serie tv che dura poco, le cui puntate non superano mai la mezz'ora, quindi è facilmente digeribile, e che fa leva soprattutto su dei continui colpi di scena, su alcune battute, su momenti di tensione e sul mistero più ampio da risolvere.
Il suo punto debole è però far coesistere sia le sue due anime, una diciamo più seria e una più leggera, sia tutti i personaggi che coinvolge.

Questa sorta di coralità, dove ognuna delle quattro coppie ha i suoi casini più o meno grandi da risolvere, è decisamente sbilanciata, e spesso mi è capitato di chiedermi cosa mi interessasse di cosa accadesse all'uno o all'altra. Anche il tempo sullo schermo infatti non è il medesimo, quindi le vicende di alcune di queste coppie possono risultare abbozzate o, in alcuni casi già viste. 

Anche la comicità di No Good Deed non è sempre all'altezza, e secondo me finisce per azzoppare anche il suo animo più intenso, perché risulta a volte meno credibile.
Forse la mia può sembrare una critica eccessiva, avendo messo in chiaro quelli che sono gli intenti della serie, ma diciamo che pur prendendo qualcosa in prestito da Dead to Me, incluse alcune tematiche, No Good Deed non ha assolutamente la stessa efficacia e solidità, ma va presa con aspettative basse per passare il tempo in compagnia di bravi attori.

In rete circolano diverse voci sulla possibilità che questa serie tv Netflix diventi antologica, con una seconda stagione, variando attori e vicende, ma non so se ci sono le basi per uno sviluppo simile Vedremo.


Missing You
Miniserie 


Credo sia il terzo adattamento dei romanzi di Harlan Coben che vedo, e dopo Safe del 2018 e Un Inganno di Troppo, ho voluto dare una opportunità a Missing You, miniserie di soli cinque episodi che è arrivata in streaming il primo gennaio di quest'anno. 

In questo caso la protagonista è Kat Donovan (Rosalind Eleazar) una poliziotta dalla vita personale un po' traumatica. Spinta dalle sue amiche decide di darsi una nuova chance dal punto di vista sentimentale e si iscrive su un'app di incontri, dove fa match con un suo ex Josh Buchanan (Ashley Walters), allontanatosi da lei senza darle una spiegazione ben 11 anni prima, quando Kat stava ancora cercando di superare la prematura morte del padre.
La poliziotta cercherà di capire come affrontare la situazione, ma è anche impegnata sul fronte lavorativo, visto che anche una donna, madre di un ragazzo, è scomparsa nel nulla.

Missing You segue un po' lo schema già noto delle serie tratte dai libri di Coben, in cui si cerca una persona scomparsa e dove, come in Fool me once, la protagonista è una donna forte e combattiva che vuole conoscere la verità per sé e per gli altri, mentre si trova in difficoltà sotto più punti di vista.

Questa non è una classifica, ma ho messo le serie in ordine d'uscita e quindi in base a quando le ho viste, ma fra queste tre credo che Missing You meriti comunque un terzo posto.
È una miniserie che potrei definire fast food: non sai bene che ingredienti ci siano all'interno, magari te la gusti pure, ma alla fine da un punto di vista nutritivo ti lascia ben poco. Missing You infatti si segue fino alla fine, ha un buon ritmo e quella giusta tensione che ti fa proseguire nei pochi, brevi episodi di cui è composta.
In questo caso non c'è nemmeno il tentativo di mischiare i generi perché siamo in un thriller drammatico che non esce affatto dai binari. Il problema è che appunto non lascia nulla, se non l'intrattenimento disimpegnato di qualche ora.

La vera criticità da cui mettervi in guardia però se non l'avete ancora vista, sta nella mancanza di realismo di alcune scene, e soprattutto in un finale trascinato che risulta anche poco credibile o quantomeno basato su dinamiche, spiegazioni e giustificazioni che muovono i personaggi che sono poco convincenti per me. 
Credo che un po' tutti i personaggi inoltre, ad eccezione della protagonista, siano abbastanza unidimensionali o, peggio, stereotipati. 

Onestamente non credo leggerò mai un romanzo di Harlan Coben perché stando a questi adattamenti credo potrebbero essere molto faticosi da affrontare, ma in questa modalità si può fruire comunque di una storia che si lascia seguire.
Il cast comunque funziona, e troviamo anche Richard Armitage, che era già in Un Inganno di Troppo, e Steve Pemberton, volto noto per gli inglesi, meno forse per noi.



Due serie tv da recuperare di cui nessuno parla (o quasi)!

Non ero esattamente entusiasta delle ultime serie tv che avevo terminato, fra la delusione per La donna del Lago, e una seconda stagione di House of The Dragon ben al di sotto delle aspettative, ne ho finalmente terminato alcune che invece credo valga proprio la pena vedere.


Gentleman Jack - Nessuna mi ha mai detto di no
Seconda stagione 

Esattamente come la prima stagione, anche Gentleman Jack 2 è arrivata da noi doppiata in italiano con un paio di anni in ritardo rispetto alla messa in onda ufficiale e ci sono tante cose che devo dirvi su questa nuova stagione, ma andiamo in ordine.
Gentleman Jack, scritta da Sally Wainwright, racconta la storia della diarista ed imprenditrice Anne Lister vissuta fra la fine del '700 e gli inizi dell'800, la quale aveva una vita molto particolare per l'epoca. Infatti era particolarmente intelligente, istruita e sveglia e si occupava direttamente delle attività di famiglia, ma soprattutto era quasi apertamente lesbica e nel corso della sua vita ha frequentato diverse donne.
Tutto della sua vita, ogni singolo dettaglio, è raccontato nei suoi diari personali, 27 volumi che contano quasi 5 miliardi di parole, e alcune parti trascritte con un codice segreto personale, e che è stato trasformato in serie tv in una coproduzione BBC e HBO.


Con la prima stagione abbiamo conosciuto Anne Lister (interpretata da Suranne Jones), e scopriamo come è riuscita a sposare, più simbolicamente che legalmente, l'ereditiera Ann Walker (Sophie Rundle) non senza intoppi e perplessità.
La seconda stagione riprende esattamente da dove avevamo lasciato le due protagoniste, ma aumentano di conseguenza gli ostacoli, visto che le due donne adesso vivono insieme. Anne Lister cerca quindi di gestire al meglio i terreni e i possedimenti della sua famiglia, messa però in difficoltà dagli altri imprenditori e politici che non tollera di essere scavallati o anche solo dover collaborare alla pari con una donna. Ma non mancano anche problemi con Ann, fra gelosie vista la vita amorosa passata di Lister e i dubbi nell'accettare a pieno una relazione che per l'occhio sociale è impensabile, e le sue difficoltà a fronteggiare la sua famiglia che la ostacola dall'ottenere quanto le spetta perché la ritiene troppo debole.

Le seconde stagioni sono spesso il punto debole delle serie tv, specie quelle di successo, ma quella di Gentleman Jack ribalta questo trend con una stagione che secondo me è anche più forte e solida della precedente che già comunque funzionava molto bene. Infatti hanno saputo bilanciare perfettamente il pubblico e il provato delle protagoniste, scavando dove serve, e sfoltendo quando necessario per dare ritmo e riuscendo a non far risultare noioso alcun passaggio sia esso pratico o emotivo. 
Gentleman Jack trova così una doppia chiave di lettura, da un lato funziona come perfetta rappresentazione di un'epoca, e quindi come period drama che racconta in modo certosino e gradevole lo spacco storico, grazie appunto all'accuratezza del materiale di partenza. Dall'altro lato la storia di Anne Lister e Ann Walker diventa una testimonianza di un amore omosessuale vissuto quanto più possibile pubblicamente, ma pur non diventando un baluardo per una battaglia politica, ma solo una vicenda umana.

Questa seconda stagione di Gentleman Jack riesce anche a far evolvere le sue protagoniste principali, e scopriamo ulteriormente le contraddizioni di Anne, che ha molti dei retaggi dei suoi contemporanei, è una conservatrice sotto molti aspetti, ma poi vorrebbe vivere come una persona più moderna. Ne esce una figura affascinante e complessa, energica ma anche fragile quando si parla di sentimenti. Mi sembra sia risultata anche meglio Ann Walker, meno debole rispetto alla prima stagione, e un po' più decisa.
Secondo me hanno anche migliorato il ritmo della narrazione, e come dicevo ogni parte di questa seconda stagione di Gentleman Jack è ben sviluppata. 
Le interpretazioni, in particolare quella energica di Suranne Jones, restano sempre al top, così come la messa in scena.

Arriviamo però ad oggi, perché i miei apprezzamenti poco servono credo visto che HBO ha cancellato il rinnovo per una terza stagione, ma pare che si sia mobilitata tanta gente e persino una raccolta firme per salvare la serie visto l'impatto culturale che ha. Obbiettivamente credo che le storie di Anne e Ann abbiano ancora tanta strada da fare, i diari di Lister sono una testimonianza incredibile e credo meritino un'altra chance di essere adattati per il grande pubblico. Si parla della possibilità che un'altra emittente salvi Gentleman Jack e la sviluppi e in effetti ci spero. 


Bad Sisters 
Prima stagione


Quando ho letto che Bad Sisters, produzione irlandese disponibile su Apple Tv + da agosto del 2022, è stata rinnovata per una seconda stagione che arriverà a novembre di quest'anno, ho pensato fosse finalmente arrivato il momento di recuperarla e non me ne sono pentito affatto. 

In Bad Sisters conosciamo le cinque sorelle Garvey, ognuna con i suoi problemi e difficoltà, ma soprattutto con una patata più grossa da pelare. Infatti Eva (Sharon Horgan, anche ideatrice della serie) è la maggiore ed ha cresciuto un po' le altre sorelle ma non ha un marito o figli, Ursula (Eva Birthistle) fa l'infermiera ma ha anche una relazione extraconiugale, Bibi (Sarah Greene) ha invece una benda sull'occhio e scopriremo cosa le è accaduto, mentre Becka (Eve Hewson, già protagonista di Dietro i suoi occhi) è la più piccola e scapestrata di casa. E poi c'è Grace (Anne-Marie Duff), diventata improvvisamente vedova, anche se qualcosa non quadra. Bad Sisters infatti inizia proprio dal giorno del funerale di suo marito John Paul (Claes Bang) e si nota subito che fra le sorelle sembra essere accaduto qualcosa.

Scopriamo con un flashback, anzi uno dei tanti, che John Paul era un uomo manipolatore, senza scrupoli, controllante, omofobo, probabilmente anche razzista, passivo-aggressivo, arrivista, bigotto e potrei continuare, ma vi basti sapere che l'odiosità del comportamento dell'uomo spingerà le sorelle Garvey a volerlo uccidere per liberare Grace dalla sua morsa, e non solo.
Sono state però davvero loro? Come hanno fatto, e soprattutto come mai la polizia non ha scoperto nulla? Ad indagare, o almeno a provarci, ci saranno due fratelli, Thomas (Brian Gleeson) e Matt (Daryl McCormack, Il Piacere è tutto mio e The Woman in the Wall) che gestiscono l'agenzia di assicurazioni ereditata dal padre, che però fallirà se dovranno risarcire Grace.
Diventa così una vera e propria lotta alla sopravvivenza fra due fazioni differenti, ognuna con in fondo le sue buone ragioni per contrastare l'altra, e muovendoci su due linee temporali in questa prima stagione di Bad Sisters scopriamo man mano cosa è accaduto. 

Un po' Good Girls, un po' Desperate Housewives, un po' Big Little Lies, e anche un po' Dead to Me, con quel tipico mood del whodunit classico, del giallo in cui trovare il killer, Bad Sisters è tanta roba. Non solo si muove su due (a volte più) linee temporali, ma questa serie Apple Tv si addensa intorno a temi importanti senza diventare mai pesante. I rapporti fra le sorelle sono raccontati benissimo, ognuna con le sue manie e il suo carattere, e tutte forti a modo loro, ma oltre che di famiglia, maternità e figli da una prospettiva diversa, si parla di rapporti malati, di manipolazione psicologica anche molto sottile.

John Paul ad esempio non è mai violento con la moglie o con qualcuno, difficilmente alza i toni, ma ha sempre modi sottili, ricattatori e velenosi per controllare Grace, e si limita a distorcere la realtà e girarla sempre a suo favore. Lui diventa l'emblema di un patriarcato, di una mentalità tossica ma non lontana purtroppo dalla realtà, visto che siamo in una Irlanda cattolicissima e piena di contraddizioni, e da spettatore è spontaneo chiedersi se davvero una persona così meriti di vivere.


Bad Sisters riesce ad essere realistico appunto, e al tempo stesso grottesco, drammatico quando serve, ma sapendo mettere qui e lì momenti comici, anche solo per una battuta, con i colpi di scena ben calibrati, in una miscela che mi ha portato a vedere i 10 episodi in pochissimo.

Per il mio modo di vedere le serie tv forse avrei preferito un minutaggio inferiore, soprattutto perché a volte si sfocia in situazioni un po' estreme, che non sempre riesco ad associare a fatti che possano accadere realmente, e penso che accorciare un po' la durata dia anche a questi eventi maggiore leggerezza. Magari ha senso solo per me, ma va bene così.
Al netto di questo, Bad Sisters resta forse una delle migliori serie che ho visto quest'anno, con una scrittura brillante e non banale, con un cast che funziona bene, e qualche bello scorcio dell'Irlanda che mi piace.

La seconda stagione è terminata a Dicembre 2024, e ovviamente non me la sono persa. Ne parlo qui. 



I pregi e i difetti di due nuove serie tv su Prime Video

Mi prendo una pausa dai tanti rinnovi che ho recuperato nelle ultime settimane (qui e qui se li avete persi) e mi dedico ad un paio di novità questa volta su Prime Video. Sono due serie tv arrivate in streaming in questa prima parte dell'anno e sono state anche in vetta alla classifica del servizio Amazon. 


Steal - La Rapina
Miniserie

Zara (Sophie Turner, Il trono di spade) è una giovane impiegata in una società londinese che si occupa di pensioni. Non è certamente la più stimata o la più affidabile, ma fa il suo lavoro con impegno fino a quando non accade qualcosa di inatteso: un gruppo ben organizzato di ladri incappucciati irrompe nel suo ufficio, prendendo in ostaggio tutti i dipendenti. Lei e il suo collega Luke (Archie Madekwe, Saltburn) verranno in particolar modo scelti dagli assalitori per mettere a colpo il furto, obbligandoli a trasferire una enorme somma di denaro dalla società verso un altro conto. La polizia riuscirà ad intervenire subito ed anche se i ladri saranno già lontani, e quando le indagini dell'ispettore Demetrius 'Rhys' Covaci (Jacob Fortune-Lloyd, La regina degli scacchi) iniziano a fare chiarezza, si figurerà sempre più un'ombra su chi ha davvero collaborato a questo furto.

Arrivata il 21 gennaio di quest'anno, non posso negare che Steal - La Rapina mi aveva incuriosito proprio per la presenza di Sophie Turner che giustamente si sta cercando di levare di dosso l'aurea di Sansa Stark per creare una carriera recitativa più completa. In questa miniserie secondo me il suo ruolo è interessante e lei è azzeccata, ma è come se Steal vivesse di due facce.

Da un lato c'è il thriller d'azione che comunque riesce ad intrattenere: ci sono colpi di scena, inseguimenti, momenti di suspense, e lo scacchiere delle persone coinvolte diventa sempre più grande e complesso. Tutti elementi che rendono la serie comunque molto piacevole da seguire, col giusto ritmo e l'intensità che ti aspetti appunto sia dal genere che dalla piattaforma su cui è inserita.

Qui e lì poi Steal - La rapina cerca di inserire qualche argomento un po' più di spessore: Zara ad esempio è una giovane donna con una madre disfunzionale alle spalle e che si sente inglobata da una vita e da una società che non le consente di evolvere. 
A supporto di questo intrattenimento ci sono attori validi e un buon budget che giustifica scenografie, effetti e location. Io stesso sono arrivato a seguire tutti i sei episodi praticamente di fila, con curiosità e interesse.

L'altra faccia di Steal è però il tentativo di eccedere, che comporta l'inserimento di forse troppe linee narrative, troppi personaggi che agiscono a più livelli, per cui lo spettatore non sempre riesce a inquadrarli. Anche le tematiche a volte si espandono senza una ragione, come ad esempio una sotterranea linea romantica che poi non avrà una evoluzione. 

Le storyline intrecciate possono essere un plus specie se si parla di una serie tv thriller che punta ad essere caotica e movimentata, ma si ha la sensazione che qualcosa resti sospeso, come se funzioni il quadro di insieme ma non tutto se si guarda in dettaglio.
Lo stesso ultimo episodio è un po' il sunto dei problemi della serie perché troppo carico narrativamente, al punto di minare la verosimiglianza generale, e allo stesso tempo mi è risultato un po' troppo trascinato, nel tentativo di fare chiarezza. 
Questo non significa che Steal - La rapina sia una cattiva serie tv o che vi sconsigli di vederla se non l'avete ancora scoperta, ma sicuramente il suggerimento è di abbassare un po' le aspettative perché arrivando alla fine perde di quella potenza e memorabilità che i primi episodi ci fanno annusare.



Sweetpea
Prima stagione

Rhiannon Lewis (Ella Purnell, Belgravia, Miss Peregrine) è una giovane ragazza praticamente invisibile a chiunque, specie sul lavoro, dove è assistente per un quotidiano locale. Per anni poi è stata anche vittima di bullismo, ma qualcosa scatterà nella mente di Rhiannon. Con la morte del padre infatti, sua sorella Seren (Alexandra Dowling), decide di mettere in vendita la loro casa, letteralmente obbligando Rhiannon a trasferirsi. Ma c'è di peggio: per la vendita dell'immobile, Seren ha scelto di farsi aiutare da Julia Blenkingsopp (Nicôle Lecky), una ragazza che ai tempi della scuola bullizzava Rhiannon. Stanca quindi di essere invisibile e scavalcata da tutti, Rhiannon si darà da fare nell'unico modo che le riesce sorprendentemente bene: uccidere. 

Sweetpea è una serie tv del 2024 ma che Prime Video ci ha proposto in italiano il 3 febbraio di quest'anno, e che ha già il rinnovo per una seconda stagione. Pare sia anche tratta da un romanzo omonimo della scrittrice inglese C.J. Skuse, anche se non so quanto la trasposizione sia fedele. Qui Rhiannon è una giovane donna davvero al limite, che si ritrova a vivere i traumi del passato in un solo colpo, al punto da letteralmente impazzire. Tuttavia non la si vede quasi mai fare scenate plateali, ma preferirà "muoversi" in quell'ombra in cui è stata messa un po' da tutti. È chiaro come le sue reazioni siano mosse da uno stratificarsi di situazioni che portano anche la stessa protagonista a riflettere, a provare sensi di colpa o ansia.

Certo, Sweetpea secondo me non è sempre in grado di spiegare molto bene le motivazioni che muovono Rhiannon: in fondo è una ragazza carina, che se vuole si fa notare, anche con i ragazzi. La questione del bullismo ad esempio viene giusto accennata in qualche scena, e allo stesso modo l'elaborazione del lutto non trova mai ampio spazio. Spesso inoltre si ha l'impressione che la protagonista si muova più per invidia, specie con Julia, che per senso di rivalsa, e questo rompe una narrazione un po' più profonda.

Ciò non toglie però che Sweetpea sia una serie tv molto gradevole ed interessante da seguire: è un thriller con delle punte comedy dark, con un ottimo ritmo, e una durata corretta per le storie che racconta e i sei episodi si seguono alla svelta.

Se ad esempio vi appassionano storie alla You e Dead to me, allora anche questa serie vi potrebbe piacere.
In uno strano modo si finisce per affezionarsi a Rhiannon, si fa quasi il tifo per lei, nonostante si capisca che di sottofondo ci sia un disturbo personale molto forte, e la serie sa intrattenere mostrandoci la tensione che la protagonista prova per non farsi scoprire. Poi c'è un cast efficace, con una Ella Purell convincente e perfetta nel ruolo, ma accompagnata da attori che comunque la sostengono bene. Penso ad esempio a Jeremy Swift, volto arcinoto delle produzioni inglesi. 
Come vi dicevo c'è una seconda stagione di Sweetpea in programma probabilmente per questo 2026 (almeno in UK) e spero che scavino un po' più a fondo di quanto hanno fatto fino ad ora. 

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