Due nuovi film imperfetti ma promossi

Fra la fine del 2025 e gli inizi di questo 2026 non ho visto moltissimi film, un po' per detossinarmi dopo la scorpacciata di commediole natalizie che ho fatto fra lo scorso novembre e dicembre. Ma anche la mancanza di nuovi film interessanti al mio palato ha contribuito. Due titoli però mi hanno fatto fermare, uno in streaming e uno al cinema, e sono entrambi film promossi, ma con alcuni limiti.


Goodbye June (2025)

Genere: drammatico
Durata: 114 minuti
Regia: Kate Winslet
Uscita in Italia: 24 Dicembre 2025 (Netflix)
Paese di produzione: Regno Unito, USA

Il cancro che affligge June Cheshire (Helen Mirren, MoblandIl Club dei Delitti del Giovedì) è purtroppo tornato in una forma così aggressiva che non le resta altro che affrontare un percorso di cure palliative nell'ultima fase della sua vita. Viste le sue condizioni, la sua famiglia le si stringerà intorno, ma questo momento delicato metterà in luce tutte le crepe dei loro rapporti. Infatti i suoi figli sono tutti separati, sia fisicamente che emotivamente: Connor (Johnny Flynn, Ripley, The Lovers) vive ancora a casa con i suoi e non ha un vero e proprio progetto di vita, Helen (Toni Collette, Giurato Numero 2) vive ormai lontano ed ha seguito un percorso spirituale alternativo, mentre Julia (Kate Winslet) e Molly (Andrea Riseborough, The Regime, Lee Miller) non si parlano da molti anni, creando tensioni in tutta la famiglia. Purtroppo anche il marito di June, Bernie (Timothy Spall), non riesce a tenere le redini della situazione, avendo ad esempio ignorato lo stato di salute della moglie.

A pochi giorni dal Natale, i Cheshire non possono far altro che accompagnare June al meglio che possono in questo passaggio.

Ha fatto le cose in casa Kate Winslet, che ha scelto di lanciarsi alla regia con un film scritto da suo figlio Joe Anders, che a sua volta si è ispirato ad una vicenda personale ovvero la morte della nonna materna.
Goodbye June ha dalla sua tanti aspetti interessanti e positivi: pur essendo arrivato in streaming su Netflix alla vigilia di Natale, non è il classico film a tema stucchevole e banale o inverosimile.
Ma pur essendo un film che parla di malattia, non è solo un film su un malato con tutto quello che ne consegue, né diventa mai piangino o sguazza nel dolore giusto per commuovere. Anzi Goodbye June ha i suoi momenti teneri, quelli più ironici come si confà ad un dramma familiare che vuol avere un respiro più ampio. Le dinamiche fra i Cheshire infatti sono quelle al centro, sia per come hanno vissuto fino a quel momento, sia per quella che è stata la reazione alla malattia e all'imminente scomparsa di June.

Ovviamente a far funzionare il film c'è un cast ottimo, non solo per la fama dei nomi scelti ma proprio per come questi siano calati perfettamente nelle parti.
E anche la regia di Kate Winslet, accompagnata da una bella fotografia, non mi è dispiaciuta, seppur non abbia guizzi particolari.

Guardando con un occhio un po' più cinico tocca forse ammettere che Goodbye June non lascerà un segno particolare nel mondo cinematografico perché non ha nulla di particolare. I temi dell'elaborazione del lutto, della famiglia divisa e poi ritrovata, e della malattia sono stati trattati in lungo e in largo da moltissimi altri film e qui non c'è un modo nuovo o diverso di parlarne. 

Infatti questo film Netflix non riesce ad avere l'approccio ad esempio più originale di His Three Daughters, che invece mi era sembrato molto più impattante ed emotivamente coinvolgente.
Tra l'altro la durata di quasi due ore di Goodbye June fa un doppio scacco al film stesso: da un lato azzoppa il ritmo inutilmente, dall'altro non trova il tempo di sviluppare al meglio i suoi personaggi. Chi più, chi meno, resta infatti in un ruolo limitato alla narrazione e poco sappiamo del loro vissuto in generale. Diciamo che se gli attori scelti fossero stati meno rodati, il film di Kate Winslet avrebbe perso ulteriormente terreno.
Preso come appunto un titolo abbastanza classico, semplice, Goodbye June rispetta le aspettative di un film in streaming su Netflix, se cercate altro potrebbe lasciarvi forse poco soddisfatti.



Primavera (2025)


Genere: drammatico, storico, musicale
Durata: 110 minuti
Regia: Damiano Michieletto
Uscita in Italia: 25 Dicembre 2025 (Cinema)
Paese di produzione: Italia, Francia

Adattamento del romanzo "Stabat Mater" di Tiziano Scarpa, Primavera ci porta nella Venezia del 1716, ed in particolare all'Ospedale della Pietà, a tutti gli effetti un orfanotrofio femminile dove le bambine abbandonate venivano formate come musiciste. Una di queste è Cecilia (Tecla Insolia, L'arte della Gioia, Familia), una giovane e talentuosa violinista che non ha mai conosciuto altro che le mura dell'istituto. Le ragazze che compongono l'orchestra infatti si esibiscono al pubblico nascoste da una grata o coperte da una maschera, ed in generale non vi è molta empatia nell'orfanotrofio: molte di queste orfane sono promesse in matrimonio a ricchi uomini che nemmeno conoscono ma che finanziano l'istituto.
Proprio la ricerca di fondi spingerà ad assumere Antonio Vivaldi (Michele Riondino, I leoni di Sicilia) come insegnante e direttore d'orchestra e il suo arrivo darà nuova linfa e speranza a Cecilia. Il talento da solo però non riuscirà a salvare la ragazza dal suo destino.

In un periodo in cui le sale cinematografiche sono saturate dal film di Checco Zalone, con una programmazione assurda, ho ripiegato su qualcosa più nelle mie corde e non me ne sono pentito.

Primavera è infatti un film ben fatto, diretto con eleganza e precisione da Damiano Michieletto, con una bella fotografia, bei costumi e ottime interpretazioni e ovviamente altrettanta bella musica classica. Io ormai apprezzo qualunque cosa faccia Tecla Insolia, anche se vorrei vederla più spesso in ruoli diversi, perché Cecilia e Modesta de L'arte della Gioia per certi versi si somigliano. 

Infatti anche in Primavera la protagonista è sempre alla ricerca di se stessa, della sua libertà e della sua strada, in questo caso però è spinta dal suo amore viscerale per la musica. Per questo trova in Vivaldi il mentore giusto che le farà sognare un destino diverso: un outsider che non vuole sostare alle regole delle istituzioni, ma segue solo la sua passione e appunto il suo talento per l'arte. Entrambi però sono obbligati da quello che la natura e il destino ha voluto per loro, essendo Cecilia una donna senza alcun potere in un mondo estremamente maschile, e Vivaldi un prete malato fin dall'infanzia.


Entrambe queste figure arrivano al pubblico come vive e vibranti, anche se il Vivaldi di Riondino ha meno spazio evolutivo e la sua interpretazione forse ha appunto incontrato questo limite. Primavera infatti non è un film biografico in senso stretto, ma potrebbe quasi considerarsi un coming of age non canonico al femminile, un viaggio di una eroina coraggiosa, sicuramente legata alla sua epoca storica, ma che prende coscienza di sé e del suo valore.

Dall'altra parte però Primavera è un film con i suoi limiti, che non spicca per originalità e che forse ha una durata eccessiva per la storia e soprattutto per come è stata pensata. Ha infatti i suoi momenti di tensione, ma manca secondo me una apertura, un momento di picco che possano davvero rendere il film d'impatto. Tutto si muove in modo piano quasi da inizio a fine e seppur non annoi, si avverte la sensazione di non necessità di questo minutaggio. 
L'approccio più riflessivo, più intimo, più personale, rende Primavera forse meno adatto ad un pubblico ampio, o a chi magari cerca più azione ed una risoluzione più positiva e consolatoria, ma resta un bel film da vedere con queste premesse. 


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