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La coppia di serie tv imperfette

Quando sembra che non abbia nulla da vedere, ecco che il mio personalissimo palinsesto si rimpingua di serie tv che mi incuriosiscono. Peccato che il flop sia spesso dietro l'angolo, e infatti ho terminato due nuove serie tv che secondo me sono più che imperfette. Se vi va i scoprire perché evitarle secondo me, ve lo racconto.


The One - La coppia quasi perfetta
Prima stagione
⭐🌠

The One - La coppia quasi perfetta

Rebecca Webb è la creatrice e la CEO di una app di incontri che vuole creare la coppia perfetta, ma questa applicazione non si basa solo su caratteristiche generali tipo l'età, gli hobby e le robacce che si preferisce fare a letto, ma tramite il DNA. Basta un solo capello affinché The One riesca ad accoppiare te e la tua anima gemella attraverso una formulazione scientifica.
L'impero di Rebecca però, già al centro di altre critiche, visto che l'applicazione porterebbe anche ad associare persone già in una relazione, inizia a sgretolarsi quando un suo ex collega verrà ritrovato morto e la detective Kate Saunders starà alle costole della donna.


La coppia quasi perfetta mi sembrava avesse le basi per un thriller dalla vena fantascientifica che poteva farci entrare nel mondo quanto mai attuale delle app di incontri. Tuttavia gli otto episodi di cui è composta si afflosciano presto, trasformando questa serie in un poliziesco blando e con poco mordente, con passaggi anzi raffazzonati, non spiegati bene. Lo stesso funzionamento dell'applicazione non ha molto senso: non avendo il DNA dei 7 miliardi di abitanti della terra, come dovrebbe funzionare?
L'intreccio narrativo quindi ripiega su un inseguimento al gatto con il topo, dove il pathos si scioglie come la magnesia in un bicchiere d'acqua, con Rebecca che, non si sa come, è sempre un passo avanti.


Dei tempi molto dilatati poi circondano situazioni che spesso sono scarne, che in altre serie tv sarebbero spiegate in pochi passaggi, andando ad annoiare inutilmente. Ogni cosa "casualmente" non accade in The One, c'è sempre un escamotage, e alla lunga diventa tutto abbastanza scontato. Per farla breve, non si capisce come mai Rebecca Webb riesca sempre a cadere in piedi, qualunque cosa accada.
Non aiutano a salvare la situazione nemmeno le linee narrative collaterali dove ci mostrano quelli che possono essere i danni di questa app di incontri, con una coppia sfasciata a causa di un matching con una terza donna, che però non ha nulla di interessante per lo spettatore. Anzi all'interno di questa coppia ho trovato spesso reazioni esagerate, e anche lì forzature.


In generale il cast non è tremendo, ma ogni ruolo è decisamente piatto, poco accattivante, e non si porta dietro una storia che val la pena scoprire. The One - La Coppia quasi perfetta poteva parlare di libero arbitrio, dell'assennata ricerca della felicità, dell'implicazione della tecnologia nella nostra quotidianità anche più intima, puntare sul fantasociale, ed invece preferiscono raccontare un giallo di cui non frega niente a nessuno, così come non mi interessa se ci sarà una seconda stagione.



Love, Victor 
Prima Stagione
⭐⭐


Faccio un salto su Disney +, anzi su Star Original, per parlare di un'altra serie tv, ma prima ancora faccio un salto nel 2018, quando un film intitolato Tuo, Simon mi aveva convinto per il realismo con cui aveva raccontato le paure del suo protagonista, Simon appunto, nel raccontare la sua omosessualità ad amici e parenti. 
Dalla storia di Simon nasce quella di Victor: infatti il ragazzo, avendo sentito le vicende del coetaneo, decide di scrivergli per raccontargli le sue paure. Victor non è sicuro di essere omosessuale, anche se è aperto a questa possibilità, e vuole cercare di capirlo. Tuttavia vive in una famiglia abbastanza tradizionale e conservatrice, e sente il peso di quella che potrebbe essere la reazione dei genitori.


Si passa quindi dall'accettazione esterna, a quella più interna ed intima nella serie Love, Victor, che vorrebbe raccontare una storia comunque realistica, ma a tratti più difficile e complicata di quella in Tuo, Simon. Un punto di partenza interessante e universalizzabile, specie perché si tratta di una serie rivolta ai ragazzi, anzi direi un teen drama in piena regola, quasi classico per lo stile. Non sono però rimasto del tutto soddisfatto per l'evoluzione di questa Love, Victor.
L'ho trovata certamente una serie di compagnia, con un minutaggio abbastanza fruibile e un numero di episodi (dieci da 20-30 minuti l'uno) che difficilmente stanca, tuttavia la trama mi è sembrata troppo lineare per essere avvincente o comunque potersi distinguere. 

love, victor serie tv

Direi che tutta la parte centrale della serie è un po' stagnante nell'evoluzione e finisce per essere monotona. In generale, le trovate per scatenare dei momenti di tensione sono spesso banali, forzate, come se accadessero perché devono, non in modo spontaneo.
Non sono poi del tutto sicuro che Love, Victor mandi dei messaggi corretti: posso in un certo senso capire che il protagonista appunto voglia provare a "sperimentare" con la sua sessualità, per capire se può avere una relazione con una ragazza. Credo che però qui ci si spinga un po' troppo oltre, e cercare di capire se stessi a discapito dei sentimenti altrui non mi sembra una bella idea. 

serie tv star original love victor

Non mi sento invece di chiudere un occhio sulla bugia di Victor per tentare di dormire o comunque essere più in contatto con un ragazzo che gli piace, ma che tra l'altro è anche fidanzato. 
Se nella realtà facessimo tutti così, sarebbe un bel casino per le relazioni interpersonali. 
Michael Cimino è carino nei panni del giovane Salazar, ma a volte è un po' troppo monoespessivo. Mi ha suscitato invece un mix di sensazioni decisamente più sgradevoli le tempistiche con cui Disney Plus ha deciso di pubblicare le sue serie tv che, contro tutte le piattaforme di streaming che mettono disponibili intere stagioni, vanno invece di settimana in settimana come si faceva una volta. Pura noia. Qui vi parlo della seconda stagione di Love, Victor. Sarà promossa?


Serie TV LGBTQ+ dell'ultimo periodo 🌈

Mi tingo di arcobaleno più del solito per parlarvi delle ultime serie tv a tema LGBTQ+ che ho terminato. Sapete che non mi chiudo mai in un unico genere o tematica, e non mi sento di dover aggiungere una quota rainbow alle mie recensioni, perché mi piace spaziare quindi tutti gli argomenti sono sempre inclusi nelle varie serie tv che seguo. Tuttavia ritrovandomi personaggi e storie queer tutti insieme, com'è successo con alcuni film tempo fa, ho pensato avesse senso raccoglierli tutte qui.


Love, Victor
Seconda stagione
⭐⭐⭐🌠


Dopo una prima stagione poco esaltante, lascio un pollice in su a questo secondo capitolo di Love, Victor, la serie tv di Starz Original andata in onda dal 18 giugno al 20 agosto.
Le avventure del giovane Victor Salazar questa volta hanno saputo intrattenermi decisamente meglio, ma soprattutto, quasi come se mi avessero letto, mi è sembrato abbiano cercato di mandare messaggi più corretti.
Love, Victor 2 ha dato anche maggiore spazio ai personaggi: il protagonista principale, alle prese con la sua nuova storia d'amore fuori dall'armadio, è quello che sicuramente ha l'evoluzione più solida, visto che ha preso totale consapevolezza della sua sessualità, ma anche tutti i comprimari riescono ad avere delle storyline più o meno interessanti.

Rimando a settembre il percorso dei signori Salazar che è forse quello che ho trovato più ripetitivo, come se non sapessero bene che finale dare al loro rapporto e quindi rimescolino spesso le carte. Ma nell'insieme non ci si annoia affatto in questa seconda stagione di Love, Victor.
I punti davvero critici sono forse questo modo edulcorato con cui continuano ad essere trattati certi argomenti, soprattutto il coming out di Victor che non sembra avere alcuna interferenza davvero in grado di metterlo in difficoltà (buon per lui). 


Non ho inoltre ancora  promosso del tutto la recitazione di Michael Cimino, molto carino in alcune parti, monoespressivo in altre. La serie comunque va presa per quello che è, e giustamente non ha né i tempi né l'intenzione di voler drammatizzare ogni aspetto della vita dei protagonisti. 
Nella mia esperienza è difficile che una serie tv si salvi alla seconda stagione, ma con Love, Victor ci sono riusciti.
Se cercate la recensione della terza stagione la trovate qui. 
 


Feel Good
Seconda stagione 
⭐🌠


Si ferma (per fortuna) con questa seconda stagione la serie autobiografica che si ispira alla vita della comica Mae Martin, con cui fin dai primi episodi non ho avuto molta affinità. Devo ammettere che un po' mi spiace, perché mi sembra di non averne saputo cogliere il messaggio e l'essenza, ma Feel Good 2 per me è ancora una volta un flop.
Nonostante si susseguano temi interessanti che spaziano dall'identità di genere, su cui Mae sta cercando di raccapezzarsi, passando per il superamento di un trauma e finendo anche con le difficoltà lavorative, specie nel mondo dello spettacolo, non c'è stato un momento che mi abbia fatto cambiare idea rispetto alla prima stagione.


Il tutto diventa un calderone di cose che vengono giusto toccate ma mai realmente approfondite, e questo è forse il problema più grande di Feel Good. È difficile ridere, ma è anche difficile potersi commuovere o riflettere, perché è tutto frenetico, accompagnato da questi dialoghi a macchinetta che spesso risultano un po' impostati e inverosimili.
A voler essere anche puntigliosi mi è anche sembrato che sbagliassero nel distinguere la differenza fra outing e coming out in un episodio.
Anche il rapporto fra Mae e George non mi ha mai appassionato, e in questa seconda stagione secondo me non ha nemmeno occasione di crescere veramente. Ho apprezzato quando, a riguardo, uno dei loro amici dice a Mae e George che sono pesanti e avvolte nel loro dramma. Un attimo di verità per una serie che non evolve ma accade, e il fatto che non ci sarà una terza stagione secondo me è sintomo che non avevano più nulla da raccontare.


It's a sin
Miniserie
⭐⭐⭐⭐


Essere giovani all'inizio degli anni '80 doveva proprio essere una bella esperienza, specie per chi viveva in una città ricca come Londra e con la voglia di inseguire i propri sogni. Ma tutto cambia, se si tratta di giovani ragazzi omosessuali: è vero che quelli sono stati anni di rivalsa per il mondo LGBT, ma quel periodo è stato anche segnato dal diffondersi dell'AIDS che cambierà le vite di moltissimi ragazzi dell'epoca, non solo da un punto di vista personale, ma anche sociale.
Quella che sarà una vera e propria pandemia coinvolgerà anche un gruppo di amici molto diversi fra loro che dovranno affrontare i diversi risvolti della malattia. 

It's a sin è forse una delle serie tv, almeno fra queste, che più mi ha coinvolto emotivamente. Si tratta di un racconto in cinque episodi disponibili su Starz Play, e che sebbene sia certamente un racconto forte, spiazzante, particolarmente drammatico (forse non adatto al periodo, vista l'altra pandemia in corso), sa anche regalare qualche sorriso, attimi di dolce, e la bellezza dell'amicizia e dell'amore fra i protagonisti.
A colpirmi sono state certamente alcune scene e passaggi strazianti, come ad esempio i vari modi in cui la malattia colpiva incontrollatamente, spandendosi a macchia d'olio. O ancora come venivano cancellate le vite dei ragazzi morti per AIDS, quasi come per rimuovere l'onta della vergogna. 


Si tratta di 5 episodi fatti davvero bene, con una narrazione scorrevole e con un buon ritmo, e credo che, insieme ad A Very English Scandal, It's a sin sia una delle miniserie che ho preferito fra quelle scritte da Russell T Davies fino ad ora. Pare che abbia avuto anche un impatto social importante, visto che nel Regno Unito sono aumentate le richieste di esami per l'HIV. Quindi potete immaginare le forti sensazioni che trasmette.
Devo però comunque sottolinearne anche alcune pecche perché se no non dormo bene la notte. It's a sin parte da una vicenda che è storia, ma che nel mondo del cinema e delle serie tv non è obbiettivamente originale (due esempi abbastanza recenti sono Dallas Buyers Club e The Normal Heart) e qui non viene trattata in modo particolare rispetto ad altri prodotti. 


In questo senso ad esempio, sebbene il cast sia capace e credibile, i personaggi seguono un po' gli stereotipi già visti spesso legati agli omosessuali, perpetrando questa mia idea. Inoltre qui e lì mi è sembrata troppo didascalica, come se stessero spiegando a dei bambini quelli che potevano essere i problemi dell'epoca e la scarsa conoscenza del virus.
Ciò nonostante penso sia sempre importante raccontare ancora oggi quella che era la mentalità e la visione della società sul tema dell'omosessualità e dell'AIDS in un periodo così di svolta, e It's a sin lo fa bene e con intensità.


Special
Seconda stagione 
⭐⭐🌠


Si chiude anche la parentesi di Special con questa seconda ed ultima stagione, arrivata su Netflix il 20 maggio di quest'anno, e purtroppo non posso dire che mi abbia soddisfatto del tutto. Le avventure di Ryan sono sempre spunto di riflessione, trovandosi lui in questa sorta di limbo, come ci viene ricordato in questa seconda stagione, fra l'essere un ragazzo comune, ma nell'avere anche esigenze particolari per via della sua disabilità. E soprattutto ora che vive in maniera piena e aperta la sua omosessualità, ci dà il suo punto di vista anche su questo tema.

Una seconda stagione che segue in linea generale il terreno battuto dalla prima (ne parlavo qui), ma che onestamente non mi ha entusiasmato. Restano quei dialoghi sarcastici e sopra le righe, che rendono la serie spiritosa, ed è comunque sempre piacevole da seguire, ma dall'altro lato, l'evoluzione dei personaggi, non mi è sembrata ideale. È soprattutto Ryan che non mi ha soddisfatto: in Special 1 il suo carattere era altalenante, quasi un anti eroe molto umano, imperfetto e genuino. Qui mi è sembrato che cercassero di farlo diventare di colpo impeccabile, forse per lasciarci un ricordo di lui quanto più possibile positivo, non avendo anche forse i tempi per una crescita più spontanea. 


La sua relazione con Tanner ad esempio ci viene spacciata come se dovesse essere solida e intima, ma in realtà nasce nel giro di pochissimo tempo, per cui non è una sorpresa che possa non funzionare, perdendo secondo me di appeal. Anche gli scontri fra i due, che sembrano mettere Ryan dalla parte della ragione, secondo me non sono del tutto equi. Tra l'altro allungando la durata degli episodi era cresciuta la mia speranza di un approfondimento più curato, interessante e strutturato, che invece non c'è stato. Ne giovano almeno i personaggi secondari, soprattutto Kim che secondo me meriterebbe una serie a parte. Il pregio di Special 2 è comunque aver saputo chiudere il cerchio in modo carino, lasciando che i protagonisti avessero quel "lieto fine" che speravamo potessero avere. 




Rinnovi promossi, e le serie tv che hanno rovinato!

Si torna a parlare di serie tv su questi lidi, soprattutto di rinnovi e stagioni successive alla prima, se vogliamo trovare un comune denominatore a questi titoli (anche se basta dirvi che le ho tutte terminate di recente). Come sempre i miei commentini non possono che tenere conto del bello e del brutto di ognuna di esse. Cosa avrò promosso? Qual è invece la serie tv che hanno rovinato?


The Flight Attendant - L'assistente di volo
Seconda stagione

Esattamente l'anno scorso ci siamo affezionati alla poco affidabile ma sicuramente molto simpatica Cassie Bowden, che suo malgrado, da semplice assistente di volo, si è ritrovata invischiata in un omicidio difficile da risolvere. In questa seconda stagione de The Flight Attendant la ritroviamo in una veste nuova, ovvero come collaboratrice esterna della CIA. Cassie dovrebbe semplicemente attenersi agli ordini dei suoi superiori, ma non potrà resistere al suo istinto, finendo in un altro, difficile, caso da risolvere.
Dall'altra parte la nostra assistente di volo deve sempre lavorare sul suo privato, e soprattutto sul suo problema di alcolismo, e questa innata capacità di auto sabotarsi e mentire a se stessa.

The Flight Attendant 2 mi è piaciuta parecchio, riuscendo a mantenere sotto tanti punti di vista le qualità della prima stagione, soprattutto quella di rendere la serie piacevole nel suo insieme, e creare la giusta dose di curiosità per arrivare fino alla fine tutto d'un fiato. Il segreto è la commistione di momenti più tensivi a quelli più leggeri e un intreccio narrativo ben studiato.
Forse i colpi di scena di questi nuovi episodi sono un po' più prevedibili, ma non per questo meno apprezzabili e comunque in grado di rendere avvincente la serie. 
Inoltre abbiamo anche un risvolto più introspettivo, e scopriamo qualche dettaglio in più sul passato e sulla famiglia di Cassie che ci fanno capire parte dei suoi traumi e del suo vissuto.


Secondo me più che mai in questa seconda stagione si coglie più potentemente la metafora di queste stanze mentali in cui Cassie incontra le altre se stessa, e in cui viene spesso e volentieri ingabbiata da alcuni suoi atteggiamenti dannosi e masochisti. 
Sicuramente è lei la protagonista assoluta di questa stagione, e Kaley Cuoco ci dà ancora una volta un'ottima interpretazione di un personaggio imperfetto ma umano, a cui si finisce per voler bene e soprattutto in grado di maturare attraverso i suoi sbagli.


Ma anche gli altri protagonisti hanno il loro spazio, seppur sicuramente più ridotto, e mi è piaciuto anche molto il cameo di Sharon Stone, in uno dei momenti più intensi e drammatici di The Flight Attendant. 
Purtroppo la stessa Kaley Cuoco, che è fra i produttori della serie, ha affermato che una terza stagione è alquanto improbabile ed infatti la conferma ufficiale della cancellazione è arrivata a gennaio 2024. E comunque non ce ne sarebbe stato bisogno perché il finale che ci hanno lasciato dà completezza alla serie. Intanto gli otto episodi della seconda stagione de L'assistente di volo sono disponibili su Now e secondo me vale la pena recuperarla.


Love, Victor
Terza Stagione

L'ultimo capitolo di Love, Victor purtroppo non ha la mia approvazione ed è un peccato perché la seconda stagione mi aveva convinto anche più della prima. 
In questi nuovi episodi ritroviamo Victor e i suoi amici alle prese con nuove avventure personali e sentimentali. Infatti il protagonista, a seguito di una pausa forzata nel rapporto con Benji, avrà modo di scoprire un'altra parte della sua omosessualità e si darà altre chance, ma non sarà semplice dimenticare il primo amore, che in fondo, per gli adolescenti è il più importante.
Allo stesso modo ci sono delle novità per Felix, per Mia e il suo complicato rapporto con i genitori, ma soprattutto per Lake, che inizierà un nuovo percorso della sua vita.

Love, Victor 3 purtroppo non mi ha convinto, nonostante potesse avere dei buoni presupposti, ma a più livelli non ha funzionato. Ho trovato infatti poco convincente (per non dire noioso) rimestare nelle stesse dinamiche per quanto riguarda il rapporto fra Victor e Benji, ma questa è forse la punta di un iceberg ben più profondo.
Infatti, tutto quello che consegue dalla separazione dei due mi ha lasciato molto perplesso soprattutto nell'approccio superficiale con cui è stato raccontato. Mi è sembrato che i rapporti fra i personaggi, e di conseguenza i personaggi stessi, avessero dinamiche superficiali e spesso troppo rapide nei loro cambiamenti, depotenziando quelle caratteristiche che conoscevamo riguardo i protagonisti.  


È forse proprio Victor ad uscirne peggio: risulta infatti pedante nel voler far pace con Raihm, superficiale nel lanciarsi in una nuova relazione con il belloccio Nick (anche lui tratteggiato in modo molto marginale), ed immaturo sia nel lasciare quest'ultimo, che nel porsi verso un nuovo futuro.
Sarebbe stato interessante vederlo maturare soprattutto internamente, dopo aver abbracciato completamente la sua omosessualità, essere diventato più indipendente e pronto ad un futuro come protagonista della sua vita. Tuttavia gli sceneggiatori hanno preferito un finale zuccheroso un po' per tutti i personaggi, che potesse accontentare le fasce di pubblico più giovane.

Ho trovato inoltre forzato il cambiamento di Lake, sfruttata solo per mostrare l'omosessualità al femminile, e il suo approccio con la madre che è sempre stato abbastanza conflittuale. Nulla di che da dire su Mia e Andrew, che restano abbastanza collaterali e poco influenti ai fini della storia in generale. Non mi soffermo sui personaggi secondari i cui percorsi sono davvero estremamente volubili e superficiali.
In questa terza stagione di Love, Victor si è percepita secondo me la necessità di far in fretta, complice una chiusura anticipata e l'assenza di due episodi in più rispetto alle passate stagioni. Ma proprio per questo sarebbe stato più sensato focalizzarsi solo su Victor e darci un quadro completo e profondo almeno su di lui.

Anche l'interessante tentativo di inserire dei temi più maturi e attuali, come le conoscenze tramite app di incontro e le malattie sessualmente trasmissibili, mi è sembrato molto annacquato, ma questo forse dipende dal fatto che si tratta di una serie Disney + che ha sempre avuto un taglio leggero e ben distante da qualunque drammatizzazione. 
In sintesi credo abbiano davvero rovinato questo finale di Love, Victor, che poteva invece regalare al pubblico più giovane un bel messaggio di inclusività e maturità. 



Stranger Things 
Quarta Stagione
Volume 2

Non mi voglio soffermare troppo sul secondo volume di questa quarta stagione di Stranger Things anche perché gli ho già dedicato un intero post e soprattutto per non diventare pesante e ripetitivo. Tuttavia le impressioni che mi sono fatto con la prima parte si sono confermate con questi ultimi due episodi dalla durata estenuante. 
In sintesi mi è sembrato che i creatori abbiano cercato in ogni modo di mettere insieme una serie evento dai risvolti epici, ma non avendo una storia così forte e coerente che potesse reggere le lunghe tempistiche che si sono imposti. 


Di conseguenza è toccato sorbirci due episodi che durano quasi quattro ore, ma i cui avvenimenti potevano essere riassunti in molto meno tempo. Questo scontro finale (ma non troppo) con il temibilissimo Vecna infatti sembra andare a rallentatore senza particolari sussulti e senza che poi ci sia chissà quale vero combattimento fra il mostro e Undici, ma è tutto un chiacchierare, lanciarsi minacce reciproche e cincischiare perché bisogna coprire due ore di girato. 

Sicuramente questi due episodi conclusivi della quarta stagione danno maggiormente l'idea di passaggio verso quella che sarà la quinta e ultima stagione, ma proprio per questo forse andava asciugata e farci semplicemente da ponte verso il capitolo finale. 
Anche perché tutto quello che gira intorno Undici, Vecna, e mettiamoci anche Max, è comunque inutile e a tratti noioso. Infatti Max, Will e Jonathan servono solo da tramite per recuperare Eleven, ma giustamente hanno poco tempo sullo schermo perché hanno davvero poco da raccontare. A questo punto ho trovato quasi ossessivo e un escamotage continuare a sottolineare l'ormai palese omosessualità di Will, che fino ad adesso sembra abbia solo questo da raccontare.

Risibile e anche lì estremamente stiracchiata la parentesi russa di Hopper (di cui vorrei conoscere l'ortopedico per capire come faccia già a correre così), Joyce e Murray, che purtroppo erano davvero poco utili nel quadro più ampio di Stranger Things 4. La scena della spada poi era quanto di più evitabile ci potesse essere.
Mi è sembrato anche poco importante la parentesi di Eddie, la cui morte, sicuramente eroica, è una scelta personale ma che non ha poi un riflesso nella visione d'insieme. Lui è stato il personaggio duro ma sensibile, da sacrificare per aggiungere pathos dopo avercelo fatto apprezzare, mentre potevano toglierci di mezzo Argyle che ormai è simpatico come una chiave rotta dentro la serratura.

Anche in questo secondo volume, pur essendoci dei momenti ben costruiti, Stranger Things 4 si rivelato per me poco d'impatto e spesso annoiante, molto meno epico rispetto a quello che hanno voluto farci credere.
Non voglio parlare di una serie tv che hanno rovinato perché ha le sue qualità, anche solo riuscire a creare molto scalpore, ma per me questa è stata la stagione meno coinvolgente. 
Ho sentito che i fratelli Duffer avrebbero intenzione di ridurre la lunghezza degli episodi per la quinta stagione, e mi piace pensare che le mie lagne abbiano avuto un risultato. Inoltre ci dovrebbe essere un salto temporale da gestire, visto che l'avanzare di Vecna non sarà certamente messa in pausa. 

Dopo tre anni è arrivata la quinta ed ultima stagione di Stranger Things, ne parlo qui. 




Tuo, Simon, e un film che non è un film

Ragazzi, c'è penuria, e non mi riferisco alla mia situazione economica, intendo dire che c'è penuria di film che mi attirino fino al punto di alzare il sedere dal divano, raccattare qualcuno, e andare al cinema.
Solo una recentissima pellicola ha saputo attirare la mia attenzione, un po' per la tematica, un po' (anzi direi soprattutto) per come sarebbe stata sviluppata, e che si intitola Tuo, Simon (2018).


Simon è un ragazzetto tranquillo ed abbastanza sereno, con le sue passioni, con una famiglia che gli vuole bene, un po' stramba ma carina, e gli amici di scuola con cui passa gran parte del tempo.
Tuttavia Simon nasconde un segreto che proprio non riesce a dichiarare e neppure lui sa perché: Simon è omosessuale. 
Lui stesso non riesce a capire perché, ma proprio non ce la fa a rivelarlo ai suoi genitori, nonostante è conscio che loro capirebbero. Anche con gli amici non va proprio meglio, e cela anche a loro questa parte di sé. D'altronde Simon è un adolescente, e come tutti i giovani si trova in mezzo a quei grandi piccoli drammi che quella parte della vita ci fa trascorrere. Solo lo scambio di mail con un misterioso ragazzo, Blue, sarà la sua valvola di sfogo, anzi questo suo "amico" di penna finirà per avere un ruolo molto importante per il ragazzo. 
Tuttavia Simon si troverà costretto a dichiararsi, in modo anche ingiusto e quasi violento, a causa di quello che nel mondo LGBT (e non solo) si chiama outing.


Se pensate che il suo outing però scateni una serie di drammi e trasformi il film in angoscioso o magari pesante, se pensate di trovarvi in un sequel di Chiamami col tuo nome, vi sbagliate perché Tuo, Simon riesce a calibrare l'importanza di certe tematiche alla leggerezza con cui vengono raccontate. Ed è questa la sua forza.
L'assunto di base non è esattamente il più originale, non solo per la tematica, ma anche per la storia di questa famiglia un po' effetto Mulino Bianco, dello stesso Simon, giovane e carino (mai un protagonista che da sfigato resti sfigato), però è lo sviluppo a spiccare secondo me in questa  pellicola.
Simon ha paura di non essere accettato, che è la più grande paura di un omosessuale; ha paura di non essere più visto per quello che è, perché come tutti i ragazzi giovani non ha gli strumenti e perché anche la società purtroppo non manda spesso messaggi incoraggianti ed inclusivi.


C'è un personaggio in particolare, Ethan (Clark Moore), che rappresenta l'omosessuale effeminato che spesso vediamo nei programmi televisivi e in cui Simon non riesce ad identificarsi, non perché lo odi, ma perché non ci si ritrova e probabilmente sa di non avere la stessa sfrontatezza per sopportare e rispondere alle battute dei compagni di scuola. O per lo meno io ho letto quel personaggio così, come una possibilità nel mondo gay, ma non come la costante.
E vi dicevo, dalla perfezione della famiglia del ragazzo che un po' mi ha lasciato perplesso, si passa al realismo, che è la parte più bella. Simon fa errori, è egoista, incasina la sua vita e purtroppo anche quella dei suoi amici, per cercare di difendersi e di non fare un passo che non si sente ancora di affrontare. E questo è sbagliato ma giusto allo stesso tempo.

Love, simon recensione film

Tuo, Simon è un film delicato, simpatico, ironico e a tratti anche commovente. Ci sono dei momenti e situazioni che secondo me sono un po' poco realistiche o peggio, un po' fuori luogo ed esagerate;  e ci sono un paio di attori di Tredici, che non si rendono certamente più simpatici. Ci sono personaggi che avrei evitato, come ad esempio il preside della scuola, che rendono la storia troppo sopra le righe.
Inoltre mi sarebbe piaciuto un approfondimento dello scambio di mail, per capire anche come nasce e come riesce a diventare così profondo il rapporto fra Simon e Blue, e sono solo dettato dal fatto che per il protagonista sia appunto l'unica persona con cui sia riuscito ad aprirsi. Insomma avrei voluto togliere ogni dubbio sul fatto che si tratti di un sentimento vero e non di un caso o di una reazione immatura.


Tuo, Simon non è insomma un film perfetto, non credo vincerà qualche statuetta prestigiosa, ma secondo me riesce a raccontare un aspetto molto importante del coming out, come sia un passo segnante della vita di qualunque ragazzo o ragazza, che devi scegliere di poter fare con la massima consapevolezza e maturità, e riuscire a raccontare un tema così delicato, intimo e privato, con il giusto spirito, non è un lavoro semplicissimo.
Qui ho parlato della serie tv Love, Victor nata come una sorta di sequel/spinoff di questo film. 

Titolo originale: Love, Simon
Genere: drammatico, commedia, sentimentale

Durata: 110 minuti
Regia: Greg Berlanti
Uscita in Italia: 31 maggio 2018
Paese di produzione: Stati Uniti

Voto 7.5


Un altro film, che però non è esattamente un film, di cui vorrei parlare per chiudere il cerchio, è il finale di Sense8, la serie televisiva creata dalle sorelle Wachowski.


Sense8 nasce come una serie tv appunto, e se proprio non ne avete sentito parlare, qui ho raccontato le mie impressioni sulle prime due stagioni. Tuttavia, a seguito della seconda stagione, andata in onda a maggio dello scorso anno, non avendo ottenuto il successo sperato, Sense8 è stato cancellato da Netflix concludendosi così senza un finale. Per metterci una pezza, viste le grandi richieste dei fan (ma se erano così tanti, come mai la serie ha chiuso?), il servizio on demand di streaming si è passato la mano sulla coscienza, e, morso dai sensi di colpa, ha dato una conclusione a Sense8 creando uno special che è in pratica un film di due ore e mezza.
Titanic, Avatar e Ben Hur sono nulla a confronto.


Purtroppo anche questa conclusione, tanto attesa da molti, a me ha continuato a trasmettere le stesse sensazioni della serie tv: noia e inutilità.
Partiamo dalla struttura generale: la storia riprende esattamente da dove l'avevamo lasciata, ma invece di andare al sodo, come sempre in Sense8 si perde tempo in parentesi narrative che non solo mappazzano lo spettatore, ma sono essenzialmente inconcludenti.
Ad esempio, cosa ci importa dell'albero genealogico di Wolfgang? Perché andiamo a sfruculiare nel suo passato quando gli altri non hanno lo stesso trattamento?
Ma questa potrebbe essere una cosa da poco, se considerata in confronto alle tante stranezze, banalità, luoghi comuni e battute che non fanno ridere (salvo lo sdoppiamento fedifrago, quello fa ridere) a cui assistiamo lungo tutto questo episodio finale. 

Risultati immagini per Sense8 finale scenes
Io che la prendo bene dopo aver visto Sense8 Finale. 

Senza farvi spoiler, io avrei delle domande anche basilari sui nostri sensate, tipo come facciano a mantenersi a Parigi queste otto persone di cui soltanto due hanno più o meno un lavoro. O anche come sia possibile che un po' tutti i sensate abbiano amici in tutto il mondo. E se c'è una cosa che non ho mai capito (ma da sempre) è questa voglia random di far baldoria: basta un po' di musica ed iniziano a fare i cretini senza una logica, nonostante la situazione tensiva e magari precaria.
E vogliamo parlare del tanto chiacchierato viaggio in Italia? Alla fine è stato tradotto nel cliché più vecchio del mondo, dove l'italiano è la lingua dell'amore, e la pasta e la pizza sono buonissimi.

Sense8 episodio finale

Mettiamo da parte le banalità e concentriamoci su un altro aspetto: l'epicità. Anche dal trailer sembra un finale movimentato, d'azione, ma il risultato è che hanno infarcito la narrazione con troppi inseguimenti, troppe sparatorie inutili, anche in rapporto con la roba che avrebbero dovuto e voluto condensare in queste due ore e mezza, che ad un certo punto ammorbano e basta.
E poi anche nel finale si mantiene la verbosità di Sense8: discorsi intricati su discorsi intricati che alla fine non si capiscono e non portano a nulla.
Son sicuro che i fan siano stati contenti di rivedere ancora una volta questa banda di sciamannati e il solito rendez-vous di corpi intrecciati, ma sinceramente per la storia che ci hanno raccontato Sense8 non mi mancherà.
È bellissimo sapere che film e telefilm che hanno una ampia diffusione, possano trasmettere messaggi di unione, di umanità, di apertura verso gli altri, sottolineare l'idea di come veniamo spesso giudicati in base al nostro status, alla nostra sessualità o alle nostre scelte di vita, ma, ancora una volta all'urlo del non basta voler trasmettere il concetto che l'amore vince su tutto, non bastano le tematiche sensibili, sono contento che questo capitolo si sia concluso.

Genere: drammatico, fantascienza
Durata: 151 minuti
Regia: Lana Wachowski
Uscita in Italia: 8 Giugno 2018
Paese di produzione: Stati Uniti

Voto 6





L'inutilità di due serie tv... non perdete tempo!

Le serie tv sono una indubbia passione che coltivo da anni, ovviamente senza alcun impegno, ma è comunque una attività che richiede tempo. Alla fine di due serie tv che ho visto di recente mi sono ritrovato con la sensazione di non aver concluso nulla, o che comunque, episodio dopo episodio, non mi hanno lasciato granché e quindi mi sono sembrate una perdita di tempo inutile. Parliamone, perché una in particolare è stata molto apprezzata da tantissimi. 


Heartstopper 
Prima stagione


Già rinnovata per ulteriori due stagioni, Heartstopper è diventata uno degli show di punta di Netflix in breve tempo, e pure Google le ha dedicato una piccola animazione quando si cerca questo titolo sul motore di ricerca. Ma a costo di passare per bastian contrario ad ogni costo, non ne sono stato estremamente coinvolto come molti.
È una serie tv tratta da alcune grafic novel di Alice Oseman, ed è incentrata soprattutto sulla storia di Charlie, un ragazzo adolescente dichiaratamente gay, e Nick, suo compagno di classe ma popolare nella scuola soprattutto per il suo talento nel rugby. Fra i due giovani, nonostante all'apparenza siano molto diversi, scatterà una scintilla che diventerà presto molto altro.


Non credo che questa breve introduzione includa qualche spoiler, perché pure la locandina fa già vedere come andranno le cose fra i protagonisti, ma è difficile non andare al punto perché Heartstopper ha una narrazione molto lineare. Non che questo sia un difetto di per sé, ma presa nel suo insieme, è per me un mistero come questa serie tv sia stata tanto acclamata.
Premetto che non l'ho trovata inutile per il messaggio sotterraneo che manda della e alla comunità LGBTQ+ ma per la serie in sé.
Infatti mi è sembrata abbastanza semplicistica, scontata e a volte banale: anche l'idea di prendere due archetipi già vecchi (il figo della scuola che si avvicina allo sfigatino un po' nerd) non mi sembra un primo step verso qualcosa di davvero interessante, seppur in chiave arcobaleno. 


Non bastano anche i personaggi secondari a creare dei diversivi e storyline convincenti, anche perché lasciano poco il segno lungo le puntate.
Non fraintendetemi, mi va bene che vengano create delle serie tv leggere, fresche, facili da seguire e che non debbano far venire il mal di stomaco dalla tristezza. Mi va pure bene che fra Nick e Charlie vada tutto bene, si sposino e magari mi invitino pure che ho voglia di una confettata. Ma non credo siano elementi sufficienti.
Il taglio di Heartstopper è sicuramente quello di un teen drama dolce e piacevole, ma credo vada preso come tale e credo sia ben lontana da avere aspetti che possano fare clamore. 


Molti hanno sottolineato come è bello per una volta in una storia principalmente a tematica LGBTQ e rivolta ad un pubblico giovane, le tematiche più cupe, violente, come omofobia e bullismo, abbiano dei toni più ovattati e meno cruenti, e dove anche il coming out non deve essere per forza un passaggio difficile e cervellotico nella vita di qualcuno, ma non mi è sembrata certamente una novità. Penso ad esempio a With Love dove l'inclusività viene rappresentata in modo spontaneo e dove addirittura troviamo un personaggio transgender che ha una storia d'amore con un altro etero cisgender.
Ma anche Love, Victor e Special, offrono due spaccati sul mondo gay in cui comunque non c'è una drammatizzazione eccessiva e "pesante". 


Persino in una serie più datata come Brothers & Sisters, l'omosessualità di Kevin veniva raccontata in modo spontaneo e completo sotto tanti punti di vista, senza arrivare ad intristire gli spettatori.
Credo che Heartstopper, nel voler dare un'immagine quotidiana di un amore LGBTQ, rischi anche di essere troppo confettosa e irreale, persino negli aspetti positivi: in otto episodi assistiamo solo a qualche casto bacio fra i due protagonisti che invece dovrebbero essere avvolti da una tempesta ormonale.
A voler essere pignoli inoltre la serie non fa un bel lavoro per quanto riguarda l'accettazione di sé, visto che un personaggio che non riesce ad abbracciare a pieno la sua omosessualità, viene fatto passare come uno dei villain della storia senza tante spiegazioni.


E come mai Charlie si avvicina ad un ragazzo potenzialmente eterosessuale e non dichiarato, pur avendo sofferto per una storia vissuta all'oscuro di tutti? Forse Nick è solo più carino del suo ex?
Anche i piccoli accenti grafici che appaiono qui e lì, per quanto carini nel mostrare le sensazioni dei personaggi, non sono una scelta originale.
Da omosessuale avrei forse dovuto emozionarmi di più con Heartstopper, mi sarei dovuto sentire più coinvolto ma mi è sembrato molto clamore per nulla. Va bene avere visioni positive, leggere e piacevoli, ma credo che vadano prese come tali senza una esaltazione eccessiva di qualcosa che a mio avviso non c'è. Vedremo con le prossime stagioni come procederà fra Nick e Charlie. 
Ma un dubbio mi è rimasto: Olivia Colman quanto tempo ha per passare dal premio Oscar a serie tv di questa portata?
La seconda stagione di HeartStopper è uscita il 3 Agosto 2023, la mia recensione. 


Killing Eve
Quarta stagione



Nonostante la fatica a digerire le precedenti stagioni, ho voluto dare una chance alla quarta stagione di Killing Eve, soprattutto dopo aver sentito la notizia che sarebbe stato il capitolo conclusivo e non ci sarebbe stata una quinta stagione come era stato preannunciato.
Non per fare quello sgamato, ma fin dalla seconda stagione ero contrariato su come stessero andando le cose in Killing Eve perché se butti una serie in caciara, anche nel microcosmo che vai a creare, alla fine ti ritrovi con una roba che non ha né capo né coda. E arrivare alla fine dell'intera serie in maniera credibile e coerente diventa un miraggio.


Killing Eve 4 ha avuto purtroppo questo epilogo, in un lento franare verso un declino inevitabile, e che ha reso questa serie tv molto meno intrigante, con una scrittura poco curata, spesso poco centrata.
Mi riferisco ad esempio a questo scambio di personalità fra Eve e Villanelle che risulta non solo poco credibile, specie per quanto riguarda quest'ultima, ma anche inutile, coatto e poco divertente visto che viene sviluppato male e soprattutto considerando che presto tutto torna come prima. 


È però il finale stesso secondo me il culmine di questo sfacelo generale che ci ha mostrato la quarta stagione di Killing Eve. Infatti il tema portante dei temutissimi Dodici, che attendavamo fin dai primissimi episodi, viene smantellato con una breve slow motion poco d'impatto e con zero tensione, giusto il tempo di qualche pugnalata con aggiunta schizzata sanguinolenta. Uno dei misteri più intricati e portanti di tutta la serie finisce per essere una piccola incombenza da risolvere.
Peggiore è però la conclusione del rapporto fra Villanelle e Eve che, senza farvi spoiler qualora siate ancora intenzionati a vedere questa quarta stagione, lascia l'amaro in bocca.


Non sono del tutto d'accordo che, in quanto coppia queer, le due protagoniste dovessero avere un lieto fine (vedi anche il discorso che facevo per Heartstopper) perché si è sempre trattato di un rapporto disfunzionale in cui ognuna ha dovuto cambiare se stessa per assecondare l'altra. Dall'altra parte però credo che entrambe le protagoniste meritassero di trovare la pace, magari da separate, cresciute e consce del fatto che le loro vite fossero cambiate, ma non fossero destinate a rimanere insieme.
In ogni caso abbiamo un finale e questo è molto, ma Killing Eve è uno dei tanti esempi in cui un cast di livello che si impegna e si vede, non riesce a salvare una storia poco solida che non poteva durare a lungo. Non credo seguirò il poco interessante prequel su Carolyn. 



Se Heated Rivalry ti è piaciuta questa non è la recensione che vorresti leggere

Ha impiegato pochissimo tempo a diventare un fenomeno globale e anche qui in Italia, prima dell'uscita il 13 Febbraio, Heated Rivalry era già diventata una delle serie tv più di successo di questo 2026. 
Ammetto però di guardare sempre con sospetto le produzioni che suscitano così tanto clamore, infatti ho preferito aspettare che il caos decantasse per cercare di godermi la serie con calma. 

Se, nonostante il successo, non sapete di cosa stia parlando, facciamo un passo indietro: Heated Rivalry è una serie tv che nasce da una fanfiction scritta da Rachel Reid e che il regista e sceneggiatore canadese Jacob Tierney ha trasposto in formato audiovisivo. In realtà i libri di Reid sono diversi e Crave, network canadese appunto, ha già rinnovato la serie per altre due stagioni perché un successo a budget limitato non si rifiuta mai.

Heated Rivalry è il secondo libro di questa saga e segue una storia molto semplice: attraverso un decennio scopriamo come evolverà e si trasformerà il rapporto fra due giovani star dell'hockey. Da un lato c'è Shane Hollander (Hudson Williams) giovane e promettente giocatore canadese per metà giapponese, e dall'altro Ilya Rozanov (Connor Storrie, Le piccole cose della vita), anche lui giocatore di talento ma arrivato dalla Russia per giocare in Canada. Quella che doveva essere una accesa rivalità sul ghiaccio, diventerà prestissimo una ardente passione negli spogliatoi. 


È vero che di mezzo c'è anche qualche altra storyline ma mi taccio perché in fondo la trama di Heated Rivalry è estremamente lineare al limite della prevedibilità.
Se vi aspettate una serie sportiva, sappiate subito che il focus sull'hockey è marginale, spesso raccontato in spezzoni e in modo funzionale ad altre vicende.
La serie infatti punta tutto sui suoi due protagonisti, prima da rivali e poi da amanti, e soprattutto esplorando la loro tensione sessuale, che in realtà non si arresta mai. Ovviamente (sorpresona eh) Ilya e Shane hanno due modi di fare, e quindi di vivere la segretezza del loro rapporto, in parte differenti. Il primo è più scafato, provocante e provocatorio, il secondo invece ha un atteggiamento più riservato, timido, precisino. Ilya poi ci fa subodorare sin dal primo episodio problemi familiari, non solo legati alla sua origine russa, mentre Shane non sembra avere particolari zone d'ombra.


Heated Rivalry resta sorprendentemente tradizionale e raramente presta il fianco a particolari riflessioni. Quel che accade nei sei episodi di cui è composta la prima stagione lo abbiamo già conosciuto in decine di produzioni anche a sfondo LGBTQ+: Heartstopper, il percorso di Eric in Sex Education, Queer as Folk, Looking, Overcompensating, Love, Victor ed anche il film Rosso, Bianco e Sangue Blue, che dovrebbe avere presto un sequel.

L'ambito dell'hockey farebbe pensare a un racconto sull'omosessualità in uno sport tradizionalmente poco aperto e omofobo, ma questa paura in realtà non emerge quasi mai. 

La serie insiste sull'idea del rapporto segreto fra Ilya e Shane, salvo poi mostrare i due protagonisti muoversi con una disinvoltura quasi comica già dai primi episodi, anche a costo di uno scarso realismo. Degli esempi?
C'è un compagno di hockey che dorme nella stanza accanto? Non c'è problema, possiamo anche ululare durante il nostro amplesso.
Ci scambiamo messaggini hot? Aspetta, lascio il cellulare bene a vista così magari nello spogliatoio possono anche leggere le mie conversazioni. 

Dei primi due episodi insomma si coglie giusto il potenziale sessuale della serie, ma non temete i due attori fanno letteralmente i contorsionisti pur di non mostrare un nudo integrale in primo piano. 

Al terzo episodio di Heated Rivalry mi sono però quasi stupito perché, spostandoci nella relazione fra Scott Hunter (François Arnaud), capitano di un'altra squadra di hockey, ed il giovane barista e studente Kip (Robbie G.K., Overcompensating) la serie finalmente ci racconta e ci mostra quanto possa essere frustrante e doloroso non poter vivere un amore alla luce del giorno.
Certo, lo fa con attori esteticamente perfetti, e in fretta e furia, evitando poi di scendere in particolari ma almeno è stato promettente. 

Tuttavia il quarto episodio ritorna nei binari degli inizi, riempendosi sempre con tante scene di sesso ed un vago sentore di gelosia in sottofondo. 

Anche senza frugare fra i dettagli delle puntate, ho fatto fatica a cogliere cosa Heated Rivalry potesse offrire al mondo della serialità in generale.

Il tutto ci viene mostrato attraverso una bella regia e una fotografia piacevole, un ritmo costante, un minutaggio comodo e un cast capace, ma senza un guizzo, qualcosa che punga, sfrigoli o pulsi sotto la superficie. 

Quindi viste tutte queste criticità, viene da chiedersi, come mai Heated Rivalry ha così tanto successo? La risposta che mi sono dato è che funzioni per un mix di marketing, potenziale narrativo e di necessità di storie pacifiche.
La scelta di attori semi sconosciuti e oggettivamente paragonabili a modelli (la rappresentazione non pervenuta), cosa che la stessa serie non riesce nemmeno a camuffare, sicuramente ha attirato molte attenzioni: spingere su una certa pruriginosità fra uomini dal fisico invidiabile, senza nemmeno un livido dato dallo sport che affrontano, piace sempre e attira un pubblico trasversale.

La storia di Shane e Ilya è una fiaba a lieto fine in cui l’unico elemento di inquietudine sono le vaghe elucubrazioni personali dei protagonisti, che però non li portano mai ad opporre una reale resistenza al vortice della passione.


Risulta quasi privo di impatto, se non risibile, ad esempio il successivo coming out di Shane come omosessuale, come se ci avessero mostrato un percorso fatto di dubbi e tentativi, o un approccio da bisessuale credibile. E no, non parliamo di un contadinello vissuto in una montagna sperduta che, per ovvie ragioni, non aveva esempi di queerness intorno, ma di un uomo dei nostri tempi con anzi più mezzi di altri.

È però il potenziale narrativo di Heated Rivalry ad avermi lasciato perplesso, ed oltre al terzo episodio, anche il quinto, forse il mio preferito, ne è un esempio che fa quasi venire prurito alle mani. Per la prima volta i personaggi mostrano uno sviluppo emotivo, accennano ai loro problemi, si aprono sentimentalmente e regalano momenti di crescita e tenerezza, senza sfociare in drammi assurdi. Ed è proprio qui che emerge uno dei limiti della serie: invece di costruire gradualmente il passato e le motivazioni dei protagonisti, Heated Rivalry concentra tutto in una sorta di spiegone. Il caso più evidente è quello di Ilya, il cui vissuto complesso poteva trovare molto più spazio di puntata in puntata.

Questa piccola parabola ascendente, però, dura pochissimo: l'episodio 5 si conclude incasinando la timeline del rapporto fra Kip e Scott, ed è l'anticamera di un finale ancora una volta prevedibile, privo di nervo e forse anche un po' banale.


Pur accettando i canoni della commedia romantica, dove la leggerezza è d'obbligo, Heated Rivalry finisce per peccare di eccessiva pigrizia narrativa come molte produzioni con personaggi eterosessuali. Il basso budget non è mai una scusante, anzi, proprio dove mancano i mezzi tecnici, dovrebbe emergere la forza delle idee e della creatività.

Non parlo ovviamente di far diventare Heated Rivalry una serie tv traumatica e complessa, perché chiaramente non nasce con l'ambizione di reinventare il genere: è prima di tutto costruita attorno alla chimica romantico-erotica dei suoi protagonisti e pensata per essere fruibile e immediata. Ma anche un romance ha bisogno di uno sforzo per dare dimensione e credibilità narrativa alla storia, e basterebbero anche solo un paio di linee di dialogo per suggerire qualche disagio.

Alla fine della prima stagione mi è sorta spontanea una domanda: ogni prodotto intrattenitivo, per essere tale, deve contenere una tensione per creare quelle dinamiche che appassionino lo spettatore. Anche nell'ottica di creare una fiaba, gli sceneggiatori devono porre qualche forma di intoppo appena più complicato che possa davvero mettere in difficoltà i protagonisti. Quel famoso viaggio dell'eroe che, attraverso varie peripezie, lo porta alla vittoria. Ma se il nostro eroe non incontra alcuna difficoltà, come faccio ad empatizzare o fare il tifo per lui, e soprattutto è davvero un eroe?



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