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|#backtoseries chapter 36|
È andata bene, ma doveva andare PEGGIO!

Le storie cupe, intrise di mistero, di inquietudine, di complicanze e di tensione mi affascinano e non è difficile che finisca per gravitare intorno a quelle serie tv o quei film con delle vicende che mi tengono incollato e mi trascinano fino alla fine, facendo aumentare le palpitazioni e galoppare le sinapsi. Le serie tv di cui vorrei parlarvi hanno questi elementi di base, due storie intricate e dark, però mi aspettavo un po' più di caos, di marcio, di maggiore impatto, non necessariamente per quel che viene raccontato, ma soprattutto per ciò che trasmettono a me.

True Detective
Terza Stagione
⭐⭐⭐

Ho realizzato per caso che non ho mai espresso una opinione particolarmente approfondita su True Detective, eppure è una serie che seguo dalla prima, ormai iconica nel suo genere, stagione. La verità è che anche io son salito sul trenino della delusione come tutti coloro che nella seconda stagione si sono persi appresso ad una storia inconcludente e confusionaria, che se non avete visto potete saltare in scioltezza vista la struttura antologica della serie.
Questa terza stagione di True Detective, andata in onda su Sky Atlantic dal 21 Gennaio al 4 Marzo, prova a riprendere le redini di una narrazione d'impatto ma non ci riesce completamente.


Il detective Wayne Hays insieme al collega Roland West si ritroverà a cercare di risolvere un caso delicato e al tempo stesso difficile: la scomparsa di due ragazzini in una sperduta cittadina di provincia dell'Arkansas. Non sarà affatto facile per i due detective portare avanti le indagini, nonostante l'abilità da segugio di Wayne, perché dovranno anche scontrarsi col bigottismo, il razzismo e la chiusura mentale dei cittadini, oltre che con le istituzioni il cui interesse è quello di calmare le acque nel minor tempo possibile, muoversi in un versante politically correct, più che ritrovare i bambini scomparsi.
La difficoltà sarà tale che la storia si svolgerà addirittura in tre fasce temporali: l'inizio delle ricerche, nel 1980, la ripresa delle indagini nel 1990 quando Wayne verrà interrogato dagli ex colleghi a seguito di nuove scoperte sull'accaduto; ed infine nel 2015, quando l'agente, ormai vecchio, malato e stanco, non potrà fare a meno di lottare ancora una volta con le ombre del passato, durante un'intervista che tenta di chiarire come andarono le ricerche dei perduti bambini Purcell.



Un inizio intrigante ed assolutamente inquietante per questa terza stagione di True Detective che viene trascinato alla grande dalla bravura di Mahershala Ali, che letteralmente trasmuta in questo detective Wayne Hays, personaggio complicato, con una psicologia forte, vissuta, contorta, tormentata. In parte devo dire che non si coglie da dove viene questa sua ferita, oltre all'essere un veterano di guerra, che è già tantissimo, ma devo dire che mi manca un tassellino, specie in un primo momento. Mahershala Ali è comunque bravissimo a rendere tutte le fasi della vita di Wayne Hays, specie l'ultima, quando nell'anzianità il detective ormai sarà più volte sopraffatto dalla fatica di una vita non facile, e da una mente non più lucida e malata.


Bravi tutti in verità, senza esclusioni. Così come sono stati bravi gli sceneggiatori ad aver creato una storia più pulita, più diretta, più semplice rispetto alla prima stagione ad esempio, dove si perdevano un po' in dialoghi a volte troppo profondi, filosofeggianti al limite del distaccato, e sicuramente meglio della seconda stagione dove si perdevano e basta. Ma ci sono tanti "però" che mi son nati in mente da questo terzo capitolo di True Detective. 
Intanto lo sviluppo della storia: capisco che segue l'andamento sinuoso delle indagini che non possono andare avanti sempre con il piede sull'acceleratore, ma si muovo ovviamente in varie direzioni e con tempistiche diverse.



Tuttavia devo dire che c'è una parte lunga di True Detective che ho trovato troppo rallentata, in cui letteralmente si resta impantanati nel nulla, ed è stato un po' difficile per me non arrivare alla noia. Il tutto viene condito con i litigi fra Rebecca Hays ed il marito Wayne che però risultano spesso poco comprensibili, ripetitivi, noiosi, a volte ti sembrano basati sul nulla, come se si mettessero d'impegno per cercare di urlarsi contro. 
Ma parliamo un po' di Rebecca/Becca. Il suo percorso inizia con una certa ambiguità, quasi come se fosse coinvolta nel caso, come se dietro lei ci sia molto altro. Ed io non voglio darvi molti dettagli sul suo personaggio e quella che sarà la sua sorte per restare esente da spoiler, però semplicemente non l'ho capita bene del tutto.



E, sempre restando fuori da qualunque spoiler, qualora vogliate recuperare la serie, devo dire che anche il finale per me è stato un po' deludente, non tanto per quel che accade, ma per tutto quello che abbiamo attraversato le precedenti puntate. Mi è mancato alla fine il pugno allo stomaco, quel marcio che vi dicevo sopra, quella drammaticità anche emotiva che potesse impressionarmi. Credo che in questo terzo capitolo True Detective abbia fatto un passo avanti ed allo stesso tempo uno indietro. Se da un lato sono riusciti a creare una serie interessante da seguire che si scosta e migliora rispetto alla seconda stagione, visti anche i maggiori tempi di produzione, non riescono però secondo me a creare un prodotto che possa raggiungere i livelli del primo ciclo di episodi e soprattutto che possa distinguersi da altre serie tv di questo genere.


Dirty John
Miniserie 
⭐⭐⭐

Mi aspettavo anche peggio da Dirty John, serie tv targata Netflix, distribuita in lingua italiana il 14 Febbraio, perché sapevano che noi single non avremmo avuto da fare, ed anzi hanno voluto sottolineare che a star da soli forse si fa anche bene.
Quella dietro Dirty John è una storia assolutamente inquietante, specie se si pensa che si tratta di una storia realmente accaduta, ed anche abbastanza recente.
Debra Newell è una rampante cinquantenne con una carriera di successo nel settore dell'arredamento, con due figlie, ma purtroppo senza un compagno che le stia a fianco. Una vera e propria milf, che potrebbe gioire della sua vita già fortunata, ma il suo animo romantico la spinge a cercare un uomo che la ami. Così si iscrive ad una delle tante chat di incontro e, dopo una serie di appuntamenti sfortunati, conosce John. Debra resterà incantata da quest'uomo che sembra affascinante e sensibile sin da subito, tuttavia il primo incontro non va proprio per il meglio. Ma i modi garbati e suadenti di John sapranno ammaliare la donna. Tuttavia Debra non sa che dietro quell'uomo brillante e carismatico si nasconde un castello fatto di menzogne, di un passato losco, e di tanti problemi.



Se tutta la storia dei bambini scomparsi di True Detective è inquietante, Dirty John fa venire la pelle d'oca, specie a guardare le foto online dei reali protagonisti. In passato anche io ho frequentato alcune chat di incontro ed è vero, si trovano tipi strani, ma a questi livelli ce ne vuole, eppure è verosimile che possa capitare di tutto, e nel corso di questi otto episodi hanno saputo raccontare come è facile essere presi in giro quando si è emotivamente predisposti verso l'altro, quando si è innamorati e si ha proprio il bisogno di amare. La cecità di Debra a volte è sconcertante e per quanto può sembrare da recidivi, credo che chiunque si sia ritrovato nella situazione di voler a tutti i costi credere in quella persona che si ama, ma soprattutto la serie mostra come una mente diabolica e contorta possa manipolare una più fragile. 
È un po' una storia assurda, che può sembrare tratti poco bene un argomento complicato, ma il fatto di essere reale un po' va a mitigare questa sensazione, pur, tuttavia, non riuscendoci alla perfezione. 

Dirty John 3 stagione: cosa sappiamo sul suo futuro

Non conoscevo nulla di questa storia e ad attirarmi verso Dirty John è stato sicuramente il volto di Connie Britton (direttamente da Nashville che io ho abbandonato) sulla locandina, che interpreta molto bene Debra: una donna sicuramente forte, ma anche senza malizia, con buone intenzioni, che ci vuol credere davvero in questo amore. Dall'altra parte c'è Eric Bana che è bravissimo a portare sullo schermo l'aurea di John Meehan, che sa essere affascinante, bello, ma si porta dietro sempre qualcosa di cupo che ti mette a disagio.
La spirale di tensione che si scatena in Dirty John mi ha saputo intrattenere da inizio a fine, diventando una sorta di guilty pleasure intrigante, angosciante, ma anche molto interessante su quella che alla fine è la realtà di tutti i giorni per chi come me si affaccia sul web.
I problemi di questa miniserie a mio avviso non riguardano però la storia, ma più aspetti diciamo tecnici.



Intanto la gestione dei tempi: le vicende di John e Debra si svolgono nella realtà nel giro di un paio di anni, ma nella serie questi tempi a volte non sono organizzati nel migliore dei modi, creando ogni tanto un po' di confusione. Si accentua la cosa quando si inizia a scavare nel passato di John e quindi si va indietro anche di parecchio tempo. Ma seguendo con un minimo di attenzione si supera questo piccolo inconveniente.
I problemi un po' più grandi forse sono alcune scelte che non capisco. Qui e lì Dirty John mi ha dato l'idea di essere una sorta di documentario, complici anche alcune scelte di regia, alcune inquadrature più da reportage post eventi che da serie tv che dovrebbe farti vivere in prima persona quel che sta accadendo. Avete presente quei documentari in cui appunto fra le ricostruzioni vengono interpellati i diretti interessati? Ecco, nonostante non ci siano questi stacchi netti, a volte ho avuto l'impressione che fosse un po' "finto" quello che stavo vedendo, e non che la vicenda risulti meno ansiogena, ma l'ho avvertita con un po' più distacco.


Quel che peggio è forse la romanticizzazione di questa storia d'amore chiaramente malata. Il rischio che Debra, nonostante sia la vittima, passi per ingenua, o peggio, stupida, masochista ed un po' disperata, e che quindi venga colpevolizzata, è alto, per cui non ho ben capito la scelta di inserire alcune scene più romantiche, specie quando ormai non era più necessario. C'è in particolare una parte nell'ultima puntata che ho trovato completamente inutile e credo che possa convincere lo spettatore a caricare un ulteriore peso su di lei.
Quindi Dirty John è sì una compagnia intrigante, ben recitata e molto interessante vista la realtà che tratta, ma, come moltissime serie tv, non è esente da problemi di varia natura. Credo però che rispetto ad altri telefilm non abbia velleità di essere o diventare una roba cult o particolarmente di rilievo, al contrario di True Detective che si porta dietro una fama non da poco.



Visto che sono a buon punto con tante altre serie tv posso già anticiparvi che #backtoseries torna prestissimo. Ovviamente se vi va fatemi sapere nei commenti che pensate di True Detective e Dirty John se le avete viste e cosa state seguendo per adesso.




|#backtoseries|
Finalmente qualcosa che vale la pena recuperare!

Dopo una breve ma intensa pausa dalle serie tv, ho fatto uno scatto a recuperarne alcune e sono stato finalmente fortunato, perché queste tre di cui vorrei parlarvi sono state una boccata di aria fresca, tanto che, persino per i miei standard, le ho terminate velocemente. Ma direi di andare nello specifico e vedere il motivo (anzi i motivi) del mio entusiasmo. 

Non ho mai...
Never Have I Ever
Prima stagione
⭐⭐⭐⭐


Avevo notato, ma non mi ero troppo soffermato sull'ultimo lavoro come sceneggiatrice di Mindy Kaling, che però quando mi sono deciso a recuperare (anche con una spintarella di Simona/MissPenny09) mi ha proprio preso. Con un tocco autobiografico, la Kaling ci racconta un pezzetto, forse il più difficile, della vita di Devi Vishwakumar, una ragazzina adolescente di origini indiane, che però vive in America. Dopo la perdita del padre, a seguito di un infarto, Devi si ritroverà a vivere con la madre e una cugina, e ad affrontare tutti i problemi che l'adolescenza può portare.

 

Devo prendere atto non ho saputo raccontare bene Never Have I Ever, che è molto più frizzante della mia intro moscia, ma devo anche dire che il punto di partenza non è proprio fra i più originali: i problemi con la scuola, la scoperta del sesso, il rapporto con amici e genitori, i primi amori e tutto quel mazzo di paturnie che da adolescenti ci portiamo dietro. Non ho mai... però vince per altri aspetti che la rendono una serie tv un po' diversa dai classici prodotti con (e per) adolescenti. Partire da una prospettiva prettamente femminile è secondo me la carta vincente, ma è la caratterizzazione dei personaggi che colpisce: Devi è sì la "sfigata" di turno, un po' nerd e sapientona, ma non è di quei personaggi mollaccioni alla Otis Milburn per intenderci, anzi è abbastanza battagliera, e comunque positiva nonostante tutte le difficoltà personali.


L'aggiunta della cultura indiana che si scontra con quella più occidentale, secondo me rende Never Have I Ever ancora più interessante, così come il rapporto che Devi ha con la madre non è mai scontato, banale o troppo edulcorato, ma è secondo me abbastanza realistico.
Più in generale tutte le storyline dei personaggi comprimari, mi son sembrate carini, e non vanno ad affossare troppo il ritmo del filone principale. 
Nonostante Never Have I Ever sia una comedy, e riesce a far ridere anche me, ogni tanto si vena di scuro, con momenti più dolci, più drammatici, più melanconici che danno profondità e maturità, e la storia qui e lì ha qualche twist che tiene viva l'attenzione senza risultare troppo prevedibile. 
Credo che, sebbene si tratti solo di 10 episodi da meno di mezz'ora l'uno, Non ho mai... abbia qualcosa in più da dire rispetto ad altre serie teen, ed è giusta per i presupposti che si pone. La prima stagione potete recuperarla su Netflix, e qui trovate la mia recensione della seconda stagione. 


Dirty John - La storia di Betty Broderick
The Betty Broderick Story
Seconda stagione
⭐⭐⭐🌠


L'anno scorso avevo detto che Dirty John avrebbe dovuto sporcarsi di più, e cambiare un po' il tiro mettendo da parte quello stile da docu-fiction, e ci sono riusciti con una inaspettata seconda stagione.
Dirty John ha infatti preso le sembianze di una serie antologica e, chiuso il capitolo su John Meehan e Debra Newell, e ci hanno raccontato la storia di Betty Broderick.
Betty non è una donna perfetta, non è nemmeno una moglie perfetta, ma ci prova in ogni modo.
Sin dai primi momenti del suo matrimonio con Daniel Broderick, cercherà di inseguire il suo sogno di una famiglia da favola, rinunciando anche alla sua carriera, o a qualunque desiderio personale, pur di seguire e sostenere il marito. Daniel, infatti, vuole a tutti i costi raggiungere una posizione sociale e lavorativa invidiabile, diventando un avvocato di successo e garantendo uno stile di vita da sogno alla moglie e ai quattro figli. Betty si ritroverà a dover ingoiare qualche boccone amaro, ma a farle perdere completamente il controllo sarà la richiesta di divorzio da parte di Daniel, che le toglierà qualunque cosa. Da quel momento l'unico obbiettivo di Betty sarà combattere contro l'ex marito, fino al più drammatico dei risvolti.

 

Quella di Betty Broderick può sembrare un classico nel catalogo delle serie e dei film drammatici, eppure è una storia vera, con dei punti di vista e degli approfondimenti molto interessanti, che rendono le vicende in parte diverse secondo me dalle solite serie di genere.
Credo che il personaggio di Betty sia quello più affascinante perché fino all'ultimo, mentre ci viene spontaneo fare il tifo per lei, si sollevano tanti dubbi: è stata vittima di se stessa o del sistema? Poteva essere possibile scampare al peggio o era inevitabile? E soprattutto Betty era davvero cattiva, malata, una pazza, o è esplosa in lei la scintilla fatta di anni di soprusi e coercizione psicologica?


Non c'è una risposta a queste domande, visto che dagli anni '80 fino ad oggi la storia di Betty Broderick è discussa, ma in questa stagione, molto più che nella prima, è facile empatizzare con i protagonisti, seguirli nel loro complesso sviluppo psicologico. Dirty John 2 credo sia fatta molto bene, ed è soprattutto da brivido la perfetta ricostruzione dei dettagli: se fate una brevissima ricerca in rete troverete confermato quasi ogni aspetto della serie, anche i momenti più strani e sordidi, ed anche i documenti e le prove del caso. Sono ottimi secondo me anche il cast, le scelte estetiche e dei costumi dell'epoca e la colonna sonora, così come ho apprezzato come hanno composto il montaggio della serie. Avrei preferito che un paio di episodi venissero accorpati, o comunque rivisti, per essere più snelli e meno ripetitivi, ma credo che se apprezzate i thriller psicologici, specie quelli basati su fatti realmente accaduti, la storia di Betty Broderick vi catturerà.



 The Umbrella Academy
Due Stagioni
⭐⭐⭐🌠


Tanto tempo fa su Instagram avevo chiesto quale serie tv avrei dovuto recuperare, e The Umbrella Academy è stata la più nominata. Però, vuoi per le tante cose che stavo seguendo o volevo iniziare già, vuoi perché il fantasy è il genere che sento meno affine, ci è voluto diverso tempo prima che recuperassi The Umbrella Academy. 
Il 1989 è un anno straordinario (non solo perché è nato il sottoscritto) perché nel mondo, contemporaneamente sono nati 43 bambini dotati di poteri speciali. Il magnate Reginald Hargreeves ne adotterà subito sette, creando la sua The Umbrella Academy, un gruppo di super eroi da addestrare e sferrare contro i criminali. La vita nell'accademia però non sarà semplice, e 17 anni dopo le cose sembrano non essere andate per il meglio. I sei (avete letto bene) supereroi hanno infatti preso strade diverse, e si riuniranno per la morte del loro padre adottivo, che sembra essere scomparso misteriosamente. Questo incontro non farà altro che riaprire alcuni vecchi dissidi e purtroppo crearne di nuovi.

 

The Umbrella Academy raccoglie fino ad ora 2 stagioni, di cui l'ultima è stata resa disponibile dal 31 Luglio su Netflix, per un totale di 20 puntate, per cui non scandaglierò ogni singolo episodio, ma posso dirvi che è una serie fighissima. La prima stagione mi è piaciuta molto: è ironica, tagliente, sopra le righe quanto basta, ed in grado sempre di generare quel velo di tensione che ti spinge da una puntata all'altra. La storia mi è sembrata solida, per quanto resti nel fantasy, i dialoghi hanno quel dark humor che non risulta mai volgare o fine a se stesso (per quanto resti un telefilm abbastanza crudo), e tutta la struttura, la messa in scena e gli effetti, mi hanno convinto. Il cast funziona perfettamente, ognuno nel proprio ruolo. Nomino giusto Aidan Gallagher, nei panni di Numero 5, che fa le piste ai ragazzini di altre serie tv (altro che quel bambacione di Clay Jansen).


Ho sofferto però, anche in The Umbrella Academy, il ruolo di Ellen Page/Vanya, come fu un po' in Tales of The City. Mi spiace perché la ritengo capace, ma le parti che interpreta mi sembrano sempre lagnose e ripetitive, ed ho l'impressione che debbano sempre arrivare al punto di esplodere (in questo caso quasi concretamente) per avere una evoluzione. Questo purtroppo si è trascinato anche in parte della seconda stagione, che secondo me presenta più difetti della prima. Se non l'avete ancora vista, vi consiglio di non proseguire con la lettura, perché potrei rivelare qualche dettaglio vicino allo spoiler.


Per me parte di The Umbrella Academy 2 è stata un po' più noiosa della prima stagione, mi ci son voluti diversi episodi prima che mi prendesse del tutto. Conoscevamo già i personaggi principali, e quelli che vengono poi inseriti non hanno suscitato lo stesso interesse in me. Per più di metà stagione l'ho trovata una serie anticlimatica: l'effetto del cambio di tempo dura ben poco come diversivo, la tensività secondo me si riduce sempre ai soliti meccanismi, ed alcuni snodi mi sono sembrati prevedibili, quindi anche i colpi di scena perdono di impatto. Mi è pesato però ancora di più il ruolo di Ellen Page perché credo manchi quello che è definito "il viaggio dell'eroe", quindi la scoperta, in tappe, delle potenzialità del personaggio attraverso le peripezie a cui è sottoposto. 

The Umbrella Academy, Ellen Page ha apprezzato la nuova versione di Vanya:  ecco perché

Mi è sembrato che, per arrivare ad un finale succulento, soddisfacente e ricco, abbiano dovuto tagliare l'evoluzione sovrannaturale per far spazio a quella personale. In un certo senso funziona, perché non manca l'emotività, ma penso che i due aspetti dovessero essere bilanciati meglio. 
Non abbiamo ancora informazioni certe su una terza stagione di The Umbrella Academy, ma io l'aspetto perché credo valga davvero la pena recuperarla.  


Se vi va fatemi sapere voi cosa state guardando adesso, soprattutto se vale la pena recuperarlo.


Le mie opinioni su due serie tv Netflix più viste del momento

L'estate ci spinge un po' tutti a dedicare tempo ad altre attività, ma sono comunque riuscito a terminare un paio di serie tv che trovate nella classifica dei titoli più visualizzati al momento in streaming su Netflix.


Untamed 
Prima stagione

Dopo Dirty John, Eric Bana è tornato in un progetto dalle premesse interessanti. La nuova serie tv Untamed infatti è scritta da Mark L. Smith, già sceneggiatore del film Revenant con cui Leonardo di Caprio si beccò un Oscar, ma anche della miniserie American Primeval, che a me era piaciuta. 

Bana qui interpreta Kyle Turner, un agente della divisione investigazione parchi che lavora nel selvaggio Parco dello Yosemite, e che si ritroverà a dover indagare sulla morte di una giovane ragazza di cui non si sa nulla. Nel mentre Kyle deve ancora metabolizzare i demoni di un matrimonio sfasciato con Jill (Rosemarie DeWitt da And Just Like That e Lezioni di Chimica per dirne due) e di un difficile dramma personale. Nelle sue indagini verrà però aiutato dalla giovane poliziotta Naya Vasquez (Lily Santiago), una madre single che si è allontanata da Los Angeles per fare una vita più semplice e sfuggire ai suoi problemi.


Untamed è un thriller classicone sotto tutti i punti di vista, che però può vantare un'ottimo cast e bellissimi paesaggi che si adattano alla perfezione alla storia cruda e a tratti violenta che racconta.

È un classico nelle indagini che conduce Kyle Turner per cercare di risolvere il giallo della ragazza morta in circostanze misteriose, ricerche che spesso si scontrano con ad esempio persone poco collaborative o quella natura avversa.
Untamed si basa su meccanismi già noti sia nella caratterizzazione dei personaggi che nei rapporti fra di loro: c'è ad esempio la dinamica fra l'agente più esperto, chiuso, e duro, e la nuova arrivata che invece deve ancora farsi le ossa seppur sia molto intraprendente.
Allo stesso modo i protagonisti sono un po' tutti legati da una storia personale difficile, fra Kyle che deve elaborare uno dei lutti più complessi, e Naya che da madre single è perseguitata dal padre di suo figlio. 


È un classicone che però funziona, che viene spinto in avanti da un inizio ben fatto, con il giusto pathos per porre le basi appunto al thriller. La tensione iniziale però si perde un po' nel corso dei sei episodi, arrivando ad un finale che forse allunga un po' troppo le tempistiche e che non rispetta il ritmo dell'esordio. Questo è forse il problema più importante di Untamed e del suo non spiccare in originalità.

Per par condicio infatti non posso non sottolineare che anche Turner, come il protagonista di Dept. Q - Sezione Casi Irrisolti, è il solito stereotipo dell'agente schivo, provato dalla vita, con appunto una situazione familiare complessa. Quindi non aspettatevi anche in questo caso un personaggio sfaccettato e "nuovo", ma non fa troppa antipatia, e soprattutto il suo vissuto non viene usato come riempitivo per allungare il brodo.
Quindi Untamed mi è piaciuta seppur non mi sia trappato il ciuffo, se amate il genere sicuramente vi incuriosirà e sappiate che c'è già una seconda stagione confermata da Netflix che immagino farà diventare la serie una sorta di analogia con un caso diverso.


La scomparsa di Amy Bradley
Docu-serie

Dalla finzione passo ad una storia tristemente reale, ovvero il caso di Amy Bradley, che questo documentario Netflix, arrivato il 16 Luglio, cerca di riportare alla luce dopo quasi 30 anni.

Il 21 marzo 1998 Ron e Iva Bradley, insieme ai loro figli Amy e Brad, salparono da Porto Rico a bordo di una bellissima nave da crociera della Royal Caribbean. Sembrava un bel viaggio di famiglia, ma dopo un paio di giorni di navigazione, succede qualcosa di assurdo: Amy scompare misteriosamente dalla sua cabina. Alle prime ore della mattina del 23 marzo era infatti rimasta sul balcone della loro stanza, ma al risveglio, i Bradley non la trovano più da nessuna parte. Nonostante la famiglia chiese al comandante di lanciare l'allarme, la nave venne comunque fatta sbarcare a Curaçao, consentendo a migliaia di passeggeri di scendere sulla terra ferma.

Da quel momento, fino ai giorni nostri, le indagini sulla scomparsa di Amy Bradley saranno frammentarie, piene di criticità, segnalazioni più o meno attendibili e tanti angoli bui su cui è difficile fare chiarezza. Ma si arriverà anche all'ipotesi più assurda ma anche più credibile: è possibile che Amy sia stata vittima di un traffico di esseri umani?

Gli amanti del true crime e dei casi irrisolti forse conoscevano già il caso di Amy Bradley, ma io, che 27 anni fa ero ancora troppo piccolo per interessarmi alla cronaca nera, specie estera, ammetto che non ne avevo mai sentito parlare. Una storia vera molto complessa, con un alone di mistero che naturalmente si prestava alla narrazione documentaristica, e che su internet ha già riempito pagine e pagine di siti web, anche per tutti i possibili complotti su questa faccenda.

Ho quindi seguito volentieri la docu-serie La scomparsa di Amy Bradley proprio perché mi ha dato una panoramica degli eventi abbastanza chiara e completa fino ai giorni nostri. O meglio, forse il primo dei tre episodi di cui è composta la serie è un po' caotico, ma man mano si ricostruiscono tutti gli eventi, il documentario diventa più comprensibile.

La scomparsa di Amy Bradley lo definirei comunque un documentario tradizionale, più informativo/cronachistico che investigativo: è vero che vengono esposte tutte le possibili ipotesi su cosa sia successo alla ragazza, ma non mi sembra che si aggiunga altro rispetto a quello che potreste trovare ad esempio in una pagina Wikipedia. Anche lo stile non brilla per originalità né risulta particolarmente ricercato, visto che si basa quasi esclusivamente sulle interviste a familiari o agenti che si sono occupati del caso.

Anche la parentesi sulla sicurezza a bordo delle navi da crociera, che giustamente la docu serie descrive quasi fossero stati a se stanti, che, navigando in acque internazionali, sono meno soggette a leggi specifiche, viene toccato in modo superficiale e poco approfondito.
Se come me apprezzate il true crime e non conoscevate affatto la storia, Amy Bradley Is Missing può essere un documentario interessante, ed anche toccante, vista la forza che i Bradley, a quasi 30 anni dall'accaduto continuano a dimostrare. Per tutti gli altri può essere una serie ridonante e poco intrattenitiva. 




Inventing Anna è la serie tv più interessante da vedere al momento?

Dopo Bridgerton il connubio Netflix e Shonda Rhimes ha partorito una nuova serie tv che è diventata fra le più viste, e ha suscitato curiosità, perché è noto che la sceneggiatrice e produttrice americana sappia solleticare il pubblico fino a creare dipendenza dai suoi lavori. Si intitola Inventing Anna e se non avete sentito parlare della serie tv, forse vi sarà capitato di leggere della storia vera di Anna Delvey, o Sorokin.


Nei 9 episodi disponibili dall'11Febbraio di quest'anno Inventing Anna tenta appunto di ricostruire l'ascesa e la caduta di questa ragazza che, appena ventenne, fra il 2013 e il 2017 tentò la scalata al successo spacciandosi per una ereditiera tedesca al fine di creare una fondazione artistica a suo nome. È soprattutto l'indagine della giornalista Vivian Kent (nella realtà Jessica Pressler) a ricostruire tutto il percorso di Anna, i suoi viaggi, le sue tecniche con cui finì per truffare banche, avvocati, soci, alberghi, amici e tutti coloro che le gravitavano intorno, ad eccezione forse delle classi più basse che dalla ragazza ricevevano sempre mance cospicue.
Ne esce sicuramente l'inganno messo in scena, ma anche una Anna con una forte visione imprenditoriale, ed in grado di riconoscere subito quello che ricerca l'alta borghesia newyorkese e americana in genere: il denaro e il riconoscimento.


Inventing Anna riesce a farsi seguire, da un lato per il fascino che la sua protagonista suscita, ma personalmente era molta la curiosità di capire fino a che punto si potesse spingere la credulità di chi le stava intorno, inclusi anche i professionisti che dovrebbero essere pronti a riconoscere truffatori di varia natura. È vero che la storia è in parte romanzata per rendere il tutto più avvincente e anche immagino perché non è semplice entrare nella megalomania di Anna, ma pare che gli snodi più importanti siano aderenti alla storia reale.
Gli inglesi d'altronde dicono "fake it till you make it" ovvero fingi fino a quando non lo ottieni, e Anna evidentemente aveva sublimato e perfezionato questa arte al punto che tantissimi sono capitolati, e questo ha reso le sue vicende particolarmente divisive.


Ma chi ha inventato Anna? La stessa Sorokin o la società a cui aspirava e che le ruotava intorno? O la stessa giornalista che ha scavato e portato alla cronaca la sua storia? Non posso ovviamente fare riferimento ai personaggi reali, ma questo è il messaggio che serpeggia un po' per tutta la serie e che esplode nell'episodio finale, in cui si tenta di far riferimento anche alla finzione che tutti i giorni viviamo, e le maschere che mettiamo sui social. Poetico certamente, ma se come me avete una visione un po' più asciutta, coerente alla realtà, questa idea vi sembrerà stridente rispetto al fatto che la storia di Anna Sorokin è comunque quella di una truffatrice che si è fatta degli anni di carcere e ad oggi non sembra sentirsi colpevole ma più che altro incompresa.



Cercare sottilmente di giustificare (pur non elogiando, questo bisogna dirlo) le sue manovre paragonandole all'ambiente finanziario americano, altrettanto marcio e cieco, ossessionato dalla ricchezza e dal profitto che una figura come Anna Delvey paventava, un mondo con meccanismi malati e illusori, non mi suona propriamente corretto.
Pure l'accanimento nei confronti di Rachel Williams, ex amica di Anna, collaboratrice per Vanity Fair e la prima a denunciarla, mi è sembrato esagerato: essere privati di 60 mila dollari non è esattamente il "primo intoppo" come viene definita nella serie.
Anche l'idea di questa ragazza che in realtà aveva un progetto importante, dall'animo imprenditoriale, che ci teneva ad apparire competente e in gamba, o ancora far passare il concetto di una giovane Anna incompresa dai genitori e bullizzata, come embrione della truffatrice adulta che si è dovuta far da sola, mi è sembrato friabile.



Inventing Anna è poi una serie tv al femminile, ma anche in questo senso non ho capito esattamente dove volesse andare a parare, basta vedere come positivamente viene dipinta Vivian Kent: una giornalista stakanovista che lavora persino quando le si rompono le acque, che sembra da un certo punto in poi voler salvare la povera Anna Sorokin, ma che per prima ha sempre tentato di recuperare la sua carriera cercando una notizia con cui fare il colpaccio e camuffare gli errori del passato. La stessa serie che però condanna Rachel appunto perché, trovatasi spalle al muro, fa quel che avrebbero fatto tutti: cercare di salvarsi. Sono io, o c'è un po' di imparità in questo?


Tralasciando queste cavillosità ed il messaggio che si può più o meno trarre dalla serie, non credo che Inventing Anna sia la serie tv più interessante del momento, seppur Shonda Rhymes avesse tutti gli ingredienti possibili per fare qualcosa di davvero diverso.
Infatti c'è una storia vera e chiacchierata tutto sommato recente che profuma di gossip, c'è quel sapore di true crime senza però sfociare nel poliziesco o nel thriller che richiede una certa drammaticità dei toni come accede in The Act, Dirty John o i vari capitoli di American Crime Story, c'è lo sbrilluccicante glamour che non sfocia in pacchianate alla And Just Like That.
Sono riusciti anche a selezionare un cast perfetto, capeggiato da una bravissima Julia Garner che somiglia molto alla vera Anna Sorokin e che ricalca molto bene i modi particolari della protagonista.


Inventing Anna intrattiene perché in fondo sapere come la ragazza sia riuscita a sfangarla credo affascini un po' tutti, però si perde in una non centralità della visione che segue, non volendo essere giustamente un documentario didascalico e noiosetto, e anche lo stile degli episodi è variabile, arrivando ad un finale che sembra quasi staccato dal resto, mettendo da parte quel montaggio serrato e incastrato e somigliando più ad un legal drama. 
Il più grosso difetto però di questa serie Netflix è secondo me una sequela di lungaggini inutili nel tentativo di dare spazio ad ogni personaggio, a volte in modo eccessivo. Ogni episodio infatti dura praticamente un'ora, e spesso mi è sembrato un tempo eccessivo per quello che si andava a raccontare.
Credo insomma che Inventing Anna sia una di quelle serie tv dalle ampie intenzioni che però ogni tanto si perdono forse nel tentativi di accontentare un pubblico particolarmente trasversale ed eterogeneo. E la stessa Anna alla fine ce lo insegna: chi troppo vuole...



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