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La regina Carlotta: Una storia di Bridgerton, top o flop? Le mie opinioni

Le riprese della terza stagione di Bridgerton sembrano essersi concluse, ma nell'attesa che venga resa disponibile, Netflix ha deciso di sfamarci con una attesa serie tv, anzi per meglio dire un prequel/spin-off del telefilm firmato da Shonda Rhimes. Il 4 maggio è uscito in streaming La regina Carlotta: Una storia di Bridgerton, che vuole raccontarci tutti i dettagli sulla vita di queen Charlotte, che già con la serie principale abbiamo imparato ad amare.

la regina carlotta: una storia di bridgerton

Restiamo sempre nell'epoca della Reggenza inglese, ma ci spostiamo qualche decennio prima, quando la giovanissima duchessa tedesca Carlotta di Meclemburgo-Strelitz, venne promessa in sposa al re Giorgio III, pur non avendolo mai incontrato o conosciuto prima. Scopriremo quindi tutto sul loro primo incontro, su come Carlotta si ambientò nella sua nuova dimora inglese, qual era il rapporto con la suocera, la principessa vedova Augusta di Sassonia-Gotha-Altenburg, e come la giovanissima regina aiutò il marito sia da un punto di vista politico, che personale, dandogli più un erede, e soprattutto aiutandolo nelle prime fasi della malattia di re Giorgio.

Ma in questa nuova serie tv Netflix vedremo anche le origini e l'evoluzione dell'alta società attorno a cui ruotano le vicende di Bridgerton, e conosceremo alcuni dettagli del passato di altre protagoniste.
Ci si muove anche su due binari temporali, andando avanti fra le vicende di una giovane regina, che ancora deve farsi le ossa a corte, e la Carlotta che noi conosciamo, alle prese con una schiera di figli (13 più due morti in tenera età) e con una discendenza che tarda ad arrivare.

Non più solo personaggi inventati dalla penna della scrittrice americana Julia Quinn, ma La regina Carlotta: Una storia di Bridgerton è stata creata da Shondaland basandosi su fatti realmente accaduti, anche se si parte da un assunto che gli storici hanno ribaltato già da tempo ovvero che Charlotte fosse nera o comunque afro discendente.
È assodato che era giovanissima quando conobbe Giorgio III e soprattutto che egli manifestò questa malattia rara chiamata porfiria, ma la serie Netflix non è ovviamente un documentario e, sebbene pare mostri in maniera tutto sommato fedele ad esempio quelli che erano i trattamenti subiti dal re per cercare di controllare il suo male, inventa storie a piene mani e riprende un po' quello stile che avevamo visto in Bridgerton.

Personaggi forti che si incontrano, si scontrano, si innamorano, il tutto avvolto dalla consueta ricercatezza nella cura degli abiti (è simpatico vedere lo stile differente fra '700 e '800) e delle scenografie, ma anche, ancora una volta, una colonna sonora che trasforma i brani contemporanei in musica da salotto settecentesco.
C'è ovviamente romanticismo, sensualità, begli attori che non fanno rimpiangere (più o meno) il cast delle prime due stagioni di Bridgerton, ma c'è comunque un cambio di approccio.

Queen Charlotte: A Bridgerton Story infatti mi è sembrato che avesse uno stile più serio, lontano dalla leggerezza e ironia che alla fine permea la serie primaria, e si riducono anche i balli, e i momenti di sfarzo. Credo che questo sia dovuto proprio al fatto che ci dobbiamo appunto confrontare con fatti realmente accaduti e non proprio allegri come la malattia del re Giorgio, e l'impatto che questa poteva avere non solo in quanto pettegolezzo di corte, ma sull'intera nazione britannica. C'è anche più malinconia nella regina Carlotta del "presente" che conosciamo, meno acuta a volte, anche se resta comunque abbastanza pungente.

Questo non significa che questo spin-off sia triste o cupo, perché parliamo pur sempre di un qualcosa da seguire senza troppa fatica, ed anzi per me i difetti sono altri.
Fortunatamente ci sono comunque dei bravi interpreti, a partire dai nuovi Corey Mylchreest e India Ria Amarteifio, che sono ben inseriti nel ruolo e nel contesto, e nel cast ritroviamo anche Michelle Fairley, la nostra Catelyn Stark.


La regina Carlotta però secondo me ha una impostazione sbagliata. Infatti dal titolo si pensa subito che proprio Charlotte è il centro delle vicende, ma nei sei episodi molto spesso sono altri personaggi ad avere uno sviluppo narrativo più interessante. E infatti scopriamo anche moltissimo del passato di Lady Agatha Danbury, e di come dovette lottare per mantenere il suo titolo e il suo ruolo in società. Ma sorprendentemente conosciamo anche qualche dettaglio di Lady Violet Bridgerton da giovane.
E di mezzo a queste due donne, la serie infila anche qualche storyline di valletti e servitori, anche se non trovano poi uno spazio per essere approfonditi.

Nonostante quindi ci dovesse essere una maggiore centralità della figura principale che dà il nome a tutta la baracca, la regina in questo caso, sono spesso i personaggi "secondari" ad essere più interessanti e la coralità è quindi altalenante, molto più che in Bridgerton. 


Ma di altalenante c'è anche il ritmo: questi primi sei episodi di La Regina Carlotta hanno infatti un timing un po' strano, gli ultimi due si allungano parecchio, ma senza una reale necessità. Inoltre c'è un intero episodio, il quarto, che è tutto un lungo peregrinare fra una serie di flashback della prima puntata, che un po' mi hanno annoiato perché in fondo non aggiungono componenti così portanti alla storia.

Se comunque non lo considererei un flop, anzi risulta gradevole da seguire, Queen Charlotte: A Bridgerton Story è allo stesso tempo un appendice della serie primaria ma anche qualcosa di diverso per intenti, emotività e struttura. Nell'insieme mi è sembrato un approfondimento poi non così importante o fondamentale da recuperare, con un finale che da un lato è conclusivo (e comunque toccante), visto che la serie nasce proprio per essere solo di una stagione; dall'altro, le storie collaterali a quella della regina Carlotta, si prestano ad un proseguo e ad un ulteriore approfondimento e tutto questo mi fa pensare che se questo primo capitolo avrà ascolti interessanti, ci saranno altre stagioni.



Bridgerton 3, è la stagione più deludente? 🐝

Il 13 giugno finalmente sono arrivati i restanti quattro episodi che completano questo terzo capitolo di Bridgerton, stagione che secondo me ha saputo mantenere alcuni aspetti di qualità perdendosene dietro altri.
O per lo meno, già parlando della prima parte vi avevo detto che non avevo apprezzato il caos di personaggi e storie che si stavano intrecciando, e purtroppo, adesso che abbiamo una visione completa, la seconda parte di Bridgerton mi ha confermato questo sbilanciamento.

È noto penso a tutti che ormai la coppia Penelope Featherington e Colin Bridgerton (Nicola Coughlan e Luke Newton) si sia formata e cementificata, ma per loro il vero scoglio non era tanto il conoscersi, visto che già erano amici, ma trasformare il loro rapporto in qualcosa di più e soprattutto superare la questione Lady Whistledown, visto che in questa stagione Colin (e non solo) scoprirà la sua vera identità.


Entrambe queste situazioni posso dire che non mi sono sembrate raccontate nel modo più appagante possibile, visto che il matrimonio dei Polin mi è arrivato in fretta e furia, senza dare ad entrambi quel momento di indecisione ad esempio, o senza dare a Penelope la possibilità almeno di conoscere altri uomini come si stava paventando all'inizio. Non c'è stato poi un lungo gioco di seduzione, a parte qualche scena, proprio perché si doveva arrivare alla parte più spinosa e meno riguardante il rapporto di coppia, e si è scelto di dividere in modo secondo me troppo netto queste due macro linee temporali.
Ma anche il focus sulla scoperta della identità della misteriosa creatrice della rubrica che appassiona tutti, inclusa la regina Carlotta, non mi è sembrato sempre avvincente, ed anzi aver sbattuto tutto all'ultimo episodio mi è sembrato troppo facile e banale. 

Capitemi: noi siamo cresciuti nell'attesa di scoprire la vera identità di Gossip Girl (Dan Humphrey/Penn Badgley se ancora non lo sapete) e chi si firmasse come A nelle lettere minatorie in Pretty Little Liars, ed abbiamo dovuto penare la fine di entrambe le serie tv prima di scoprirlo. È inevitabile che saperlo già così, e alla terza stagione, un po' tolga il gusto della tensione e soprattutto lascia l'incognita sulle prossime stagioni.

La rivelazione del volto dietro Lady Whistledown consente comunque a due personaggi in particolare, Penelope e Cressida Cowper, che si finge la scrittrice per cercare di sfuggire al suo destino, di parlare di temi importanti quali emancipazione, di sogni e aspirazioni, di verità verso se stessi e rapporti di forza, soprattutto in un'epoca in cui le donne non avevano nulla di tutto ciò, ma dovevano semplicemente sposarsi e accontentare il marito.

In particolare Penelope fa un discorso intenso nel settimo episodio, in cui racchiude cosa significa per lei essere la Whistledown, anche se secondo me, proprio nello stesso dialogo, sembra ci si dimentichi che in realtà questa misteriosa scrittrice, per quanto di talento, si dedica pur sempre al gossip e non certo a filosofia sui massimi sistemi (almeno al momento), quindi non ne farei una gran questione. Cioè giustissimo concettualmente, meno nella pratica di Bridgerton.

Ma senza andare poi troppo nel dettaglio, la mia impressione è stata che la seconda parte degli episodi sia inutilmente dilatata (anche la durata è differente) senza poi raccontare qualcosa di così intricato, appassionante e complicato. Mi sono annoiato? Non propriamente, ma si poteva fare di meglio, anche perché alla fine della fiera, doveva essere una stagione in grado di cambiare completamente gli equilibri nel microcosmo Bridgerton, e invece non ci sono stati quei fuochi d'artificio che mi aspettavo.

Questi nuovi ed ultimi episodi di Bridgerton 3 comunque aggiungono anche altri dettagli sulle vite degli altri personaggi. Mi sta bene ad esempio la parentesi su Lady Violet che comunque aggiunge quel filo malizioso senza però togliere troppo alle storie principali, e anche quella su Eloise mi è piaciuta, soprattutto nel suo ricongiungimento con Penelope (meno nei suoi momenti di capriccio), meno indubbiamente nell'amicizia opportunistica con Cressida.

A proposito di Cressida penso che sia uno dei personaggi meglio sviluppati di tutta la serie: passa dalla villain tal quale, ad essere una ragazza molto coraggiosa, e pronta a tutto pur di poter essere libera, e molto più sveglia e intelligente di quello che dicono gli altri (Eloise in particolare). Ed è una evoluzione coerente perché, quando torna sui suoi passi, lo fa con quell'istinto di sopravvivenza che le hanno insegnato, e non potendo contare sul privilegio che invece altre ragazze hanno. 

Anche Portia Featherington, la madre di Penelope, è fra quelli che hanno avuto uno sviluppo sensato ed interessante, e funge anche da comic relief efficace e finalmente vede la figlia anche per le sue qualità, l'intraprendenza e la forza, non solo come una sfortunata senza talenti che non avrebbe mai trovato marito. Certamente si poteva fare qualcosa di più rispetto alla sua reazione nello scoprire cosa fa la cara Penelope, ma come dicevo sopra, non c'è stato tempo.

Decisamente noiosi per me i percorsi di Benedict, che onestamente mi è sembrato ben lontano dal poter poter portare una storia interessante per le prossime stagioni, e di cui non capisco il "tormento" di non volersi accasare per poi "frignare" di essere solo. Potrebbe, in prospettiva, evolvere in un personaggio interessante ma in Bridgerton 3 non ci riesce.

Anche sua sorella Francesca, che è stata presentata come un personaggio timido e più pacato, per poi evolvere in modo piatto e ripetitivo. 
Purtroppo anche quello che doveva essere il protagonista maschile della stagione, il caro Colin, non si è rivelato così carismatico da farmi chiudere un occhio
Completamente inutile tutta la tiritera sulla famiglia Mondrich, che col senno di poi è stata solo un modo per aggiungere personaggi a caso.

Questa terza stagione di Bridgerton è quindi forse quella che a mio avviso è riuscita meno bene: certamente si guarda sempre a cuor leggero, e i suoi intenti romantici, a volte mielosi da romanzo Harmony vengono sempre portati a termine, così come la cura dei dettagli manicale e puntigliosa rende la visione esteticamente appagante, ma la divisione in due parti, specie così netta, è stata forse la scelta più sbagliata a mente fredda. 

Ho avuto modo di parlare ampiamente della quarta stagione, arrivata su Netflix a Gennaio/Febbraio 2026, e non credevo, ma batte in negativo questi episodi. Qui la recensione. 



|#backtoseries|
Le serie tv di cui tutti parlano 👀

Le feste fortunatamente non hanno portato solo serie tv a tema (di cui comunque non sono rimasto particolarmente impressionato), ma anche qualche curiosa novità, nuove stagioni delle serie che stavo seguendo e che aspettavo, e pure uno special.
Era il 6 dicembre quando è andato in onda (e poi è stato reso disponibile su Sky On Demand e Now T) un episodio di eccezionale di Euphoria (⭐⭐🌠).

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Eccezionale non per la qualità, chiarisco subito, ma perché, visto il rallentamento delle riprese dovuto al Covid, quelli di Euphoria hanno pensato di non abbandonare i fan ma di dar loro uno snack in attesa della seconda stagione, creando due episodi speciali. Il primo appunto andato in onda a inizio dicembre ed il secondo che arriverà il 24 gennaio. Questa prima parte degli special di Euphoria rimescola le carte: avevamo conosciuto una prima stagione (ne parlo qui) elettrica, ritmata, intensa, a volte caotica, con una particolare cura della regia, delle luci, di alcuni passaggi quasi psichedelici, ma qui, tutte queste caratteristiche vengono messe da parte, spogliando la serie per quella che in verità secondo me è un suo punto di forza, per lasciare spazio all'umanità nuda di Rue. 

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Non credo di far spoiler nel dire che si tratta di un lungo dialogo fra appunto la giovanissima ragazza, ed il suo sponsor Ali, creando così un episodio che ho trovato tutto sommato interessante, introspettivo, doloroso, ma anche prevedibile. Sono stato forse l'unico a dire che tentare di migliorare per far felici gli altri è una strada franabile, che crolla al primo dissesto, e questo special di Euphoria ha seguito le mie previsioni. Per questo, l'addentrarsi nell'animo travagliato di Rue è un processo affascinate, perché sembra quasi che Ali vada a scavare tutti i livelli del suo malessere, ma alla fine si scopre un personaggio che a me non piace. 

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O meglio, tutto questo episodio, seppur con una pacatamente crescente drammaticità, non mi ha dato nulla di nuovo, di così corroborante da farmi pensare che stessi guardando questa chicca così speciale da considerarla migliore di altro. Il problema di personaggi come Rue è che sono così, perché devono essere così: seguono un percorso battuto che non vede poi un grande sviluppo, se non un crogiolarsi e una ripetitività di intenti.
Euphoria continua per me a restare un mistero, e in fondo va bene così. Qui ho parlato del secondo episodio su Jules.  Qui invece trovate la mia recensione di Euphoria 2.

Attendevo con curiosità invece quello che è stato un piccolo dono di Natale, ovvero la prima serie tv di Netflix in collaborazione con Shondaland, la casa di produzione Shonda Rhimes, e mi riferisco alla chiacchieratissima prima stagione di Bridgerton (⭐⭐⭐🌠).

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Gli otto rampolli della prestigiosa famiglia Bridgerton sono quasi tutti nell'età perfetta per trovare l'uomo o la donna della loro vita e metter su famiglia, ma l'attenzione sarà tutta puntata sulla giovane Dafne, la quale, durante il suo debutto in società, come si addiceva nell'800, riuscirà a colpire anche l'imperturbabile regina Charlotte. Da quel momento la ragazza diventerà la donna da conquistare per tutti i buoni partiti di Londra, ma nulla riuscirà a convincerla fino a quando non conoscerà l'aitante ed inafferrabile duca di Hastings, anche se fra i due il rapporto non sembra funzionare.


Bridgerton mi ha convinto praticamente sin da subito, perché crea un microcosmo in cui tutto funziona come deve, senza la pretesa di presentare la serie tv del secolo, ma solo di fare un buon lavoro; senza contare che è perfetta anche per il periodo in cui è stata pubblicata (seppur non abbia nulla a che fare con le feste). Un mix fra Jane Austen e Gossip Girl, con qualche scena pruriginosa, in cui la chiave pop e contemporanea, adattata su una storia in costume, secondo me dà un tocco di freschezza e brio, e, nonostante le vicende siano un susseguirsi di eventi, l'ho seguita con piacere da inizio a fine.

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Sì tratta di una serie tratta dai romanzi di Julia Quinn, che sembrano essere una base abbastanza solida.
Credo sia necessario entrare un po' nel mood di Bridgerton perché lo scenario storico è solo una struttura che è stata plasmata, non per creare un quadro storiografico preciso, dettagliato e realistico, vedi l'ovvia presenza di persone di colore in sedi e ruoli a cui non potevano accedere all'epoca, ma come contesto in cui calare anche dei temi più ampi. Perché i leitmotive della serie tv, seppur mai appesantiti, sono sicuramente l'inclusività e il femminismo, ma anche la libertà sessuale ed in generale, che prevaricano sulla coerenza storica.

serie tv netflix Bridgerton cast

Anche il cast, la regia, la messa in scena e i costumi mi sono sembrati particolarmente curati, per questo mi hanno stupito le critiche. Partiamo dal presupposto che possono esistere ed essere apprezzate serie tv più frivole, leggere, femminili anche se è un modo che detesto di definire un telefilm. Ma proprio perché circola questa autoironia in Bridgerton, mi chiedo se non sia più corretto puntare il dito a serie tv che invece si prendono molto più sul serio ma in cui la mancanza di originalità o la prevedibilità sono quasi caratteristiche oggettive (ogni riferimento a Euphoria è puramente casuale e non voluto dall'autore). Inoltre, se possiamo scrivere il futuro in modalità più o meno distopica, perché non possiamo utopicamente rivedere il passato?
Credo che la mia amica Shonda abbia fatto un buon lavoro portando una serie sfiziosa e gradevole, ma non è stato lo stesso per la seconda stagione. Qui la recensione. 

Non posso dimostrare lo stesso entusiasmo per la quarta parte (o stagione, fate voi) de Le Terrificanti avventure di Sabrina (⭐⭐🌠) disponibile su Netflix dal 31 Dicembre.

Le Terrificanti avventure di Sabrina recensione

Ho apprezzato CAOS nel corso delle sue evoluzioni dalle prime due stagioni, passando per la terza che, seppur non sia diventata la mia preferita, ha avuto i suoi aspetti positivi, pur non essendo io fra i primi amanti delle serie fantasy o dei fumetti. Tuttavia questa quarta ed ultima parte per me è stata condita di molti alti e bassi, e soprattutto momenti che mi hanno davvero deluso.
O meglio, i primi episodi mi avevano anche tutto sommato convinto, con questa narrazione verticale in cui via via venivano affrontati questi Orrori di Eldritch, e, sebbene già qui e lì trovassi qualcosa per cui storcere il naso, finivo gli episodi tutto sommato soddisfatto.


Ad un certo punto però, Le Terrificanti avventure di Sabrina ha cambiato registro, muovendosi più verso una narrazione orizzontale e, se di per sé ovviamente non è una scelta sbagliata, in questo caso quello che ci hanno raccontato non mi ha aggradato fino in fondo.
Fatemi mettere le mani avanti: da una serie fantasy, qualunque essa sia, non ho particolari pretese, non ho nemmeno poi delle grandissime aspettative, se non quelle di essere intrattenuto e che la serie tv segua il suo stile e la coerenza che ha creato, quel microcosmo, come dicevo su, in cui le cose funzionano. In Chilling Adventures of Sabrina 4 purtroppo entrambe queste circostanze sono venute secondo me meno, specie sul finale.

Chilling Adventures of Sabrina 4

Altra premessa: ormai lo sappiamo tutti che chiudere una serie ed accontentare tutti, è un'opera decisamente ardua, specie se questa viene cancellata prima dei suoi giorni. Ciò non toglie che, se da una parte posso sopportare che ci siano delle mancanze, magari delle circostanze non ben chiarite, o la fretta di arrivare ad un punto preciso, in Le Terrificanti avventure di Sabrina secondo me sono andati troppo oltre. 
Fra buchi narrativi, personaggi messi in mezzo forzosamente solo per accontentare i fan e non lasciarli fuori proprio alla fine, storyline abbandonate come nulla fosse, il finale di CAOS è stato secondo me troppo raffazzonato. Ma, e non voglio fare spoiler, a lasciarmi molto perplesso è stato proprio l'ultimo episodio, perché non solo accadono cose non ben chiarite, ma la serie cambia genere: da quella sorta di teen drama vagamente gotico, caratterizzato da un umorismo nero piacevole e divertente, sono arrivati ad un dramma che mi ha angosciato.

Le Terrificanti avventure di Sabrina parte 4 recensione

Credo quindi che questo finale di Le Terrificanti avventure di Sabrina 4 abbia sbagliato non solo il contenuto, ma anche la chiave di lettura con cui hanno deciso di terminare la serie. E capisco, col senno di poi, come mai molti fan siano rimasti perplessi e delusi tanto da arrivare a proteste e petizioni da firmare. 
Un peccato, ma me ne farò una ragione, anche perché il mio calendario delle serie tv di questo Gennaio è già abbastanza fitto, quindi non mancheranno le cose da vedere e di cui chiacchierare.






Bridgerton 4: questa volta non ci siamo 👎🏻

Il 29 Gennaio e il 26 Febbraio sono arrivate su Netflix in due tranche le nuove puntate della quarta, molto attesa stagione di Bridgerton. Era ormai noto che questa volta sarebbe stato il turno di Benedict Bridgerton (Luke Thompson) a farsi avanti e trovare (forse) qualcuno da amare veramente. Ed è proprio un incontro fortuito ad un ballo in maschera con una misteriosa dama vestita d'argento a far battere il cuore del secondogenito della casata, quello che fino ad adesso aveva preferito il divertimento all'accasarsi.

Scoprire chi sia la misteriosa ragazza non sarà semplice per Benedict, ma nel frattempo conoscerà un'altra ragazza con cui sembra avere altrettanto feeling. Lei è Sophie Baek (Yerin Ha), una domestica al servizio della rigidissima Lady Araminta Gun Penwood (Katie Leung), che però nonostante il suo lavoro umile nasconde un acume e una educazione particolare. Ma come possono due persone di estrazione sociale così diversa stare insieme?

Riguardando alla mia recensione della terza stagione di Bridgerton mi sono quasi pentito di essere stato un po' troppo duro perché, in confronto, questi nuovi episodi sono forse anche peggio. La terza era infatti tutto sommato una stagione dinamica, corale, con dei colpi di scena che avrebbero a cascata coinvolto tutta la serie, e abbastanza movimentata mentre invece la quarta mi è sembrata ad oggi la più monotona, ripetitiva e banale di tutta la serie.

Avevo in effetti predetto che Benedict non aveva secondo me il carisma per reggere una stagione tutta basata su di lui e non credo di essermi sbagliato perché non riesce a fare dei passi avanti. Tra l'altro gli hanno affibbiato proprio il ciclo di episodi in cui gli altri personaggi sembrano quasi stare un passo indietro, o quantomeno avere delle storyline non così forti da creare dinamismo.

Sì, c'è Violet (Ruth Gemmell) sempre più vicina a Lord Marcus Anderson (Daniel Francis), e c'è Francesca (Hannah Dodd), la quale sembra destinata a dover rosicchiare spazio dalle stagioni altrui e deve anche sopportare Michaela (Masali Baduza), la prezzemolina cugina del marito. E poi c'è la povera Penelope (Nicola Coughlan) che, ormai smascherata nel suo ruolo di Lady Whistledown, si sente una pedina nelle mani della regina Carlotta (Golda Rosheuvel).

Tutto però viene mostrato attraverso scene buttate qui e lì, e vanno a condire in modo piuttosto blando il filone narrativo centrale che resta quello più importante e soprattutto quello che dovrebbe suscitare più interesse. 

In più la fiaba fra Benedict e Sophie non è altro che un rifacimento di Cenerentola senza alcuno sforzo di originalità e tridimensionalità, quindi col risultato di essere tutto enormemente prevedibile, già visto e noioso. O per lo meno, questi plot twist mi sembrano soluzioni narrative così usate e rodate, che mi sorprende possano stupire uno spettatore abituato al linguaggio seriale contemporaneo.

Non basta la conferma della scrittrice a rendere questa ispirazione più interessante una volta trasposta sullo schermo, ma non è solo il quadro generale il problema di questa quarta stagione. In fondo i cliché della commedia romantica sono sempre stati radicati in Bridgerton e mi si potrebbe dire che un classico non si disdegna mai, specie se inserito in uno show confortante e in fondo leggero. 

Il problema secondo me di questa quarta stagione è la mancata costruzione di personaggi davvero interessanti, che riescano ad avere un arco narrativo sensato. Non conoscevamo Sophie ma il suo personaggio non riesce a spiccare per qualche aspetto particolare: di cameriere sveglie che nascondono altri segreti ne abbiamo viste a bizzeffe, così come di principi dalle 50 sfumature di azzurro che si innamorano della fanciulla misteriosa che non ha nemmeno proferito parola. Lei alla fine non sembra questa eroina emancipata, ma solo una vittima degli eventi che deve sopravvivere e che sente in cuor suo di non essere al posto giusto.

Benedict dall'altro lato sembrava fino ad ora, insieme ad Eloise, il Bridgerton meno predisposto ad una vita coniugale stabile: ci viene ripetuto mille volte che è il libertino dalle ampie vedute sessuali, per cui questo suo improvviso innamoramento risulta brusco. E poi credo che un po' tutti dovremmo essere stanchi dell'ennesimo tropo di un uomo dedito ad una vita dissoluta che viene redento dall'amore.

Entrambi poi sembrano sciocchi: Sophie non si capisce bene perché non si confidi del tutto a Benedict visto che la schiettezza sembra essere il suo tratto principale. E la fragilità della trama starà tutta nella sua incapacità di spiegare come mai abbia creduto ad Araminta che chiaramente non era proprio dalla sua parte. 

Benedict invece, che non riesce a riconoscere Sophie dopo una intera stagione, sembra semplicemente un bambacione. Ci viene descritto in qualche modo come il ragazzo emotivo, ma sembra più spesso capriccioso e figlio di un privilegio acquisito. Per non parlare del rimprovero alla madre Violet che finalmente si gode un po' la vita frequentando un uomo: ma non era il libertino di larghe vedute?


Questa quarta stagione viene poi affossata da scelte tecniche e di marketing che non l'hanno appunto aiutata: la divisione in due parti ha aumentato ulteriormente aspettative mal riposte, e la durata eccessiva degli episodi non viene giustificata da una trama così fitta e densa di avvenimenti. 

Così si arriva all'episodio finale che diventa uno spiegone di tutto quello che è successo, risolvendo le storyline come tante altre serie tv, ma con il peso di non riuscire a dare un vero senso di giustizia per i protagonisti della stagione. E quanto avremmo avuto bisogno di molti più momenti sull'amicizia, anzi la sorellanza fra la regina Charlotte e Lady Danbury (Adjoa Andoh)?

Delle dinamiche narrative che abbiamo conosciuto di Bridgerton ci è rimasto ben poco, non ci resta che goderci la bella messa in scena sontuosa che tutt'ora continua a riempirci gli occhi ed aspettare la quinta stagione che spero possa davvero migliorare le sorti alla serie.




Serie tv in costume del periodo... promosse, rimandate e tanta noia!

Sarà il leitmotiv dei miei prossimi post, ma è chiaro a tutti che due settimane di viaggio hanno sicuramente avuto un impatto sulla mia routine, e anche sul tempo che dedico ai miei hobby abituali, incluse le serie tv. Ho cercato però di restare al passo ed ho terminato ben tre delle serie che stavo seguendo e sono tutte dei period drama. 


Hotel Portofino
Prima Stagione


Dal 28 Febbraio al 14 Marzo su Sky è stata trasmessa una miniserie che forse non ha fatto chissà che chiasso, ma che mi aveva incuriosito sin dai primi fotogrammi. Sulla bellissima costiera ligure, l'inglese Bella Ainsworth ha creato un piccolo albergo che spera possa diventare una ancora solida per la sua famiglia, ma non è semplice gestire tutti gli ospiti dell'hotel Portofino, specie quando un marito poco affidabile si mette di mezzo. Ma c'è una minaccia più solida per la tranquillità delle vite di Bella e dei suoi clienti, ovvero l'ascesa del Fascismo e la minaccia della seconda guerra mondiale.


Hotel Portofino è già stata rinnovata per una seconda stagione, ma ammetto che questi primi sei episodi non mi hanno davvero tenuto incollato allo schermo. Mi aspettavo una serie tv affascinante, con un vago sentore di giallo alla Agatha Christie, con lo sfondo dell'Italia alla soglia della guerra, ma non ho trovato nulla di ciò.
Le varie storyline infatti mi sono sembrate poco avvincenti e non sufficientemente intrecciate da poter stimolare la visione. A me ha creato una curiosità mite e ho terminato Hotel Portofino proprio nella speranza che prima o poi saltasse fuori qualcosa di più misterioso. In realtà è tutto molto lineare e gli imprevisti sono poco sconvolgenti.


Se il cast è convincente, i personaggi che si assecondano sono secondo me poco accattivanti, difficilmente ci si affeziona se non giusto alla protagonista che risulta più al centro. Tuttavia nessuno spicca per qualche caratteristica, e nonostante Hotel Portofino, come molti dei period drama, pone al centro gli incontri e gli scontri fra i diversi protagonisti, questi rapporti e ciò che innescano non sono così intriganti, spesso scadono nella banalità ed in una risoluzione delle circostanze abbastanza superficiale.


Hotel Portofino secondo me è una di quelle serie tv che non osano: non riesce ad immergersi davvero in temi più drammatici o cupi, non ha battute così brillanti in grado di far sorridere. Restano a fare bella mostra gli scenari che fanno da cornice alla serie, ma, pur non avendo difetti macroscopici, non riesco a trovare un aspetto che mi porti a consigliare Hotel Portofino senza pensarci due volte.
Rimando quindi un giudizio definitivo più negativo, e spero che appunto la seconda stagione riesca a tirar fuori delle vicende più avventurose e dia ai protagonisti la possibilità di esplodere davvero.
Qui trovate la mia recensione di Hotel Portofino 2.



The Gilded Age
Prima Stagione


Il 21 marzo di quest'anno sempre su Sky è finalmente arrivata la attesa nuova serie tv firmata da Julian Fellowes e che da alcuni è stata definita come la versione americana di Downton Abbey, anche se poco ha a che fare con quest'ultima.
The Gilded Age, che era stata in qualche modo anticipata da Belgravia, ci porta infatti alla fine dell'Ottocento, in quella che passerà alla storia, con un velato tono sarcastico, come l'epoca dorata statunitense, vista l'incredibile crescita economica che però andava di pari passo con una maggiore differenza fra le classi sociali.


Sono proprio i nuovi ricchi ad essere al centro della serie tv di Fellowes, che devono scontrarsi con le vecchie leve che vantano di essere discendenti dei primi pellegrini arrivati negli Stati Uniti già dal '600, quando sbarcarono con la Mayflower. In particolare è la facoltosa famiglia Russell a suscitare curiosità, astio, invidie e anche preoccupazione, specie da parte di chi, come la rigida Agnes Van Rhijn (Christine Baranski), non è disposta ad accogliere e lasciar spazio ad una nuova borghesia in ascesa che vuole vedere affermato il proprio posto in società.


Uno scontro generazionale in cui saranno i più giovani a cercare di fare da paciere e ad avere meno pregiudizi, ed in particolare Marian Brook (Louisa Jacobson Gummer ), la nipote di Agnes dal temperamento forte e deciso, ma anche dal cuore buono.
The Gilded Age riesce secondo me nell'intento in cui Hotel Portofino resta un po' indietro: nei suoi nove episodi abbiamo infatti una storia coinvolgente, in cui ogni personaggio ha un ruolo ben definito che prende alcuni degli elementi che abbiamo conosciuto in Downton Abbey, soprattutto il riflesso fra i benestanti dei piani superiori e la servitù che si muove silenziosa ai piani inferiori.


Sono inoltre ben chiare le linee narrative: c'è romanticismo (non smielato), c'è il dramma, c'è anche quell'ironia un po' civettuola che piace e rende simpatica l'intera serie. È la dura zia Agnes che, un po' come Lady Violet Crawley, ha le battute più sprezzanti e pungenti, ed anche più divertenti. Ma ogni personaggio nasconde le sue ombre, come ad esempio l'inarrestabile Bertha Russell, moglie del magnate delle ferrovie George Russell, pronta a tutto pur di emergere. O ancora l'impavida Marian che guarda al futuro con speranza ma a volte è troppo incauta.


C'è anche in The Gilded Age un cast molto forte, e una cura profonda dei dettagli, dai costumi alle scenografie, che ricostruiscono l'epoca storica. Manca forse un maggiore approfondimento di alcuni rapporti fra i personaggi, che possono risultare un po' affrettati e troppo banderuoli; inoltre, un po' come in Downton Abbey, mi aspettavo che anche le storie riguardo la servitù camminassero in parallelo con quelle dei padroni, mentre qui restano più sullo sfondo.
A parte questi piccoli nei qui e lì, The Gilded Age merita di essere vista e qui vi parlo della seconda stagione. 


Bridgerton
Seconda stagione


Potrei riassumere le mie opinioni su questa seconda stagione di Bridgerton con un'unica parola, ovvero noia. Tuttavia, anche a costo di rendere questo post ancora più lungo, voglio mettere il dito nella piaga e approfondire la mia opinione.
Bridgerton 2 si concentra sul visconte Anthony, che, come quanto accaduto alla sorella Daphne nella prima stagione, deve trovare una ragazza da sposare che sia degna di far parte della famiglia Bridgerton e adempiere a tutti i doveri che il suo ruolo le imporrà. Per Anthony la strada sembra semplice: infatti quale miglior sposa se non il diamante della stagione scelto dalla regina stessa? 
La perfetta Edwina Sharma, arrivata dall'India con la madre e la sorella maggiore Kate, sembrerà almeno sulla carta l'aspirante ideale al titolo, ma gli occhi e il cuore del visconte saranno rivolti tutti ad un'altra ragazza.


Che Bridgerton non sia una serie tv da prendere troppo sul serio lo dico dalla prima stagione, quando vennero mosse delle critiche a mio avviso assurde per un prodotto che nasce come puro guilty pleasure intrattenitivo. Questa seconda stagione però abbassa l'asticella secondo me, soprattutto per via di una certa prevedibilità, lentezza e ripetitività che caratterizzano praticamente tutti gli episodi. Infatti Bridgerton assume i toni della tipica commedia romantica dove i due protagonisti, a primo impatto, si odiano per ragioni non ben dichiarate, ma nel tempo quelle scintille fra di loro diventano la fiamma di una passione e un amore sincero e profondo.


Nulla di male in una struttura narrativa già vista ma che può risultare comunque gradevole da seguire, il problema è che la serie tv di Shonda Rhimes ci ripete queste dinamiche dalla prima puntata, fino allo sfinimento, con il peso di comprendere fin da subito come andranno a finire le cose.
Tutti gli ostacoli da superare per la coppia di protagonisti diventano a quel punto solo un diversivo non sempre così avvincente, che sappiamo prima o poi riusciranno a scavalcare.
È vero che anche fra il duca di Hastings e Daphne c'era un rapporto di amore e odio in prima battuta, tuttavia credo che il loro rapporto seguisse una parabola ascendente, con una conseguente crescita umana per i due innamorati. Purtroppo non posso dire lo stesso per Anthony che risulta pedante da inizio a fine. 


A proposito di Daphne, quant'è triste vederla girare da sola nemmeno fosse già diventata vedova?
Di Bridgerton 2 riesco a salvare la parentesi su Lady Whistledown/Penelope che ha rivelato un carattere più sfaccettato e pieno di ombre, ma il resto dei personaggi secondari non hanno lasciato un segno così profondo da fare la differenza. 
Bridgerton non merita una critica feroce per quelli che sono i suoi intenti di una serie tv leggera e di puro intrattenimento, anche perché in parte riesce in questo intento, ma, dall'altro lato, anche la leggerezza merita cura e attenzione e in questo caso il tentativo di vincere facile secondo me è fallito. Vedremo per le prossime ormai certe stagioni. Nell'attesa vi ho parlato dello spin-off/ prequel intitolato La regina Carlotta: Una storia di Bridgerton.


My Lady Jane non c'entra niente con Bridgerton, ecco perché

C'è stato tanto chiacchiericcio sulla serie tv My Lady Jane, disponibile in streaming su Prime Video dal 27 giugno, e che solo nelle ultime settimane ho avuto modo di recuperare, non capendo la direzione delle critiche che ha ricevuto.

Traendo ispirazione dalla base letteraria del romanzo omonimo di Cynthia Hand, Brodi Ashton e Jodi Meadows, My Lady Jane tenta una riscrittura, in chiave ironica e contemporanea, della storia che tutti conosciamo, o almeno dovremmo.

Siamo in Inghilterra intorno alla metà del 1500, ed alla morte di Enrico VIII (quello famoso per cambiare moglie ogni minuto), gli succedette suo figlio Edoardo VI, il quale però essendo cagionevole, morì all'età di 15 anni. Qui si aprì un po' il caos sulla successione: Edoardo infatti aveva lasciato un testamento in cui voleva come suo erede la cugina lady Jane Grey, scavalcando lo stesso testamento del padre che invece affermava che in assenza di figli da parte di Edward, il trono sarebbe spettato a sua sorella Maria (la sanguinaria) e Elisabetta (I). C'erano però diversi intoppi burocratici, senza contare poi tutte le altre persone che nella linea di successione avevano la precedenza rispetto a Jane.

Eppure Jane riesce a diventare regina, ma solo per 9 giorni, perché poi Maria la fa accoppare e si prende il posto che comunque le spettava.

Ma, nella serie tv Prime Video, sin da subito il nostro narratore ci racconta che l'intento è di scoprire cosa sarebbe accaduto se Lady Jane fosse riuscita a regnare più di 9 giorni, grazie al suo temperamento forte e coraggioso in grado di convincere il suo popolo della sua autorevolezza e legittimità. 

Le difficoltà per Jane non riguarderanno però solo la sua ascesa al trono, e gli intrighi di palazzo, ma prima dovrà gestire il rapporto con la madre, che la obbligherà a sposare Guilford Dudley per cercare di salvare la sua famiglia, poi dovrà convivere con un questo uomo che sembra diametralmente opposto a lei. Ma sarà governare il vero problema: in questa Inghilterra di My Lady Jane infatti non è la divisione fra cattolici e anglicani a creare tumulti interni, ma quella fra Etiani e Veritiani.

I primi infatti hanno le sembianze di esseri umani che però sanno trasformarsi in animali quando serve, ma i veritiani non accettano quelle che reputano delle creature malvagie e cercano di emarginarli o, peggio, ucciderli in ogni occasione possibile. 

Una riscrittura della storia che consente quindi di raccontare un'altra vicenda: Lady Jane infatti diventa una giovane eroina sveglia e intelligente, che crede nell'indipendenza e nell'inclusione, oltre che nell'amore vero, e che sfida il sistema e la visione arcaica della società.
Il tono settato da My Lady Jane è ironico, con degli spruzzi di nozioni storiche reali qui e lì, ma con una impostazione da commedia poco politicamente corretta (e spesso sboccata) che alla fine vuole intrattenere, ben lontana da qual si voglia intento documentaristico, ed è qui che sono scattati i paragoni con Bridgerton, che però reputo poco corretti.

È vero che entrambe le serie tv sono anacronistiche, sia per le scelte di musica, costumi e dialoghi, sia per gli attori (anche in My Lady Jane molte persone nere o di colore assumono ruoli che nell'Inghilterra del '500 non avrebbero mai avuto), ma qui secondo me finiscono le similarità.
Soprattutto tocca fare una premessa: è vero che Bridgerton ha avuto un enorme successo, ma già prima della serie di Shonda Rhimes c'erano altri titoli con uno stile simile.

Mi vengono in mente Vanity Fair, Gentleman Jack e Dickinson, tutte pubblicate prima e con pennellate più contemporanee, ed anche La fantastica signora Maisel (era il 2017) aveva una protagonista poco aderente ai canoni degli anni '50.

Ma My Lady Jane aggiunge altri due aspetti che non troviamo in Bridgerton. È infatti una serie ucronica, un what if vero e proprio, al contrario della serie Netflix dove i personaggi sono per la maggior parte inventati, e soprattutto c'è la componente fantasy che smonta qualunque forma di realismo, e i momenti di azione per dare un tocco epico al tutto.
Bridgerton inoltre punta molto sull'intreccio sentimentale e sessuale, mentre qui è un aspetto quasi secondario. 
Insomma io non so se quelli di Prime Video si siano messi ad un tavolo per trovare una risposta a Bridgerton, ma a me My Lady Jane ha ricordato più il film Disney Roseline, soprattutto per il tipo di comicità che porta.
Questo significa che la serie tv Prime mi abbia convinto del tutto? Assolutamente no.

Se è vero che riesce ad intrattenere e che il cast, capeggiato soprattutto da Emily Bader e Edward Bluemel (che avevo visto di recente in Belgravia: The Next Chapter), se la cava molto bene, non posso dire che My Lady Jane mi abbia tenuto incollato allo schermo tutto il tempo.
Il problema per me è stato soprattutto il ritmo e la lunghezza delle otto puntate che non mi è sembrata sempre in linea con le vicende che raccontano. L'unico stimolo ad una sorta di binge watching è il cliffhanger finale di ogni episodio, ma non sempre in me è scattata la voglia di proseguire con la puntata successiva.

Più nello specifico mi è sembrato che abbiano tentato di tenere insieme una serie di idee già viste, spesso riproponendole come se fossero particolarmente valide quando invece mi sono sembrate fiacche, come ad esempio la liaison fra la madre di Jane, lady Frances Grey (Anna Chancellor) ed il più giovane fratello di Guilford. Parentesi leggere, che poco influiscono sulla storia in generale, ma che non sono poi così divertenti. 

Ho sofferto anche la caratterizzazione stereotipata dei protagonisti, specie per quanto riguarda Guilford, ma anche Jane non ha una costruzione e uno sviluppo così solido. Poi non si capisce come mai nei primi episodi puntino tanto alle sue capacità di conoscere ed usare le erbe quasi fosse una sorta di maga, per poi abbandonare l'argomento e riprenderlo vagamente nell'ultimo episodio. 
O ancora Maria, la futura sanguinaria, ci viene presentata come una pazza furiosa, che nelle camere private diventa una maîtresse dedita al sadomaso, come se una parafilia debba essere per forza una caratteristica di una persona non propriamente equilibrata. 

Se non siete fra quelli che urlano all'oltraggio appena vedono personaggi reali inseriti in contesti non storiograficamente accurati, o che magari si annoiano con i period drama tradizionali che non allargano gli orizzonti verso generi differenti magari più leggeri, allora My Lady Jane potrebbe essere la vostra serie. Per me si deve ancora lavorare un po' su originalità, creatività e ironia.

A proposito, l'episodio finale, e lungi dal fare spoiler, lascia aperto uno spiraglio ad una seconda stagione, ma pare ormai confermato che la serie è stata cancellata da Prime Video dopo questa prima stagione. 



Le altre cose che ho visto a Maggio su Netflix

Oltre a Baby Reindeer, la full-immertion nel mondo di Ripley, un paio di commedie leggere giusto per serate senza pensieri, e una miniserie basata su una storia vera, ho terminato anche altro dal catalogo di Netflix quindi posso finalmente sciorinare le mie opinioni. 


Hacks
Prima stagione


Risalente al 2021, ma messa in streaming su Netflix dal 15 Febbraio di quest'anno, Hacks vede Jean Smart nei panni della famosa e ricchissima comica di Las Vegas Deborah Vance, la quale, nonostante abbia raggiunto appunto un certo status e una posizione invidiabile nel mondo della stand-up comedy, vede la sua carriera in discesa. Non è infatti più così fresca per il mondo dello spettacolo, e di conseguenza i suoi spettacoli sono stati via via ridotti. Per cercare di darle una svecchiata (è brutto da dire, specie ad una donna, ma tant'è) il manager di Debra le affida una giovane autrice Ava (Hannah Einbinder), che di recente ha perso il lavoro per un suo tweet alquanto discutibile. Fra le due non sarà subito amore, ma impareranno a conoscersi, capirsi, sopportarsi e supportarsi.

Prodotta da HBO Max e vincitrice di diversi premi, fra Emmy e Golden Globes, Hacks credo sia arrivata da noi non solo in ritardo, ma anche con un bagaglio di aspettative decisamente importante, almeno per quanto mi riguarda, e dopo questi primi 10 episodi non posso dirmi del tutto appagato.

Se l'incipit infatti non spicca per originalità (due generazioni che si scontrano nel mondo del lavoro e in ambito personale, finendo anche per andare d'accordo in alcuni frangenti) è lo sviluppo a non avermi tenuto incollato allo schermo. È vero, Hacks è una di quelle serie tv che guardi volentieri perché ben recitata, ben messa insieme, con una durata giusta per un prodotto che vuole oscillare fra momenti di dark humor poco politicamente corretto, a piccole parentesi più drammatiche, specie quando si tratta del risvolto umano delle delle due protagoniste, ma non lascia molto.
Sia Debra che Ava sono infatti due donne comunque sole, la prima con un bagaglio esperienziale pesante e ricco, la seconda sfrontata verso il mondo ma con ancora molto da imparare.



Però, vedete, anche queste mie descrizioni risultano in qualche modo già viste e sentite, perché in effetti Hacks non brilla, non ha quel fattore che, oltre ad una fattura generalmente pulita, la faccia distinguere. I momenti in cui ho (sor)riso sono davvero pochissimi, e la cosa strana è che vediamo solo in pochi attimi la protagonista su un palco alle prese con le sue battute, che tra l'altro fanno ancora meno ridere dei dialoghi "normali". Quando invece arriva quella parentesi di cui sopra, in cui dovresti riflettere o sentirti in qualche modo toccato da quel che accade, dalle esperienze di Ava e Debra, capisci subito dove andranno a parare.

Per me in questo senso è emblematico l'ottavo episodio, in cui, giustamente, uno dei temi riguarda le molestie che si possono subire nel mondo dello spettacolo, dell'importanza di denunciarle, e c'è ovviamente un confronto fra due generazioni differenti che hanno approcci diversi, ma è raccontato in un modo così didascalico che vedi già alle prime battute dove finiranno.

L'accoppiata Smart - Einbinder è una versione speculare dei ruoli che interpretano, con una prima effettivamente più rodata, convincente e d'esperienza, ed una seconda praticamente sconosciuta e che ancora deve farsi le ossa. Ava infatti è spesso eccessiva nelle reazioni, non sempre mi è risultata particolarmente simpatica, e i suoi dialoghi come dicevo non risultano particolarmente brillanti.
Discorso molto simile anche per i personaggi secondari, sviluppati in modo marginale ed inutili all'economia di insieme, come Marcus (Carl Clemons-Hopkins) ad esempio, assistente personale di Deborah dalla inesistente vita privata che si sente "minacciato" dall'arrivo di Ava.

Sebbene vicina per quanto riguarda la tematica della stand up comedy, Hacks è lontana anni luce da The Marvelous Mrs. Maisel ad esempio, pur restando una serie tv gradevole e di compagnia e che non richiede chissà quale sforzo per essere seguita. 
La seconda stagione di Hacks è stata rilasciata su Netflix l'1 Giugno, ne ho parlato qui. 


Ashley Madison: sesso, scandali e bugie
Docu-serie

Forse da noi in Italia non dirà moltissimo, ma negli USA Ashley Madison è una chat d'incontri che oggi vanta oltre 70 milioni di iscritti. Messa così non ci sarebbe nulla di strano, ma questo sito, nato nel 2002 e il cui nome è solo l'unione dei due nomi femminili più famosi in America, è stato creato ad uso esclusivo di uomini e donne sposati alla ricerca di relazioni extraconiugali, senza ovviamente il consenso del proprio partner. Un'app per fedifraghi che però, sin dall'inizio, pare ebbe un discreto e crescente successo, al motto di "La vita è breve. Fatti una scappatella".

L'allora CEO dell'azienda Noel Biderman infatti spinse il sito attraverso una campagna marketing serrata, con apparizioni televisive e pubblicità a più livelli, e a chi lo criticava dicendo di promuovere un sito immorale, lui rispondeva che stava solo fornendo un servizio a persone che comunque avrebbero tradito il proprio coniuge.

Tutto funzionava bene, diciamo così, fino a quando, nel 2015, Ashley Madison subì un attacco hacker che aprì un vaso di pandora: migliaia di informazioni personali, nomi, email e dati bancari vennero diffusi nel dark web e raggiunsero i media, rendendo pubblici i profili di utenti sposati che fino ad allora si erano fidati di un sito che prometteva riservatezza e sicurezza.

Fu uno tsunami che coinvolse migliaia di persone, alcune delle quali, incapaci di gestire la vergogna di essere stati scoperti, si tolsero la vita. Come se non bastasse però, l'attacco hacker, partito da un certo Impact Team, rivelò molti dei lati oscuri del sito, non solo per quanto riguarda appunto le persone che tradivano, fra cui anche personaggi più o meno noti, ma anche le politiche interne e le dinamiche di funzionamento non propriamente limpide, che cercavano di accalappiare sempre più utenti e farli sborsare per funzioni più avanzate. 

Ashley Madison: sesso, scandali e bugie, arrivato su Netflix il 15 Maggio, mi ha fatto scoprire una storia che non conoscevo ma che fa riflettere, perché oggi con i social e le app condividiamo davvero di tutto con la tranquillità che tanto non ci accadrà nulla, ma vedere cosa potrebbe invece succedere quando quella sicurezza online viene meno, è davvero inquietante.

In questo senso è efficace anche a coinvolgere emotivamente lo spettatore, perché, anche senza segreti in grado di sfasciare famiglie, penso che tutti ci teniamo alla nostra privacy, e questa docuserie Netflix riesce a tenere viva l'attenzione sull'argomento.

Non mi è stato del tutto chiaro però in alcuni passaggi, perché ad esempio se in principio alcuni ex membri dichiarano di aver avuto appunto molti rapporti tramite il sito, poco dopo si afferma che Ashley Madison era pieno di bot e account fake per attirare l'attenzione di un pubblico maschile pagante. 
È un documentario in tre episodi che si segue scorrevolmente e che raccoglie le testimonianze di ex "clienti" di Ashley Madison, anche quelli soddisfatti, dipendenti e dei media che ne raccontavano le vicissitudini. Non spicca però negli aspetti più tecnici: stile, regia, inquadrature e montaggio richiamano i tipici documentari già visti e rivisti, al contrario magari di White Hot. 



Bridgerton 
Terza Stagione / Prima Parte

È ancora presto per un giudizio definitivo su questa prima stagione dell'attesissimo Bridgerton 3 ma, avendo comunque visto metà degli 8 episodi direi che un'idea me la sono fatta, ed è il momento di parlarne.
Non credo sia uno spoiler perché ormai tutti sanno che questa sarebbe stata la stagione dedicata alla possibile relazione amorosa fra tra Colin Bridgerton (Luke Newton) e Penelope Featherington (Nicola Coughlan), e forse già questo non rendeva la stagione semplice perché i due li conosciamo già da tempo e, per quanto fossero affiatati anche negli episodi precedenti, era necessario trovare un modo convincente (specie per chi come me non ha letto i libri) per far nascere questo amore. 
Fino ad adesso l'operazione mi è sembrata comunque riuscita, con qualche piccolo intoppo. La nuova coppia, i Polin come li chiamano su internet, è infatti affiatata e deve attraversare le sue tappe per poter consolidarsi.

Entrambi i protagonisti difatti crescono e partono da un glow-up sia fisico che caratteriale, con Colin di ritorno da un viaggio per l'Europa che l'ha visto maturare al punto da diventare lo scapolo più ambito della stagione, e Penelope decisa più che mai a trovarsi un marito, specie adesso che si è interrotta (definitivamente?) la sua amicizia con Eloise (Claudia Jessie). Non è facile per i due avvicinarsi, e sarà sempre più complicato gestire il loro rapporto, non solo perché Pen non è più amica di Eloise, ma perché deve nascondere la sua doppia identità rivelataci ormai in Bridgerton 2.
Credo che scoprire come verrà gestita questa circostanza sarà l'aspetto più interessante della seconda parte di questa terza stagione, che è partita con un incipit diverso, quindi non più il classico enemies to lovers che avevamo visto in precedenza, ma che non è del tutto efficace, come anticipavo, nello sviluppo.


Secondo me infatti la coralità di Bridgerton questa volta ha sfocato un po' troppo l'attenzione su quelli che dovevano essere i protagonisti assoluti della stagione. Infatti i personaggi che già conoscevamo, non sempre vengono narrativamente marginalizzati, come Anthony ad esempio, ma sono anche coinvolti in nuovi sviluppi. Troviamo ad esempio la stramba amicizia di Eloise e le nuove conoscenze "speciali" di Benedict Bridgerton e di sua sorella Francesca, finalmente al suo debutto in società, tutte linee narrative che immagino preparino la strada ai prossimi capitoli. Ma, se ciò non bastasse, ci sono altri personaggi, come ad esempio Will Mondrich, amico del duca di Hastings, e sua moglie Alice, che si ritrovano improvvisamente al centro della scena con un inaspettato upgrade sociale.

Quello che voglio dire, in breve, è che la carne al fuoco è davvero tanta, quindi spero che i prossimi episodi, usciti il 13 giugno e di cui parlo qui, sappiano concentrarsi più su Penelope e Colin, dandogli anche un intreccio narrativo più avvincente.

È inevitabile, penso per qualunque serie, che le nuove stagioni possano soffrire un po' di un senso di stanchezza, perché mantenere la qualità e la freschezza di un debutto non è semplice, quindi l'idea di dividere Bridgerton in due parti sicuramente ci dà come pubblico la possibilità di prendere un po' di respiro, lasciandoci con quel tanto di appetito che basta a voler sapere come sarà il proseguo, con una attesa più che ragionevole.
La struttura e le dinamiche della serie sono infatti sempre quelle quindi non posso dire che qualche passaggio mi abbia lasciato sorpreso. Continua però ad essere quel guilty pleasure che segui senza sforzo, e che ti riempie gli occhi con una produzione sempre più massiccia (e ricca) di costumi, scenografie, parrucche e le orecchie con i brani contemporanei stilizzati in arie da camera.

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