Avevamo ancora bisogno di Euphoria? Riflessioni sulla stagione finale

Il primo giugno si è concluso definitivamente il tortuoso percorso della serie tv Euphoria, che per molti è diventata subito una delle migliori produzioni del decennio. 

Questo disco rotto che sta scrivendo è però dalla prima stagione che in realtà rema un po' contro non perché non ne notasse qualità oggettive, legate soprattutto al reparto tecnico, ma perché non poteva fare a meno di guardare anche ai tanti difetti o dubbi che Euphoria lascia ed ha lasciato.
Infatti non sono mai riuscito ad entrare davvero in collegamento con i protagonisti, e soprattutto non ho mai visto questa originalità nelle tematiche, ma solo aggiungere una extra dose di drammaticità a fatti complessi e già usati in altre produzioni.

Ma tutto il processo generativo intorno alla serie secondo me è stato troppo tortuoso: abbiamo iniziato nel 2019, sette anni fa, e di mezzo è cambiato un mondo intero. Non sono bastati i due episodi speciali del 2021 per tenere caldi il pubblico, anche perché si trattava di puro approfondimento dei personaggi di Rue e Jules (forse la parte migliore di tutta la serie). In questo quadro, la seconda stagione ha secondo me dato il colpo di grazia ad Euphoria visto che ancora una volta ci hanno proposto vicende prevedibili, ripetitive e poco interessanti nel loro essere già viste.

Il capitolo finale, che appunto è arrivato con molta attesa quest'anno, non è stato altro che la summa di tutti questi difetti ma forse anche qualcuno in più. 

Il tempo trascorso non poteva non avere anche un effetto sulle vicende di Euphoria, ed infatti facciamo fa un salto in avanti, con i protagonisti non più adolescenti, ma giovani adulti che portano ancora i segni delle loro criticità pregresse. Rue (Zendaya, The drama), ancora voce narrante di tutto, infatti è inseguita dai debiti che la sua tossicodipendenza le ha creato, così finirà a lavorare per il potente Alamo Brown (Adewale Akinnuoye-Agbaje, His Dark Materials), proprietario di alcuni strip club. Sotto l'ala di Alamo sembra che per Rue inizi un periodo di maggiore equilibrio, ma si ritroverà in una lotta fra poteri più grandi di lei.

Non se la passano meglio gli altri ex compagni di scuola: Cassie (Sydney Sweeney, Echo Valley) e Nate (Jacob Elordi, Cime Tempestose) continuano ad essere una coppia e stanno per sposarsi. Tuttavia Nate, che gestisce l'azienda di famiglia, è in guai finanziari, e Cassie, ossessionata dalla fama sui social, cercherà di finanziare il suo "matrimonio da sogno" anche tramite OnlyFans.

Maddy (Alexa Demie) ha invece sfruttato la sua faccia tosta per diventare talent manager ma, cercando di fare il passo più lungo della gamba, si ritroverà ad aiutare Cassie con la sua "carriera", seppur con altri intenti.

Lexi (Maude Apatow, Oh. What. Fun.), che è forse è stata sempre la più equilibrata del gruppo, lavora come assistente per una importante produttrice televisiva (interpretata da Sharon Stone), ma la sua carriera stenta a decollare. Lo stesso vale per Jules (Hunter Schafer): studia all'accademia d'arte sognando un futuro in campo artistico, ma nel frattempo, per mantenersi, fa la escort di lusso.

È insomma inevitabile che personaggi dalla gioventù così problematica non potessero che finire in acque molto torbide anche da adulti, ed Euphoria 3 non fa sconti a nessuno, raccontandone il vissuto sempre con un occhi cinico, freddo, ineluttabile e cruento. Droga, violenza, una sessualità sregolata e rapporti umani deteriorati restano centrali nella narrazione, ma qui c'è un grosso cambio di genere.

Sam Levinson non è indulgente con i suoi personaggi, anche quelli che conosciamo appena, e cancella ogni ombra di speranza da questo vaso di Pandora. C'è chi è destinato solo a sopravvivere o perire per le scelte fatte e subite, ed Euphoria in questo senso è sempre stata brava a raccontarci la parte più difficile della nostra società.  

Rue in questo senso è proprio l'esempio perfetto, e credo che il suo percorso in questa stagione sia, fra alti e bassi in termini di prevedibilità, forse quello più interessante, sensato e purtroppo anche giusto per il personaggio che abbiamo conosciuto. Il suo è un po' un arco (non inedito) di cadute multiple e attimi di redenzione, incluso il tentativo di trovare una forma di salvezza in questi ultimi episodi, magari pensando al futuro: ci prova col sacro e col profano, ma per lei non ci sarà pace perché purtroppo è difficile un nuovo percorso per chi ha intrapreso la sua strada.

Ma se abbiamo conosciuto Euphoria come un teen-molto-drama, che rimestava fra gli ambiti peggiori dei nostri tempi, adesso sembra quasi di vedere una sorta di film western, con una grossa vena da thriller crime. Le guerre fra bande e ogni forma di illegalità, fra cui droga e prostituzione, diventano così centrali tanto che i personaggi e i loro intrecci psicologici vengono quasi scavalcati per far spazio a questa narrazione. Questo cambio di genere però non porta, ancora una volta, a quella ventata di aria fresca che ci si aspetta da una produzione così maestosa e pretenziosa. 

Il problema principale è strettamente legato al minutaggio e al ritmo: tutta la parte centrale di Euphoria 3 soffre secondo me di inutili divagazioni, allungamenti, parentesi anche sul passato di personaggi con cui non dobbiamo nemmeno empatizzare. 
Fatemi fare una digressione. Quando parlo di "empatizzare" nei riguardi di contesti così distanti dal mio vissuto non intendo dire che devo tifare per qualcuno o provare simpatia, ma solo capirne le motivazioni e la mentalità. E onestamente non credo fosse del tutto necessario lo spiegone sull'infanzia di Alamo Brown.

Ma anche i nostri personaggi principali finiscono ingolfati in scelte creative dubbie, che vanno ad appesantire la narrazione. Non ho capito ad esempio perché dedicare così tanto spazio a Cassie, e perché così tanta insistenza sul suo corpo indubbiamente bellissimo ma che diventa ingombrante anche per noi spettatori. Siamo secondo me oltre il male gaze, più verso il feticcio. 

Peggio capita a Nate, utile giusto come punching ball di scagnozzi senza scrupoli, e per Jules, che è quasi evanescente sullo schermo.
Questi squilibri a mio avviso non sono però arrivati adesso, in questo finale che poteva soffrire una necessità più fisiologica che artistica, ma sono sempre stati i punti deboli di Euphoria che forse qualcuno, preso dal frastuono e dai colori sgargianti delle prime stagioni, non notava. Qui credo che pesi ancora di più anche quell'ironia quasi grottesca che non si capisce mai se sia voluta o meno, e la colonna sonora di Hans Zimmer, pur col suo spessore, non mi è sembrata azzeccata come quelle che furono di Labirnth.

Non si può negare che l'impatto estetico di Euphoria sia sempre potente, anche se lo stile è molto meno elettrico rispetto a quello degli inizi, così come la bravura di certi attori riesce a farci ingoiare anche le storture della sceneggiatura. Per fortuna abbiamo ad esempio Colman Domingo, che salva il finale troppo trascinato ma comunque impattante. 

In questi anni ho provato ad avvertirvi, sottolineando quegli aspetti che secondo me erano troppo palesi per essere ignorati. Ora che abbiamo un finale secondo me è già quindi devo dire che questa ultima stagione di Euphoria non mi ha stupito in negativo perché in parte temevo o immaginavo sarebbe potuta solo che peggiorare. È un peccato perché l'impressione è sempre stata quella che Sam Levinson avesse urgenza di raccontare certe cose ma non sempre fosse consapevole di come farlo al meglio. 


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