Tutto quello che ho scoperto in Irlanda ☘️



Uno stuolo di lucette, a tratti scomposte, a tratti lineari ed ordinate come le gambe di un bruco. Un reticolato che sembrava infinito, e poi il buio.
Così lasciavo la mia Sicilia pronta ad andare a letto, e mi dirigevo verso un luogo in cui stavano già dormendo: l'Irlanda.
L'isola di smeraldo non era in vetta alla classifica dei posti che avrei voluto vedere se fosse stato il mio ultimo giorno sulla terra, eppure questo viaggio aleggiava nell'aria da tempo, ci ha presi l'entusiasmo, la voglia di cambiare e staccare, e Dublino è stata.
A darmi il benvenuto non è stato un bel vichingo, ma un messaggio di Iliad che mi avvisava della mia tariffa all'estero. A proposito, ovunque mi sia mosso in Irlanda, Iliad ha funzionato abbastanza bene, con una connessione scorrevole e una discreta copertura.



Il mio arrivo a Dublino è avvenuto che la mezzanotte era passata da un pezzo, ed ho subito scoperto che, nonostante sia una grande città, i mezzi di trasporto smettono di circolare intorno alle 23 ed avrei dovuto arrabattarmi in altri modi. Così ho accettato che l'host del nostro airbnb mi recuperasse all'aeroporto, anche perché non intendevo restare lì con il rischio di non superare la notte.
La nostra casa non era molto distante e un comodo letto mi stava aspettando. 
Il giorno dopo avremmo scoperto la città e avevo bisogno di riposare, e ci ho provato, anche se il mattino dopo il mio cervello era già attivo molto presto.
D'altronde l'idea era quella di mettere in atto il mio itinerario che come un piano di attacco militare avevo certosinamente preparato. Tuttavia, il caso ci ha guidati per le strade di Dublino.
Abbiamo attraversato Henry Street, la via degli acquisti, incrociando O'Connell Street e lo Spire, questo mega pennellone di metallo alto 120 metri, che molti odiano e non capiscono, ma che io, pur non capendolo, ho trovato affascinante. E se avete il senso dall'orientamento di un criceto cieco, vi aiuterà molto a trovare la via.



Mi aspettava una nuova conoscenza e una colazione che avrei potuto smaltire solo tornando in Italia a piedi, ma non è mancato comunque il terreno da calpestare. Ogni via di Dublino ha un suo senso di bellezza: dall'imponente freddezza del City Hall a Dame Street, fino ai colori caldi di South Georges Street.
I tempi iniziavano già a dilatarsi, la chiacchiera era piacevole ma dovevamo mettere in atto il mio micidiale percorso.
Ci siamo diretti verso il Dublin Castle, ma era un peccato sprecare un clima perfetto per entrarci, quindi abbiamo rimandato la visita ad una data che purtroppo non ha mai avuto luogo. Proprio lì accanto al castello c'è la Chester Beatty Library, e il lussureggiante e verdissimo prato del Dubh Linn Garden che dirimpetta il The Coach House.



Una svirgolata per la Christ Church Cathedral, nel suo splendore medievale, ci allontanava dal St. Patrick’s Park, che avrei voluto passeggiare, ma i nostri piedi ci hanno portato verso il famoso Temple Bar, già tutto addobbato a festa, dove ci saremmo forse fermati di più se non avessimo incontrato giulivi turisti italiani (no, non eravamo noi) che volevano farsi foto in pose incomprensibili con la scusa che tanto "non ci conosce nessuno".


L'idea di perdersi per i vicoli di Dublino ha funzionato per un po', e l'assurdità è che in una diretta parallela di una via centrale puoi imbatterti in una traversa di quelle desolate e degradate, dove ti viene voglia di stringere a te la borsa e iniziare a correre; dopo aver raggiunto l'Ha' Penny Bridge, "più che 'l dolor poté 'l digiuno" e quindi ci siamo diretti ancora una volta a mangiare.
Il cibo in pratica è stato il perno della nostra vacanza. 
No, non ci siamo soffermati al birrificio Guinness ché tanto non ce ne importava nulla, e nel pomeriggio ci siamo spostati verso il gigantesco Phoenix Park. Uno sconfinato parco verde, in cui abbiamo trovato persino un roseto stranamente resistente alle condizioni climatiche, e in cui in teoria ci sarebbero dovuti essere dei cervi. Tuttavia il sole stava tramontando, di cervi non c'era nemmeno l'ombra e il vento freddo non smetteva di tirarci pugni, quindi abbiamo battuto la ritirata.
Mi aspettavo che l'aria irlandese fosse fredda e frizzante, anzi mi aspettavo temporali che mi avrebbero fatto tornare a nuoto in Sicilia, ma non immaginavo che il vento potesse essere l'avversità meteorologica di maggior peso. 


Muoversi a Dublino è semplicissimo (a meno che non sia notte): dai bus, al tram (la Luas), ai treni, si arriva un po' ovunque e basta fare la Leap Card, in aeroporto o in alcune stazioni o persino, come ho fatto io, in una sorta di ricevitoria, che è una carta prepagata che vi farà da biglietto e costa di base 5 euro (di cauzione). Ci caricate sopra quanto denaro volete e ogni volta che dovete prendere un mezzo pubblico vi basta avvicinare la card al dispositivo, e vi vengono scalati i soldi della corsa. La Leap Card conviene, perché ogni volta che la sfruttate vi fanno uno sconto sul costo del biglietto. 
Il giorno seguente, dopo una mattina in cerca di informazioni, ci imbarchiamo per la super glam Grafton Street, anch'essa allestita a festa, passando davanti al Trinity College. Se pensavate che fosse in Inghilterra, vi siete sbagliati tanto quanto me. In un angolo nascosto, in fondo ad una traversa, ci è apparsa la St Ann's Church, ma non era il momento di fermarsi.



Il nostro obbiettivo era un altro e la pioggia ci ha fatti vacillare, ma è durata così poco che non ci siamo arresi e siamo andati avanti. Alla fine di Grafton Street ci aspettava un pezzo di paradiso: il St Stephen's Green. Un parco bellissimo, che, con la complicità della luce del tramonto, mi è parso magico, pacifico, quasi come se non appartenesse ad una città, ma si trovasse lì per caso per trasportare in un luogo incantato chiunque vi entrasse.



La parte di Dublino nella zona di St Stephen's Green mi ha dato delle vibe diverse, forse per via delle strade più ampie, degli edifici più grandi, ma è stata una sensazione momentanea una volta ripresa Grafton Street per tornare a casa. Sulla strada di ritorno, complice la ricerca di un posto caldo dove ricaricare le pile, sono entrato per la prima volta da Starbucks e no, non è stata una bella esperienza.
Ma Dublino non è solo una meta ma anche un punto di partenza, nel mio itinerario infatti c'erano anche altri luoghi da visitare e la giornata soleggiata ci ha aiutati. La soluzione più facile ed economica è stato scegliere un tour organizzato (GraylineIreland per l'esattezza), e dopo aver superato le verdissime autostrade irlandesi fatte di colline su cui pasteggiano varie specie di caprini e bovini, e dopo aver superato il panico scatenato dalla simpatica guida che ci ha chiesto i passaporti o saremmo stati considerati immigrati, siamo arrivati in Irlanda del Nord, a tutti gli effetti Regno Unito.
Le cabine sono rosse e non accettano i nostri euro, quindi portatevi la carta di credito.
In realtà le mie manie di controllo avevano già fatto il loro dovere: ben prima di partire sapevo che non sarebbe servito il passaporto, ma sul bus la paura era palese.
Dopo aver attraversato velocemente la città di Belfast, affascinante ma cupa con la sua storia ancora recente e conflittuale, siamo arrivati al Dunluce Castle. 



Nonostante ne sia rimasto poco più che lo scheletro rimpiango non aver avuto l'opportunità di poterci avvicinare e visitarlo dall'interno, cantando la sigla di Game of Thrones, ma devo dire che anche da lontano l'impatto è spettacolare.
Di fretta ci siamo subito diretti verso un'altra zona che sognavo da prima che fossi sull'aereo per arrivare in Irlanda: il selciato del gigante.
Leggende e racconti si intrecciano in uno dei luoghi più strani in cui sia forse mai stato: queste colonne di basalto dalla forma geometrica che nemmeno un artigiano saprebbe cesellare. Magnifico nonostante la quantità di turisti per cui è impossibile fare una foto facendo finta di essere soli, e nonostante il fischietto delle guardie che avvisano i più incauti affinché non si sfracellino sulle coste irlandesi.



Poco più avanti ci aspettava una delle attrazioni che forse tutti stavano aspettando ma io un po' meno, cioè il ponte di corda di Carrick-a-Rede, sospeso a 30 metri di altezza e che unisce la terra ferma all'isola di Carrick. Un isolano che va in un isola per attraversare un ponte ed arrivare su un isola. Non avevo paura, ma non ho guardato sotto perché le mie gambe non sopportavano molto le oscillazioni del ponte. Ho un po' invidiato chi riusciva a farsi la foto in mezzo al ponte, nonostante le oscillazioni appunto, e nonostante la fila interminabile.
Rientrati dalla vibrante traversata, ci siamo spinti di nuovo verso sud dove avremmo percorso le Dark Hedges, che di "dark" avevano ben poco visto che una bellissima e calda luce del tramonto filtrava fra i nodosi rami regalandoci una atmosfera quasi romantica.
Insomma, l'inverno sarà arrivato ma non alle Dark Hedges.



Il ritorno in serata a Dublino significava solo una cosa, ovvero che il giorno dopo avremmo dovuto lasciare la città e le sue contraddizioni, per spostarci nella seconda meta del nostro viaggio, Cork.
Le mie aspettative su Cork erano tiepide, lo ammetto, ma avevo comunque preparato un itinerario con le mete più quotate. Ma le reticenze si sono prosciugate in poco tempo, ho trovato il suo fascino in questa cittadina che di angoli interessanti ne ha parecchi, legati ad una storia antica. Inoltre l'atmosfera era decisamente meno urbana e più familiare. Certo, l'acqua continuano a vendertela fredda e servirtela con ghiaccio e non capiscono il concetto di "room temperature", ma i volti mi sono sembrati più gentili e disponibili, meno di fretta. Se ve lo steste chiedendo, sì, la Leap Card comprata a Dublino, vale anche a Cork, e in tutti quei posti coperti dal servizio. Non serve quindi comprarne un'altra.



Certo, non è stato facilissimo sin da subito, visto che il nostro airbnb si trovava a Glanmire, e non era propriamente facilissimo da raggiungere, al punto che il nostro arrivo in serata ha spinto il nostro host a venire a recuperarci in centro in auto. Inoltre il clima, seppur più gentile e mite verso le nostre membra, stava iniziando a cambiare e la pioggia si è fatta un po' più insistente. Ma non è riuscita a fermare i nostri passi, e così passando dalla Saint Fin Barres’s Cathedral, più bella dietro che davanti, col suo labirinto che non avrebbe confuso nemmeno una formica, all'English Market pieno di odori ché se fossi una sciura irlandese ci avrei fatto la spesa, fino all'Elizabeth Fort che offre un panorama un po' più alto sulla città.



Ma anche a Cork la casualità ha avuto la meglio. Nel primo pomeriggio infatti ci eravamo spinti nei pressi della Cathedral of Saint Mary and Saint Anne e la chiesa anglicana di Sant'Anna, Shandon, che sì, ha un pesce in cima al campanile, ed avevamo subodorato cosa sarebbe successo qualche ora dopo, ma senza alcuna certezza.
Fattasi sera eravamo decisi a concederci finalmente la tanto famosa birra irlandese in un pub, ma nemmeno il tempo di sederci e lamentarci del caos, ci siamo ritrovati catapultati in una tipica parata di Halloween con tanto di gente in maschera e mostriciattoli di vario tipo.


Ma la festa è durata poco perché il giorno dopo un altro tour organizzato (questa volta con Paddywagon) di buon mattino ci avrebbe portati in uno dei posti che mi si è legato al cuore.
Abbiamo attraversato ancora una volta l'autostrada e i suoi campi sconfinatamente verdi, dove qui e lì si nota qualche casetta deliziosa, e siamo giunti a Limerick, luogo in cui però non ci siamo soffermati e credo ancora sia necessario tornarci.
Continuando verso il villaggio di Doolin siamo finalmente giunti alle Cliffs of Moher.
La magnificenza della natura che si palesa in un modo così spontaneo e imponente che sovrasta tutto, così potente che sembra contenere l'intero Atlantico. Se chiudo gli occhi sento ancora il vento che pettina l'erba verde, il ruvido delle pietre di recinzione e il sole che batte sulla scogliera. Mi è rimasto stampato sulle retine ogni dettaglio di quel luogo dove l'uomo sparisce, così come la parola, e si palesa solo una forte energia.
Ho pianto.



Le Cliffs of Moher hanno principalmente due strade percorribili dai turisti, entrambe sottili, scivolose e un po' rischiose in quanto a margine della scogliera, tanto che qualcuno durante la nostra visita è stato recuperato in elicottero. A me è piaciuto più il sentiero verso destra, passando dall'O'Brien Tower, a cui non ho corso intorno ché la iella mi è amica, ma ovunque andrete non si può non restare a bocca aperta.
L'ultima parte interessante ed altrettanto suggestiva del nostro tour è stato il Burren, questa antichissima distesa di rocce calcaree gigantesche che si spaccano fra l'una e l'altra, che ci ha riportati un po' alla mente il Giant's Causeway, ma era decisamente più sfollato di turisti e fischietti, e più stabile sotto i nostri piedi. Il resto dei giri è stato un po' troppo frettoloso, ad esempio il Bunratty Castle e il King John's Castle lungo il fiume Shannon, e ce ne è rimasta solo una immagine un po' troppo lontana per godersela, ma sicuramente piacevole da ricordare.


Il nostro tempo in Irlanda stava per terminare, così l'ultimo giorno abbiamo deciso di goderci un po' Cork per l'ultima volta, ci siamo concessi un'altra colazione da The Oliver Blunkett (sì, siamo vecchi per andare nei pub a far baldoria, preferiamo una fetta di torta), e poi alla Crawford Art Gallery, un po' piccola ma carina.
Il resto della mia giornata avrebbe concluso un viaggio unico, lungo, ricco, emozionante e con ancora tantissimo da scoprire. Nel mio ritorno ho avuto la fortuna di lasciare la pioggia a Cork e dare ancora un'ultima occhiata a Dublino prima di volare a casa.

L'Irlanda mi ha lasciato a bocca aperta come una magia senza giochi di prestigio, mi ha fatto sgranare gli occhi seppur mi sembrava di sognare. Mi ha lasciato tante cose nella testa, nel cuore, negli occhi e sulla punta delle dita. Ha preso i miei piani e li ha resi reali nel migliore dei modi possibili, e al tempo stesso li ha smontati e trasformati. L'Irlanda è stata una scoperta ed una sfida che ho superato ma che è impossibile vincere, perché è un luogo così forte che non si può assorbire o combattere, ma si può solo vivere.




{Recensione Film 🎥🎬}
Perché A Star is Born sta piacendo anche se doveva essere un flop! 🤔

Più chiacchierato della linea skincare di Paris Hilton, con guadagni quasi alti quanto Cristiano Ronaldo prima che lo denunciassero di molestie, A Star is Born (2018) sta piacendo molto, ed ha saputo attirare l'attenzione, anche la mia.

A star is born film recensione

La storia romantica, gli attori gigioni, le interviste, Lady Gaga che recita, e i red carpet, e la colonna sonora strappamilanima, sono tutti aspetti che hanno ha fatto parlare del film in lungo e in largo, e si chiacchiericcia anche di un Oscar. Ma mi son chiesto, perché? Cosa sta facendo discutere così tanto? Qual è il potenziale di questo film? Quali qualità così magnifiche nasconde?

La storia

A Star is Born recensione film

L'intreccio narrativo di A Star is Born è stato strizzato nel corso del 1900 in svariati modi, dai film ai musical, in più riprese partendo dagli anni '30.
Ally fa infatti la cameriera, o una cosa del genere perché nel film non si capisce bene, e a tempo perso si dedica alla sua più grande passione: il canto. Ed è anche bravina, solo che a notarla è soltanto un pubblico ristretto, drag queen incluse, di un locale di periferia.
Un giorno però la stella di Ally comincia a brillare: durante una serata in questo piccolo night club conosce Jackson Jack Maine, un famosissimo musicista rock. Da questo incontro nascerà una storia d'amore travolgente ma tormentata, che darà una svolta all'intera esistenza della ragazza. Jack infatti soffre di varie dipendenze per via di un passato poco piacevole.
È un po' la storia di una moderna Cenerentola, che dal nulla, più che una principessa, diventa appunto, una stella della musica. Quindi sì, una roba romantica, ma devo dire non proprio stucchevole da romanzetto Harmony.


Una storia che però, per me, è stata lievemente noiosa e poco centrata. Viene spalmata in due ore di film quando i fatti si potrebbero ridurre in molto meno. Tutto lo sviluppo sia dei personaggi che delle vicende che fanno muovere, avviene in modo frettoloso e freddo.
Inoltre non si capisce chi sia l'effettivo protagonista perché il personaggio di Ally prende, fino a metà circa del film, buona parte dell'attenzione, poi sembra che di colpo si ricordino che esiste anche Jack, ed iniziano a dargli maggiori spazi. Da quel punto in poi il tempo si dilata, Ally viene abbandonata ad un destino non ben identificato e che noi non conosciamo, e nel frattempo viviamo nelle difficoltà di Jack.
Per quanto però queste difficoltà, e questo rapporto fra i due, abbia un epilogo drammatico, personalmente mi sono ritrovato trovato fuori dalla storia.

A Star is Born lady gaga

Mi son reso conto che alla fine ho semplicemente assistito allo scorrere di eventi che non mi hanno coinvolto, perché hanno uno sviluppo didascalico: accade questo, questo e quest'altro, ma in mezzo non si capisce cosa ci sia. Manca l'anello di congiunzione e tu sai che la storia va in una determinata maniera, un po' perché te lo aspetti, un po' perché è inevitabile.
Quale può essere questo anello di congiunzione? Le emozioni, ovviamente. Ma qui vengono vissute in modo un po' strano. Vi faccio un esempio: Jack una sera invita Ally a cantare sul suo palco di fronte a migliaia di spettatori (in teoria) e soprattutto a cantare una canzone scritta da lei. E vedendo che la ragazza non si muove, inizia lui il pezzo. Ora, sarò strano io, ma questo a me sembra orrendo perché:
  1. non puoi prendere una mia canzone e farla tua come nulla fosse. Chi sei? Chi ti conosce?!
  2. non puoi farmi una piazzata in cui mi obblighi a cantare davanti a un sacco di gente quando non l'ho mai fatto e potrei non essere preparata (lei stessa dice di essere in ansia a cantare le sue canzoni).
Comunque tutta questa scena è gestita proprio male, anche in termini di regia, noterete che qualcosa non va proprio. La cosa comica è che poi Ally avrà problemi a cantare in sala di registrazione, praticamente da sola, e si sentirà bloccata, tanto che Jack le suggerisce di usare un pianoforte per sentirsi più a suo agio e superare l'impasse.
Ok.

A Star is Born opinioni

Il punto di forza della struttura di A Star is Born secondo me è la musica, che oltre ad essere piacevole, è stata ben inserita e distribuita durante la lunghezza del film in modo calibrato e poco ammorbante. Purtroppo, per quanto mi riguarda, la parte più importante del film, ovvero il legame fra i due protagonisti e delle loro storie, mi è parso elaborato male, in modo poco coinvolgente e poco comprensibile dal pubblico. La gestione dei tempi è strana, sia all'interno del film, che per noi che lo vediamo dall'esterno. 

Bradley Cooper/Jackson Maine

Che Bradley Cooper sia un attore discretamente bravo lo sapevamo tutti, non sapevamo (o per lo meno io non lo sapevo) che fosse un bravo cantante. Ma non lo avevamo visto nelle vesti di regista. O per lo meno, ci prova per la prima volta, ci riesce, ma sinceramente non benissimo.

A Star is Born

Come vi dicevo la storia ha una gestione dei tempi un po' dispersiva in certi punti, un po' troppo accelerata in altri, con la conseguenza che anche il coinvolgimento ne risente. Alcune parti sono un po' scattose e alcune inquadrature strane. I personaggi e le loro emozioni vengono poco evidenziati, a parte qualche bel primo piano di Bradlerone Cooperone nostro. La cosa peggiore è stata una scena alla fine che avrebbe dovuto rappresentare il momento massimo, ma è stata montata con un taglio così netto che pensavo di essermi appisolato per un attimo. In generale, vi renderete conto che non è una regia fluida, anche a chi come me non ha un occhio propriamente allenato in questo senso.
Quanto al ruolo di Jack, sinceramente mi è parso ripetitivo, non ha nemmeno un attimo di effettiva luce, nemmeno quando finalmente conosce Ally e sembra che tutto vada bene.
Ma posso dire che sinceramente non ho capito cosa tormenti quest'uomo? Ok, ha avuto un passato difficile, ma piuttosto che provare a superarlo sembra che lui stesso vada a cercarlo. Non so quanto si possa empatizzare con una persona vittima di se stessa, che ha tra l'altro, non solo l'opportunità di scegliere un altro percorso, ma ha avuto anche l'opportunità di capire come si possa essere migliori.
Insomma, a fare i belli e dannati giusto perché fa figo, sono bravi tutti.


Lady Gaga/Ally 

A Star is Born film recensioni
"Non lo voglio vedere questo film"

Sicuramente la presenza di Lady Gaga in A Star is Born ha attirato l'attenzione, essendo anche il suo primo film, ma devo dire che anche qui non ci siamo. 
Il personaggio di Ally secondo me è sviluppato male: avrebbe l'opportunità di essere sfaccettato e profondo, ed anche potente perché non è la classica ragazzetta che si strappa i capelli davanti alla rockstar, o l'arrampicatrice sociale che trova il modo di far soldi. Sembra crederci davvero, sembra mossa da una passione reale e profonda, e in generale una tosta, ma non si capisce molto altro. Dalla ragazza acqua e sapone, con dubbio gusto nel fatto di vestire, la trasformano in una sorta di Ariana Grande dei primi tempi, che sembra aver pescato abiti a caso dall'armadio di Brenda Walsh.

Immagine correlata

Lady Gaga di per sé sarebbe perfetta per il ruolo, tanto da sovrapporsi quasi ad Ally: bellissima voce, calda, risonante (ascoltate le vocali aperte che fanno il suono più pieno) ma è una donna che non rispecchia i canoni della bellezza classica da copertina, e che magari ha dovuto creare un personaggio stravagante per poter emergere. 
Il problema è che, oltre a non essere una attrice, quindi a non avere quella mimica sviluppata da potere rendere bene un personaggio, non ha la freschezza secondo me per prendere la parte di Ally. Non consideratelo come age shaming (o meglio, se lo fate vi sbagliate), ma Lady Gaga dimostra più dei suoi anni, il botox e i vari filler le rendono il viso teso, indurito, e a volte poco espressivo. Capisco perché comunque scegliere lei anche in relazione a Bradley Cooper che non rischia di sembrarne il padre, ma Ally me la immagino un po' più acerba, con quella sicurezza un po' sbruffona di chi è giovane e incosciente.

A Star is Born meme
"Ti ho fatto una puzza in auto. Ciao bello"
Quasi preferivo Gaga in American Horror Story, dove questa espressività un po' fredda si addiceva al personaggio.
Quindi sia per come viene posta gestita all'interno del film, sia per come viene proposta da Lady Gaga, questa Ally non mi ha convinto. Mi sembra in tutti i sensi uno specchietto per le allodole: un grande nome che fa parlare, associato ad un personaggio che ti attira per buona parte del film ma che poi viene rimesso nella scatola. 

A Star is Born per me è un film non riuscito bene: la storia funziona poco, l'intesa fra i personaggi è più intermittente delle lucette di Natale, e l'emotività viene compressa obbligandoci a vedere solo da una ottica, che non risulta nemmeno interessante, ma piatta e ridondante. Se c'è, non ho colto il messaggio che voglia mandare, se non quello di raccontare uno spaccato di vita e la fortuna di una ragazza di essere al posto giusto, al momento giusto.
L'unico appiglio è la musica, un misto di rock, pop e folk che piace un po' a tutti, ma per il resto no, non lo so perché A Star is born stia piacendo così tanto nonostante dovesse essere, almeno per me, un quasi flop. 


Genere: drammatico, musicale, sentimentale
Durata: 135 minuti
Regia: Bradley Cooper
Uscita in Italia:  11 Ottobre 2018
Paese di produzione: Stati Uniti
Voto 5


|Beauty Cues|
Promossi e Bocciati Settembre '18 | Tutto molto interessante e un bocciato che mi è piaciuto!

Ormai è assodato che le recensioni dei miei prodotti promossi e bocciati arrivano sempre in ritardo, ma l'importante è che arrivino anche perché questa ho terminato un po' di cose a mio avviso interessanti, che ho molto apprezzato, al punto che mi è piaciuto pure il prodotto che boccio!

Phytorelax Bio - Detox Charcoal Detergente Viso SOS Detox 

Phytorelax Bio - Detox Charcoal Detergente Viso SOS Detox

È stato il mio detergente viso per tutta l'estate e mi ha accompagnato pure per questo periodo di primi freddi, e io l'ho amato in ogni circostanza.
Il Detergente Viso SOS Detox di Phytorelax fa compagnia al latte detergente e alla maschera viso in una gamma di prodotti viso che sfruttano le proprietà detossinanti e purificanti del carbone vegetale di bamboo di cui sono arricchiti. Il detergente è un gel liquido con un lieve colore grigio dato appunto dalla polvere di carbone, per questo va shakerato prima di ogni utilizzo, ma fra gli attivi aggiunti fra gli ingredienti fanno la loro bella presenza il succo di aloe e l'olio di ylang ylang, che oltre a proprietà aromaterapiche, ha una azione addolcente sulla pelle, e i flavonoidi da fiori di pesco, un estratto che 
"aiuta a proteggere la pelle dall'esposizione quotidiana dell'inquinamento atmosferico"


A proposito della profumazione, per il mio naso è fresca, delicata, floreale, e molto piacevole. Vi dico subito che ho litigato un po' con l'erogatore perché, almeno il mio, è un po' scattoso e tende a sputare il prodotto con un getto diretto, ma nulla di drammatico come potrebbe sembrare perché basta cercare di placare il getto con la mano ed è fatta; tra l'altro è riuscito ad acchiappare il gel fino alla fine, quindi è funzionale.
Nonostante la lieve colorazione grigia, una volta che andrete a massaggiare sul viso il Detergente SOS Detox non vi trasformerà in allegri spazzacamini, ma creerà una schiuma bianca, morbida e leggera, e la magia è fatta. 
"La pelle del viso appare intensamente pulita e purificata da tracce di inquinamento ed eccesso di sebo, preservandone l’equilibrio cutaneo."
Questa è la descrizione che dà Phytorelax e francamente non saprei come spiegarlo meglio.



Ma fatemi fare un passo indietro: vi ho detto che ho usato questo detergente per il viso per tutta l'estate ma non ho detto che per i primi mesi, quando la mia pelle risentiva ancora gli sbalzi di temperatura ed era ancora più tendente al secco, l'ho usato solo la sera, alternandolo ad altro, mentre nel cuore dei mesi caldi quando la mia pelle tendeva ad essere mista era diventato il detergente a cui ricorrevo sia mattino che sera. In ogni situazione però il detergente viso Detox Charcoal ha saputo pulirmi bene la pelle, lasciarla fresca, luminosa, eliminando le tracce di sebo, senza però aggredire la pelle.
È in grado di rispettare l'equilibrio di tutte le zone del mio viso e le diverse condizioni di pelle. Certo, probabilmente non è il prodotto per la detersione che sceglierei nel pieno dell'inverno, specie da utilizzare da solo, ma credo che un po' tutte le tipologie di cute ci si possano trovare bene.



È vero che si sciacqua via molto facilmente e non mi brucia sulla zona oculare, ovviamente prestando attenzione a non farlo finire dentro gli occhi.
Aggiungo che, se come me usate i dispositivi per la detersione del viso come la spazzolina Sonic Chromo System di Collistar, o quello di Silvercrest, lo amerete anche voi.
Quindi il detergente Viso SOS Detox di Phytorelax supera il concetto di promozione e passa ai preferiti di quest'anno almeno nella sua categoria. 

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Non ho nominato la spazzola viso di Collistar per puro caso, ma anche perché ho dismesso una delle testine pulenti che avevo acquistato lo scorso Maggio.


Ho notato che questa volta, secondo me, la testina è durata meno, o meglio mi è parso che iniziasse a rovinarsi, a diventare un po' più ispida, prima rispetto alla testina che era originariamente nel kit del Sonic Chromo System. Sarò impazzito? Il complottismo galoppa? Non so, però vi posso dire che anche le testine di ricambio sono saggiamente vendute con il coperchio per ripararle dalla polvere. 
Ne avevo un'altra già di scorta, ma al prossimo 20% di Collistar ne prenderò altre.

Sempre tra i terminati, visto che siamo, ho terminato un'altra confezione di Salviette Umidificate Milleusipiu’ Fresh Energy di Fria. 



Le avevo già recensite qui, per cui non mi ci dilungo. Credevo che col tempo avrei cambiato marchio, ma in verità fanno il loro dovere, sono spesso in offerta, e soprattutto non si seccano in poco tempo per cui sono perfette per le mie esigenze e le ho già ricomprate. 

Dopo l'esperienza positiva ma non super esaltante con il dentifricio al Limone, ho dato una chance anche al collutorio di Officina Naturae ed effettivamente mi ci sono trovato decisamente bene. Se ricordate avevo provato la variante alla Menta (qui la review), ed ho voluto provare questo collutorio gusto Limone che mi è piaciuto ancora di più.
Come tutti i collutori anche questo di Officina Naturae è rivolto a perfezionare l'igiene orale ed ha un INCI molto semplice in cui spicca appunto l'olio essenziale di limone. La stessa azienda dice
"A base di ingredienti biologici e di origine vegetale. Aiuta a trattare e prevenire i problemi legati al deposito della placca dentale e del tartaro. Mantiene intatto l’equilibrio fisiologico delle mucose.
Completa e migliora la corretta igiene orale quotidiana, con la sua spiccata azione balsamica e astringente, grazie alla presenza di oli essenziali biologici."
E dal canto mio, posso dirvi che effettivamente va a migliorare l'igiene orale, lascia la bocca leggera e non impastata o con un retrogusto poco gradevole. Il gusto del limone si percepisce bene ma è ben bilanciato, è naturale, piacevole ed azzeccato; Officina Naturae dolcifica i collutori con stevia ed in effetti il sapore è delicatamente dolce ma è impossibile che diventi stucchevole.


Certo, se siete fan dell'effetto menta glaciale non fa per voi perché non ha una freschezza ed una intensità così elevata. È più adatto a palati delicati.
Sapete che faccio degli sciacqui con il collutorio anche al mattino prima di bere o mangiare (ed avere rapporti sociali) e il sapore non mi ha dato alcuna strana sensazione.
Quello che lo rende secondo me un passo avanti alla variante alla Menta è che non avverto quel sentore alcolico che mi obbligava a diluirlo sempre. Nel caso del Collutorio ecobiologico al gusto Limone non mi sembra un passaggio obbligato, e posso usarlo tal quale.
Quindi sì, lo riacquisterei e credo che Officina Naturae abbia creato un prodotto un po' diverso da quel che si trova sul mercato.

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Organic Shop Body Dessert Banana Milkshake Crema Corpo Riparatrice Banana



Un altro promosso che mi ha accompagnato per diverso tempo è stata questa crema corpo alla banana di Organic Shop. 
Sì, non ci giro intorno, profuma di banana e lo fa in modo meraviglioso. Basta aprire il barattolo e si viene letteralmente travolti da questo aroma ottimo. È una fragranza dolce, ma non stucchevole, sembra proprio una crema fatta con il frutto e io avverto anche un accento vanigliato; purtroppo, nonostante sia una profumazione abbastanza decisa, non permane molto sulla pelle, ma è un piacere spalmarsela. 


Oltre alla fragranza, ciò che rende piacevole questa crema è la consistenza: ha una bella densità, corposa e ricca, ma non risulta grassa o untuosa e la scia bianca è quasi assente. Inoltre si assorbe con facilità. 
In questa cremosità Organic Shop ha inserito diversi ingredienti nutrienti come
"L'estratto di banana bio previene la pelle secca e screpolata; l'olio di avocado biologico fornisce nutrimento intensivo che aiuta a stimolare i processi naturali di rinnovamento della pelle; l'olio di macadamia e la vaniglia organica donano elasticità alla pelle e aiutano a ridurre le smagliature."
 in più, oltre ad emollienti, contiene anche burro di karité e olio di semi di albicocca, quindi degli ingredienti nutrienti. La mia opinione sul Body Dessert Banana Milkshake è positiva. Devo dire che fra la scelta degli ingredienti e la consistenza soda, mi aspettavo una crema con un potere idratante e nutriente al limite del paranormale, in realtà svolge egregiamente la sua funzione, ma la trovo adatta a pelli da normali a secche, come d'altronde è la mia.



Come vi dicevo, l'ho utilizzata per un lungo periodo di tempo, inclusi alcuni giorni d'estate, anche se, nonostante non la risudassi, quando era più caldo, per me era un po' troppo pesante. Quindi sicuramente l'ho apprezzata molto in un periodo come questo con un clima mite.
L'aspetto che più invece mi ha stupito di questa crema corpo di Organic Shop è la setosità e la morbidezza che regala, forse la qualità più evidente sulla mia pelle, ed anche quella che perdura di più nel corso delle ore. D'altronde questa è la caratteristica che anche la stessa azienda vanta, per qui siamo in linea.




Nonostante la grande quantità e il profumo particolare il Body Dessert Banana Milkshake di Organic Shop non mi ha stancato (ed io sono uno che si annoia parecchio), tuttavia non credo lo ricomprerei a breve, anche perché il brand ha tantissime varianti di queste creme corpo, per cui per una mera questione di curiosità, ma è certamente un prodotto particolare fra i brand ecobiologici.

INFO BOX 
🔎 Bioprofumeria, Online
💸 €13.25
🏋 450ml
🗺 Made in EU
⏳  12 Mesi
🔬 //
💓⇒ 🌸🌸🌸🌸🌱

Schmidt's Natural Deodorant Bergamot + Lime Stick



Avevo sentito meraviglie sui deodoranti Schmidt's e volevo provarli anche io, specie perché non avevo mai utilizzato un deodorante a base di bicarbonato. L'azienda americana produce diverse referenze e i loro deodoranti sono disponibili sia in stick che in barattolino, anche se io, per comodità ho scelto il primo formato, disponibile in due pesi. 
Il deodorante Bergamot + Lime in particolare, essendo in stick, si presenta come una pasta compatta, composta appunto da bicarbonato che agisce da antiodorante, ma anche da una polvere particolare, che è la fecola di maranta o radice freccia, che ha proprietà addensanti e assorbenti (e viene utilizzata anche in cucina). La componenti che legano queste polveri sono alcuni oli, burri e cere, come quello cocco, jojoba e karitè. 
La profumazione che ho scelto ha ovviamente delle note agrumate abbastanza intense e direi pure persistenti. 
I deodoranti Schmidt's vantano alcune caratteristiche interessanti come 
  • neutralizzare l'odore e a mantenerti fresco
  • Profumato con oli essenziali; nessuna fragranza artificiale
  • Privo di alluminio, glicole propilenico, parabeni e ftalati
  • Sensazione non grassa, non appiccicosa 
  • Facilmente assorbito; l'applicazione richiede solo una piccola quantità
E io mi ritrovo anche d'accordo con quanto dichiara l'azienda: nonostante la consistenza asciutta e compatta si stende molto bene sulla zona, e si fonde col calore della pelle, senza ungere o sporcare eventualmente gli indumenti. Ed ha una ottima durata: anche nelle giornate più calde, perché l'ho utilizzato anche durante il periodo più torrido, e su di me regge alla grande, sia nel controllo dei cattivi odori, sia nella traspirazione. 



Non va a bloccarla ma mantiene la zona più asciutta. Il problema è che, nel mio caso, è fin troppo asciutta, al punto che questo deodorante Schmidt's mi va a seccare la pelle e, conseguentemente, crearmi rossori in modo anche importante. Ho notato che la situazione era più problematica quando la sudorazione è più abbondante, quindi nel periodo caldo, come se creasse una cattiva interazione fra sudore e deodorante. Su Instagram mi hanno consigliato (scusa non ricordo chi, se stai leggendo) di applicare un po' di crema corpo idratante e poi il deodorante Schmidt's, ma la cosa su di me non ha fatto particolare differenza. L'unica soluzione è stata utilizzare questo prodotto soltanto una o due volte la settimana e alternarlo ad altro. Quindi un utilizzo sporadico e non quotidiano come con qualunque antiodorante. 
Il Natural Deodorant Bergamot + Lime di Schmidt's è ottimo, funziona, ha un buon profumo, essendo in stick è anche pratico, ma la reazione irritativa che ho avuto, pur non avendo una particolare sensibilità, me lo fa bocciare e non lo riacquisterò. Fortunatamente il formato più piccolo consente di provarlo senza sprechi, per cui vi direi di provarlo. 

INFO BOX 
🔎 Bioprofumeria, Online         
💸 €3.99
🏋 19.80gr/92 gr
🗺 Made in USA
⏳  12 Mesi
🔬 Cruelty Free
💓⇒ 🌸🌸


I miei promossi e bocciati di Settembre si concludono, ma fatemi sapere se voi invece non avete problemi con il deodorante Schmidt's e se vi attira qualche prodotto in particolare!




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