Perché Fair Play, il nuovo film con Phoebe Dynevor, riesce solo a metà in tutto

Incuriosito dalla presenza di Phoebe Dyvenor, alla sua prima prova attoriale dopo Bridgerton, ho deciso di dare una chance a Fair Play, disponibile su Netflix dal 6 Ottobre, in cui interpreta Emily, una giovane donna che è segretamente fidanzata col suo collega Luke (Alden Ehrenreich). Entrambi infatti lavorano in una società di investimenti, e le regole dell'ufficio vietano che vi siano rapporti interpersonali fra i dipendenti, e quindi i due sperano in un avanzamento di carriera per poter finalmente uscire allo scoperto. Emily e Luke sono innamoratissimi ed hanno un affiatamento ed una energia da far invidia, ma quando solo Emily riuscirà ad avanzare nel lavoro, allora le cose si incrineranno e scoppierà il caos nella loro vita.



Genere: drammatico, thriller
Durata: 113 minuti
Regia: Chloe Domont
Uscita in Italia: 6 Ottobre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America

Metto subito in chiaro che, se avete letto in giro la definizione di thriller erotico per Fair Play sappiate che è sbagliata e si tratta probabilmente di un tentativo di rendere il film un po' più appetibile e stimolare la pruriginosa curiosità di qualcuno. In realtà di scene vietate ai minori ce ne sono ben poche, e non sono così spinte, quindi se volete vedere Fair Play nella speranza di trovarci chissà cosa, lasciate stare e puntate a siti di serie B.
Questo nuovo film Netflix a me ha dato l'impressione di una roba che è riuscita a metà sotto ogni aspetto. L'incipit narrativo è interessante e contemporaneo, visto che essenzialmente si parla di come una donna faccia fatica a progredire nell'ambito lavorativo, specie in cui la competitività è ai massimi livelli, e come il primo a non credere alle sue potenzialità è il suo compagno.
Sono costanti i tentativi di svalorizzare l'impegno e le capacità di Emily, affibbiandole sempre altri escamotage per i suoi avanzamenti in carriera. 


In questo caso non sono solo gli eventuali pettegolezzi che si scatenano in ufficio a mettere in difficoltà Emily, ma proprio quel che accade in casa, nell'ambiente in cui dovrebbe sentirsi al sicuro, che rende Fair Play ancora più drammatico. 
Il problema però è che il film non trova una strada originale per parlare di stereotipi di genere e di disparità fra uomo e donna, si sentono forti gli eco di tanti racconti simili, e ripetitivamente, tutti i personaggi maschili parlano di eventuali altre prestazioni fornite da Emily al loro superiore, e questo risulta verosimile, ma banale e soprattutto poco sottile. Credo che infatti questo genere di discriminazione a volte vada su binari più sottili, che il film non tenta di toccare o approfondire. 
Si fa invece molto più leva sulle fragilità di Luke, che mischia gelosia ed invidia.
Inoltre ho trovato alcune scelte, alcuni twist narrativi un po' esagerati e poco verosimili, e la sensazione che ho avuto è che il mood thriller si dissipasse sempre più nel corso del film.


Altra cosa riuscita a metà è secondo me la caratterizzazione dei personaggi. Sia Alden Ehrenreich che Phoebe Dyvenor credo che facciano un ottimo lavoro nei rispettivi ruoli, trasmettendo tutta la frustrazione e l'intensità di un rapporto che lentamente si sgretola, e in cui emergono i fantasmi più cattivi e incontrollabili. Entrambe le parti in questo senso hanno luci ed ombre, anche se il capovolgimento finale non mi è ancora del tutto chiaro né mi ha dato appagamento. 
Ci sono però anche in questo senso delle cose che mi hanno lasciato dei dubbi: infatti questo affiatamento fra Emily e Luke è quasi più da copione che per ciò che vediamo sullo schermo. Le dinamiche fra i due a volte sono assurde secondo me, e i singoli non sono proprio simpatici, anzi, non so se sia stato voluto ma non si riesce a parteggiare per nessuno dei due.


Luke infatti secondo me è stereotipato e in parte inverosimile: fa cose esagerate, e soprattutto non è credibile che non abbia mai pensato che la sua compagna potesse superarlo lavorativamente parlando, o che si dovesse trovare a stretto contatto con altri uomini che, purtroppo, avrebbero avuto altre mire sulla sua compagna e collega.
Emily non è da meno, visto che spesso pare non sappia dialogare e chiarirsi, e onestamente ad ogni chiamata con la madre mi veniva voglia di sbattere la testa al muro perché come puoi mirare ad un ruolo dirigenziale in una azienda importante ma non essere capace di dire a tua madre che non vuoi o non puoi fare una festa di fidanzamento, anche solo con una scusa.
Inoltre le parti in cui entrambi erano nel contesto lavorativo mi sembravano un po' false, come se io, che non ne capisco nulla di finanza e di affari, fingessi di saperne cercando (e non riuscendo) di risultare credibile. 


Nulla da dire sul resto del cast, anche perché nemmeno si nota più di tanto, essendo tutto concentrato più sulla coppia. 
Se vi piace quindi quel filone di prodotti in cui una coppia si mette a nudo, e in cui i dialoghi diventano verbosi e sbraitati (a volte anche a vuoto, visto che non si capisce dove vanno a parare), come Storia di un Matrimonio ma anche Scene da un Matrimonio, e in cui si cerca anche una tensione emotiva che richiama i thriller, allora anche Fair Play potrebbe fare al caso vostro. Nella mia personalissima opinione invece si tratta di un film che non riesce a puntare al 100% né sui personaggi, né sulla storia. Non qualcosa di brutto, perché la scorrevolezza e la quasi assenza di noia sono due qualità che posso affibbiargli, ma se mi fossi dovuto preparare, vestire, e dirigere al cinema per vederlo, probabilmente sarei rimasto molto più deluso. 


Ho provato il balsamo labbra virale effetto filler... ecco cosa ne penso (The Inkey List Plumping Lip Balm)

È diventata presto virale sui social una della novità proposte da The Inkey List, una delle aziende di cui forse mi sentite parlare più spesso, che ha proposto un lip balm rimpolpante senza punturine. La stessa fondatrice del marchio, Colette, si è esposta mostrando gli effetti del prodotto su di lei e garantendo di non aver fatto alcun filler chirurgico.
Il Tripeptide Plumping Lip Balm infatti si è fatto notare proprio perché promette di volumizzare le labbra senza però sostanze irritanti in 2/4 settimane di utilizzo.



INFO BOX 
🔎 theinkeylist.com, Sephora, Lookfantastic 
💸 €11
🏋 10ml
🗺 Made in UK
⏳ 6 Mesi
🔬 Vegan, Cruelty Free

Molti lip plumper, soprattutto i lucidalabbra, contengono ad esempio mentolo, estratto di peperoncino e cannella che danno quella sensazione di pizzicore e formicolio, stimolando l'afflusso di sangue alle labbra e creando quindi un maggior turgore. The Inkey List invece promette di idratare e rimpolpare le labbra in quattro settimane, attraverso altri attivi ovvero 

"il 6% di Tripeptide Complex, per aumentare visibilmente il volume delle labbra nel tempo per labbra dall'aspetto più carnoso e definito, insieme al 2% di sfere ultra riempitive che forniscono acido ialuronico alle labbra per rimpolpare, trattenere l'umidità e aiutare a riempire le linee sottili"

come si legge sul sito dell'azienda. Nell'INCI troviamo diversi oli e burri naturali, come l'olio di ricino, di babassu, di semi di girasole e di semi di chia, e burro di karité, di mango e Cupuacu, quindi tutte sostanze fortemente idratanti e nutrienti che sicuramente contribuiscono a rendere questo Lip Balm The Inkey List quantomeno occlusivo, ma non ci sono siliconi o paraffina.

Troviamo ovviamente acido ialuronico e due peptidi, che compongono il Matrixyl, che generalmente conoscete per prodotti da utilizzare sul viso per il loro effetto anti age, in grado di stimolare collagene e acido ialuronico. La cosa che mi fa sorridere è che si trovino molto in basso nella lista degli ingredienti, quindi non capisco come facciano a raggiungere il 6%, ma sono ottimi ingredienti.
Tutta questa formulazione, inclusa anche lo squalane, danno al Tripeptide Plumping Lip Balm una consistenza burrosina/oleosa, che scorre e si applica facilmente sulle labbra. L'applicatore in questo senso è davvero comodo per stendere il balsamo anche senza uno specchio quando siamo in giro.
Io lo trovo confortevole sulle labbra, non è appiccicoso o pesante, per cui l'ho usato senza problemi.
È completamente inoltre trasparente ed ha un finish lucido che però non dura tantissimo: me lo avrete visto sicuramente nel Beauty Wrap-Up su Instagram, e man mano che parlavo si nota che il lucido, ed anche il prodotto, svanisce nel giro di una mezzora circa. 

Una prima perplessità che ho avuto con questo lip plumper The Inkey List è stato il sapore: promette di essere completamente inodore, e questo sarebbe un aspetto positivo perché si adatta così in maniera universale a tutte le preferenze, ma sulle labbra si sente questo sapore oleoso un po' plasticoso che non è piacevole. Sono abituato con balsami labbra completamente naturali, a base di oli e cere ed in effetti alcuni di questi non hanno proprio un buon sapore, ma qui diciamo siamo quasi al limite della sopportazione secondo me. Ci si abitua però col tempo, ed inoltre vi consiglio di non applicarlo prima di mangiare e bere perché ovviamente lo assaporerete molto di più.
Un altro aspetto che inoltre non amo, ma di cui ero consapevole quando l'ho acquistato, è che il Tripeptide Plumping Lip Balm deve essere utilizzato almeno tre volte al giorno per ottenere i risultati di volume.
È necessario un uso costante di almeno 2 settimane per notare dei miglioramenti nelle rughe delle labbra, e di 4 settimane per l'effetto rimpolpante.

Personalmente non mi piace essere in qualche modo schiavo di un prodotto, anche perché sono un distratto e me ne potrei dimenticare, o ancora, la mia skin care routine funziona con due applicazioni, mattino e sera, non sto lì ad applicare per 3 o più volte al giorno i miei sieri. Inoltre applico i balsami labbra tendenzialmente quando ne sento bisogno o so che devo proteggere le labbra dal vento e dal freddo.
Come vi dicevo però, mi sono volutamente imbarcato in questa impresa, perché ero molto curioso e un po' più di volume alle labbra non mi spiace, ovviamente con la consapevolezza che non avrei ottenuto il risultato che mi avrebbe dato andarmene dal chirurgo a farmi i filler. 
Ho iniziato ad usare il Plumping Lip Balm ormai un mese fa, ed avevo delle labbra abbastanza sane e idratate. Ho scattato questa foto del prima con il prodotto applicato, ma come vi dico sempre, dovete prenderla come indicativa perché basta poco, come una posizione differente del viso o del dispositivo con cui scatto le foto, o anche solo un po' più di ritenzione idrica, che inevitabilmente il risultato cambia.


Nonostante la necessità di un uso secondo me poco pratico, sono stato comunque molto costante nell'utilizzo di questo balm The Inkey List, perché come vi dicevo è confortevole e, aroma a parte, piacevole da usare come qualunque balsamo labbra. Mi è anche capitato di applicarlo quattro volte al giorno, ma inevitabilmente il tubetto si è svuotato molto rapidamente. 

Non mi sono premurato di fare le foto dopo due settimane di utilizzo perché non era il mio obbiettivo migliorare la profondità delle pieghette delle labbra, ma in questo senso devo dire che ho visto subito dei benefici, e il Tripeptide Plumpling Lip Balm mi ha reso le labbra abbastanza morbide e lisce, ma ripeto, la mia base di partenza non era disastrata. 
Infatti non lo ritengo uno dei trattamenti labbra più nutrienti che abbia mai provato, probabilmente se avessi le labbra davvero disastrate non basterebbe. 
Dopo 4 settimane di utilizzo le mie labbra apparivano così, sempre col prodotto applicato.

Personalmente, e penso si noti, non vedo un particolare aumento del volume, e penso che anche chi mi vede dal vivo non mi direbbe mai che ci sia un cambiamento. Posso dire che però sento le labbra più toniche e piene, e mi sembra che siano anche più definite e rosee. Anche nelle espressioni si nota vagamente questo turgore, ma appunto non posso parlare di aumento dello spessore delle labbra. 
Io non ho mai sentito alcun pizzicore quindi l'effetto è dato sicuramente dagli attivi che contiene.
Il tubetto comunque è più che sufficiente per circa 1e mezzo/2 mesi di applicazioni, quindi se volete provarlo riuscirete a fare più di un ciclo completo e provare da voi.

Credo che questo Plumpling Lip Balm The Inkey List meriti una chance se comunque state cercando un nuovo balsamo labbra e non vi spiace se collateralmente questo apporti benefici alla tonicità delle labbra. Penso anche che sia adatto a chi ha già delle belle labbra, ma le vede sciupate e quindi con maggiori pieghe e che sembrano meno voluminose, e cerca qualcosa che reidrati e compatti di più le labbra. 



💖alcuni link sono affiliati, per te non cambia nulla, ma puoi usarli per sostenere le mie recensioni. Grazie!


Sex Education 4: Nuovi Personaggi, Stessi Problemi - La Recensione del Finale



È arrivato il momento di salutare Sex Education, che è arrivata al suo ultimo ciclo di episodi, in streaming dal 21 Settembre, non senza una visibile stanchezza. Già la terza stagione per me era poco centrata, buttando in mezzo troppi filoni narrativi, che ovviamente non avevano lo spazio e il tempo per essere gestiti al meglio, e lasciando affamato lo spettatore. Più o meno è quanto accade in questa quarta stagione, che inizierebbe pure bene: i nostri protagonisti, o per lo meno una parte, si spostano dall'ormai chiuso liceo di Moordale, al nuovo e super moderno Cavendish, che sembra un luogo che ha fatto dell'inclusività al 100% il suo punto di forza, ma a questo ci torneremo.

Qui Otis (Asa Butterfield) dovrà confrontarsi con un'altra terapeuta sessuale, una misteriosa O, che sembra anche più preparato di lui. Ma è soprattutto la sfera privata ad essere sottopressione: Maeve è distante, sua madre Jean Milburn deve barcamenarsi fra la bambina piccola e un nuovo lavoro, e Eric che sembra fin troppo assorbito dai nuovi compagni di scuola, che sembrano comprendere meglio le sue esigenze. 
In fondo crescere significa questo: fare delle scelte, subirne le conseguenze, restare delusi e avere la forza di andare avanti. Lo stesso sta facendo ad esempio Aimee, che cerca di superare il trauma della violenza subita, mettendosi alla prova ed affrontando tutto a testa alta.
Sex Education così prova a mettere la parola fine a quanti più capitoli possibile sui tanti personaggi che hanno costellato queste quattro stagioni e non solo, ma non lo ha fatto sempre nel migliore dei modi.

Ho infatti apprezzato che si ritornasse a parlare di educazione sessuale e sentimentale, sotto vari punti di vista, considerando che nelle ultime due stagioni la questione della terapia era stata praticamente messa da parte. Certamente il ritorno del tema ha un prezzo abbastanza caro da pagare perché ci ritroviamo un Otis, preso fra più fronti, più insopportabile del solito, anche se il suo percorso con Maeve secondo me ha uno sviluppo tutto sommato credibile, d'altronde parliamo di ragazzi giovani che devono ancora fare molta strada in ogni ambito della vita.
Un altro prezzo da pagare è Sarah/ O (Thaddea Graham), che per quanto mi riguarda non è meno respingente di Otis, non so se volutamente. Tra l'altro, il suo, è a volte un personaggio anche poco credibile, perché sembra quasi più brava della stessa signora Milburn, e spesso sembra inserita solo in maniera narrativamente funzionale e non spontaneamente. 


A proposito di Jean, lei dà l'opportunità a Sex Education di parlare di maternità e post partum, con tutto lo stress che può comportare, e dell'importanza di parlare di certe tematiche apertamente. Confesso che a volte l'ho trovata un po' troppo piagnulosa e irritante, un po' macchiettistica, ma dà degli spunti di riflessione da prendere in considerazione. 
Fra le storyline riuscite ci metto quella di Cal, che, seppur non abbia tanto spazio di evoluzione, trasmette tutta la sofferenza di una persona che si trova in un corpo e in un mondo in cui non si riconosce e pensa di non avere una via di fuga.
Ci sono poi alcune scelte che ho apprezzato, come la rappresentazione estremamente inclusiva per tante identità di genere e non solo della Cavendish, che in realtà, e questo forse secondo me molti non l'hanno colto, è quasi una parodia per dimostrare quanto questo estremismo appunto possa essere ipocrita e tossico. Per questo secondo me Abbi, Aisha, e Roman non possono risultare simpatici.
Più o meno è la stessa ipocrisia denunciata da Eric e dalla sua religione, che dovrebbe predicare l'apertura ed invece si chiuderà contro di lui. 

Ho anche apprezzato che abbiano cercato di equilibrare quelle situazioni e dialoghi strambi, grotteschi e assurdi a cui abbiamo assistito nella terza stagione, perché io la scena del lancio delle feci non la dimentico, ho ancora gli incubi. 
Starete pensando che Sex Education 4 sia un finale di serie quasi impeccabile, ma non è così.
Lo so che dare una conclusione ad una serie tv che sia appagante per tutti è impossibile, non pretendo tanto, ma qui c'è stata ancora una volta una mancanza di focus. 
Quasi il 50% di tutte queste linee narrative vengono portate avanti in maniera fin troppo sbrigativa, e la sensazione è che molte vengano tagliate di netto, di punto in bianco, come se a risolvere situazioni anche molto complicate bastino due paroline. Penso soprattutto a Vivienne, che si ritrova in una relazione tossica con un manipolatore, ma tutto finisce all'acqua di rosa. Allo stesso modo il rapporto conflittuale fra O e Ruby ha uno sviluppo così anticlimatico che mette un po' tristezza. 

E, forse sono in minoranza in questo, ma a me della vita di Eric, in questa stagione, non me ne è importato nulla. So che la dicotomia omosessualità e religione è comune, e anche nella realtà si può vivere questa dualità con difficoltà sia pubblica che privata, ma sia il modo con cui ci è stato raccontato, che il suo epilogo, non mi ha convinto. È carino che abbia trovato la sua strada, ma era più interessante per me la dinamica con Otis.
Peggio mi sento con Adam Groff, uno dei personaggi più teneri, con un vissuto condivisibile e che poteva dare davvero molto, che ha scelto di lasciare gli studi e deve affrontare il mondo del lavoro, i problemi familiari e la sua ormai dichiarata bisessualità purtroppo non trova materialmente spazio. 

Lo stesso vale per Jackson, ma, se pensiamo che molti dei personaggi delle stagioni precedenti sono stati cancellati senza troppo pensarci, gli è andata quasi bene. 
Purtroppo secondo me non si sono regolati bene sui tempi, e hanno allungato su alcuni punti che sono risultati alla fine un ripetitivo riempitivo, come la lotta per la clinica del sesso fra Otis e O, o su delle novità che sapevano già non potevano sviluppare. Per dirla tutta io penso che i creatori di Sex Education avessero in saccoccia già da tempo l'idea di raccontare l'ipocrisia di una estrema ricerca di inclusività, ma non avevano ancora trovato modo (e tempo) di metterla in pratica.
Se non lo avessimo saputo, molte delle vicende raccontate in questa quarta stagione potrebbero far pensare che c'è ancora qualcosa da raccontare e che tutti questi personaggi e le loro bolle narrative, prima o poi si ricostituiscano in una unica nuvola.
Così, in modo imperfetto, se ne va una delle serie più promettenti di Netflix, che comunque credo abbia fatto bene a raccontare tantissimi panorami che le persone, soprattutto i più giovani, devono imparare a conoscere.

A voi è piaciuta?




Maschere viso Acty Mask, la review

Dopo i patch occhi, è il turno di mettere sotto il mio microscopio le Hydrogel Face Mask Super Food di Acty Mask.

Come la maschere per il contorno occhi, anche queste viso sfruttano la tecnologia Dermoscience Cryo Effect, che rende la maschera "asciutta", non sgocciolante come le tipiche maschere con un supporto in tessuto. Qui gli attivi vengono inseriti in un sottile strato di hydrogel legato ad un supporto in tessuto di bambù compostabile, e le maschere aderiscono perfettamente alla pelle.
Sono dei trattamenti ideali per chi non ha troppo tempo da dedicare alla skincare, chi non ama sporcare in giro e vuole qualcosa di semplice da utilizzare. Tutte queste maschere Acty Mask possono essere messe in frigo per una azione urto ed hanno tempi di posa di circa 10/15 minuti. Vediamole meglio. 


Acty Mask Superfood Hydrogel Face Mask Antioxidant
Maschera Viso con Tè Matcha e Vitamine C+E


INFO BOX
🔎 Grande Distribuzione
💸 € 2.49
🏋 1 Maschera viso
🗺 Made in Italia
⏳  Maschera monouso
🔬 Vegan

Mi è piaciuta molto questa maschera Acty, che fra gli attivi, oltre a sostanze antiossidanti come  appunto l'estratto di tè, di vite rossa, la vitamina C (nella forma di un derivato) ed E si ritrova anche aloe ed acido ialuronico, che non guastano.
Non chiedetemi invece più dettagli sulla profumazione perché ci sento qualcosa di molto delicato e floreale, che forse solo un naso particolarmente sensibile potrebbe percepire in modo intenso. 
La freschezza invece c'è, ma è data dal fatto che ho messo la maschera in frigo. Fatemi fare una piccola specifica: se con le tipiche maschere in tessuto con tanto siero, può essere poco piacevole utilizzarle durante la stagione fredda, queste in hydrogel sono molto più gradevoli anche con le basse temperature perché si assorbono rapidamente.

Tornando alla Antioxidant Hydrogel Face Mask, dopo l'uso mi ha reso la pelle più liscia alla vista e setosa al tatto (non smettevo di toccarla tanto ero stupito), distesa, ed anche ricompattata. Anche le zone con pori dilatati e texture irregolare mi sono sembrate più levigate. 

Parlando di idratazione, come spesso accade con questa tipologie di maschere, non è ai massimi livelli ma la pelle è sicuramente in uno stato di comfort. Io poi ho aggiunto la mia skincare senza troppi problemi. Direi che questo di Acty Mask è più un trattamento per pelli normali, miste e grasse, che vogliono perfezionare la cute magari in vista di un evento, aggiungendo anche una quota di anti ossidanti, che non fa mai male, e soprattutto con un gesto rapido, che non lascia residui sulla pelle e non sporca in giro. 


Acty Mask Hydrogel Face Mask Detox
Maschera Viso con Carbone Vegetale e Aloe Vera BIO


INFO BOX
🔎 Grande Distribuzione
💸 € 2.49
🏋 1 Maschera viso
🗺 Made in Italia
⏳  Maschera monouso
🔬 Vegan

Sfrutta le proprietà detossinanti e purificanti del carbone questa maschera viso Acty, ma che, oltre all'aloe contiene estratto di camomilla, lenitivo, e quello antiossidante di zenzero. In questo caso la profumazione è fresca e delicata.
Vi dico subito che secondo me queste maschere hydrogel (come quelle in tessuto) difficilmente sono purificanti nel senso più comune e stretto del termine. Penso che sia nella immaginazione comune pensare ad un trattamento detox e purificante come qualcosa che tolga alla pelle, che assorba il sebo o che la pulisca e la "asciughi", più che aggiunga qualcosa.

Dopo l'uso di questa Detox Mask Acty, la mia pelle mi è sembrata più liscia, compatta, luminosa, le aree con pori dilatati risultano un po' più omogenee, ma indubbiamente i miei punti neri erano lì intatti. Quindi ha una leggera azione astringente e in effetti lascia la pelle rinfrescata, quindi può andare anche bene per chi soffre di rossori e infiammazione. In generale non mi ha lasciato residui, ed dona anch'essa una idratazione discreta, sicuramente sufficiente per pelli miste e grasse, e che non amano i prodotti impiastriccianti. Se come me voleste metterci sopra altri prodotti, non ho notato intoppi. Altrimenti, si può adattare per il giorno.
È quindi una maschera che appunto può andare bene anche per pelli impure ma che non può secondo me sostituire la tipica argilla o un siero con acido salicilico. 



Acty Mask Superfruits Hydrogel Face Mask Brightening
Maschera Viso Illuminante con Frutto del Drago e Melograno Bio


INFO BOX
🔎 Grande Distribuzione
💸 € 2.49
🏋 1 Maschera viso
🗺 Made in Italia
⏳  Maschera monouso
🔬 Vegan

È davvero molto carina questa maschera viso Acty Mask e forse, in questo terzetto la metterei al primo posto. È arricchita con appunto estratto di melograno, non solo antiossidante, ma anche in grado di regolare l'acqua cellulare e quindi idratare la pelle. Un altro estratto naturale è quello del frutto di Hylocereus Undatus o frutto del drago bianco che pare abbia un effetto antiossidante, grazie alla alta quantità di vitamina C, ma anche sfiammante e antiinfiammatorio. A questi estratti si aggiunge l'ubiquinone o Coenzima Q 10, uno degli attivi anti radicali liberi più noti. Conosciamo poi tutti l'acido ialuronico, aloe e glicerina.

In questa maschera Brightening la profumazione è un po' più intensa per il mio naso, ma non mi ha dato fastidio, è sul floreale. Per il resto posso dire che su di me ha dato un bel risultato, la mia pelle appariva più luminosa e omogenea, ed anche più levigata, come se la maschera avesse proprio "pressato" tutte le irregolarità della texture. 
Anche in questo caso ho riscontrato una idratazione buona, adatta come base per una pelle normale o secca, e sufficiente per una cute più mista, lasciandomi il viso morbido ed elastico. 

Seppur in maniera sottile, ho notato alcune differenze fra queste maschere viso di Acty Mask e penso che possano comunque accontentare esigenze diverse. La maschera Illuminante ad esempio la vedo bene per pelli un po' spente, magari mature, ingrigite dal cambio di stagione. 
Inutile poi specificare che nessuna di queste maschere mi ha dato reazioni negative. 


Vi piace il brand Acty Mask?




Only Murders in The Building 3: speravo meglio

Dall'8 agosto al 3 ottobre di quest'anno siamo tutti tornati all'Arconia (e non solo), e c'è un nuovo caso da risolvere, per Mabel, Charles e Oliver, non senza le difficoltà che questo può comportare e mentre la vita privata va avanti, fra nuovi rapporti, e scelte importanti.

Only Murders in the Building è tornata per una terza stagione (e tornerà per una quarta ormai confermata) non solo con un nuovo omicidio da risolvere ma anche nuove aggiunte al cast. 
Dopo una prima stagione che non mi aveva fatto appassionare nonostante le ovvie qualità, e una seconda che invece mi sembrava avesse recuperato quota e mi aveva convinto di più, il terzo capitolo aveva bisogno di trovare una strada nuova senza stravolgimenti e quindi hanno puntato su Broadway.

Oliver (Martin Short) infatti vuole mettere su uno spettacolo teatrale, e riuscirà a raccogliere un cast niente male, inclusa la star Hollywoodiana Ben Glenroy (Paul Rudd) al suo debutto teatrale, e la talentuosa Loretta Durkin (Meryl Streep) che non ha ancora trovato la sua occasione per svoltare.
E se la preparazione del musical si complicasse improvvisamente perché il protagonista maschile è misteriosamente stato ucciso?

La terza stagione di Only Murders in The Building aveva bisogno di nuova linfa ed effettivamente hanno saputo trovarla in un rinnovamento del cast, con nomi mica da poco, ed aprendo le porte dell'Arconia, spostando lo scenario altrove, ma anche mettendo un po' da parte il podcast in sé.
Ci sono insomma diverse linee narrative da seguire in questi nuovi episodi, e, lungi dal farvi spoiler, cerchiamo di esaminarle insieme.

La prima, quella del caso da risolvere, mi è piaciuta perché unisce lo spettacolo teatrale da preparare, poi diventato musical, con la ricerca del colpevole del delitto, e mi è sembrata coerente ed una buona scelta proprio per allargare gli orizzonti della serie, senza stravolgerla, e ancora una volta unendo la contemporaneità con i classici, e ovviamente ironia ad una storia tragica. A me non tutto fa ridere, anzi, ma il mood è brioso. 


Il giallo da risolvere appunto, nonostante ci venga raccontato sempre con quella sottile ironia e scorrevolezza, purtroppo secondo me non brilla per originalità né mi ha stuzzicato a tal punto da farmi sentire pienamente parte delle indagini. La colpa non è tanto degli avvenimenti, ma proprio degli escamotage che gli sceneggiatori mettono in atto per trovare i colpevoli. Per me ad esempio, e ripeto non voglio fare spoiler, gli ultimi episodi diventano un lungo spiegone a tratti anche noioso, e attraverso un escamotage in parte forzato e poco credibile (d'altronde noi sentiamo solo parte delle deposizioni dei sospettati) si arriva alla risoluzione del caso. 

Uno dei difetti di Only Murders in The Building, sia di questa terza stagione che di quelle passate, è proprio che io noto la mano dello sceneggiatore che cerca delle trovate per far accadere le cose.
E quindi, ad esempio, ci si ritrova un attore, che doveva essere morto, alla fine, solo per farci godere della sua performance, attraverso anche qui un trucco che a me da l'idea di forzatura.


La seconda linea narrativa riguarda proprio i personaggi, che si ritrovano per un periodo separati nelle indagini e alle prese con le loro cose. Charles infatti deve fare i conti con la nuova fidanzata e la sua carriera da attore, Oliver è alle prese con questo spettacolo da mettere in scena, ma anche lui ha una nuova fiamma, mentre Mabel come sempre cerca il suo posto nel mondo, continuando però a voler portare avanti il suo podcast crime.
Anche qui purtroppo ho percepito delle forzature: la divisione, letterale, del terzetto mi è sembrata basata su motivazioni un po' friabili, sebbene sia credibile che degli amici litighino per un periodo, ma ho trovato peggiore il voler affiancare tutti da dei partner, nuovi o passati che siano.
È infatti una scelta che avevamo già visto nelle passate stagioni, e che quindi risulta prevedibile, ma soprattutto non sempre sviluppata bene, come nel caso di Tobert (Jesse Williams) che risulta un po' piatto.


Per quanto riguarda le aggiunte al cast indubbiamente nulla da dire, ad eccezione appunto di Williams che si ritrova più marginale di quanto pensassi. 
Inutile anche soffermarsi sulla bravura di Meryl Streep che invece è perfetta nei panni di Loretta e che dà al suo personaggio diverse sfaccettature. 

Non si parla solo di omicidi, di musical, di amore o di amicizia in Only Murders in The Building 3, ma anche di famiglia, di maternità e questo tema è sempre raccontato in modo delicato ed elegante.
Allo stesso modo il Ben Glenroy di Paul Rudd si rivelerà molto più che semplicemente un attore egoriferito. 
È inoltre innegabile il lavoro svolto per creare a tutti gli effetti un musical, con canzoni incluse che sono anche molto belle, ma se non amate questo genere, potreste ritrovarvi delle scene che detesterete. 
Le mie speranze erano che la terza stagione di Only Murders in the Building potesse superare gli stalli che avevo incontrato nelle stagioni precedenti, ma non ci riesce del tutto.
Sono però riusciti ormai a farmi affezionare ad Oliver, Charles e Mabel, e quindi ho recuperato la quarta stagione, uscita infatti il 27 Agosto 2024, ne ho parlato qui.



Finalmente ho provato i dupes Cien dei prodotti Garnier

Voi li conoscerete già a menadito, ma io lo sapete che ogni tanto arrivo in ritardo e quindi mi perdonerete ma volevo dirvi la mia sui alcuni prodotti per capelli di Cien che somigliano spaventosamente alla linea Hair Food di Garnier Fructis, anche se in modo ristretto.
La gamma Hair Fruits di Cien (anche il nome è simile) è infatti divisa solo in Banana e Papaya, di cui ho parlato qui, contro le svariate linee proposte da Garnier, ma hanno comunque pensato ad una routine completa, shampoo, balsamo e maschera.

Avendo usato la linea alla banana aveva senso continuare così, ma tra l'altro Cien, sebbene con estratti differenti, ha indicato entrambe le linee per capelli secchi, quindi per le mie necessità si potevo adattare entrambe.
La Hair Fruits Cien è una linea vegana e in media i prodotti contengono almeno il 90% di ingredienti di origine naturale.
Iniziamo dallo Shampoo alla Banana, che mi ha molto ricordato la versione "originale" sia per gli attivi che per la resa.


INFO BOX
🔎 Catene Lidl
💸 €2.49
🏋 400ml
🗺 Germania
⏳  12 Mesi
🔬Vegan

Nello specifico ritroviamo sia la banana, che con la sua carica di vitamine e minerali dovrebbe aiutare la salute del cuoio capelluto e dei capelli, e anche l'olio di cocco, ottimo condizionante, e alcuni umettanti, come la glicerina. Tutta la formulazione, inclusa l'acqua come specificano loro stessi, arriva al 96% di ingredienti di origine naturale.
Lo shampoo Hair Fruits ha la consistenza di un gel fluido e ovviamente un buon odore di banana, abbastanza intenso e persistente, per cui se detestate questo frutto e tutti gli aromi che comunque lo ricordano, lasciate perdere.
L'ho usato principalmente puro, ma anche diluito crea subito una bella schiuma cremosa, che rapidamente aiuta a detergere il cuoio capelluto.


La mia esperienza con questo shampoo Cien Hair Fruits è positiva perché ha un potere detergente che mi lascia i capelli puliti abbastanza a lungo (io faccio sempre due lavaggi settimanali) associato ad una discreta delicatezza sulla cute, che non ha triggerato il mio cuoio capelluto sensibile. Non ho insomma notato dermatite o prurito, né la pelle tirante, sia usato puro che diluito. In generale non ha un potere condizionante assoluto, conosco prodotti più delicati e più disciplinanti, ma questo shampoo alla banana mi lascia i capelli sufficientemente morbidi, non toglie corpo o volume alle lunghezze e non crea una quantità inenarrabile di nodi (sì, i miei capelli corti si annodano e possono diventare un ammasso). 
Indubbiamente un balsamo ce lo metto sempre dopo, perché la mia capigliatura secca e spessa ne ha bisogno ma questo di Cien mi sembra uno shampoo adatto a tutti: non appesantendo va bene non solo per capelli secchi, ma anche ad esempio per capelli sottili o chi magari ha un cuoio capelluto oleoso, ma cerca un prodotto da alternare a shampoo più sgrassanti e purificanti.

Non avendo avuto un riscontro pazzesco dal Balsamo di Garnier, ho preferito prendere la Maschera alla Banana Hair Fruits Cien, quindi è in fondo un confronto impari.


INFO BOX
🔎 Catene Lidl
💸 €2.49
🏋 400ml
🗺 Germania
⏳  12 Mesi
🔬Vegan


Questa maschera capelli ha un bell'INCI ricco, in cui spiccano glicerina, burro di karité, olio di cocco, olio d'oliva, di avocado, di semi d'uva, ma anche pantenolo ed estratto di rosmarino, tanto ricercato in questi ultimi tempi non solo in quanto ottimo anti ossidante ma perché sembra sia in grado di ridurre l'azione del testosterone sui follicoli e migliorare la circolazione sanguigna quindi stimolare la crescita dei capelli. Si parla del 98% di ingredienti di origine naturale.
Il tutto è chiuso in una consistenza ricca e abbastanza corposa, che però si stende con facilità in modo omogeneo e che ovviamente profuma intensamente di banana, una profumazione che persiste anche per giorni, anche sui miei capelli corti, quindi, ancora una volta, se non vi piace, lasciate stare.

L'uso di questa maschera capelli alla banana Cien è particolare, infatti è definita 3 in 1, e può fungere da balsamo, con un tempo di posa più breve, come maschera, quindi lasciata agire per più tempo come trattamento intensivo, e come siero punte senza risciacquo, e io l'ho testata in ogni modo possibile. 
Come balsamo mi è piaciuta, perché trovo che abbia un buon potere districante, ma soprattutto ammorbidente, perché giustamente è una maschera, e che non mi appesantisce i capelli, né me li sporca in anticipo o comunque toglie volume e corpo. Anche come maschera lasciata in posa a lungo, da 10 minuti fino anche ad un paio di ore, contribuisce ad ammorbidire, "nutrire", e disciplinare. 
Se voglio un ulteriore effetto setificante e lucidante, aggiungo una nocciolina, davvero poco prodotto sui capelli umidi prima dell'asciugatura e anche in questo modo la maschera Hair Fruits è promossa.

Su di me è stato proprio il prodotto di cui avevo bisogno e che più utilizzo più mi piace: io ho dei capelli spessi e secchi di natura, ma c'è stata l'estate di mezzo che stressa ancora di più i capelli, c'è stato il periodo di maggior caduta, ed ho testato per due volte una tinta che un po' tende a seccarmeli, quindi mi serviva qualcosa che rivitalizzasse davvero la mia chioma. Questa maschera Cien è riuscita nell'intento e la uso con davvero tanta soddisfazione. È un prodotto pensato davvero per capelli secchi, spessi e crespi, anche ricci, può essere invece un azzardo per chi non ha particolari esigenze. Io ad esempio non faccio grossa fatica a sciacquarla via, e appunti riesco ad utilizzarla in tutti e tre i modi nella stessa routine, ma immagino che non sia così per tutti. 

Sarei curioso di vedere se questa maschera somiglia a quella alla Banana proposta da Garnier, ma anche di mettere a confronto questa linea Cien con quella alla Papaya.
Voi l'avete provata? Quale avete preferito?




Tutto Wes Anderson, dal cinema allo streaming

Può un non sfegatato appassionato di Wes Anderson, rimasto ai tempi di Grand Budapest Hotel, immergersi a pieno nel mondo dello sceneggiatore e regista e sorbirsi tutti i suoi lavori usciti nell'ultimo periodo e rimanerne illeso?
Quattro cortometraggi ed un film, tutti in pieno stile andersoniano, tanto caratteristico da diventare un trend su Instagram, non sono semplicissimi da approcciare, ma ci ho provato e credo ce ne siano per tutti i gusti.

Si inizia con La meravigliosa storia di Henry Sugar, mediometraggio tratto dal racconto dello scrittore britannico Roald Dahl.

Titolo originale: The Wonderful Story of Henry Sugar
Genere: 
commedia, drammatico
Durata: 37 minuti
Regia: Wes Anderson
Uscita in Italia: 27 Settembre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Regno Unito


Il ricco giocatore d'azzardo Henry Sugar, alto e scapolo, per caso scopre un libro che racconta la singolare storia di un uomo in grado di vedere anche ad occhi bendati. Non magia, ma frutto di un lungo studio insieme ad un guru indiano. Sugar capisce subito che può mettere in pratica questa tecnica per i suoi scopi: fare più denaro.
Fra i cortometraggi proposti su Netflix, The Wonderful story of Henry Sugar è il più interessante e quello che secondo me racconta meglio la poetica e lo stile di Anderson, che imbastisce serietà e ironia sempre con lo stesso equilibrio. Le scene, gli sfondi e le linee narrative diventano delle matrioske: ogni cosa di dischiude e ne contiene un'altra, ma poi alla fine tutto si concatena e si interseca. Così come metateatro e metacinema si fondono.


In questo caso, al contrario degli altri cortometraggi, ognuno dei protagonisti, tra cui lo stesso Roald Dahl interpretato da Ralph Fiennes, diventa narratore e anticipatore della storia, rompendo la quarta parete.
Tutto è perfetto, allineato, pulito, non vi è disordine o caos, tutto va sorprendentemente secondo quanto ci si può aspettare. Anderson riempie con le sue palette di colori i vuoti di una sceneggiatura semplice che non trova nodi da sciogliere e da spettatore mi sono risucchiato in questo vortice. È vero, si parla tanto e velocemente, ma credo che si possa tenere senza troppa fatica l'attenzione per meno di 40 minuti, e soprattutto, ripeto, non abbiamo a che fare con una storia così complicata da interpretare.


Alla fine si parla di come raggiungere una ricchezza spropositata possa non essere lo scopo più profondo per la vita di una persona. Capisco chi magari possa trovare tutto particolarmente macchinoso, tanta roba per il fine ultimo, ma questo è Anderson e soprattutto secondo me si muove con talmente tanta fluidità.
Nel suo modo stravagante, penso che la storia trovi la sua perfetta realizzazione proprio attraverso lo stile di Anderson e tutti gli elementi del cast, da Benedict Cumberbatch a Dev Patel, sanno muoversi bene nei panni che rivestono (sebbene non sia vera e propria recitazione, ma più lettura del testo).

La meravigliosa storia di Henry Sugar è però diverso rispetto agli altri cortometraggi. The Rat Catcher, ad esempio, è quella che meno mi ha convinto. 


Titolo originale: The Rat Catcher
Genere: 
commedia, drammatico
Durata: 17 minuti
Regia: Wes Anderson
Uscita in Italia: 29 Settembre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Regno Unito


Qui la narrazione è condotta unicamente da uno dei personaggi principali, un giornalista, che, unitamente ad un benzinaio, deve fronteggiare uno strambo cacciatore di ratti arrivato in un villaggio inglese proprio per risolvere il problema dei topi. Questo metterà in pratica i suoi metodi, ma saranno stranamente inefficaci, e per guadagnare qualche soldo, metterà in piedi un raccapricciante spettacolo. 
Ne Il derattizzatore, Anderson mette leggermente da parte il suo stile, rendendo meno satura la palette dei colori, e riducendo la scenografia a dei fondali dipinti ma sempre con i suoi tagli netti e la sua fluidità. Non ho colto però il fine di una storia grottesca: posso immaginare che voglia parlare di accoglienza del diverso, ma diciamo che, di per sé, non credo ci fosse questa forte urgenza di tradurre in immagini questo racconto di Roald Dahl.

Sempre più semplice, ma comunque più fondato, Il cigno racconta delle vicende di Peter, o meglio è lo stesso Peter adulto a raccontare ciò che gli accade da ragazzo, quando Ernie e Raymond lo costrinsero a delle prove di coraggio.


Titolo originale: The Swan
Genere: 
commedia, drammatico
Durata: 37 minuti
Regia: Wes Anderson
Uscita in Italia: 28 Settembre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Regno Unito

The Swan ha un messaggio molto più diretto, e che l'insieme è molto più intenso. Anderson ha sempre uno stile ironico, ma in questo caso è più un mood agrodolce. Il Peter adulto infatti è essenzialmente il risultato di una gioventù in cui è stato vittima di bullismo, e pur riuscendo a sopravvivere, ne racconta ancora i traumi. In questo senso diventa emblematico il finale de Il Cigno e, nonostante si spogli di tutta quella macchina scenografica usata negli altri cortometraggi, e il cast sia estremamente esiguo, è stato il mio preferito insieme a La meravigliosa storia di Henry Sugar.

A chiudere il cerchio dei cortometraggi c'è Veleno, dove ritroviamo Benedict Cumberbatch, Ben Kingsley e Dev Patel in un racconto anche in questo caso semplice ma efficace.


Titolo originale: Poison
Genere: 
commedia, drammatico
Durata: 17 minuti
Regia: Wes Anderson
Uscita in Italia: 30 Settembre 2023 (Netflix)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Regno Unito

In questo caso il narratore è Timber Woods che rientrando a casa trova il collega Harry immobilizzato a letto, e scopre che questo è tenuto in ostaggio da un serpente velenosissimo. Timber chiama il medico per cercare di risolvere la situazione, ma l'escalation porterà ad un risultato inaspettato.
Sarà infatti un altro il veleno che verrà iniettato, da temere e che finisce per infettare i protagonisti.
La messa in scena e la regia di Poison è leggermente più elaborata rispetto ad esempio a Il Cigno, ma l'ho trovato un corto più coinvolgente, per questo crescendo di tensione che alla fine viene condotto solo dall'immaginazione. Wes Anderson in questo senso è un prestigiatore, non gli serve mostrare per creare la sua magia. 

Tutto un altro discorso è necessario per Asteroid City, che fra questi ha tutti gli elementi di un vero e proprio film, sebbene si avvicini al cortometraggio su Henry Sugar.


Genere: commedia, drammatico
Durata: 104 minuti
Regia: Wes Anderson
Uscita in Italia: 28 Settembre 2023 (Cinema)
Paese di produzione: Stati Uniti d'America, Germania

A metà degli anni '50, nella sperduta e desertica Asteroid City, si tiene una convention per studenti appassionati di astronomia, attirati dalla particolarità del luogo in cui un tempo è precipitato un asteroide. Qui però, le famiglie e le giovani brillanti menti, si ritroveranno in isolamento a seguito di un particolare, inaspettato fenomeno.
In queste condizioni, il fotografo Augie Steenbeck (Jason Schwartzman), rimasto vedovo da poco e non ancora pronto a raccontare ai figli cosa sia successo alla loro madre, si avvicinerà all'attrice Midge Campbell (Scarlett Johansson).

In Asteroid City, ancora più che nei corti, Wes Anderson torna a fare se stesso, caricando le scenografie e la regia con una cura di dettagli maniacale e precisa, puntando sempre ad una teatralità di gesti e scenari riconoscibile e simbolica. E si torna a parlare di metanarrazione, di cinema (e teatro, e televisione) ed è tutto un concatenarsi fra queste diverse meta(?)realtà che si incontrano. Di base il film si snoda in tre filoni differenti, ed è lo spettacolo nello spettacolo, ed il dietro le quinte nel dietro le quinte, e tutto per raccontare anche in questo caso una storia malinconica, agrodolce, da cui far emergere traumi e paure.
Si parla di diversità in fin dei conti, e anche di unicità nella diversità, nell'elaborazione di un lutto, di genitorialità, e di amore, ma anche di solitudine perché ognuno alla fine dovrà affrontare quelle paure da solo.

Tutto viene raccontato con la solita ironia, ma Asteroid City secondo me ogni tanto si incastra nella sua fluidità, come se le ruote dell'ingranaggio fossero dentate, e ogni tanto avessero bisogno di una spintarella. Non posso dire di essermi annoiato, anche perché la durata è tutto sommato corretta per gli intenti, però diciamo che mi aspettavo una maggiore scorrevolezza, e soprattutto capisco chi si sia sentito sopraffatto dall'ennesimo layer andersoniano e di una chiave di lettura dell'intero film che, in parte, arriva solo alla fine. Quei temi inoltre, più che serpeggiare lungo tutta la pellicola, mi son più arrivati qui e lì, magari attraverso qualche dialogo in particolare.
O ancora, un cast colossale come quello raccolto per Asteroid City non si vede tanto spesso, e include nomi come Tom Hanks, Tilda Swinton, Scarlett Johansson, Steve Carell, Maya Hawke, Jeffrey Wright, Adrian Brody, Bryan Cranston, Margot Robbie, ma molti sono ruoli di cameo e un po' spiace.

Per me, alla fine, tutto si riduce al tentare di capire, al domandarsi per meglio dire, sul senso della vita e sul nostro ruolo nel mondo, come tanti personaggi "in cerca d'autore" e tanti autori in cerca di una strada. C'è una risposta a tutto ciò in questo film? Certo che no, altrimenti sarebbe tutto troppo semplice e avremmo decodificato un segreto forse più strano degli alieni. 
Chi ama i lavori di Wes Anderson, troverà in Asteroid City quello che si aspetta, quel comfort, quegli omaggi che il regista regala sempre, dall'altro lato chi non apprezza troppo il suo stile e di solito ne è annoiato dalla macchinosità, dal fatto che non vi sia una sola chiave di lettura o personaggi per cui "tifare", chi non riesce a cogliere la differenza fra serio e faceto ma vuole capire ogni singolo dettaglio, potrebbe non riuscire a digerire meglio questo ultimo suo lavoro.
Se invece vi incuriosisce, ma non siete, come me, i primi sostenitori dello stile del regista, magari i cortometraggi potranno soddisfare la curiosità senza stancare troppo.



Una novità. Iscriviti qui

Vi sono piaciuti