Sono e sono state fra le serie tv Netflix più viste nelle ultime settimane ed anche io mi sono fatto incuriosire. Temi diversi, generi che a tratti si sfiorano ma che poi divergono, ma su di me hanno avuto, per ragioni diverse lo stesso impatto non convincendomi fino in fondo.
Unchosen
Miniserie
Asa Butterfield (Il tuo Natale o il mio, Sex Education) punta sul drammatico con un ruolo diverso rispetto alle sue ultime interpretazioni. In Unchosen, sul Netflix dal 21 Aprile, interpreta Adam, un giovane uomo che fa parte della "Confraternita del Divino", una setta cristiana ultra-conservatrice e patriarcale, con delle regole molto ferree. Adam si sta facendo strada nella gerarchia della comunità, ma fra le mura di casa sua qualcosa non funziona più. Sua moglie Rosie (Molly Windsor) infatti è sempre più insofferente alla vita nella setta e il matrimonio con Adam è frustrante e fonte di sofferenze. Le loro vite, e quella della comunità però verranno stravolte dall'arrivo di Sam (Fra Fee), un misterioso uomo che riuscirà ad accedere alla setta salvando la vita della figlia di Rosie e Adam, ma che nasconde un passato poco limpido.
Capisco come mai Unchosen sia stata in vetta alla classifica di Netflix: ha infatti un attore protagonista riconoscibile, specie dal pubblico della piattaforma, che qui appunto si trova in una veste completamente diversa dal ruolo in cui lo conoscevamo. E poi ci sono tutte le dinamiche all'interno della setta, che comunque suscitano sempre curiosità e ci riportano un po' alla mente The Handmaid's Tale. In effetti Unchosen sembra un po' una denuncia, soprattutto attraverso alcuni personaggi secondari, delle dinamiche tossiche e assurde delle sette, specie a carattere religioso e così restrittive che portano poi anche a perdere i rapporti con le persone care.
La serie però di base è un thriller psicologico con la classica figura che va a rompere gli equilibri in una situazione già complessa, andando a creare un effetto domino. Unchosen in questo senso funziona abbastanza bene, è scorrevole, dura solo 6 episodi quindi la si può bingiare senza troppa fatica, anzi credo sia stata pensata proprio questo approccio. E poi c'è un ottimo cast, anche di comprimari, che regge il gioco fino alla fine.
Unchosen però non offre nulla di nuovo, purtroppo a causa di una certa superficialità che la serie si porta dietro. C'è sicuramente una approssimazione nella struttura generale visto che ad esempio questa setta e in generale il suo culto, non viene mai sfruttata o spiegata del tutto. Sappiamo che sia basa su regole rigidamente religiose e patriarcali, che porta i suoi membri ad essere staccati dal mondo il più possibile, ma qui finiscono le regole note. Il problema è che la Confraternita del Divino non sembra un luogo così accogliente da spingere le persone a volerne far parte e poi non ne conosciamo bene tutte le logiche e le gerarchie.
Questa superficialità investe anche la sceneggiatura: sono tante le facilonerie che sono state inserite per far funzionare la serie. Basti pensare ad esempio alla presenza di Sam, che viene accettata, in una congrega così stretta, senza che comunque la comunità dica nulla. Gli sviluppi narrativi diventano così un po' prevedibili e appunto poco convincenti per rendere Unchosen davvero solida.
È comunque una serie tv che, come dicevo, si lascia seguire, ha i suoi punti di forza a cui aggiungo anche la regia e un paio di momenti di tensione riusciti.
Man on fire: Sete di vendetta
Prima stagione
Il 30 Aprile è arrivata Man on Fire che nel momento in cui vi sto scrivendo è ancora in TOP 10 fra le serie Netflix più viste, anche se non si tratta di una novità.
Man on Fire è infatti l'ennesimo adattamento di un romanzo del 1980 di A. J. Quinnell, che ha già avuto tre diverse versioni cinematografiche. Il concetto di base è sempre simile, ma cambiano caratteristiche del personaggio e il contesto. In questa nuova rivisitazione c'è John Creasy (interpretato da Yahya Abdul-Mateen II) che, a seguito di un trauma che l'ha colpito molto da vicino, si è ritirato dalle Forze Speciali dell'esercito americano e lavora come magazziniere. Però il suo vecchio amico Paul Rayburn (Bobby Cannavale, Unstoppable, Scarpetta), conoscendo le abilità di Creasy, lo vuole coinvolgere in una missione in Brasile, ma qualcosa cambia i suoi piani. Rayburn e la sua famiglia vengono infatti uccisi in un attentato, ad eccezione di Poe (Billie Boullet, A Small Light), così per Creasy scatta un piano di vendetta ma deve anche cercare di mettere in salvo la ragazza.
Man on fire è indubbiamente una serie tv che punta agli amanti dei thriller d'azione puri, e che è indubbiamente ricca. Ci sono infatti molte scene di scontro, di combattimenti, inseguimenti, sparatorie, e ovviamente anche spostamenti in diverse location che rendono tutto molto movimentato. Lo sfondo del Brasile è secondo me credibile e in linea di principio c'è un buon cast che regge comunque una storia dai molteplici sviluppi.
Ma Man on fire è anche una serie tv che sembra già vecchia: non solo non c'è alla base una storia che provi a discostarsi dai tanti film che, soprattutto negli anni '80 e '90, erano incentrati su questi Rambo pronti a tutto per la loro vendetta, ma è tutto stantio. I dialoghi soprattutto sono composti da frasoni ad effetto che oggi a mio avviso suonano datate e innaturali, ed è proprio Creasy a risultare un personaggio fuori tempo massimo.
L'interpretazione monoespressiva di Abdul-Mateen non aiuta, ma ammetto che ho sopportato molto meno Poe che non fa altro che frignare e creare problemi. È insomma davvero difficile prenderli in simpatia e tifare per loro e questo è forse il problema più grosso perché di loro, alla fine, non ce ne importa poi molto. Sono giusto figurine funzionali ad una storia.
In generale a ben guardare la trama ci sono molti elementi troppo sottili per dare solidità alla sceneggiatura, e altre parti che sono trascinate al punto quasi da annoiare. Eppure Man on fire segue le leggi seriali attuali: solo sette episodi che durano circa 40 minuti ciascuno, ma comunque sembra scattosa, come se si passasse da una parte all'altra senza una reale continuità.
Forse non sono il suo pubblico di riferimento e ammetto che mi ha stupito vedere la serie galleggiare ancora fra i primi posti della classifica Netflix perché non mi sembra abbia caratteristiche che possano giustificarne il successo. Se amate il genere farà per voi, io però non credo voglio sapere se ci sarà o meno una seconda stagione di Man on fire.
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