Il Diavolo veste Prada 2: quando i sequel hanno un senso

Se le seconde stagioni possono essere una mannaia per le serie tv, i sequel sono una ghigliottina per i film. E più sono attesi e amati, e più è complesso soddisfare un pubblico ampio. Anzi siamo pure un po' stanchi di remake, sequel, rifacimenti. Così Il diavolo veste Prada 2, arrivato a distanza di 20 anni dal primo capitolo non aveva un compito facile. 



Titolo originale: The Devil Wears Prada 2
Genere: commedia, drammatico
Durata: 111 minuti
Regia: David Frankel
Uscita in Italia: 29 Aprile 2026 (Cinema)
Paese di produzione: USA


È cambiata completamente la società, ed è cambiato anche il nostro approccio a come vediamo il cinema, a quello che pretendiamo dallo schermo, e siamo semplicemente cresciuti. 
Il primo capitolo de Il diavolo veste Prada è cresciuto insieme a noi, e nel corso di questi anni è diventato un cult: lo abbiamo visto e rivisto nelle migliaia di repliche che danno in televisione, ne abbiamo imparato le battute ed è diventato un comfort movie che guardiamo anche solo a spezzoni quando passa in TV.  Nel tempo lo abbiamo anche rimaneggiato concettualmente, guardando con occhi diversi i suoi protagonisti e capendo chi era davvero il villain della storia.

Venti anni dopo sono cambiate molte cose e rappresentarle nell'immaginario che il film di David Frankel aveva creato, senza fare danni ai fragili cuori di fan più accaniti, non era un lavoro semplice. Eppure Il Diavolo Veste Prada 2 è esattamente ciò che mi aspettavo.

Nel 2006 abbiamo conosciuto la fiaba di una giovanissima Andrea Sachs (Anne HathawayThe Idea of YouMothers' Instinct) che, attraverso diverse peripezie, riuscirà a sbocciare e a capire cosa vuole davvero dalla sua vita grazie anche al tossico ed esclusivista (diciamolo) mondo della moda e del fashion, ma adesso è cresciuta. Andy è diventata infatti una stimata giornalista che si occupa anche di temi complessi ma che, come molti, si ritroverà improvvisamente senza lavoro. Un'occasione però le si palesa subito all'orizzonte: tornare a lavorare a Runway. Un throwback che non si lascerà sfuggire, anche se molte cose sono cambiate in quell'universo che una volta la spaventava.

Infatti la redazione del magazine di moda non è più la stessa, a partire dalla direttrice Miranda Priestly (Meryl StreepDon't Look UpOnly Murders In The Building), la lady di ferro che un tempo terrorizzava tutti più della strega dell'Est, e che adesso sembra più arrugginita, censurata persino dalle risorse umane. È vero che al suo fianco c'è sempre il fidato Nigel (Stanley TucciFountain of Youth - L'eterna giovinezza), ma l'editoria, specie quella cartacea, è in crisi, sotto il peso dei social media, fra algoritmi e metriche, che hanno imposto altri metodi di comunicazione e possono creare una crisi reputazionale nel giro di poco. 

È proprio in questo ambito che Andy troverà la sua strada, ancora una volta a Runway cercando di migliorarne l'andazzo e le sorti, adesso che sono soprattutto gli sponsor e i manager quelli che tengono le redini. 

La stessa Emily Charlton (Emily Blunt, Oppenheimer, The English) da ex assistente bistrattata di Miranda, ha fatto strada ed è diventata brand manager per Dior, uno degli sponsor della rivista.

Non sarà facile salvare Runway e, di conseguenza anche la sua direttrice, perché il 2026 non è più il 2006 e le dinamiche di potere adesso non vedono più in cima chi detiene talento, capacità imprenditoriali, visioni valoriali e tenacia nell'inseguire una posizione, ma solo chi ha una maggiore disponibilità economica da poter decidere il destino degli altri.

Il diavolo veste Prada 2 fa quello che forse tutti i sequel dovrebbero fare: non tenta infatti di riproporre ad ogni costo gli sfarzi del primo capitolo, ma ce ne dà uno sviluppo naturale, contemporaneo, leggero ma anche amaro che si rivolge soprattutto ai fan del primo film.

Già in realtà si sono scatenate critiche su vari aspetti di questo sequel che secondo me spostano un po' il focus che la storia aveva sin dal principio.
Il primo film, seppur con qualche sottotesto più complesso che magari abbiamo notato dopo anni di visione con un'ottica più disincantata, era pur sempre una commedia leggera sullo sfavillio del mondo della moda. The Devil Wears Prada, anche stilisticamente, non cercava infatti di ribaltare un genere cinematografico con particolari innovazioni, ma era più la storia di un brutto anatroccolo che finalmente prendeva consapevolezza di sé. Funzionava molto bene però sia nella caratterizzazione dei personaggi e soprattutto nelle battute che sono diventate delle catchphrase memabili, ed anche per alcune scelte creative.


Il vero tentativo de Il Diavolo Veste Prada 2 è, secondo me, quello di omaggiare il primo capitolo attraverso piccoli e grandi easter egg dei momenti più iconici, capaci di far gongolare chi ha amato questa pellicola, e credo ci siano riusciti molto bene. Non c'è nemmeno qui il tentativo di stravolgere, innovare, cambiare le sorti o creare grandi archi evolutivi dei personaggi, ma molti aspetti, anche le tracce musicali o sequenze di montaggio ad esempio, cercano di riportarci al mood che il primo film settava.

L'unica differenza più palese è che forse adesso gli aspetti più "drammatici" non vengono nascosti troppo proprio perché viviamo in una realtà più complessa che non ci permette più di mettere la testa sotto la sabbia. Siamo nell’epoca delle grandi corporazioni e dei “tech bro”, e anche Il Diavolo Veste Prada non può che mostrarcelo, inserendo un sottile messaggio femminista. Nonostante infatti Andy, Miranda e anche Emily siano donne al comando e talentuose, devono comunque confrontarsi con gli uomini che sono al potere e possono decidere le loro sorti. In questo senso il film ci mostra proprio dei personaggi forse macchiettistici, interpretati da B. J. Novak e Justin Theroux (Running Point, Beetlejuice Beetlejuice), ma che rendono bene l'idea di chi (purtroppo) è in cima. 

Allo stesso modo però è bello come il film ci mostri come queste protagoniste, che in un modo o nell'altro finiscono per scontrarsi, sappiano riconoscere il valore e le fragilità l'una dell'altra e supportarsi anche dopo la burrasca.

Queste nuove sfumature però non sottraggono godibilità al film, che resta una sfavillante mostra di glamour, ironia, divertimento, e che scorre bene durante la visione. Quelle microfrizioni che si creano servono a generare delle dinamiche ma non tolgono quella sensazione di rassicurante familiarità che ci dava il primo film.
È stata poi un'occasione per far tornare in sala anche persone che, a giudicare dai commenti che sentivo, probabilmente non mettevano piede al cinema dal dì che fu, quindi è una operazione riuscita.

Il diavolo veste Prada 2 funge bene come una reunion un po' nostalgica che molti fan chiedevano da tempo, e che secondo me ci mostra un coerente proseguimento alle vicende dei protagonisti. Non mancano poi i cameo più o meno illustri ad infoltire un cast già affiatato ed efficace.

Le critiche che mi sento di muovere quindi non riguardano tanto la solidità della sceneggiatura, perché è vero che alcuni snodi non sono estremamente realistici, ma non lo era nemmeno il fatto che la scialba Andy venisse assunta in una rivista di moda. 

A me ad esempio è sembrato che la parte centrale del film fosse un po' troppo lunga, più per seguire lo standard del minutaggio cinematografico attuale che per reale necessità di narrazione. Una asciugatura avrebbe dato più mordente e reso il tutto più frizzante. Tra l'altro, in queste due ore piene mancano secondo me alcune prospettive che potevano avere maggiore sviluppo. La vita sentimentale di Andy ad esempio sembra giusto buttata lì a caso per darci un riscatto rispetto a Nate e darci la possibilità di vedere una relazione più matura per la protagonista. Se il nuovo marito di Miranda, Stuart (interpretato da Kenneth BranaghAssassinio a Venezia) sembra una spalla perfetta per la direttrice, Peter (Patrick Brammall) non dà molto ad Andrea anche perché trova poco spazio. Ma c'è anche da dire che lo stesso Nate, a parte lamentarsi, non faceva troppo. 

Un altro aspetto, sicuramente secondario ma non troppo visto il contesto, è che alcuni abiti mi sono sembrati più che altro costumi di scena e non veri e propri indumenti che una persona indosserebbe anche in un contesto glamour. 

Chi si aspetta quindi un capolavoro secondo me non solo non sarà soddisfatto ma dovrebbe rivedere il primo film con un occhio più critico e meno sentimentale.
Per il resto Il Diavolo Veste Prada 2 è un film onesto e forse con una consapevolezza maggiore e se diventerà un altro cult, sarà il tempo a dirlo. 



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