lunedì 15 ottobre 2018

Etica d'impresa e scelte di marketing: quanto contano DAVVERO?

Tutto ciò che ci circonda e che acquistiamo è frutto del lavoro e dell'ingegno di moltissime persone. Ai nostri giorni non si tratta più di creare e vendere, ma si agisce a più livelli per scegliere a chi e soprattutto come vendere qualcosa. Il marketing ha acquisito un ruolo fondamentale in un mondo in cui la concorrenza e la competitività sono alle stelle.
Ci sono infinite possibilità nelle scelte di marketing, la più comune è forse quella di trasmettere i propri valori e la propria etica o comunque condividere l'immagine che l'azienda vuol dare di sé, tramite ad esempio lo storytelling, con cui raccontare la propria storia, la propria esperienza e, ovviamente, i propri pregi.

A volte le imprese si legano a tematiche sociali, magari mettendo in vendita collezioni il cui ricavato viene devoluto in beneficenza, e per quanto possa essere una mossa positiva e molte volte anche sentita, è comunque marketing.
Tuttavia ogni (più o meno dai, siamo positivi) azienda ha il suo lato oscuro, e anche chi si mostra al meglio, poi rivela il volto peggiore, non solo non seguendo quella linea etica millantata ma anche mettendo in atto comportamenti scorretti per le altre imprese, per i propri lavoratori e per i clienti.
Inchieste, polemiche, tentati boicottaggi sono le risposte più comuni quando brand e aziende mettono  in atto comportamenti che vengono reputati come non etici, ma non sempre sono reazioni azzeccate.

Non è facile distinguere una diatriba corretta da polemiche sterili, perché a volte la simpatia o l'antipatia per quel brand ha la meglio, e toccare temi che vengono reputati come sensibili, porta a repliche spropositate per quello che è in realtà il "problema". 
È stato così ad esempio per Chiara Ferragni e la sua collaborazione con Evian, con cui ha creato una collezione di bottiglie di acqua personalizzate. 


Il logo dell'occhio dalle lunghe ciglia capeggia sul vetro della bottiglia, e 8 euro invece è il numero scritto sul cartellino del prezzo (per 700ml di acqua). Tutto ciò ha spinto ad una polemica, e dalla polemica si è arrivati addirittura all'interrogazione parlamentare (e poi dicono che non hanno tempo per il matrimonio egualitario).
Peccato che quella di Evian sia da sempre un'"acqua di lusso", che ha un costo più elevato rispetto alle casse di acqua di un qualunque altro marchio che trovate al supermercato e che, nonostante l'antipatia che può creare Chiara Ferragni, il suo logo sopra la bottiglia la rende un pezzo da collezione in edizione limitata
Insomma non sarà un Modigliani, ma considerando che si parla di un personaggio con 15 milioni di follower su Instagram e soprattutto un patrimonio netto di circa 12 milioni di dollari, direi che la scelta di marketing di Evian e Chiara Ferragni non è diversa dalla collaborazione di tanti altri personaggi famosi con altri marchi, ha una sua coerenza che non ha nulla a che vedere con chi purtroppo non ha la possibilità di comprare una bottiglia di acqua nemmeno a pochi centesimi, e se vogliamo discutere dell'etica del mercato dei beni di lusso, dovremmo aprire un'altra parentesi.

Ci sono però altre scelte di marketing e di etica che invece nascondono a volte una certa incoerenza di fondo, che secondo me è ben più grave della bottiglia di acqua personalizzata.

Mi scappa la pipì papà!

Vi sarà capitato di sentire parlare, nelle tantissime inchieste svolte, delle condizioni di lavoro degli addetti ai magazzini di Amazon, dove si corre a più non posso per rispettare i tempi di imballaggio e consegna, dove pare che ogni addetto gestisca più di 200 pacchi al giorno e che addirittura alcuni siano costretti a far pipì in una bottiglia (spero non quella della Ferragni ché costa tanto) per paura che fare una pausa gli faccia perdere il posto di lavoro, visti i tempi strettissimi che l'azienda impone, tempi gestiti da un algoritmo "poco umano". 
Eppure nella pubblicità, ovviamente, il fattorino Amazon è un ragazzone prestante che tiene in mano il pacco sorridente.


Non c'è ombra di stress o stanchezza, nemmeno una occhiaia o un brufolino da ansia, ed evidentemente deve aver nascosto bene il braccialetto geolocalizzatore che consente all'azienda di rintracciare i propri dipendenti. 
Insomma l'e-commerce americano non è stato esente da critiche di ogni tipo per il trattamento che sembra riservi ai propri dipendenti.
Ma conoscete Amazon Incentives? In pratica è un servizio sempre offerto da Amazon che in modo flessibile ti consente di premiare le persone che lavorano con te e 
"superare gli obiettivi di incentivazione della tua attività e infondere fiducia nei dipendenti, clienti e partner"


Un po' contraddittorio, non trovate? Pare che infatti lo stipendio dei dipendenti Amazon sia lievemente superiore rispetto alla media del settore logistica, ma il loro contratto non ha particolari benefit.
In questo caso però mi sento in colpa perché ho io stesso un account Prime ed acquisto almeno una volta al mese da Amazon, e in tre o quattro giorni lavorativi ho il mio ordine consegnato in Sicilia. A giudicare poi il fatto che il loro utile netto trimestrale è aumentato di 12 volte, mi sa che non sono il solo ad avere i sensi di colpa. 

3 minuti, solo 3 minuti

O, ancora, parliamo delle condizioni dei lavoratori di McDonald? Tempi serrati, turni lunghi e scarsa paga, dicono soprattutto alcuni ex dipendenti. In questo caso magari potrei approfondire anche per quanto riguarda il cibo che propone, che secondo quanto mostrato in pubblicità proviene da freschi pascoli di montagna, ma di cui moltissimi lamentano il livello di qualità.
Ma basiamoci su ciò che vediamo con i nostri stessi occhi. Anche qui nei cartelloni e negli spot, i dipendenti sono sempre sorridenti affacciati alle loro finestre, pronti a servire il classico sacchetto di carta, in pieno stile americano pieno di panini unti e grassi (come piacciono a me!).


Per molti giovani lavorare da McDonald è un trampolino, il primo lavoro dove farsi le ossa, mettere qualcosa da parte e lanciarsi poi verso un'altra esperienza. 
Ma non so se avete letto le ultime novità, visto che la catena di fast food ha introdotto in Italia, dall'11 Ottobre per un periodo limitato, un servizio a tempo: in pratica ai McDrive aderenti vi sarà fornito un timer al momento dell'ordinazione, e se i ragazzi non riescono a servirvi in 3 minuti, dovranno "pagare pegno" dandovi questa cartolina.


In pratica al prossimo acquisto avrete diritto ad una porzione di Nuggets gratuitamente, il che è una bella mossa di marketing per l'azienda che stimola il cliente a tornare e a spendere ulteriormente denaro, ed immagino che i dipendenti non si strappino i capelli se non riescono a rispettare il gioco anche perché credo sia impossibile nei momenti di grande affluenza; ma voi lo vorreste un timer che, a lavoro, vi obbliga a fare del vostro meglio o comunque svolgere il vostro compito in tre minuti, specie considerando che già di per sé è un impiego stressante? Io sinceramente no, e se dovesse capitarmi di andare da McDonald, non approfitterò dell'offerta, che mi sembra sinceramente una challenge inutile per chi deve sottostare a questa condizione. Credo che un po' tutti possiamo sopportare di attendere 10 minuti per essere serviti.

Cattive compagnie

Anche noi blogger siamo spesso "vittime" di aziende con poca etica e che scelgono di sfruttare il nostro impegno e lavoro, a loro vantaggio.
Si passa dalle aziende che "rubano" su Instagram le foto di altre persone, per ripubblicarle sul proprio profilo, senza alcun credito al proprietario della foto, fino a compagnie che addirittura copiano i contenuti di alcune video-recensioni per manipolarli e farne pubblicità positive nei loro confronti.


È il caso ad esempio della youtuber americana Tati Westbrook che ha denunciato come alcuni brand, in particolare Silisponge, un'azienda che produce spugnette di silicone per applicare il make up, estrapolino dai suoi video dei fotogrammi o pochi minuti di girato, per trasformare una recensione negativa in una positiva da usare nelle pubblicità sul web. 
Quando Tati ha chiesto alla compagnia di rimuovere i contenuti usati impropriamente, che mandavano anche un messaggio falso, hanno tentato di pagarla per sistemare la cosa, ma al suo rifiuto pare sia stata definita dall'azienda stessa come "that bitch Tati", ovvero "quella stronza di Tati".
Quindi non solo la mancanza di rispetto del lavoro altrui, perché creare video e foto richiede un tempo non indifferente (ma ne parliamo un'altra volta), ma nemmeno rispetto per l'etica, il pensiero e il lavoro intellettuale di chi crea i contenuti. 

Quello che ci viene mostrato è diverso da quello che è accade dietro le quinte, e questo era noto, ma quanto contano per noi acquirenti le scelte etiche fatte da una azienda, specie quando queste scelte sono palesi?


Mi spiego meglio: le condizioni dei lavoratori di Amazon, per esempio sono venute a galla quando gli stessi dipendenti (o meglio, ex dipendenti) hanno iniziato a denunciare la cosa. Gli esempi in questo senso sono infiniti, ma è vero che le voci degli "insider" possono essere condizionate da una sorta di risentimento per essere  stati licenziati ad esempio. E non voglio sottovalutare quanto accade in certe aziende, e chi denuncia certe condizioni (anche perché ad approfondire tutto facciamo il 2019) ma potremmo superficialmente dire che non abbiamo la certezza, che non l'abbiamo visto le situazioni in prima persona, o che comunque, volendo essere cinici, potremmo dire che ogni lavoro richiede impegno e giustamente le aziende non possono agire da enti benefici.
Ma come ci comportiamo quando ad esporsi in un modo controverso, quando a non seguire più la filosofia prefissata o semplicemente a mancare di rispetto, è palesemente la stessa azienda o chi ne è a capo? Vi faccio un esempio.

Famose du' spaghi... di un'altra marca

Forse molti hanno già dimenticato il quasi boicotaggio mosso nei confronti di Barilla, quando Guido Barilla, il presidente dell'azienda, nel 2013 dichiarò di non volere mai famiglie omosessuali nelle sue campagne pubblicitarie, ma che preferisce avere una donna come angelo del focolare che coccola il marito e i figlioli, e sono tutti contenti.
#boicottabarilla è stato l'hashtag lanciato sui social, e fu un mezzo putiferio, che portò le persone e le associazioni a distaccarsi dall'azienda di Parma, e le altre imprese a reagire con una contro campagna pubblicitaria sottolineando invece la loro inclusività.



Si pensò di non comprare i prodotti Barilla, per far sì che l'azienda sentisse la voce "dal basso", e che potesse arrivar loro il messaggio che vantarsi di essere omofobi, coprendo la cosa come una scelta imprenditoriale, non è per niente giusto. 
Il risultato però non è stato del tutto entusiasmante per chi ha sostenuto questo boicotaggio, un po' come nel caso di Amazon.
Si legge sul sito dell'azienda per quanto riguarda il bilancio del 2014, quindi l'anno seguente al misfatto:
"Il fatturato si è attestato a 3.254 milioni di euro, con una crescita, a parità di perimetro ed escludendo l’effetto cambio, del 2% rispetto al 2013"
La crescita di fatturato e volumi è aumentata più o meno delle stesse percentuali negli anni a seguire, come riporta un articolo del Sole 24 Ore. Come si sia sgonfiata tutta l'indignazione dimostrata in rete, è un po' difficile dirlo. Manca la coesione e la reale convinzione che i nostri soldi possono dare e togliere il successo che una compagnia guadagna, o semplicemente non conta l'etica nei nostri acquisti? O ancora, le dichiarazioni di Guido Barilla sono state considerate solo come l'opinione non condivisa di un qualcuno qualsiasi?
Ah, io Barilla non la compravo già perché si scuoce di brutto.

Questo è un esempio noto in Italia, ma voglio scavare più a fondo e sfrugilare ancora più nel torbido
Faccio un passo indietro e mi sposto in un campo in cui l'etica, la morale o comunque una filosofia che ricongiunge azienda e clienti dovrebbe essere alla base di tutto, ovvero il mondo del beauty.
Il caso di Tati Westbrook che citavo sopra è l'esempio di come chi si occupa della cura della persona, in realtà non ha cura delle persone.
Il mondo della cosmesi, il settore che dovrebbe rappresentare la bellezza, la creatività, l'inclusività, magari con una scelta di marketing particolare, in realtà ha un lato molto brutto.

Già solo il fatto che molte aziende, specie di make up, si riferiscano ad un pubblico solo femminile è una scelta di marketing che non approvo e credo sia anche controproducente, ma questa è solo la punta di un iceberg ben più profondo. 
Non mi riferisco nemmeno a sviste o a "errori innocenti" come dichiarò ad esempio H&M per il caso della foto del ragazzino nero con su la felpa "Coolest monkey in the jungle".


Ci può stare che non si realizzi subito di aver fatto una scelta di immagine quantomeno discutibile, superficiale, poco rispettosa, ci può stare fare un errore che non segue le scelte etiche aziendali, e che ci si ravveda quando ci si rende conto che qualcosa non torna, ma di recidivi in questo campo è pieno il mondo.

Trucco e "inganno"

È una storia che risale ad un paio di anni fa, quando l'ormai famoso brand di make-up Wycon aveva lanciato il progetto #NoMoreTears, il cui ricavato dalla vendita di un mascara all'apparenza sembrava dovesse essere devoluto per sostenere le donne vittima di violenza. Ma a guardare bene i dettagli di questa campagna, non era esattamente così.


L'iniziativa si rivolgeva infatti a supportare un  Centro Aiuto alla Vita, che "supporta" le donne vittima di violenze a rivalutare e cambiare la loro intenzione di abortire. Potrei dire che l'hanno presa un po' alla larga e, sebbene non mi trovi d'accordo con questa linea di pensiero, oltre al fatto che la legge garantisce la possibilità di interrompere la gravidanza, direi che non si sono spiegati molto bene e che se volevano sostenere un centro antiabortista, potevano anche dirlo chiaramente, sebbene la campagna non avrebbe avuto lo stesso appeal al pubblico (chissà come mai).
Ma quelli di Wycon sono un po' recidivi e ad inizio di quest'anno hanno pensato fosse giusto chiamare uno smalto nero "Thick as a Nig*a"


Solo dopo che la notizia ha raggiunto i siti e i magazine oltre oceano, l'azienda ha capito che forse non è stata una scelta brillante, ha chiesto scusa e ritirato il prodotto. La mia idea su Wycon non è certamente del tutto positiva, anche solo considerando il fatto che sempre la compagnia è stata citata in giudizio ed ha perso una causa contro un'altra azienda di make up, ovvero KIKO, per aver preso un po' troppa ispirazione dal design dei loro negozi. 
Spero sinceramente che in Wycon ritrovino una strada più originale e meno contorta. 

Nulla di Ordinario

Tutto è iniziato a Gennaio di quest'anno, quando Brandon Truaxe, CEO e creatore di Deciem, marchio di cosmesi che forse avrete conosciuto tramite me (i miei primi due articoli su questa azienda hanno superato le 40mila visualizzazioni, per cui grazie ma scusatemi), ha assunto un atteggiamento direi sopra le righe, che è diventato, col tempo, incontrollabile. 



Dal 2013 ad oggi Deciem, ed in particolare The Ordinary, è diventato un brand cult per gli amanti della skin care e moltissimi si sono affezionati a questa compagnia anche per le scelte di marketing seguite (prezzi bassi, chiarezza nelle formulazioni, assenza di pubblicità e così via), al punto che ad oggi l'azienda conta 300 milioni di dollari di prodotti venduti in un anno, e sembra sia un dato in aumento. Tuttavia qualcosa è cambiato.
All'inizio di quest'anno Truaxe ha assunto, in particolare sulla pagina Instagram dell'azienda che ha deciso di gestire in prima persona, un atteggiamento sempre più strano, bizzarro, a volte anche rude nei confronti di chi commentava con semplice preoccupazione i suoi post, a volte contraddittorio, sostenendo di voler diffondere un messaggio di amore, fino a diventare problematico. 
È stata una escalation che è passata da commenti che sembravano razzisti, al licenziamento su due piedi di alcuni dipendenti (in generale il suo comportamento nei confronti dei collaboratori è stato più volte criticato), dalla condivisione sempre su Instagram di alcune mail private, fino a video al limite dell'inquietante. Un giorno infatti lo stesso Brandon Truaxe ha pubblicato un video in cui chiedeva di chiamare la polizia in quanto era in pericolo.


Senza contare poi i post in sostegno a Donald Trump e quelli in cui chiedeva di confrontarsi con Mark Zuckerberg. 
C'è chi l'ha considerata una forma di outrage marketing, in italiano potremmo dire "marketing oltraggioso" ovvero un modo di attirare l'attenzione verso la propria azienda con comportamenti offensivi di vario tipo. Tuttavia anche i più affezionati hanno iniziato a stancarsi di questi atteggiamenti del CEO, al punto che più persone hanno sostenuto che Truaxe abbia problemi mentali e che sia vittima di crisi nervose.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso (o meglio, la boccetta di siero) è arrivata proprio qualche giorno fa quando lo stesso creatore di The Ordinary, sempre in un video su Instagram, diceva che alcuni suoi dipendenti erano coinvolti in "importanti attività criminali" soprattutto finanziarie.


Tutto ciò ha scatenato ondate di acquisti dovuti alla paura che la compagnia chiudesse (soprattutto quando il sito principale Deciem risultava irraggiungibile e i negozi fisici sparsi per il mondo temporaneamente chiusi); altri invece hanno iniziato a cercare dei prodotti che potessero sostituire i tanto amati The Ordinary. Altri invece esplicitamente hanno scelto di boicottare l'azienda.
Ma la reazione più forte è stata quella della multinazionale Estée Lauder, azionista di minoranza in Deciem, che ha citato in giudizio Brandon Truaxe, ottenendo dal giudice che venisse sollevato temporaneamente dal suo incarico per essere sostituito dal vice CEO Nicola Kilner
Si conclude così, almeno per il momento, l'ascesa e la caduta (anche se non si sa fino a quando) di un genio che ha rivoluzionato il mondo della cosmetica, e questo mi ha messo un po' tristezza, ma più che acquisti dovuti al panico, sto valutando alcuni dupes.

Questi sono solo alcuni dei milioni di casi che mi hanno colpito di come etica di impresa e marketing si fondono in modo a volte contraddittorio, a volte semplicemente malevolo, e di come ogni azienda in settori diversi, presenta delle criticità nel mostrarsi ai propri clienti. 

Per voi quanto contano al momento dell'acquisto l'etica, la reputazione, la coerenza e le scelte di marketing che una azienda fa? Sono aspetti fondamentali o pensate che sia inutile tentare ad esempio un boicottaggio nei confronti di coloro che non rispecchiano il vostro concetto di integrità?
E con che occhi guardate gli spot? Cosa vi spinge a non sostenere più un brand?
Io ho più o meno espresso la mia opinione, ma devo dire che non ho una risposta precisa a tutto, perché è complicato. Vale più la validità del prodotto, la funzionalità, la piacevolezza, che la scelta di una filosofia di rispetto verso i propri clienti, partner, e verso la concorrenza?



40 commenti:

E tu cosa ne pensi?

Info Privacy

  1. ok, niente più soldi ai furbetti della Wycon

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non conoscevi la vicenda? Pensavo fosse storia vecchia

      Elimina
  2. Stavo seguendo la vicenda Deciem perché pur non avendo mai acquistato prodotti The Ordinary, ho sempre pensato che un giorno lo avrei fatto. Tuttavia il comportamento strambo del suo creatore un po' mi infastidisce...indubbiamente c'è qualcosa che non va. Comunque di sicuro non chiuderanno: Estee Lauder ha il 30% delle quote e certamente farà in modo che il proprio investimento perduri.

    Per quanto riguarda la tua domanda finale, io penso poco al marketing quando decido di fare un acquisto. Solitamente mi baso su altro e seguo poco le mosse pubblicitarie, in genere.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Se sono riusciti a sollevarlo anche se solo temporaneamente evidentemente ci sono dei problemi anche un po' più gravi di pubblicare stramberie su Instagram (per quanto un danno di immagine è palese).

      È comunque difficile conoscere le reali opinioni di chi è dietro una azienda quindi capisco chi (io incluso), preferisce lasciar stare con le scelte di marketing e basarsi su altro!

      Elimina
  3. purtroppo oggi tutto è complicato.. ho delle riserve sulle pubblicità in generale perchè alla fine per venderti un prodotto farebbero di tutto.. sono sincera non mi sono mai preoccupata di approfondire le politiche aziendali di ciò che compro (mea culpa ovviamente) però oggettivamente se di ogni prodotto devo approfondire la politica aziendale ci metterei 3 secoli solo a far la spesa.. mi stanno veramente rompendo le bolle con sta politica antiaborto ma cavolo una vita per conquistare sto diritto e ci sfracassano che non è giusto.. mi altera non poco questa cosa, c'è una legge che io reputo più che giusta quindi perchè rompere su un diritto che ormai c'è da anni?! bah, non lo capisco.

    mallory

    RispondiElimina
    Risposte
    1. È vero, è complicato e non credo sia una colpa non seguire tutte le scelte che una azienda fa anche perché è un lavoro mastodontico capire tutte le strategie.
      Non so perché Wycon abbia scelto proprio quella associazione, quando ce ne sarebbero tantissime, che avrebbero provocato anche meno casini!

      Elimina
  4. Pier, per ciò che concerne la Ferragni ti faccio un esempio del mio ramo:
    una maglia Adidas del catalogo Teamwear costa, toh, dai 29 ai 39 euro.
    La stessa maglia, con lo stemma del Leicester City e lo sponsor della squadra, viene a costare 70 euro.
    Ecco, la bottiglia "firmata" e costosa non è una cosa scandalosa, anche se io mai spenderei tanti soldi per una bottiglia, figuriamoci una bottiglia associata alla Ferragni (ma allo stesso modo c'è chi dice giustamente: "Non prenderei mai una maglietta di una squadra di calcio).

    Veniamo al nocciolo del tuo interessantissimo post.
    Io credo che il boicottaggio lanciato sui social finisca sempre per non uscire dai social. Alla fine quando facciamo la spesa guardiamo al prezzo, spesso alla comodità, non credo che questi boicottaggi proclamati si concretizzino davvero. Poi magari qualcuno lo fa, ma non incide. Magari c'è chi, dopo quella polemica, ha iniziato a prendere la Barilla (Io ho smesso semplicemente perché è una pasta che o ci mette due ore a cuocersi o scuoce subito, w la De Cecco :D).

    Ecco il punto: alla fine noi consumatori facciamo di testa nostra, il marketing e la pubblicità servono per farci conoscere un prodotto, ce lo fanno provare per curiosità..poi se ci piace bene, altrimenti passiamo oltre.

    ps
    Sono letteralmente sorpreso dal caso delle recensioni manipolate, ma non mi stupisce. E trovo terribile quella promozione dei 3 minuti del McDrive.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ecco anche io non comprerei la bottiglia della Ferragni ma nemmeno la maglia di qualcuno in verità. :D
      Anche io credo che a far leva siano altri aspetti, ma allora mi chiedo, ha senso indignarsi, o peggio avere una etica se tanto non la si segue?

      Elimina
  5. Il marketing è tutto in un'azienda.
    L'ho sempre pensato.
    E magari, anche in un blog, no? :P

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Sì, anche se un blog può andare avanti anche senza marketing, una azienda un po' meno :D

      Elimina
  6. Argomento molto interessante e molto interessanti tutti i casi citati, anzi qualcuno più che interessante lo definirei raccapricciante 😅 come il soro deciem che a me inquieta non poco 😂❤️

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi aspetto un suo prossimo colpo di coda da un momento all'altro 😅

      Elimina
  7. Ammazza Pier che post. Bravo!
    La questione, come dicevi, è ben più complessa per cui è difficile schierarsi in un verso o nell'altro. Anche io acquisto da amazon e la cosa ora mi fa sentire in colpa. Di tutte le storie che hai citato, conoscevo quella della Ferragni, di Wycon e di Deciem. Quella di H&M l'avevo sentita di sfuggita, ma non avevo approfondito.
    Il punto è che ormai è come se tutto il sistema fosse fatto male. Mi spiego meglio. La gente (compresa me) ormai acquista spessissimo online. Se ci pensiamo, ciò sta portando alla rovina di tantissimi piccoli imprenditori nelle piccole e grandi città; al tempo stesso per acquistare un gingillo qualsiasi dall'altra parte del mondo inquiniamo l'ambiente in modo indicibile. Spero che quello che intendo sia chiaro.
    Ormai la cosa è così fitta e complessa, che non si può avere una risposta. O basti pensare alle catene di fast fashion tipo H&M: capi a poco prezzo, creati da tutt'altra parte, con operai sottopagati e fabbriche che inquinano nazioni che praticamente ci ricavano poco e nulla.
    Personalmente più che boicottare un brand in assoluto (a parte casi eclatanti tipo Wycon, Nivea e poco altro), cerco di fare acquisti responsabili, ragionati per evitare di impattare ulteriormente il sistema, ma è quasi impossibile fare la scelta che sia giusta per tutti al 100%.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille :D
      In effetti la filosofia della difesa ambientale è forse quella più condivisa quando si tratta di etica di impresa, anche se penso sia un po' difficile seguirla al 100%. In ogni caso fare acquisti mirati, voluti, che si sfruttano (penso intendi questo) è una ottima etica!

      Elimina
    2. Sì sì, intendevo quello :D

      Elimina
    3. È anche un po' la mia etica! Molti acquisti magari, ma zero waste.

      Elimina
  8. Ti dirò, un tempo ci facevo molto caso. Cercavo di non acquistare molto nelle catene, stile Zara e H&M o comunque quelle che sfruttavano i lavoratori, di comprare più prodotti artigianali possibili e via discorrendo. Poi ho smesso, un po' perché è complicato, parecchio perché costoso e come tu ben sai, avendo ad esempio la bimba che cresce parecchio, è utile comprare 2 leggings a 8 euro da H&M, non prendiamoci in giro. Certo, di qui a comprare l'acqua della Ferrogna anche no, però quante altre cavolate ho comprato... tipo i rossetti Chanel, perché sono di Chanel? Insomma, forse ho fatto un discorso confuso ma comunque col tempo sono forse diventata troppo contraddittoria!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Lo capisco bene, anche io acquisto molto appunto da H&M ma ho sostenuto Deciem in più modi, l'unica cosa è che appunto possiamo cercare di fare acquisti più mirati, e pochissimi extra.
      La contraddizione alla fine fa parte dell'animo umano :D

      Elimina
  9. L'ultima storia che hai raccontato è assurda e spaventosa.
    Credo anche io che sia uno squilibrio mentale e non marketing... perché atteggiamenti simili DISTRUGGONO un brand, non solo episodi isolati tanto per salire alla ribalta, ma sono continuativi.
    Comunque, la storia della Barilla non era proprio omofoba, dai. Dissero che negli spot preferivano mostrare la famiglia tradizionale perché il loro target di riferimento era quello... Poi io la difendo a prescindere perché negli anni la Barilla è sempre stata un esempio di storytelling coi controcazzi :D

    Sull'H&M la cosa è razzista solo se hai una mente razzista: quindi un marocchino non potrà indossare nulla con le scimmie, perché subito scatta il paragone... Eh, lo so... :D

    L'acqua è una mossa astuta. Vero che è un pezzo da collezione ma non l'ha mica disegnato il Caravaggio: già altre volte alcuni prodotti escono in tiratura limitata (le lattine Lemon Soda, ad esempio) e non costano di più. Però, amen.
    Polemiche inutili.

    Quando smetto io di affidarmi a un brand? Quando sulla mia pelle provo che FA CAGARE :D

    Moz-

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Eppure sai che le vendite di Deciem saranno schizzate in alto visto che le persone avevano paura della chiusura dell'azienda :D
      Non essere inclusivi ed escludere specificatamente le famiglie omosessuali è omofobia! Così come dire, non includerei mai una famiglia di indiani per fare un esempio. Se non hai una motivazione valida, non ci sono motivazioni che tengano, e comunque anche da donna non ne esci proprio bene... non siamo più negli anni '50!!

      Monkey non è solo per una questione di stupido paragone ma era anche il nome dato ai neri nel corso di molto molto tempo. Non voglio dire che sia al pari di "negro", ma il concetto è quello.

      Sulle bottiglie posso essere d'accordo ma si esclude una cosa: il potere social(e) di Chiara Ferragni. Ne stiamo parlando, l'abbiamo vista girare ovunque, lei attira l'attenzione in un modo o nell'altro... meglio di cosi :D

      Elimina
  10. Io penso che di alcuni episodi, la verità la sanno solo loro, e noi non la sapremo mai ma, secondo me, sono davvero poche le aziende giuste, corrette, professionali e rispettose dei dipendenti, quindi dovremmo comprare solo in pochi negozi e probabilmente non dovremmo nemmeno avere nelle nostre mani il pc o lo smartphone da cui stiamo scrivendo, visto il trattamento che viene riservato a chi raccoglie le materie prime per produrle, o almeno è ciò che "si dice in giro". Ne so qualcosa io che lavoro in un negozio di un centro commerciale molto grande e nel quale vedo e sento di tutto e di più anche di aziende da cui non ti aspetteresti certi atteggiamenti. Quindi si, è un discorso molto complicato, anche se la maggior parte delle pubblicità le odio perchè in alcune è davvero palese la finzione dell'efficacia di un prodotto ma vabbè, ormai credo che siamo arrivati ad un punto in cui tutto stia per crollare, e lo spero sinceramente, perchè sono un po' stufa di tutta questa mania di perfezione, di finzione e di prese in giro. Scusa per l'italiano non perfetto, ma spero sia chiaro il concetto! :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ho capito il tuo concetto e sto apprezzando molto questo scambio perché ognuno di voi e di noi ha una esperienza e una visione diversa. Anche io comunque credo ci stiamo aprendo verso un periodo di maggiore sincerità e chiarezza, o per lo meno lo spero.

      Elimina
  11. A me viene in mente il caso di qualche anno fa Nev vs Nivea: all'inizio tutte a scrivere l'hashtag #IoStoConNeve e poi appena Nivea sforna un nuovo struccante e lo invia a tutte è un proliferare di video recensioni positive e tutte uguali :P Secondo me certa gente all'etica non ci pensa proprio, va semplicemente dove tira il vento e ha la memoria corta.
    Quanto alla Ferragni è una gran furbona (oltre a essere una gatta morta, ma su queste antipatie prettamente femminili soprassediamo :D ).

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi ricordo il "se compro neve non voglio nivea" o una cosa del genere ed in effetti è un po' come il caso Barilla... non mi pare che ci siano stati dei risultati evidenti :D

      Elimina
  12. Mah, la questione è sicuramente molto complessa e non credo di avere le capacità per dare un commento oggettivo. Sicuramente etica e coerenza, a mio avviso, devono essere alla base del rapporto cliente-azienda; se tu mi dimostri di non esser solo una macchina sforna prodotti ma anche "umano" (tipo il signor Ferrero), ho sicuramente una preferenza maggiore per il tuo prodotto che non per simili sul mercato.
    Ma, di contro, fa molto anche la qualità dello stesso prodotto e la trasparenza che c'è dietro; ormai è un susseguirsi di "bio", "vegan" e compagnia cantando su diversi prodotti senza esser lontanamente così "bio" come dicono. Però fa gola e vendono, a discapito dell'onestà.

    Abbè, mi son incartata! xD

    Comunque il discorso acqua Evian è allucinante, non tanto per la Ferragni e il costo ma quanto per il fatto che bastava chiedersi "ma quanto costa normalmente l'acqua Evian?" per capire che è un'acqua di lusso e basta, con o senza occhio :D

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Non ti sei incartata anche perché non credo ci sia una risposta univoca e oggettiva, perché ognuno fa le proprie scelte, e anche a farle queste scelte non c'è una soluzione perché ci sono molti scheletri nell'armadio che non conosciamo!

      Elimina
  13. Per quanto riguarda scelte di collaborazioni come quella avvenuta con Evian e Ferragni, personalmente non ci vedo nulla di male e tra l'altro trovo che la polemica sul prezzo lasci un po' il tempo che trova, il marketing non è improvvisazione, sopratutto di questi tempi!
    Per il resto il mio ragazzo ha sempre prestato attenzione alle varie politiche aziendali e da quando conviviamo lo faccio anche io (iniziando prima di riflesso e poi per interesse anche diretto). Abbiamo una preferenza per piccole aziende italiane e dove possiamo compriamo da loro.
    Ritengo che comunque purtroppo i dipendenti siano vittime prima che delle aziende, di loro stessi. Qui sarò forse polemica, ma gli stessi dipendenti sono poi quelli che fanno acquisti (che non mi vengano a dire che i dipendenti amazon non vanno da mc donald o vicecersa per citare le aziende di cui hai parlato!) e queste stesse persone (e mi includo perché io acquisto da amazon qualche volta), vogliono che il pacco (o il panino) arrivi veloce, si vuole avere tutto e subito, è "normale" che a questo punto l'azienda sacrifichi qualcosa. Anche perché ricordiamocelo, sono aziende, non onlus e come tali il loro obiettivo è fatturare e tirare fuori utili a fine anno. Poi che ci sia modo e modo questo è indubbio, ma la realtà è questa, le multinazionali sono queste. Per non lamentarci bisognerebbe scegliere altre realtà, le famose piccole (ma anche micro e medie) imprese italiane...purtroppo per quello che è l'andamento del mercato queste realtà sono destinate lentamente a essere surclassate dalle multinazionali.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Dici insomma che siamo tutti sulla stessa barca e non ci sono vittime e carnefici, ma siamo tutti colpevoli anche chi magari dovrebbe avere una certa sensibilità, vivendo in prima persona certe situazioni. Condivido devo dire.

      Elimina
    2. Bravissimo, ho fatto tante parole, ma il succo del discorso è esattamente quello!

      Elimina
    3. :D Mi trovi d'accordo comunque, ma credo che appunto questa sensibilità non sia poi così evidente :D

      Elimina
  14. Ho trovato estremamente interessante il tuo articolo e alcune delle vicende da te analizzate non le conoscevo, vedi l'ultima su Deciem. Ti dico la verità, quando acquisto make up non faccio quasi mai caso a tutto ciò che ci sta dietro, al concept, alle varie campagne pubblicitarie lanciate sul prodotto, soprattutto se queste ultime avvengono tramite Youtube, i blog e piattaforme simili. Devo dire che le uniche pecche in fatto di etica e di professionalità che ho notato negli anni, provengono certamente dalla pubblicità vista in tv, forse perché è più immediata e diretta e richiede meno "studio" da parte di chi ascolta e guarda.
    Sarei ipocrita se ti dicessi che da oggi smetterò di acquistare da Hm o di mangiare ogni tanto al McDonald, anche perché non credo che nella società in cui viviamo si possa essere sempre corretti al 100%. Magari negli intenti sì, ma arriverà sempre la circostanza che ci costringerà a cedere a compromessi.
    Io sono tra quelli che di ciò che fa la Ferragni non gliene frega un fico secco (e a dir la verità non mi piace neppure come fashion blogger per quel che ho visto), ma sul discorso della bottiglia non ne farei una questione di Stato come invece è successo, proprio perché la stessa cosa accade ogni giorno con altri prodotti e altri brand, ma, chissà perché, non con la stessa cassa di risonanza...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille davvero!
      So che è difficile star dietro a tutto e alla fine uno finirebbe per non comprare nulla. Il compromesso sì, c'è sempre, anche perché certe situazioni non vengono a galla, quindi sostieni chi CREDI abbia una morale, ma in verità...

      Elimina
  15. Penso che forse vivo su un altro mondo, dato che ho saputo dell'acqua della Ferragni leggendo battute più o meno ironiche e/o indignate sui social. Detto ciò, a me quell'occhio strabico non piace, e non pagherei mai così tanto per una bottiglia d'acqua, ma è chiaro che quel tipo di prodotto non è rivolto a persone come me.

    In generale io non mi faccio influenzare, ma ammetto che se alcune campagne attirano la mia simpatia mi sento più "contenta" perché mi sembra di sostenere una buona causa.

    RispondiElimina
  16. Che post interessante caro Pier. Ero a conoscenza dei casi di Amazon e McDonald, direi che un po di pressione i dipendenti la avvertano.
    Sono rimasta scandalizzata dal caso Wycon. come cavolo si fa a chiamare uno smalto in quel modo? Veramente senza parole..

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille! In effetti quello di Wycon è forse il caso più controverso perché tocca temi sensibili che non riguardano solo l'etica dell'azienda.

      Elimina
  17. La tua riflessione è veramente molto interessante. Etica, coerenza, reputazione per un'azienda sono sicuramente indispensabili, ma come diceva qualcuno qui nei commenti,penso che la maggior parte della gente non ci faccia caso nel momento degli acquisti,anche perché le crociate e le polemiche del web spesso restano localizzate nei social.
    Io personalmente preferisco non supportare con l'acquisto le aziende di cui non condivido l'etica.
    E vorrei segnalare che a Parigi praticamente nei bar, nei ristoranti, nei supermercati, trovi solo la Evian che costa una fucilata anche senza il vestitino Ferragni!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie mille Giulia! Sì, costa comunque moltissimo ovunque per essere un'acqua, ma capisco che la Ferragni crei antipatia.

      Elimina
  18. Bellissimo post, Pier.
    Per me la pubblicità non esiste, non la guardo, non la recepisco, non mi interessa. Fossero tutti come me, le aziende fallirebbero.
    I meccanismi della pubblicità sono noti, inutile scandalizzarsi. Le aziende vogliono vendere e guadagnare e usano ogni mezzo per indurti a comprare. Tu puoi comprare oppure no, mica te lo ordina il dottore. Fino a prova contraria c'è ancora possibilità di scelta.
    Se la Ferragni sponsorizza l'acqua con bottigliette dal costo spropositato è perché c'è chi farà follie per averne una. Lei lo sa, lo sa Evian. E, ti dirò, fanno pure bene a sfruttare l'onda. Lo farebbe chiunque. Questo vale per la maglietta della squadra di calcio come il gadget della band musicale. Se uno è interessato a comprare un determinato oggetto e vuole/può pagarlo anche una cifra esagerata rispetto al suo valore reale è un problema suo. Ci sarebbe da indignarsi se tutte le bottigliette di acqua costassero otto euro, no? Allora sì, ci sarebbe da protestare. In fin dei conti le aziende danno quello che la gente vuole.
    Anche nel caso di Amazon ... ma pure qui, ma finiamola di indignarci .... dimmi chi non compra su Amazon? E tutti sono ben felici di avere in tempo zero il loro prodotto. Ma per fornire questo servizio è evidente, che in qualche modo i prodotti devono essere reperiti, impacchettati, spediti. Mica provvede lo Spirito Santo. Amazon dà quello che la gente vuole. Tanta gente direi, visto quanta gente si serve di questo servizio.
    A parole tutti sono bravi, si incazzano, protestano, ma al alto pratico? Ognuno fa quello che conviene/piace di più. E non ci sono eccezioni a questa regola.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per aver condiviso il tuo punto di vista :)

      Elimina
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

Vi sono piaciuti