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Serie tv promosse e bocciate... e un recupero inaspettato 😱😱😱

Viaggiare è bellissimo, una delle cose che più possono arricchire l'animo umano, ma viaggiare ha un grosso problema: resti indietro con le serie tv. Ed io sto lentamente recuperando tutto ciò che ho lasciato in arretrato, ma non posso fare mega maratone da miopia assicurata, quindi ho bisogno di tempo. Intanto però faccio un passo indietro a tutte quelle serie tv che ho terminato ormai da un pezzo, e per cui è arrivato il momento di fare il punto.



Questa volta andrò un po' a caso, un po' in ordine cronologico, perché mi va così, e come sempre mi affido alle stelle per darvi un'idea della mia opinione generale.


Mystery in Paris
Tre stagioni 
⭐⭐⭐

Non ho sentito nessuno se non la mia amicissima Simona (MissPenny09) parlare di Mystery in Paris, serie tv antologica andata in onda su Fox Crime dal 12 Luglio al 9 Agosto di quest'anno. 
Ogni episodio (in totale sono 5) è praticamente un film anche per la durata, ha come sfondo alcuni dei luoghi più famosi di Parigi, dal Louvre alla Tour Eiffel, e racconta un crimine o un mistero da svelare. Un po' alla Poirot e ai gialli di Agatha Christie, per capirci, seppur non siano ai livelli di grandi classici. Gli episodi, che, ripeto, raccontano storie e hanno personaggi diversi, però sono carini da seguire, intrattengono e tutto sommato sono ben realizzati, sia nei costumi, che nelle ambientazioni. 


Certo, non tutti gli episodi riescono a mantenere il pathos, la coerenza ed un intreccio narrativo che tiene fissa l'attenzione dall'inizio alla fine, per esempio proprio Mystery Alla Tour Eiffel, il primo episodio, mi è sembrato un po' più fiacco e debole sotto diversi punti di vista. L'ambientazione in alcuni momenti mi sembrava un po' posticcia, e la storia l'ho trovata un po' tirata per le pinze, una di quelle vicende in cui pensi "ma guarda caso...". Ho invece trovato intrigante sia Mistero al Moulin Rouge, dove la coralità dei personaggi era più evidente e funzionava meglio, che Mistero Al Louvre, forse la puntata più movimentata. 



In ogni caso Misteri a Parigi svolge il suo compito: si guarda con piacere, ha quell'azione e quei piccoli colpi di scena che movimentano la visione e non la rendono mai troppo noiosa, e quel filo di erotismo accennato e non volgare che non guasta. Se vi piacciono le serie in costume, e siete amanti dei gialli vecchio stile, dategli una chance, anche perché, ripeto, è una serie tv, ma ogni puntata inizia e termina quindi qualora non vogliate andare avanti, avrete visto comunque una storia con un senso
Qui vi parlo degli episodi di Mystery in Paris usciti nel 2019 che ho recuperato e che sono disponibili su Amazon Prime Video.



Versailles
Terza Stagione
⭐⭐⭐⭐🌠

La terza stagione di Versailles, disponibile su Netflix dal 2 Agosto, per me sinceramente è stata la migliore dell'intera serie.



È vero, non c'è stata una stagione che mi abbia deluso, perché Versailles, nonostante non punti su un ritmo serrato o una carica emotiva estrema, ha il suo fascino, fra gli attori bravissimi, una scelta di costumi e scenografie curata, ma soprattutto la commistione di fatti reali e verosimili. Dalla "scomunica" di madame de Montespan e l'oblio in cui finirà la sua egida, ai rapporti contrastati fra il Re Sole e la Chiesa Romana, fino all'ascesa di Madame de Maintenon e della sua austerity.
Tutto un meccanismo che in questa terza stagione ha funzionato bene, dove ognuno dei personaggi, con la sua parte, ha avuto un percorso sensato e interessante.



Specie le figure femminili, che risultano e ne escono tutte in modo potente, centrato, ben strutturato, e soprattutto in grado di far girare la ruota. Considerate che per alcuni dei personaggi secondari sappiamo davvero poco, e non abbiamo appigli storici perché sono personaggi inventati. Eppure sono convincenti e accattivanti e ti vien voglia di seguire i loro casini. Un po' meno interessante forse la parte su Filippo di Lorena, ma si tratta appunto di una parte secondaria ed un personaggio che credo volutamente reso poco empatizzante. Bisogna dire però che se prima era un punto di rottura simpatico, adesso hanno dato un twist alla sua storia che poco intrattiene.
Un po' ripetitivo anche il ruolo di Guillaume, il calzolaio "salvatore" durante la guerra del Duca d'Orléans, che sembra un po' incastrato nella stessa situazione, un po' tapino.



In ogni caso anche lui ha la sua funzione in questo grande meccanismo, quindi in un modo o nell'altro non resta fuori dai giochi.
Un altro aspetto che ho apprezzato della terza stagione di Versailles è che si esce un po' dalla claustrofobia di corte, e questo avviene per un motivo, ma in due modi. Luigi XIV continua nella sua convinzione e nella sua forza ma vacilla e deve fronteggiare "nemici" esterni: la chiesa, Leopoldo I d'Asburgo, imperatore del sacro romano impero, e il popolo francese. Tutte queste figure circolano a Versailles, in un modo o nell'altro, ma portano anche nuovi ambienti e situazioni. Ma nessuno porta luce: i luoghi restano tetri, ombrosi. Tutto è cupo come gli animi, sempre più scuri dei personaggi.
Versailles non è la serie rivelazione degli ultimi anni, ma secondo me, fra le serie in costume si è fatta notare, riportando uno spaccato storico interessante. Con la terza stagione la serie si è conclusa (ci tengono a precisare che non è stata cancellata, ma è stata pensata così) quando Luigi XIV è all'apice del suo impero e, con un simbolico passaggio di testimone alla generazioni future, Versailles chiude i battenti.


Jack Ryan
Prima stagione
⭐⭐⭐⭐

È impossibile che non abbiate visto in rete o in tv la pubblicità di Jack Ryan, la serie tv di Amazon Prime Video uscita il 31 Agosto. In pratica i veri fuggitivi siamo diventati noi che cercavamo di scappare da quel faccione di Jack Ryan, altro che Suleiman.


Jack Ryan, un analista che digievolve in agente della CIA, nasce dalla mente e dai romanzi di Tom Clancy, che io non ho letto, ed è apparso nel corso del tempo in diversi film e diverse storie.
Per me questa serie tv è stata un diversivo fra i telefilm che guardo in genere soprattutto in termini di tematiche, perché come avrete capito non sono proprio un fan dei film e delle serie d'azione, ma ha funzionato. 
Jack Ryan colpisce per la qualità, visto che non sembra di guardare una serie tv "minore", ma un film con un buon budget, per le scene movimentate e in generale per la trama coinvolgente e avvincente. Buoni anche gli attori, anzi penso che abbiano azzeccato con John Krasinski che ha la faccia un po' da bambacione, ma il fisico giusto per poter unire corpo e mente del personaggio. 



Questo Jack Ryan non è proprio il classico agente che con uno schiocco di dita si ritrova perfettamente a suo agio in situazioni estreme, o anche solo nel gestire vita lavorativa e privata, e nonostante sia stato un soldato, si ritroverà ad avere le sue difficoltà, complice anche un passato non facile. 
Certo c'è sempre quel momento in cui lui sembra la "beautiful mind" della situazione che ha l'illuminazione risolutiva, ma mi rendo conto che è pur sempre il personaggio principale, e la serie devono farla in qualche modo. 
L'aspetto che mi è piaciuto meno riguardo appunto Jack Ryan è il fatto che, pur avendo il suo nome sulla locandina, non è proprio un personaggio ben approfondito, risulta un po' piatto nella sua storia; di tanto in tanto ci viene dato qualche riferimento al passato, e capisco che si parla solo di 8 episodi, ma secondo me si poteva fare di più, anche eventualmente sporcarlo un po' per non rischiare di cadere nello stucchevole.


Al contrario, è stato dato un buono spazio alla storia dei nemici, di Suleiman e della famiglia, li conosciamo lungo tutto il loro vissuto e questo secondo me ha due vantaggi: da un lato è una prospettiva un po' diversa e meno nazionalistica ché gli americani per autocelebrazione sono i primi; dall'altro lato non si scade nel fazionismo o nel demonizzare il nemico come brutto e cattivo a prescindere, ma si tenta di capire, non tanto le ragioni di ciò che fa, quanto chi siano queste controparti. È una storia che, potete capire da voi, coinvolge anche perché risulta molto attuale. 
Jack Ryan ha una seconda stagione in programma e mi sembra abbiano le carte e lo spazio per potersi muovere abbastanza bene in futuro. 


The Affair
Quarta stagione 
⭐⭐

Sinceramente non avrei dato un soldo a questa quarta stagione di The Affair, in onda su Sky Atlantic dal 29 agosto al 26 settembre, anzi io ero convinto che, dopo l'oltraggioso scempio della terza stagione (qui descritta con una serie di gif da non dimenticare), avrei abbandonato la visione per sempre.

The Affair - Stagione 4 | Recensione – MangaForever.net

Poi da più parti tutti ne parlavano bene, e quindi, complice anche il fatto che non avevo di meglio da vedere, mi sono lanciato e devo dire che è stata meno peggio di quanto pensassi. Credevo che avrei dato di matto e non avrei tollerato che nessuno dei quattro protagonisti aprisse bocca anche solo un istante, ma non è stato così. Hanno saputo ripulire la storia da orpelli e personaggi e dialoghi che non portavano a nulla se non una costante confusione e antipatia, ed hanno portato avanti una storia più lineare, più focalizzata sulla psicologia del quartetto e meno sull'inutile contorno.
Ovviamente non è che tutto funzioni al meglio. Le vicende di Noah così come quelle che riguardano Cole sono solo un riempitivo che non portano ad un reale cambiamento o sviluppo della storia, almeno per questa stagione.


Capite bene che, quando una serie tv si muove a capitoli, dedicando mezzo episodio al punto di vista di un solo personaggio, scoprire che alla fine tutto quello che hai visto è praticamente inutile, un po' ti urta i nervi. Ma non è stato comunque nocivo, né particolarmente noioso. 
Sicuramente più attive sono sia Alison, che forse è fin troppo attiva tanto che secondo me brucia giusto un po' le tappe del comune senso delle relazioni, che Helen. Quest'ultima in particolare mi ha sorpreso: all'inizio mi sembrava nevrotica al punto da risultare comica; se dovessero fare una versione italiana di The Affair, il suo ruolo sarebbe perfetto per Margherita Buy. In realtà di comiche ci sono diverse scene, perché gli autori non hanno ben chiara la differenza fra passionalità, istintualità e randomicità


Col tempo però Helen è diventa l'unico personaggio della serie che si muove, ragiona, e prova con un senso logico e non a caso come fanno gli altri, ed è l'unica che si ritrova incastrata in ciò che vive e non ci si butta a capofitto o comunque si cerca da sola.
Starete pensando che due stelle siano poche ma sono la sopravvivenza per The Affair, che è riuscita ad arrivare alla quinta ed ultima stagione secondo i piani iniziali. Potrei anche terminarla, una volta che verrà pubblicata, così da porre fine per sempre a questo capitolo. Avendoci preparato al peggio, non può che migliorare. 


Sharp Objects
Miniserie
⭐⭐⭐⭐

Sharp Objects è un pugno nello stomaco, ed è questo il suo punto di forza. Son partito un pelo sfiduciato nella visione perché qualcosa non mi quadrava e temevo un filo di noia, ma è bastata una puntata per convincermi, e poi mi sono fatto inghiottire da questa storia torbida e dura


Ad avere la meglio non è l'investigazione di Camille sugli omicidi di un paio di ragazzine, o per lo meno, per me passa in secondo piano, anche perché non è la vicenda più originale possibile, per quanto colpisca per la sua crudezza. Quello che mi è rimasto impresso è stato lo sviluppo psicologico dei personaggi, di come si ritrovino ad essere vittime di un filo invisibile, fragile, eppure potente.
Amy Adams è perfetta nel ruolo di Camille, con una bellezza indiscutibile ma che non diventa mai eccessiva, ma che si perde anzi in questo animo ferito e contrastato.



Tutta Wind Gap è regolata da contrasti, da leggi particolari, da controsensi, da bisbigli, da finti sorrisi e da una facciata che non corrisponde poi a ciò che si nasconde dietro le mura, ed è come se i personaggi, Camille in questo caso, nonostante cerchino di allontanarsi da questo limbo, ne vengono inevitabilmente attratti e ne restano incollati. La lotta della protagonista non diventa quindi solo un per cercare di risolvere un caso che le sta a cuore, ma anche di scappare da quel mondo da cui era fuggita anni prima. 
Il ruolo femminile è centrale e fa riflettere secondo me: a Wind Gap ognuno rispetta una stretta routine, e le donne del paese sono tutte al loro posto, e se così non è, vivono in una costante sofferenza e finiscono per restare fuori ed essere considerate strane.



Sharp Objects è una visione come vi dicevo forte, intensa ma anche evocativa, quell'aspetto psicologico si traduce spesso in flash, in sogni, in visioni o allucinazioni. La stessa Camille rivive costantemente scene del suo passato e sembra che ce le abbia davvero ancora davanti agli occhi.
Il suo sguardo è sempre angosciato, perso, come se stesse rivivendo tutto da capo, e si porta dietro diverse dipendenze e malesseri psicologici per cercare combattere a modo suo l'ambiente in cui vive.
Una serie tv che mi ha colto emotivamente sicuramente, sebbene posso capire se a qualcuno non abbia fatto lo stesso effetto perché entrare nella mente di alcuni personaggi è difficile, e quindi sembra che agiscano semplicemente a caso. 



Il più emblematico in questo senso è il padre di Camille, Alan, che sembra accettare tutto troppo passivamente. La gestione dei tempi inoltre può sembrare, e un po' lo è, troppo dilatata e ripetitiva. Infine anche la risoluzione finale, quasi esterna al resto della narrazione, può essere vista negativamente, ma resta il fatto che quello che conta in questa storia non è la vicenda in sé, quanto l'intrigo psicologico, di ferite interne protratte nel tempo che hanno superato le generazioni. 
Sharp Objects non riesce a superare la carica emotiva di Big Little Lies di cui condivide il regista, ma crea un microcosmo tutto suo, che travolge e colpisce. 

Per adesso è tutto, ma mi sto impegnando in un recupero selvaggio di tante serie tv che mi stanno piacendo per cui #backtoseries torna presto!






|#backtoseries chapter 25|
Due delusioni e due belle novità!

Visto che diverse serie tv sono terminate anche nella programmazione italiana, almeno per il momento, e visto che ogni volta il mio commento sulle stesse finisce per raggiungere dimensioni sterminate, ho pensato di non indugiare e lanciarvi subito le mie impressioni su quattro telefilm che ho visto negli ultimi mesi così da mettere un punto a questi capitoli più o meno conclusi.
Non vi posso garantire che non ci siano approfondimenti su certi aspetti delle diverse storie, ma ho cercato di non darvi spoiler pesanti

Tra le serie TV terminate da più tempo c'è American Crime Story - L'assassinio di Gianni Versace (⭐⭐🌠) e vi avevo anticipato nella scorsa classifica, quando ancora eravamo giunti a metà stagione, che questo secondo ciclo di episodi per me merita tre stelle, ma credo di voler abbassare di un pelo il mio voto.


Andiamo per gradi. Cos'è American Crime Story? È una serie antologica autoconclusiva che, per questa seconda stagione, ha voluto raccontare la morte di una delle icone della moda più famose al mondo: Gianni Versace. 
Dietro a questa morte c'è la mano armata di Andrew Cunanan, un giovane ragazzo che nel giro di tre mesi nel 1997 creò una scia di sangue che culminò appunto con la morte dello stilista.
Ora, se una serie si chiama "L'assassinio di Gianni Versace" tu cosa ti aspetti? Che la serie parli di Versace. E invece ad American Crime Story la prendono molto alla larga, troppo alla larga. 


Come sempre vi dico, a me va benissimo che ci siano dei sottotesti in una serie o in un film, così come mi va bene che una storia riesca ad attualizzarsi e a mandare un messaggio. Mi va benissimo anche ad esempio l'interpretazione inquietante e perfetta di Darren Criss, che forse però proprio per questa sua interpretazione quasi ingombrante finisce per adombrare la storia e gli altri personaggi; così come ho apprezzato il voler ristabilire la posizione di David Madson a lungo considerato complice negli omicidi, ma in realtà solo vittima di un folle e dell'intera società. 
In questo senso ho trovato molto interessante il voler comporre pezzo dopo pezzo quella che era la mentalità nei confronti degli omosessuali negli anni '90 con la sottintesa polemica che all'epoca le indagini della polizia non furono capillari ed attente come per altre circostanze proprio perché erano coinvolti ragazzi gay.

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Ma con questo titolo non posso sinceramente accettare né mi interessa il fatto che la storia sia del tutto concentrata sull'angosciante sociopatico Cunanan, e non posso ritrovarmi con Versace specchietto per le allodole che fatica ad apparire sullo schermo, e viene spinto ai margini di sogni e allucinazioni.
Ho sperato che superata la metà stagione, le cose andassero meglio e riprendessero le fila del discorso tornando appunto all'assassinio di Versace, e invece no. Credo che anche il modo in cui è stata impostata la narrazione in una sorta di flashback abbia reso questo divagare molto più difficile da digerire e molto più marcato.
Inoltre, oltre a questo problema più grande, ci sono stati altri aspetti minori che mi hanno creato non poche perplessità. Come ad esempio il fatto che Gianni e Donatella Versace parlino fra loro costantemente in inglese, e persino la loro madre, calabrese se non lo sapeste, parla in inglese seppur è solo una piccola parte di pochi minuti. Non era meglio fare una scena in italiano sottotitolata?


Si vede il budget speso, si vede il talento degli attori (io sono fra quelli che hanno apprezzato sia la Cruz che Édgar Ramírez, anche se qualche attore italiano in più non avrebbe fatto male), ma questa seconda stagione di American Crime Story, partita con un livello di attrattiva per me altissimo, si è sgonfiato come un pandoro ormai in procinto di scadere. 
Qui vi parlo della terza stagione intitolata Impeachment. 

Altra débâcle, altra delusione con un pizzico di rabbia è stata anche la seconda stagione di This is us (⭐⭐🌠), serie tv terminata nella programmazione americana ma ancora in dirittura di arrivo su Fox Life.


Ero pronto al fatto che emulare il successo e la qualità di una prima stagione così ben fatta, così emotivamente sfaccettata, ed anche così coralmente coinvolgente, sarebbe stato difficile, però mi è parso che per questa seconda stagione si siano impegnati per fare una fregnaccia.
This is us ha avuto, almeno nel primo ciclo di episodi, il valore speciale di saper raccontare dei sentimenti intimi senza però cadere nel pietismo, nel melenso, nel ridondante, ma magari smorzando la tensione con una battuta più pungente o un sorriso, e mantenendo un perfetto bilanciamento fra passato e presente di tutti i personaggi.


Tutto ciò è letteralmente crollato nella seconda stagione, che a me è risultata pesante, noiosa, ripetitiva, lenta, poco accattivante e poco coinvolgente, oltre che poco emozionante. Si sono sclerotizzati sulle stesse quattro vicende, rivoltandocele di puntata in puntata, condendole di insofferenza e frustrazione. Come vi avevo accennato qui, ci sono, in particolare, diverse puntate nella parte centrale della stagione, che per me sono state un muro difficile da scavalcare, dove più volte ho preferito spostare lo sguardo sul cellulare o cercare in dispensa qualcosa da sgranocchiare per impiegare il tempo in maniera più produttiva. 
Già il fatto di dover introdurre dei nuovi personaggi, come tutto il filone di Deja, secondo me significa due cose: o hanno finito le idee; o hanno avuto bisogno di un riempitivo che potesse prendere tempo in vista della terza stagione


Ed è proprio per queste puntate che non riesco a promuovere questa volta This is us, nonostante il fatto che, arrivati agli ultimi episodi, si ritorna un po' più verso lo stile della prima stagione, ma io a questi ultimi episodi ci sono arrivato a fatica, e probabilmente se non avessi avuto serie tv meno noiose da guardare, mi sarei staccato le unghie con i denti, giusto per provare una qualche sensazione.
Per dirla in parole povere, la seconda stagione di This is us per me è stata una menata inutile, con vari annacquamenti dei filoni narrativi principali, che si sarebbe potuta riassumere in molti meno episodi e che ha perso buona parte del lustro del primo ciclo di puntate. Questo passaggio dalla prima alla seconda stagione è stato come passare da un singolo a caso di Dua Lipa a Valeria Marini che canta La Isla Bonita, e l'unica triste speranza è che nella terza stagione sappiano riprendere le redini del discorso in modo più serio, coerente e fresco.

Per riprendermi dalle brutture delle serie precedenti mi sono dedicato a due telefilm che proprio ad inizio anno sono sbarcate in Italia. La prima ve l'avevo già accennata e si intitola Versailles (⭐⭐⭐🌠), disponibile su Netflix dal 5 gennaio 2018.


Già dal nome potete capire che narra le vicende di uno dei re più famosi nella storia francese, Luigi XIV, e della corte più glamour del 1600. Si parte dalla nascita della costruzione della reggia di Versailles, o meglio delle modifiche e dell'ingrandimento dell'edificio che il Re Sole ordinò, fino all'insediamento dei nobili all'interno del palazzo, passando ovviamente per i tanti intrighi e complotti che si tengono dentro e fuori le mura di questa magnifica reggia. 
Ovviamente la narrazione è in parte romanzata come capita spesso nelle serie tv storiografiche, non solo con spostamenti temporali rispetto ai fatti realmente accaduti ma anche introducendo personaggi del tutto inventati per movimentare un po' il ritmo, soprattutto per quanto riguarda i cortigiani e i ruoli secondari. 



Ma Versailles è anche accattivante perché sfrutta alcuni degli scandali e dei pettegolezzi dell'epoca mai confermati aprendo altri intrecci narrativi più o meno duraturi.
La prima stagione di Versailles mi è piaciuta molto, sin dall'inizio, perché l'ho trovata ben amalgamata e mi è parso che i collegamenti fra i personaggi fossero più forti; ma la seconda stagione, nonostante credo abbia bisogno di un po' più tempo per ingranare, è stata un po' più coinvolgente per quanto mi riguarda, soprattutto perché racconta una parte storiografica molto interessante.

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Versailles presenta un Luigi XIV assolutista, dispotico, visionario in tutti i significati possibili del termine, impegnato dentro e fuori le mura della reggia per tenere in piedi il suo sogno e costruire il suo impero, fanatico, molto conscio del suo ruolo ma pieno di paure e vittima di una corte spietata e viziata, che credeva di aver messo al guinzaglio, ma che invece aveva reso più rabbiosa. 
Se vi piacciono le serie tv in costume non troppo impegnative (sono 10 episodi a stagione, con puntate da 45 minuti circa), con una ricostruzione certosina delle ambientazioni e dei costumi dell'epoca (preparatevi ad abiti bellissimi), con dei bravi attori, con qualche scena zozzerella e con un po' di storia (ché ripassare non guasta) Versailles può fare sicuramente per voi.
Una nota alla scelta delle musiche, che si staccano quasi sempre dallo stile dell'epoca, pur restando centrate per le diverse scene.
La terza stagione è in corso di produzione e spero che sappiano dare un degno proseguo alla serie, e, eventualmente, creare un finale convincente.

E sempre fra le serie tv di compagnia che mi son piaciute, non posso non elencare The Marvelous Mrs. Maisel (⭐⭐⭐⭐), sbarcata su Amazon Prime Video sempre all'inizio di quest'anno.


The Marvelous Mrs. Maisel me l'ha presentata la mia amica Simona (MissPenny09), e, nonostante i due Golden Globes vinti, non credo abbia avuto l'attenzione che questa serie merita e, che per me è stata una boccata di aria fresca.
Per darvi una sinossi, questa Signora Maisel si chiama Miriam, per gli amici "Midge", è una elegantissima abitante dell'Upper East Side newyorkese ed è la perfetta casalinga degli anni '50, col perfetto rossetto rosso, e la perfetta vita, con due figli e un marito che la ama. Midge è energica, intelligente e spiritosa, ma è perfettamente conscia del suo ruolo, e da perfetta moglie qual è, sostiene il marito Joel in tutto, anche nel suo sogno, ovvero diventare un comico.


Joel non è però bravissimo con la comicità e, a seguito di una performance floscia, rivela alla moglie che in realtà sta frequentando un'altra donna e va via di casa. Da qui prendono corpo le vicende che permetteranno alla fantastica signora Maisel di staccarsi dalla figura di moglie perfetta e spiccare il volo verso il suo sogno.
Non voglio rivelarvi altro, se non l'avete vista, ma vi posso dare altri indizi. The Marvelous Mrs. Maisel è una serie tv scritta da Amy Sherman-Palladino, ma non ha nulla a che vedere con Una mamma per amica. Certo, Midge è brillante, ed ha una parlantina sciolta, c'è una certa coralità dei personaggi, e alcune scene hanno un po' il sapore un po' sopra le righe quasi di una favola, ma finiscono qui le similarità. La storia è del tutto diversa, così come lo sono i protagonisti. 


Quello che ho apprezzato di questa serie è che, nella leggerezza, nelle battute, nel glamour degli anni '50 sono stati inseriti quegli aspetti che rendono la storia più realistica, vera e le danno un sapore un po' più amaro. Midge ad esempio non è staccata dalla realtà, ma è ben conscia delle limitazioni della sua posizione sociale, in un'epoca in cui le donne si stanno facendo avanti nel mondo, ma erano comunque un passo indietro rispetto agli uomini. "Maisel" non è il suo cognome da nubile, ma è il cognome da sposata, e mai, nonostante il marito sia andato via di casa, fa un passo indietro su questo aspetto. Ma anche il fatto che la protagonista incontra persone realmente vissute secondo me è il segno di come non hanno voluto rendere la storia inserita in un contesto storico preciso.

Risultati immagini per The Marvelous Mrs. Maisel joel

The Marvelous Mrs. Maisel è una serie tv che vi consiglio se state cercando qualcosa di svelto (la prima stagione è composta da 8 puntate da 50 minuti circa),  leggero ma non stupido, frizzante, ma coinvolgente e se state cercando una serie tv che fa sorridere (anche se non sono rotolato via dalla sedia per le risate) ma fa anche riflettere (anche se non mi ha mai portato ad un picco di emozione così intenso). Ovviamente, come per Versailles, dovete amare i telefilm in costume, perché ogni singolo dettaglio degli anni '50 è stato curato al millimetro.
Amazon ha ordinato altre due stagioni di The Marvelous Mrs. Maisel e spero che non impieghino troppo tempo a farcela vedere.



| Spy |
Le regole del caos
| Jenny's Wedding |

Buon lunedì!
Oggi si va di film, e ammetto che ho tanti titoli da recuperare. Ho avuto più sonno che voglia di vedere qualcosa la sera, per cui va così. 
Ma mi conosco: se non mi impongo di ritagliarmi degli spazi, "va tutto in móna", come dite finemente voi al nord. 

Spy (2015)


Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Durata: 120 min
Genere: azione, commedia
Regia: Paul Feig

Susan Cooper, da semplice ed anonima analista dietro una scrivania della CIA si ritroverà direttamente sul campo come agente segreto dopo la morte del (fighissimo) collega Bradley Fine. Sarà proprio il suo anonimato a renderla perfetta in questa missione, ma sarà poi la sua cazzimma e un inaspettato talento, a fermare dei terroristi che vogliono impossessarsi di una potente bomba.

Uno 007 al femminile, fra inseguimenti, combattimenti, azione e ironia. 
Un film simpatico ma senza grande originalità. Siamo su una scia già battuta più volte e la novità al femminile sposta di poco la lancetta. Melissa McCarthy penso debba staccarsi un po' da questi personaggi. L'avevamo già vista in Io sono tu a fare praticamente la stessa solfa. Brava, simpatica, autoironica, ma basta.
Tornando al film, la trama non ha chissà che linea narrativa particolare; la prima parte risulta noiosetta, mentre è più piacevole nella seconda parte quando il film prende movimento e tutto diventa più frizzante. Il classico action movie per passare quell'oretta senza sbattimento, e che ti fa anche un po' ridere. 

Voto 6 


Le regole del caos (2015)

Le regole del Caos locandina
Titolo originale: A Little Chaos
Paese di produzione: Regno Unito
Durata: 117 min
Genere: drammatico, commedia
Regia: Alan Rickman


Versailles 1682.
André le Notre, architetto paesaggista alla corte del Re Sole, deve trovare un nuovo giardiniere in grado di stupire Luigi XIV. Fra tutti i concorrenti, sarà una donna vedova e non nobile, Sabine De Barra, a colpirlo per la sua "mancanza di ordine".
Con qualche reticenza, da un bozzetto della donna, l'estro di le Notre riuscirà a creare il Boschetto di Rocailles, non senza difficoltà del caso. Le invidie, le gelosie, ma anche la malinconia accoglieranno Sabine alla corte di Versailles, dove però saprà farsi valere e apprezzare per il suo reale valore.

Storia e finzione si incontrano in un film che ho trovato delizioso.
Il quadro di Versailles con i suoi nobili annoiati e sotto la lente di controllo del re, fa da scena a due filoni narrativi. Da un lato la costruzione appunto del boschetto (realmente esistente), dall'altra la vicenda personale di Sabine, tormentata dalla morte del marito.
Narrativamente la trama non ha chissà quali colpi di scena sconvolgenti; risulta lineare ma scorrevole. Forse la durata di quasi due ore penalizza un po' il tutto.
Fra i personaggi un pollice su a Stanley Tucci che interpreta il Duca D'Orleans, mentre pollice in giù per Alan Rickman nel ruolo di un Luigi 14° troppo umano per chi all'epoca era considerato una divinità, e per Matthias Schoenaerts, in un André le Notre così asettico che non smuoverebbe nemmeno gli ormoni di Cicciolina.
Personalmente l'ho trovato un film toccante, piacevole e Kate Winslet è fresca senza essere artefatta.
Ho letto che il film ha diverse contraddizioni storico - biografiche, ma secondo me nulla che non possa essere superato pensando di guardare appunto finzione.
La cosa che non ho capito è perché mettere in campo il "caos" quando invece tutto torna ad un ordine di (quasi) perfezione. Anche il Boschetto di  Rocailles, alla fine risulterà in perfetto equilibrio.
Se volete del vero caos, venite nella mia stanza.


 


Voto 6 e mezzo

Jenny's Wedding (2015)

Jenny's Wedding Locandina
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Durata: 94 min
Genere: commedia, drammatico
Regia: Mary Agnes Donoghue

Non si può sempre scappare da se stessi, soprattutto con la propria famiglia che "da una vita" ci conosce, e ci supporta. E questo è il caso di Jenny. Una brava ragazza, assistente sociale, e fidanzata con una ragazza. Tutti conoscono l'omosessualità di Jenny, e lei stessa non se ne fa un problema in pubblico, tranne che la sua famiglia. Sarà la voglia di fare il grande passo, a spingerla ad aprirsi verso i genitori e i fratelli.

Un film tenero, attuale, spontaneo e semplice, così ho inteso questo Jenny's Wedding. Si parla di coming out al femminile, di come la famiglia e gli estranei assimilano e recepiscono l'omosessualità. Piacevole da vedere, ma alcune cose mi hanno lasciato un po' perplesso. 
Di base l'atteggiamento di Jenny che pretende di essere accettata, quasi con arroganza, da un giorno all'altro e dopo anni di bugie e parole non dette, come se avesse detto alla famiglia di volersi tingere i capelli. Sappiamo che nella realtà non è sempre così istantaneo, e passare da niente a tutto è poco credibile. Oltre al fatto che mettere i genitori di fronte al fatto compiuto quasi per costringerli ad entrare in un "mondo nuovo", non è molto carino. 
Per questo i personaggi della vicenda sono più che altro i familiari di Jenny piuttosto che la ragazza. Poco spazio viene riservato a questo "matrimonio di Jenny", ma anche alla sua storia con Kitty, e questo un po' mi spiace.
Per il resto lo promuovo, in quanto delicato, e non sguaiato. 

Voto 6

Direi che produttori e sceneggiatori devono decidersi di dare nomi meno random ai loro film.
Per il resto aspetto ancora un film davvero bello. Avete idee?




#Sanremo2015
Prima puntata

In extremis sono qui a parlare di Sanremo. Che culo vero?!
Per fortuna non ho potuto vedere fino alla fine ma in linea di massima è stato rapido.
So che la serata è finita con battute sceme ma io ero bello che addormentato. E oggi sono così stanco che fra poco mi addormento sulla tastiera per cui eccovi una pagella veloce e indolore.

I Big

Chiara

Con un abito giallo canarino, di quella tonalità che non vuole bene alle donne col fianco importante. Canzone adatta al festival, melensa ma mica male.
Voto 6 e mezzo

Gianluca Grignani 

Lagnoso e stonato come la vecchia di paese che vanta Ti esalto Dio mio re.
Scarpe orrende.
Voto 4

Malika Ayane

Un abito premaman rosso, apparecchio ai denti e capelli platino secchi come la rafia.
La canzone sembra un taglia e cuci dei suoi vecchi brani.
Voto 5 e mezzo.


Alex Britti 
Arancione a chiazze e con un vestito più noioso della sua canzone.
Voto 5

Dear Jack 
Ovvero i figli dei Modá, solita canzone più look da nonno in pensione per il front man. E avranno 20 anni in 5.
Voto 4.

Nek 
Tirato fuori dall'Istituto Luce ma voglio il suo chirurgo perché sembra sempre un ragazzino. La canzone, Fatti Avanti Amore, non mi spiace.
Voto 7

Grazia di Michele e Mauro Coluzzi
Fanno una bella coppia. Lei sembra venire dal gran ballo a Versailles e canta meglio Mauro.
Canzone a tema sociale, delicata e profonda ma troppa emozione per farla capire. Peccato.
Voto 6 di incoraggiamento.

Annalisa 
Troppo casual, fra capello preso d'umido e completo spezzato. Quelle frange no.
Canzone banale che non valorizza la sua voce ma sappiamo chi l'ha scritta.
Voto 5 e mezzo

Nesli 
Vestito da impiegato in tribunale, pezzo con un bel ritmo ma il testo banale banale.
Voto 5 

Lara Fabian 
Con una camicia in simili pelle presa dal mercato delle pulci, una voce magnifica ma la canzone no.
Voto 4

I Conduttori 

Carlo Conti non sembrava nemmeno in teatro. Una conduzione non pesante ma silente.Emma molto gnocca con un look retro dal capello al vestito bianco. Peccato facesse troppo sposa. Il secondo abito carino ma noioso.
Arisa aveva un problema, o meglio più di uno. Intanto troppa stoffa del primo vestito che cadeva da tutti i lati specie sulle tette.  E poi doveva aver bevuto visto che si é messa ad urlare. Meglio il secondo vestito, molto particolare.
Rocìo Morales altra gnocca di turno che non si capisce bene chi sia ma che almeno ha un vestito migliore di quello di Arisa e sembra sappia parlare. Anche il secondo abito dal taglio anni '50 non mi spiaceva. Fa battute a caso in spagnolo, roba che Natalia Estrada faceva 20 anni fa.


Gli Ospiti

Fra tutti spicca Tiziano Ferro che ci fa un medley ma ha la faccia di uno che vorrebbe dormire 12 ore di fila e un doppio petto troppo stretto.


Alessandro Siani che ci dedica un momento tristezza, di una noia, di un becero, di un banale che nemmeno alla peggio sagra di paese. Da vergogna. Almeno era elegante, capelli a parte. 
Non invitatelo mai più.

Albano e Romina ritrovatisi dopo non so quanti anni. Roba che fremevi. Romina sempre stonata e fuori tempo Albano continua a urlare. Tremendo il siparietto del bacio fra i due, nemmeno alle elementari.
Ospiti a caso: la famiglia più numerosa di Italia, il dottore di Emergency guarito da Ebola, e alcuni tristi comici dal programma Made in Sud.
Chiudono gli Imogen Dragons che a me non fanno impazzire ma li conosco poco.


Che post scazzato.
Ci vediamo stasera.





{Recensione Film 🎥🎬}
Film da Oscar 🏆

La premiazione degli Oscar 2019 è ad uno starnuto da qui, e sto cercando di recuperare tutte le pellicole candidate che mi incuriosivano. Operazione mica semplice, anche se mi ero in parte portato avanti con A Star Is Born, che doveva essere un flop ma si è beccato una roba come otto candidature, Il Ritorno di Mary Poppins, che ha quattro nomination per Oscar "minori", ed il chiacchieratissimo Bohemian Rhapsody, ma c'è tanta carne al fuoco e purtroppo non ho potuto far di meglio. Moltissimi dei film in un modo o nell'altro mi hanno incuriosito, motivo per cui ho dovuto creare una gerarchia.
Per capirci, avrei voluto vedere Black Panther ed è praticamente da un anno che ci penso, ma poi è stato scavallato da altre robe e quindi eccoci qua.

La Favorita (2018)

Agli inizi del '700 il regno di Inghilterra e Scozia era retto da una donna capricciosa, infantile e poco propensa verso le questioni politiche, ovvero Anna Stuart. Tuttavia la regina aveva la fortuna di avere al suo fianco una amica di infanzia, e soprattutto una consigliera di polso, ovvero Sarah Churchill, duchessa di Marlborough.


Sarah aveva a cuore la regina, sapendo che era una donna afflitta da una vita che l'aveva ferita nei peggiori dei modi e da una salute tutt'altro che florida, ma sapeva tenerle testa, indirizzarla in questioni politiche e del regno. La duchessa era anche conscia della sua posizione, e ci teneva ovviamente a preservarla. Ma l'arrivo di una sua cugina, Abigail Masham, riuscirà a far vacillare quella che fino ad allora era stata una certezza per Sarah Churchill: essere la favorita della regina Anna.
Sarah e la baronessa di Masham erano due donne estremamente diverse: la prima più decisa, battagliera, dal carattere forte e pronta a fronteggiare le intemperanze della reggente; la seconda invece era più affabile, dolce, comprensiva verso Anna. Tuttavia Abigail aveva anche sofferto il declino della famiglia, con tutto ciò che ne consegue e, come una serpe in seno, si fece strada con le unghie e con i denti.


La Favorita mi ha conquistato moltissimo nel suo intrigo, nella sua intensità, nel suo essere grottesco nelle immagini e nei dialoghi, ma con un filo di ironia che rinfresca la visione, in questo gioco di inganni, di emozioni, di sentimenti in parte veri, ma sempre nel dubbio del doppio gioco. Queste luci ed ombre, e questi contrasti che si vedono anche nei luoghi delle vicende, che passano dal ricco barocco, al freddo ed asciutto, e appunto dalla luce, al buio molto profondo, dalle aperture di certi spazi, ai luoghi angusti di altri.
Inutile dirvi che i ruoli femminili in questo film sono potenti, e sono al centro di tutto. Gli uomini vengono spesso messi in un angolo, a volte nemmeno nominati (come il marito della regina, Giorgio di Danimarca), a volte un po' ridicolizzati nella loro apparenza o nei loro modi, che non riescono ad intimorire l'altro sesso, per sottolineare come le donne abbiano il pieno potere e siano al centro del film. Sono però tutte figure femminili diverse nella loro umanità.



La Regina Anna (Olivia Colman) è un po' la femminilità più debole, colpita proprio in quello che è una parte importante del suo essere donna, ma che sa essere la madre-matrigna pronta a rispondere con ferocia. Sarah Churchill (Rachel Weisz) è sicuramente il carattere più forte e stabile, è volitiva, non si abbatte, ma fronteggia ogni situazione a testa alta, una consigliera scaltra ed acuta che forse tutti i regnanti vorrebbero.
Abigail Masham (Emma Stone) è una femminilità un po' più elaborata, perché se in principio si dimostra umile, poi riesce con un twist a svelare a sua volta una certa malizia, ma resta la più vile se vogliamo, quella che agisce nell'ombra, quella più superficiale, perché si dimostrerà incapace di sostenere il peso di ciò che ha smosso



A proposito ho anche apprezzato molto la crescita o meglio il movimento dei personaggi: nonostante sembrino fissi nei loro ruoli dati dalla gerarchia e da queste caratteristiche generali che ho detto, la scala di ruolo si muove quasi costantemente, come una partita a dama, con l'amaro messaggio che probabilmente non si può del tutto sfuggire da quella che è la propria condizione sociale. Ma soprattutto che nessuno va sottovalutato: chi prima si dimostrava forte e audace, alla fine rivelerà un po' di amarezza, chi invece sembrava pupo, più volte saprà tirare fuori il carattere da puparo. La stessa Anna quasi a metà pellicola sembra suggerirci di essere la mente, o comunque di sfruttare questo gioco di gelosie.
Ovviamente per questi ruoli magistrali servono delle ottime attrici e tutte riescono secondo me a portare delle interpretazioni perfette. Ne escono forse più in risalto Olivia Colman, che spesso deve muoversi più con la mimica facciale che con le parole ed ha un'intensità pazzesca, ma anche Emma Stone, che ha una doppia faccia molto più marcata ad esempio della Sarah Churchill di Rachel Weisz.


Quello che ho apprezzato di più è che La Favorita non è un film troppo intellettualoide, di quelli che esci dalla sala e ti senti un po' scemo per non averlo capito. No, mi sembra un film comunque accessibile, pur restando profondo.
Ciò nonostante La Favorita non è il classico film in costume, ho notato in questo senso delle similarità con Versailles e la miniserie Vanity Fair nel suo essere sopra le righe; si capisce sin da subito quando Abigail, presentandosi di fronte alla cugina, invece di mostrarsi prostrata e intimorita come ci aspetteremmo, per essere sporca di fango, ironizza sulla cosa. Ma anche questa regia, spesso straniante, secondo me rende La Favorita non un film didascalico.
Dirvi però se merita l'Oscar per me è un po' difficile non solo perché di film validi ce ne sono moltissimi, ma secondo me La Favorita ha un difetto, sebbene mi sia piaciuto moltissimo: nonostante scavi nei sentimenti umani forse peggiori, come l'orgoglio, la rabbia, la presunzione, il desiderio di vendetta e rivalsa, e nonostante romanzi dei fatti realmente accaduti, non mi ha dato quel pugno nello stomaco carico di emotività in grado di farmi traballare. 
Credo sarebbero potuti andare ancora più nel torbido, per lasciare allo spettatore ancora più amarezza, dolore e confusione. 

Titolo originale: The Favourite
Genere: storico, biografico, commedia, drammatico
Durata: 120 minuti
Regia: Yorgos Lanthimos
Uscita in Italia: 24 Gennaio 2019
Paese di produzione: Irlanda, Regno Unito, Stati Uniti d'America
Voto 8.5



Green Book (2018)

Negli anni '60 in America circolavano i Green Book, una sorta di guida Michelin che aiutava gli afro americani a trovare locali, ristoranti ed alberghi che li accogliessero. Siamo nell'epoca in cui ai neri non era permesso nemmeno circolare dopo una determinata ora, ed i pregiudizi erano diffusi e radicati. Proprio quel libretto dalla copertina verde e da 15 mila copie l'anno, unirà due vite completamente diverse.


Tony Vallelonga, detto Tony Lip, è un buttafuori di origine italoamericana, che si arrabattata come può per portare a casa la pagnotta. È un uomo dalla parlantina sciolta, con tanta faccia tosta e dai modi un po' rudi, ma ama profondamente la sua famiglia e farebbe di tutto per loro. 
Don Shirley è invece uno dei pianisti migliori al mondo, educato, colto ed intelligente, ma purtroppo il colore della sua pelle è l'unica cosa che la gente nota. Le sue performance vengono elogiate da tutti, ma fuori dal palco viene discriminato e trattato con violenza, esattamente come tutti i non bianchi, e non solo. 

I due faranno di necessità virtù: Tony aveva bisogno di un lavoro, magari ben remunerato, e Shirley  cercava qualcuno che lo accompagnasse nel suo tour nel sud degli Stati Uniti, dove il pianista aveva deciso di esibirsi nei teatri per soli bianchi, con tutto ciò che comprendeva in termini di sicurezza.
Fra i due scatterà un legame fatto di rispetto, reciprocità, e affetto, che li porterà ognuno ad entrare nel mondo dell'altro.


C'è stato un momento, all'inizio di Green Book, in cui temevo di essermi imbattuto nella classica  pellicola infarcita di buoni sentimenti e volemose bene all'americana, ma mi sono presto ricreduto. Intanto si tratta di una storia vera e pare che moltissimi dei dettagli del film facciano parte delle vicende accadute, nonostante siano stati contratti i tempi.

Questo può sembrare una sciocchezza, ma mi ha fatto riconsiderare anche la rappresentazione dei personaggi, perché per certi aspetti pensavo fossero troppo stereotipati, specie per quanto riguarda ovviamente Tony Vallelonga, eppure lo stesso figlio Nick, che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura, ha confermato come entrambi i protagonisti fossero d'accordo per questo film e che le vicende narrate siano vere. 
Ci sono state però polemiche da parte della famiglia di Don Shirley che non erano d'accordo col film e con quanto racconta.


Pare infatti che la famiglia abbia smentito l'amicizia fra i due, ed in generale i dettagli sulla vita dell'artista. Inoltre hanno definito Green Book come un "white-savior movie", ovvero un film in cui un protagonista bianco aiuta un protagonista nero, in parole povere. 
Io sinceramente non la vedo così anzi, ho trovato Green Book un film adorabile e un po' diverso. Tralasciando il fatto che della veridicità della storia, alla fine, mi interessa relativamente, e credo conti più la coerenza ed eventualmente il messaggio e le emozioni che manda, ma penso che sia Tony che Don vengono rappresentati allo stesso livello, e non c'è un rapporto di salvatore e salvato, ma di reciprocità e parità.

Entrambi i protagonisti hanno infatti qualcosa da insegnare sia l'un l'altro, sia allo spettatore. Se ci pensate la condizione di partenza è anzi a favore di Don Shirley più che di Tony: uno è ricco, privilegiato, apprezzato per la sua arte, e, nonostante venga discriminato per il colore della sua pelle, passerà comunque alla storia per il suo talento; Tony invece è un completo nessuno, che fa fatica ad arrivare a fine mese. 


Bilateralmente i due protagonisti cercheranno di far confluire i propri mondi così diversi, e di dare all'altro una parte del proprio bagaglio, senza però cercare di scavallarsi o di cambiarsi.
Ad esempio Shirley aiuterà Tony ad esporre i propri sentimenti, ad aprirsi verso un lato più sensibile, a farlo riflettere sulla condizione dei neri ed in generale delle persone discriminate, ma senza imporre la sua visione, senza giudicarlo o farlo sentire inadeguato. Ovviamente ne nascono degli scontri fra i due, ma che portano ad una maggiore apertura. Una cosa che ho notato è che ad esempio Tony proverà ad indossare la divisa da autista con tanto di cravatta, ma torna presto al suo abbigliamento, quindi al suo stile, a quello che è, e in questo Shirley non metterà bocca.
Tony mostrerà invece a Don come lasciarsi andare, come apprezzare la vita, e sorridere di poco, e gli mostrerà anche le sue paure e le difficoltà della sua condizione sociale. 



Green Book infatti non parla solo del razzismo verso i neri, ma dei vari layer di discriminazione, come quella rivolta agli italo americani, ed è come se in questo senso, entrambi i protagonisti abbiano bisogno l'uno dell'altro per scoppiare la bolla che si sono costruiti per sopravvivere. Tony col suo fare sempre da duro, un po' da spaccone se vogliamo, per cercare di restare a galla nel basso da cui proviene; Shirley sopraelevandosi e chiudendosi in questa gabbia d'oro per scappare dal giudizio con cui deve confrontarsi e fronteggiare, in quanto nero ma facoltoso, o meglio in quanto ricco ma comunque discriminato e solo. Shirley non somiglia a nessuno, non conosce suoi "simili".


A questo punto penserete che Green Book sia un film pesantone ma in verità scorre bene, nonostante il montaggio non sia sempre estremamente fluido in alcuni punti, e soprattutto ci sono dei momenti di ironia che vanno ad alleggerire la trama, senza però risultare stupidi o vuoti. I momenti più teneri invece non li ho trovati stucchevoli, ma ben preposti. Mi è piaciuto come il rapporto di amicizia fra i due uomini non venga raccontato come qualcosa che i maschi non fanno, di cui vergognarsi, dove ad esempio un abbraccio deve durare pochi attimi "o chissà cosa penseranno gli altri", ma nasca da un sentimento spontaneo e sincero.

Ed ho apprezzato anche come viene delicatamente toccata l'omosessualità (mai dichiarata) di Don Shirley: se da un lato ci mostrano come il pianista viene discriminato ed umiliato dai poliziotti che l'hanno trattenuto, dall'altro lato Tony cercherà di dare dignità all'uomo e soprattutto non lo accusa per l'atto in sé, ma per il rischio in cui si sarebbe messo, e per non averglielo detto prima. Inoltre non c'è imbarazzo dopo, non c'è voglia di sfruculiare in questa parte della vita di Don.


Non so dirvi se Green Book riuscirà a portarsi a casa almeno un Oscar, ma posso dirvi che a me è piaciuto moltissimo, che è un film in cui hanno saputo racchiudere intensità, tenerezza, onestà, e dolcezza, senza essere svenevole, ma da un punto di vista diverso, con due interpretazioni impeccabili da parte di Mahershala Ali (che è bellissimo) e Viggo Mortensen, e che credo vada almeno visto una volta. 


Genere: biografico, commedia, drammatico
Durata: 130 minuti
Regia: Peter Farrelly
Uscita in Italia: 31 Gennaio 2019
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Voto 9



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