Due romanzi diventano serie TV, ecco cosa salvo dei nuovi adattamenti

Mi sembra che in questo periodo molti romanzi stiano diventando delle serie tv più o meno con un discreto successo momentaneo ma che poi tendono un po' a perdersi. Dopo La valle dell'Eden ne ho terminate due che entrano benissimo in questa descrizione.


Racconto di due città
Miniserie




Dal secondo (ed ultimo) romanzo di Charles Dickens è nata una miniserie omonima che è passata un po' in sordina perché è arrivata su MGM+ (quindi non proprio una delle piattaforme più famose) il 6 settembre di quest'anno, ed io non ho voluto perderla. Racconto di due città, se non lo conoscete, si muove proprio fra una tranquilla Londra e una Parigi in subbuglio per la rivoluzione francese e il periodo del Terrore, e seguiamo le vicende di un triangolo amoroso complesso. Da un lato c'è Sydney Carton (interpretato da Kit Harington), brillante avvocato londinese che però è vittima dei suoi stessi mostri, e dall'altro Charles Darnay (François Civil, Chiami il mio agente!) uomo di nobili origini che però ha rinnegato la propria famiglia, ritenendola corrotta e irrecuperabile. I due si contenderanno le attenzioni di Lucie Manette (Mirren Mack, Mary & George), giovane donna intraprendete che nel mentre cerca il padre, ingiustamente imprigionato nella Bastiglia per 18 anni.
Sullo sfondo ovviamente si consumano i tumulti francesi di fine '700.


Con Kit Harington come nome di punta, A Tale of Two Cities non poteva che attirarmi e, lo dico subito, è una miniserie che comunque ho visto con piacere, che mi ha accompagnato per qualche serata visto che i quattro episodi alla fine volano via, pur durando un'ora ciascuno. A fianco però a diversi pregi ci sono altrettanti difetti che non posso lasciare da parte.

Parto col dire che, pur essendo una serie tv "minore", l'adattamento scenografico, dei costumi e delle ambientazioni in genere, è ottimo. Al netto di qualche anacronismo, che è ormai il prezzo da pagare per quasi tutti i period drama, Racconto di due città mi è sembrata appagante da vedere e comunque con interpretazioni più che valide. La scelta del cast è un altro aspetto che valuto, almeno in parte, positivamente: Harington e Civil hanno in effetti quelle specularità fisiche che li rendono azzeccati ai ruoli. A me è piaciuta anche Mirren Mack la cui Lucie pare abbia nella serie un ruolo più attivo rispetto al libro.
Onestamente non conoscevo in dettaglio il romanzo di Racconto di due città, probabilmente ne avrò letto dei brani al liceo, ma mai per intero e credo che questa ricostruzione cupa di una Francia spaccata al suo interno, sia resa bene dalla serie.


I toni sono decisamente drammatici, si coglie la critica alla nobiltà francese e la ricerca di un riscatto da parte delle fasce più umili. Questo però va a cancellare qualunque forma di umorismo, anche satirico, che Dickens inseriva nelle sue opere. 
Ma più in dettaglio, Racconto di due città secondo me soffre un po' la sua brevità che comporta tagli netti su alcuni approfondimento, siano essi narrativi o psicologici sui personaggi. In particolare ad esempio a me questo triangolo amoroso non mi è sembrato così affiatato: da un lato Sydney Carton col volto di Kit Harington è fin troppo patatoso per sembrare dannato, dall'altro Charles Darnay ha uno sviluppo molto limitato per avere fascino. I loro rapporti con Lucie sono quasi estemporanei, senza darci modo di affezionarci e di vedere un crescendo, e il finale così perde un po' dell'impatto che dovrebbe avere. 
Il romanzo di Racconto di due città è un bel tomo da quasi 500 pagine, quindi è inevitabile che la serie si dovesse lasciare qualcosa alle spalle, ma qui purtroppo mi è mancata un po' di emotività.



Il Problema Finale
Miniserie


Tratta dall’omonimo romanzo di Arturo Pérez-Reverte, Il problema finale ci porta invece alla fine degli anni '50 del secolo scorso e conosciamo Benjamin Basil (José Coronado), attore che negli anni '30 e '40 ebbe un ottimo successo nell'interpretare Sherlock Holmes in diversi film, ma adesso ha 60 anni e una carriera quasi alla fine. Un giorno, su invito del produttore cinematografico Fonseca, e con la promessa di un possibile ruolo, Basil si ritroverà in viaggio verso Maiorca, ma una violenta tempesta li costringe a fermarsi sull'isola di Santa Águeda. Qui potranno solo alloggiare nell'unico albergo disponibile con già diversi ospiti, fra cui lo scrittore di romanzi polizieschi Francisco Foxá (Martiño Rivas, Scale e serpenti), ma quella breve sosta diventerà presto una occasione per Basil di mettere alla prova la sua esperienza come finto investigatore: una donna è stata trovata morta e forse c'è un assassino che si aggira per l'albergo.


Elegante produzione spagnola arrivata su Netflix il 25 settembre, Il problema finale è un giallo classico piacevole che ricorda molto Agatha Christie e quel filone di produzioni attorno ad un investigatore e a diversi misteri da risolvere.

Con soli quattro episodi diventa anche questa una miniserie tv da godersi in poco tempo, che scorre bene e che può vantare, come accennavo, una messa in scena curata e sontuosa. E poi c'è un cast magari non riconoscibilissimo se non seguite i titoli spagnoli, ma che se la cava molto bene, seppur la maggior parte dei ruoli non richieda un approfondimento psicologico particolarmente delicato. 
Non manca il citazionismo, ma Il problema finale gioca bene questa linea sottile fra realtà e finzione, fra messa in scena e verità, e lo stesso protagonista ne è l'emblema. Ci sono poi riferimenti alla seconda guerra mondiale che ci danno un contesto più ampio e ci fanno uscire dalle stanze dell'albergo, calando bene la storia nel suo periodo storico.


Tutto bello insomma fino quando però non si arriva all'ultimo episodio e qualcosa si inceppa secondo me. Le capacità e soprattutto le coincidenze che aiutano il protagonista sono troppe per non far perdere un po' di credibilità alla storia, ma è soprattutto la scelta di cadere nel melò che secondo me non convince. L'accento più personale nei confronti di Basil, i cliché che si accatastano, l'uscita dal giallo deduttivo "puro", per passare ad un assassino che diventa deus ex machina, rendono la chiusura de Il Problema Finale meno trascinante di quanto mi aspettassi. È come se questa serie abbia messo ironicamente in pratica il suo stesso titolo, e finisce un po' per diventare dimenticabile.
Sicuramente un buon giallo da camera per chi divora il genere, specie per una piattaforma come Netflix, ma qualcosa nell'insieme mi è mancato.

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